domenica 31 agosto 2014

25

Mentre gli ultimi soli d'autunno cedevano il passo ai primi freddi e nell'aria si iniziava a respirare un odore di neve, che sembrava non doversi mai decidere a cadere, le cose procedevano liscie e tranquille come se la loro vita, che fino ad allora aveva sobbalzato su una strada piena di insidie e di svolte impreviste, si fosse miracolosamente inserita su di un binario bene oliato.
Dario reclamò per sé, senza incontrare la benché minima resistenza, il diritto di gestire i rapporti con quella che chiamavano fra loro la 'vecchia famiglia', senza rendersi pienamente conto che, nell'usare quei termini, vigeva il sottinteso che una nuova famiglia si stesse formando. Preferivano non affrontare esplicitamente temi di quella portata e lasciavano che i giorni, accumulandosi, semplicemente dessero corpo e consistenza ad una nuova realtà.
L'appartamento di Bea, che aveva accolto con sollievo l'idea di non dover rivedere né risentire nessuna di quelle persone il cui solo pensiero le provocava un accendersi improvviso di archi voltaici d'ira lungo la volta del cranio, venne definitivamente abbandonato e il contratto d'affitto risolto.
Non provò nulla, né rimpianto né nostalgia, nel lasciare per l'ultima volta quella che era stata per più di quattro anni la sua casa. Mentre ne usciva, con un ultimo carico di tascabili malridotti fra le mani, in una scatola di cartone, si rese conto che quei tre locali non erano stati per lei altro che un luogo dove dormire, dove tornare una volta finito il lavoro, come un elettrodomestico che viene riposto in attesa di essere nuovamente utilizzato.
Ben altro provava per la casa che condividevano.
Quell'anonima villetta, che l'aveva colpita a prima vista proprio per il suo anonimato, per l'assenza di alcun elemento distintivo, era diventata nel corso di quei pochi mesi una vera casa.
Aveva scoperto di amarla, al punto tale da non vivere come un'incombenza fastidiosa il suo compito di tenerla pulita ed ordinata, ma come un diritto che avrebbe difeso, se si fosse rivelato necessario, e non solo per aiutare Dario a contenere il suo patologico bisogno di sistemare ogni più piccola cosa in un preciso ordine simmetrico, ma per l'elementare piacere di sentirsi padrona dell'ambiente che la circondava.
La stanza degli ospiti, che fino al giorno del suo arrivo non era stata che una porta chiusa a chiave sul tozzo corridoio del piano superiore, si andava tacitamente e costantemente trasformando in uno spazio destinato ad accogliere le sue ore di studio ed i suoi libri,  col piccolo letto singolo spinto senza alcuna pretesa estetica contro la parete. Dario aveva passato un intero pomeriggio domenicale montando, con paziente precisione, file e file di scaffali, dal pavimento fino al soffitto, lungo le tre pareti restanti, per accogliere la sua biblioteca privata. Era rimasto stupito e colpito quando, concedendosi una pausa, l'aveva vista afferrare a sua volta il tassellatore e dargli il cambio, rapida e sicura, come non avesse fatto altro in vita sua. Con la spalla appoggita allo stipite della porta e le caviglie incrociate, una sigaretta fra le labbra ed un bicchiere di ghiaccio tritato in mano, le aveva rivolto un sorriso di apprezzamento che era valso, agli occhi di lei, quanto il più romantico dei complimenti.
Da quel giorno, si dividevano i piccoli lavori di miglioria domestica come una squadra.
Stavano reimparando a fare tutto insieme, come chi avesse subito un lungo periodo di paralisi, miracolosamente guarita, e dovesse reimparare ad usare l'arto su cui da tempo aveva smesso di fare affidamento. Non sempre era una faccenda semplice.
Dario subiva il suo lavoro, più che farlo, sempre più come una punizione inflittagli per un motivo sconosciuto. Intanto progrediva il suo processo di guarigione, scandito dalle sessioni di terapia, per la quale aveva ormai sviluppato quasi un certo affetto, nonostante gli fosse difficile ammetrerlo perfino a se stesso, e dai periodici controlli dal dottor Albioni. Il medico era molto soddisfatto di lui ed era arrivato perfino a dirglielo, lasciandolo a fissarlo stupito dopo questa dichiarazione, fatta come se si trattasse della cosa più naturale del mondo. Dario avrebbe voluto fargli molte domande al riguardo, si chiese ad esempio se valutasse la sua soddisfazione in base ad una qualche tabella di marcia dei suoi progressi o in quale altro modo, ma i limitò a domandargli se questo significava che avrebbe potuto passare ad un farmaco meno impegnativo. Non aveva più paura di quelle che Bea chiamava 'le pillole sorriso', definizione che aveva provocato nel dottore una franca risata, tanto lunga da obbligarlo a domandare scusa, ma ugualmente avrebbe voluto farcela da solo, senza il bisogno di essere drogato per risultare normale. Con sua profonda costernazione, il medico aveva scosso la testa a quella domanda e l'aveva invitato a familiarizzare con l'idea di doverle continuare, salvo problemi, a lungo. Per lo meno, la sua voce disse a lungo. Nella sua espressione di tiepido rammarico, Dario lesse chiaramente una condanna a vita.
"E che cosa posso fare per accorciare questo 'a lungo', dottore?" Aveva domandato in tono compito giocherellando nervosamente con il pacchetto di sigarette. La sua mano destra, resa abile da un lungo allenamento, lo apriva e lo chiudeva, apriva e chiudeva, senza una sosta, mentre i suoi occhi rimanevano fissi sul medico, che gli rivolse un piccolo sorriso incoraggiante.
"Dicono che l'attività fisica faccianun gran bene, in proposito. Ti suggerirei della lunghe camminate, il più spesso possibile. E non sarebbe nemmeno una cattiva idea se tu potessi far parlare me o la tua terapista con la signora Bizzarri. Spesso è di grande aiuto, conoscere le persone più vicine." Dario sbuffò una risata dal naso.
"Mi sa che se voglio portare qua o in qualunque altro posto del genere Bea, mi devo munire di paranco. Cioè, lo farebbe anche, se le dicessi che serve a farmi stare meglio, ma..." lasciò in sospeso la frase, affidandosi all'intuito dell'altro. In quei mesi aveva imparato a fare affidamento sull'intelligenza e la sensibilità di quell'uomo, arrivando quasi a fidarsene. Il dottor Albioni annuì gravemente.
"Ancora non riesce ad affrontare i suoi problemi?"
"Chi? Bea? Quella che non parla a suo padre da dodici anni e non riesce a dire a voce alta che ce l'ha con lui? Diciamo che non è la sua specialità." Dario inarcò le sopracciglia stringendo le labbra. "Il fatto è che la ragazza ha una fifa maledetta. Le serve tempo, per recuperare." Il medico accolse queste parole con un'espressione neutrale, intimamente compiaciuto. Non gli era capitato spesso di sentir uscire da quella bocca parole di comprensione.
"Dovreste valutare l'idea di farla supportare almeno per il problema alimentare." Ricordò a Dario. Lui scrollò il capo.
"Va meglio. Sembra incredibile, ma in un qualche modo va meglio. È un modo che zoppica, che funziona per grazia ricevuta, ma in una qualche maniera funziona. Ha ripreso qualche chilo. Adesso sta sui quarantatre." Diede in una risatina tetra. "Se continua così la prossima volta che devono farle una lastra non basterà accenderle una lampada dietro le spalle. Piuttosto, ha qualche suggerimento sensato su come dovrei fare per aiutarla?" Il dottore sospirò. Dal suo punto di vista, che aveva più volte espresso e ribadito, l'unico modo per aiutarla sarebbe stato convincerla, in qualche modo, a farsi curare, ma capiva la profonda solidarietà che vigeva fra i due, la quale, creatasi nell'infanzia, aveva ancora regole infantili.
"Senti, Dario, cerca di portarla qui. Magari vedendola mi verrà in mente qualcosa. Continui ad imboccarla tu?"
"No." Rispose lui con un sorriso intenerito. "Quasi mai. Cioè, adesso mangia da sola. Quando lo faccio è perché...comunque. Chiaro. Portare qui Bea." Il dottore non trattenne un sorriso. Era fin troppo chiaro quanto fosse difficile per lui parlare apertamente. Lo vide alzarsi, sempre aprendo e chiudendo il pacchetto di sigarette e, dopo un breve saluto appena accennato, uscire dalla porta.
Una volta a casa, Bea, di ritorno dall'ennesima esercitazione di guida, gli chiese come era andata. La guardò negli occhi per un lungo istante, sentendosi premere in gola le parole che avrebbe voluto dirle. Lo sguardo di lei, fisso nel suo, era colmo di una fiducia smisurata, la stessa che aveva rimpianto, dopo averla perduta, per quasi metà della sua vita. Le scintillava dentro tanto visibile e tanto radicata, da sembrare parte del suo stesso essere. Se non gli fosse accaduto di vederla lui stesso senza quella luce negli occhi, solo poche settimane prima, avrebbe creduto, in tutta sincerità, che non potesse darsi Beatrice senza di essa. L'aveca vista, invece, aveva visto quel viso stanco e rassegnato e, nel profondo, segnato da un senso dinresa e di sconfitta. L'aveva visto e non aveva alcuna intenzione di vederlo di nuovo.
"Vedi qualcosa di strano?" Chiese lei ridendo della sua esitazione "sono diventata verde o roba del genere?" Lui scosse la testa.
"Sei solo molto bella." Le disse posandole un bacio appena sopra la stanghetta degli occhiali.
"Oh, ma che carino! Anche tu!"
"E avrei bisogno che tu venga con me dal buon Dottore, fra un paiondi settimane."
"E come mai?" Gli chiese lei, con il sorriso che ancora le aleggiava sulle labbra. Dario deglutì. Un'altra occasione di dirle tutto ciò che avrebbe dovuto. E di nuovo quell'espressione nei suoi occhi, sul suo viso alzato, di infinita fiducia.
"Dice che dato che sei la persona più vicina a me vorrebbe parlarti. Chissà, magari vuole sapere se gli racconto delle stronzate o se dico la verità." Le rispose. Si sentì un vigliacco. Si sentì anche nel giusto. Era suo dovere proteggerla, così come Bea aveva sempre fatto con lui. Lei annuì convinta, senza ombra di esitazione.
"Certo, nessun problema. Ovviamente gli racconterò anche dei tuoi tentativi di comunicare con i venusiani."
"Molto divertente, ossicini."
"E del fatto che passi ore a pulire il fucile."
"Santa pace, ma quanta stupidità ci entra in così poco spazio?"
"Circa la metà di quanta ne entri in quello che occupi tu, spilungone." La prese per la vita e la lanciò sul divano, dove lei atterrò ridendo come una bambina. Lui la raggiunse e rimasero lì per un po', prima a chiacchierare, poi a fare l'amore,oi di nuovo a chiacchierare. Era tutto a posto, riflettè Dario mentre poggiava la testa sulle sue gambe per ascoltare la cronaca della sua ultima avventura automobilistica, aveva fatto la scelta giusta.
Fu solo la settimana dopo che quella che sembrava essere diventata una nuova forma di stato delle cose iniziò a mutare radicalmente.
Dario si trovava in ufficio, come al solito di pessimo umore, intento a preparare la relazione per la successiva giornata di riunione. Pareva impossibile che fossero passati solo sei mesi, dal giorno in cui Vasirani,  durante la paisa pranzo della riunione precedente, aveva inconsapevolmente dato l'avvio alla cascata di eventi che l'avevano portato fino a quel punto. Se wuel giorno gli avessero raccontato che, tempo della successiva pianificazione aziendale, si sarebbe ritrovato a convivere con Beatrice, a non parlare più con i suoi se non tramite telefono e a vedere regolarmente non uno, ma due professionisti dell'igiene mentale, l'avrebbe con tutta probabilità mandato a quel paese. Era migliorata parecchio, la sua vita, in quegli ultimi sei mesi. Tanto per cominciare si sentiva di nuovo un essere umano e non un servomotore di un qualche tipo. E poi il cappio che gli sembrava di avere stretto attorno al collo, Stella da una partene sua madre dall'altra, come i due capi di una fune intenta a strangolarlo lentamente, con sadica inarrestabilità, si era sciolto, come per incanto, ad un suo solo cenno. E Dora. Dora che veniva a trovarli o li invitava per il caffè almeno una volta a settimana. E Vittorio e Viola, che sembravano addirittura provare piacere della sua presenza. Anche il fatto di avere per casa una donna, la sua donna, nel senso più stretto che gli riuscisse di trovare a quel termine, che apparentemente aveva dimenticato l'uso del 'no' lo faceva sentire piuttosto bene.
'Piuttosto tanto bene.' Si corresse. In fin dei conti, doveva ricordarsi di ringraziare Vasirani. Che l'avesse voluto o no, era partito tutto da lui. In fin dei conti, non era neanche una brutta persona. Invadente, si, rumoroso, questo era indubbio, ma iniziava ad abituarsi ad averlo intorno.
Dario scacciò questi pensieri, per quanto gradevoli, e si rimise al lavoro. Per quanto insipido gli apparisse, era pur sempre suo dovere, andava fatto, e andava fatto bene. Costrinse la sua mente a concentrarsi di nuovo sulla tabella delle devianze standard, confrontando rapidamente i dati, con sguardo allenato, e un errore evidente, marchiano, gli saltò all'occhio facendogli allegare i denti come il rumore di una forchetta che strida sulla porcellana. Sibilò una parolaccia fra i denti e controllò il nome riportato sull'intestazione del file. Lo appuntò masticando una serie di minacce, ripromettendosi di prendere per le orecchie quello sciatto cretino non appena ne avesse avuto la possibilità. 
Stava riponendo la penna dopo averla richiusa con cura, quando, come evocato dai suoi pensieri di poco prima, piombò nella stanza, senza accennare a bussare, Vasirani.
"Oh, rompipalle, qual buon vento?" Gli chiese Dario con voce distratra, ancora occhieggiando i numeri sullo schermo. La solita, attesa risposta scherzosa non venne. Andrea fece due lunghi, frettolosi passi avanti e schiaffò con forza un foglio sulla sua scrivania.
Dario alzò lo sguardo. L'altro appariva pallido, sotto il velo di abbronzatura dorata, con due chiazze irregolari di colore sulle guance, in alto, e gli occhi lustri. Respirava affannosamente, come se fosse reduce da un prolungato sforzo fisico. Abbassò gli occhi sul foglio e iniziò a leggerlo, spaventato dal suo comportamento.
"È una richiesta a te per..."
"Si!" Stridette Andrea, ai limiti dell'isterismo. "Mi stanno chiedendo, a me, di preparare il mio licenziamento. A me! Il mio!" Le mani che strapparono il foglio dalla presa di Dario tremavano vistosamente. "Mi vogliono lasciare a casa."
"Okay, ho afferrato il punto, Vasirani. Siediti, adesso."
"Non sapevo da chi andare!" Continuò l'altro come se nemmeno l'avesse sentito. I suoi occhi scorrevano il testo, con tutta probabilità per la milionesima volta, mentre le sue gambe parevano non riuscire a restare ferme, né sapere dove andare.
"Ho capito. Adesso, fammi il favore di sederti." Ripeté Dario.
"Ho detto 'non possono mica farlo'! E invece possono. E io devo preparare tutti i documenti,  perché fa parte delle mie cose. Delle mie come si dice..."
"Delle tue mansioni, suppongo. Siediti. Stai andando in iperventilazione." La voce di Dario era calma e calda, amichevole. Per quanto sembrasse strano, sentiva di capirlo più in quel momento, di quanto mai fosse accaduto da che si conoscevano. Lo aveva sempre visto ottenere tutto ciò che a lui costava sudore e applicazione costante senza sforzo apparente, e questo glielo aveva reso odioso. Ora, vedendolo oggetto di una patente ingiustizia, sconvolto, e, soprattutto, rendendosi conto che era venuto da lui sentendo il bisogno di condividere ciò che gli era accaduto con qualcuno, lo sentiva vicino. Da lui, era venuto, e non da qualcuno delle decine di amici che pareva avere sparpagliati all'interno di quello stesso edificio.
Senza nemmeno rendersene pienamente conto, Dario iniziò a sentirsi arrabbiato, per il trattamento cui lo vedeva sottoposto. Quella fonte inesauribile di fuoco che portava in giro al centro della mente iniziò a ribollire sommessamente.
"Malatesta, io non ce la faccio! Inadempienza contrattuale! A me!" La sua voce era sempre più acuta e sfiatata. Dario girò lesto attorno alla scrivania e lo prese per le spalle, fermandolo. Vasirani era una decina di centimetri più basso di lui, e si trovò a dover alzare gli occhi.
"Andrea, siediti. Credimi, è meglio se stai fermo. Ti carichi solo di più, così." Gli occhi di Dario erano fermi, come la sua voce, senza altro sottinteso che quello di una leggera dose di preoccupazione. Andrea sedette.
"Ma che cazzo vuoi saperne tu, che sei sempre freddo come una biscia?" Pigolò disperato prendendosi il viso fra le mani. Dario annuì mentre le sue sopracciglia si sollevavano abbastanza da increspargli la fronte.
"Eh, si, io in effetti non ho mai avuto problemi di autocontrollo. Ma leggo un sacco. Stai seduto." Uscì dalla stanza, non prima di aver sfilato la breve missiva direzionale dalle mani dell'amico. Ai distributori automatici in fondo al corridoio prese un paio di bottiglie d'acqua da mezzo litro e del cibo. Rientrò nell'ufficio veloce e silenzioso. "Qui, bevi. E mangia. Più che puoi, riempiti lo stomaco." Andrea abbassò le mani che gli coprivano gli occhi, lucidi come per una febbre alta e lo guardò stranito.
"Ma sei scemo? Io ti dico che mi vogliono licenziare e tu mi porti lo spuntino?" Dario non diede cenno di aver notato il tono di rabbia con cui gli aveva parlato.
"L'adrenalina è idrosolubile. Se bevi abbastanza, ne smaltisci un po', come succede con l'anestesia del dentista. E se mangi abbastanza liberi ossitocina. Ti senti più calmo, dopo. Quindi adesso fai da bravo, fai lo spuntino, mentre io rileggo questa...roba." guardò il foglio con aria di disprezzo. "Poi quando sei più calmo vediamo cosa fare."
"Sei sicuro?" Chiese l'altro esitante.
"Ovvio che sono sicuro. Sono un chimico."
"Ah, beh, allora..." Disse con voce incerta Andrea, aprendo la bottiglia più vicina a lui. L'ultima cosa di cui sentiva il desiderio era di mettere qualcosa nello stomaco, ma era anche vero che l'altro sembrava maledettamente sicuro di ciò che faceva. Mandò giù qualche sorso con il collo di plastica che gli cozzava contro i denti e subito mangiò qualcosa per tenere il liquido al suo posto. Pareva seriamente intenzionato ad evadere. Dario leggeva e rileggeva la missiva che gli aveva portato, allungato all'indietro sulla sedia, gli occhi che si muovevano veloci lungo le righe e l'aria di corrucciata concentrazione. Era quasi lusingato dalla quantità di attenzione che gli stava prestando. Mano a mano che si costringeva a ingoiare, un boccone dopo l'altro, Andrea scoprì con stupore che il tremito che l'aveva iniziato a percorrere pensando alle conseguenze di quello che era successo si calmava. Sentiva ancora freddo, ma si sentiva anche più normale, più solido, in un certo senso. Guardò la lunga figura dell'amico con aria stupita. "Oh, ma funziona." Anche la sua voce sembrava aver ritrovato corpo.
"Non mi dire." Commentò laconico Dario dando un'ultima, lunga occhiata al foglio che teneva fra le mani, come ad imprimerselo nella memoria. Lo posò poi sul piano ordinato della scrivania. "Allora, hai ripreso un minimo di controllo?" Gli domandò drizzandosi. Andrea annuì. "Si. Grazie Malatesta. Sono proprio nella merda, eh? Insomma, pensa a...dio, all'affitto. E a Elena. Come faccio a dirglielo, a Elena? E a mia mamma!" L'effimero senso di sollievo recatogli dal cibo vacillò e, pensando alla delusione che avrebbe dato a tutti, pensando ai problemi che avrebbe creato a tutti, si sentì pungere gli occhi da lacrime di impotenza. Ancora non riusciva a credere a qiello che era accaduto, che stava accadendo. Dario lo guardò con palese sdegno.
"Ma che cazzo, controllati, Vasirani! Dov'eri quando hanno distribuito i coglioni, a fare pubbliche relazioni? Ti vogliono licenziare, mica mettere in punizione. È lavoro, porca puttana! Non c'è bisogno di..." lo indicò a mani tese, con un gesto esasperato "di fare così, ecco. Animo." Le sue parole e, ancor di più, la smorfia sprezzante sul suo viso, ebbero l'effetto di uno schiaffo sull'altro, che istintivamente raddrizzò la schiena. "Ecco. Già meglio. Allora, cosa hai combinato per farli incazzare così, dì." Disse in un tono che non ammetteva repliche.
"Niente. Cioè, non ho seguito proprio tutte le direttive sulla gestione del rapporto con le associazioni di categoria, ma..."
"Si, in breve, di che entità di danno economico sei responsabile?" Andrea abbassò la testa.
"Insomma. Diciamo medio. Ma guarda che se non avessi fatto così..."
"Si, si, raccontalo al prete. E questa è inadempienza contrattuale, per te? Dai, sei laureato in giurisprudenza, analizza il caso. Fottitene che si parli di te. In generale, è inadempienza contrattuale?" Andrea riflettè prima di rispondere.
"Si e no. Cioè, si perché non ho fatro esattamente quello che chiedevano loro. No perché ho svolto le mie mansioni nell'ambito della mia sfera di responsabilità. Mi sono assunto un rischio che rientrava nella mia sfera."
"Andrea, per cortesia, falla corta e facile. Stanno sparando cazzate o no? Puoi contestare questa cosa o no?"
"Si, posso. Ma non mi ascolteranno mai." Dario si alzò in piedi con uno scatto elastico e sistemò, con pochi gesti precisi, le minuscole pieghe della camicia e dei pantaloni.
"Andiamo." Gli disse, togliendo un minuzzolo di polvere dal bavero della giacca scura.
"Dove? Dove andiamo?"
"A spaccare qualche testa. Andiamo in direzione a parlare di questa roba." Rispose Dario e, senza aspettare altro, si avviò alla porta con passo deciso. Andrea fu costretto a seguirlo, se non voleva lasciarlo da solo a discutere del suo destino. Gli sembrava tutto molto surreale, mantre era costretto quasi a trottare per tenere dietro all'altro lungo i corridoi rivestiti di moquette grigio industriale. Dario non parlava, ignorando sia le sue sempre più rade proteste sia il codazzo di saluti che li seguiva. Appariva come un missile lanciato sull'obiettivo e Andrea, guardandolo, provava uno stravagante miscuglio di apprensione e gratitudine.
A possedere e dirigere l'azienda erano tre soci, che, per una scelta probabilmente dettata da un qualche esperto del settore, dividevano un unico, ampio open space cui si accedeva, senza alcuna anticamera, direttamente dal corridoio centrale. Doveva dare l'idea che loro fossero lavoratori al pari di tutti gli altri, aveva sempre supposto Dario. Bussò educatamente alla porta e si voltò verso Andrea, attendendo la risposta.
"Fa un favore" gli disse a voce bassa vedendo i suoi occhi enormi e spaventati "fai finta di essere un ometto, vuoi? Controllati."
"Sei uno stronzo!" Rispose a voce altrettanto bassa l'altro, piccato. Dario sorrise.
"Ecco, concentrati su questo. Almeno la pianti di fare la faccia da orfano di guerra. Ripetitelo in testa." Dall'interno arrivò la risposta che li invitava ad entrare. Senza mostrare la minima esitazione, il dottor Malatesta abbassò la maniglia ed entrò nella stanza, trascinandosi dietro Andrea, come legato ad un filo invisibile. Il più anziano e combattivo dei soci li squadrò aggressivo, silenzioso. Attendeva evidentemente una spiegazione.
Dario lo guardò di rimando, fronteggiandolo con aria tranquilla,  senza parlare. Una delle regole fondamentali che gli avevano insegnato i lunghi anni di guerriglia domestica era che chi iniziava giustificandosi, perdeva la discussione. Attese dunque che fosse l'altro a chiedere il motivo della loro presenza, prima di parlare.
Avanzò fino alla scrivania lustra e vi posò sopra, con garbo, il medesimo foglio che Vasirani aveva portato a lui.
"Il dottor Vasirani voleva discutere di questo."
"E lei chi rappresenta, qui, Malatesta, il suo portavoce? Un consigliere spirituale?" La voce rabbiosa dell'uomo di fronte a lui spinse la rabbia, che sobbolliva nel profondo della mente di Dario, ad un primo, timido accenno di vampata rosso fuoco. Lui sorrise serafico, quasi mellifluo.
"Ero curioso. Mi domandavo cosa potesse spingere delle persone razionali come voi a fare fuori qualcuno che riesce a far lavorare tutti insieme, compreso me. Del resto, è lei che dice sempre che siamo una squadra, no?" La sua voce suonava dolce, quasi svagata. Andrea deglutì udibilmente al suo fianco. Erano anni che non vedeva quell'espressione, ma non l'aveva certo dimenticata. Augurandosi mentalmente che l'amico non avesse intenzione di sottoporre il quadro dirigente ad un sistematico pestaggio, prese la parola e spiegò, con tutta la ragionevolezza che riuscì a spremere dal suo cervello sovraccarico, le motivazioni per cui gli pareva di poter contestare la loro decisione. Espose, punto per punto, ognuna delle obiezioni che gli vennero in mente e, quando terminò, una parte di lui iniziava a nutrire qualche speranza. Non solo l'uomo dietro la scrivania l'aveva ascoltato senza mai interromperlo, ma perfino un altro dei soci si era avvicinato per starlo a sentire. Accanto a lui, Dario, in piedi con la schiena diritta e le braccia mollemente intrecciate sul petto, pareva invece immerso nei suoi pensieri.
"Un discorso molto toccante, dottor Vasirani, molto poetico. Ma non si vive di poesia, la poesia non si mangia, non paga i conti e non fa andare avanti le cose. Quindi la mia decisione rimane invariata." Queste parole piovvero su Andrea con la violenza ed il peso di altrettanti massi. Richiuse la bocca e lo fissò muto. La sua riserva di chiacchiere, che molti nel corso degli anni avevano ritenuto inesauribile, si era bruscamente esaurita. Si sentì umiliato, da quel confronto, e gli sembrò che il suo stomaco scivolasse d'improvviso molto in basso. Non riuscì a reagire in alcun modo allo sguardo duro che gli veniva rivolto e iniziava a chiedersi in quale modo avrebbe potuto sgattaiolare dignitosamente fuori dalla stanza, quando Dario si schiarì educatamente la voce, attirando l'atrenzione su di sé. Lo stesso sorriso di poco prima gli sfavillava in viso, forse appena più ampio, adesso, e di eccezionale dolcezza.
"E non avete per caso preso in considerazione, oh, dico, per caso, che potrese perdere un sacco di persone valide in conseguenza a questa vostra decisione? Perché lo sapete anche voi, che il dottor Vasirani è bravo, a tenere insieme le persone, e lei, ad esempio, no. Lo sapete, vero?"
"Dottor Malatesta." Rispose l'uomo visibilmente irritato "un atteggiamento del genere è quanto meno deludente, da parte sua. Forse non ha un'idea ben chiara di quello che sta dicendo. Permetta che le chiarisca il concetto." A quella retorica premessa seguì una descrizione dettagliata dei motivi che avevano sotteso la decisione di licenziare Andrea. Dopo appena poche frasi, Dario, con un gesto di scusa, prese quello stesso foglio che Andrea gli aveva portato.
"Ne avete una copia, suppongo?" Chiese con voce sommessa, prima di rovesciarlo e, estratta una penna dal taschino, cominciare a scrivere sul retro bianco.
L'uomo dietro la scrivania continuò a parlare, dopo aver appena aggrottato le sopracciglia. Da tempo, ormai, si era abituato alle piccole stravaganze di quell'uomo.
Quando ogni più piccolo dettaglio fu sviscerato e il flusso di parole si fu esaurito, quando ormai Andrea riteneva che ciò che stava accadendo in quella stanza non fosse altro che un piano, ben coreografato, per fustigarlo moralmente prima di cacciarlo e stava seriamente valutando l'ipotesi di prendere a pugni la nuca bionda diligentemente china su quello che aveva tutta l'aria di un foglio di appunti, Dario si voltò verso di lui.
"Dimmi, Vasirani, per caso ci sono delle eccezioni particolari alla validità dei documenti scritti a mano? Valgono lo stesso, in ogni caso?"
"Ah, si, certo. Gli scritti olrafi sono...beh, si, valgono, in ogni caso." L'altro annuì e posò la pagina scritta a mano sul piano lustro della scrivania, riponendo la penna nel taschino.
"Me ne vado. Io con gente che tratta così i dipendenti non ci lavoro."
"Dottor Malatesta, le ricordo solo che nel suo contratto sono previsti otto mesi di preavviso."
"Giusto. Corretto. Dì, Vasirani, facendo un po' di magie ce la facciamo, a farmeli fare a casa? Non so, aspettativa, ferie, malattia, quello che ti pare." Andrea aveva capito il gioco e ridacchiò.
"Nessun problema. Consideralo fatto." Dario gli sorrise di rimando e gli fece un cenno, prima di avviarsi alla porta.
Ripercorsero il corridoio in senso inverso.
"Malatesta, ti sei appena licenziato."
"Lo so." Dario appariva freddo e quasi annoiato.
"Ti sei licenziato perché avevano licenziato me!" Il tono di Andrea era basso, cospiratorio.
"No, Vasirani, mi sono licenziato perché mi fa schifo lavorare in un posto dove trattano le persone in questa maniera." Erano ormai alla porta dell'ufficio da cui erano partiti una mezz'ora prima. La mano di Andrea si chiuse sul bicipite dell'altro, in alto, verso la spalla.
"Senti, Dario...sei matto, ma se un amico. Davvero." Gli occhi chiari dell'uno si fermarono qualche secondo sulle iridi verde scuro dell'altro, in uno sguardo che ad Andrea apparve indecifrabile. Poi Dario si scrollò di dosso la sua mano, con un gesto  brusco.
"Ti ho già detto che non mi piace essere toccato."
"Scusa." Entrarono nella stanza spoglia e si sedettero. "Adesso rimane da decidere cosa fare. Tu cosa fai? Insomma, come glielo dici alla cuginetta, quello che è successo?" Ora che l'adrenalina stava calando, il panico ricominciava a fare capolino nella voce di Andrea. "Perché io non so come dirlo, a Elena. Nè a mia mamma. Insomma, che cosa gli racconto, a quelle due?"
"Mah." Rispose l'altro fissando il soffitto "potresti provare con la verità. Solo per ipotesi, eh?"
"Che stronzo! È ovvio che gli dico la verità, ma non so come. Insomma, è un bel casino, fidati. Elena lavora, ma mia mamma no, quindi abbiamo due affitti, e non so come faremo a...a fare tutto, ecco. Dio!" Esclamò scrollando la testa. Dario sbuffò seccato.
"Dico, ce la fai a fare la voce ferma per dieci minuti? Pensi di riuscire in questa impresa disumana?"
"Senti, non sono mica tutti come te, sai? C'è anche gente che ha dei sentimenti, al mondo!"
"Si, immagino la delicata complicatezza della tua visione. Adesso fai il santo piacere di smetterla di frignare dieci minuti e chiamare quelle due. Tre parole, spieghi cosa è successo e che gli dici il resto a casa."
"Ma..."
"Telefona. Se fa tanto di crollarti addosso tutto non lo fai più." Gli assicurò l'altro spingendo il telefono nero sulla scrivania verso di lui. Mentre Andrea parlava, Dario si accese una sigaretta.
"Cosa fai?" Chiese andrea in tono scandalizzato "fumi qui dentro?" L'altro gli rivolse uno sguardo perplesso.
"Perchè, dici che mi licenziano?" Gli domandò ironico scrollando la cenere nel cestino dei rifiuti. "Dai, andiamo a casa." Andrea scrollò la testa. Si sentiva svuotato.
"Non mi va. Tutto quel tempo da solo..."
"E allora vieni da me, rompicoglioni! Dai! Animo!"
Si alzarono ed uscirono insieme dall'edificio.

giovedì 28 agosto 2014

24

Fu un lungo abbraccio, quello che condivisero sul letto ingombro di buste. Con le braccia strette ognuno attorno al corpo dell'altro, Bea con la sensazione, sempre più vivida, di essere finalmente al sicuro, a casa, dove nulla di male avrebbe potuto sfiorarla, e Dario che covava quasi con gelosia la scintilla di incondizionata approvazione che lei gli aveva acceso in petto. Era un sollievo indescrivibile per lui, l'idea stessa di averle messo il suo passato fra le mani e che, ora, non ci fosse più nulla da raccontare né da nascondere. Ogni cosa era stata vista, alla luce, senza la difficoltà di dover affrontare lunghe ed estenuanti discussioni in cui dire la cosa sbagliate era, più che un timore, una scomoda certezza. Era a posto, pulito, dentro e fuori. E lei lo voleva, anche ora che sapeva ogni dettaglio. Lo voleva davvero, era in grado di sentire il suo amore avvolgerlo lento e costante, come il calore irradiato da una fonte piccola ma potente. Qualcosa nel suo profondo, tanto a fondo che nemmeno seppe dire di cosa potesse trattarsi, torno al suo posto con un piccolo scatto, come un osso che ritorni in sede dopo una dolorosa slogatura. Stava bene. Bene, sul serio, senza meno.
Bea non avrebbe voluto staccarsi mai dal suo abbraccio. In esso avvertiva molto di ciò che le era mancato, di quello che invocava nelle lunghe notti solitarie in cui il sonno sembrava incapace di vincerla. Il ritmo del respiro di lui, quello del suo cuore, come una musica sommessa e potente, forse Wagner ad un volume appena udibile, riflettè fra sé con un sorriso, la cullava e la ipnotizzava insieme. Poteva sentire con chiarezza la forza insita nel suo abbraccio, quella sensazione di acciaio appena ricoperto da carne e pelle che lui aveva sempre portato con sé,  e ne era rassicurata. Ripensò alle sue parole del giorno prima. 'Sono grande adesso' le aveva detto 'sono forte.' E, per la prima volta da che si erano reincontrati, Bea iniziò a pensare che fosse vero. Che tutti quegli anni non l'avessero spezzato, infranto come un'idolo caduto, ma innescato, in una qualche oscura maniera, come un qualche genere di  esplosivo, e che ora, una volta che l'esplosione era avvenuta, che l'olocausto si era consumato, lui potesse emergere di nuovo in tutta la sua potenza. Perché non c'era debolezza, in quello che sentiva emanare da lui. Solo una sensazione di quieta inarrestabilità, come un macchinario immobile, ma che, una volta messo in movimento, avrebbe potuto compiere opere straodinarie.
Dopo molti anni, per la prima volta, le parve che i muscoli contratti ed annodati del suo petto e del suo ventre accennassero ad allentarsi.
"Ho anche una sorpresa per te, oggi" le disse lui sciogliendo lentamente le braccia.
"Che sorpresa?"
"Non te lo dico. Se no non è una sorpresa." Le rispose. La osservò per un momento. "Stai bene? Sul serio?"
"Sto benissimo, Darietto. Mai stata meglio in tanti anni." Disse Bea stiracchiandosi all'indietro. Dario si ritrovò a sogghignare.
"Ti credo."
"Non vedo perché non dovresti credermi. Come mai hai quella faccia?"
"Mi hai chiamato Darietto. Era da un bel pezzo che nessuno mi chiamava così." Lei gli accarezzò il viso. Era bello vedere quanto fosse tranquillo, rilassato, ora che tutto era stato detto. Le parve di rivedere quell'espressione pigra e sorniona, da gatto, che aveva tanto amato negli anni della sua fanciullezza.
"Hai fame? Vuoi pranzare?" Gli chiese senza smettere di carezzare il suo volto e i suoi capelli. Lui annuì.
"Ovvio. È l'una passata! E tu? Ce la fai a mangiare qualcosa?"
"Direi di si. Dì, ne abbiamo ancora di quella roba strana che hai fatto ieri a cena?"
"La roba strana si chiama 'gratin di verdure'. Si, perché?"
"Mah, così, ne ho voglia." Gli rispose Bea alzandosi dal letto e avviandosi verso la cucina. Dario la seguì stupefatto: non l'aveva mai sentita dire, nella loro vita adulta, che aveva voglia di mangiare qualcosa. Era tanto preso nel considerare questo piccolo miracolo, che nemmeno si accorse che stava lasciando la camera da letto in disordine, invasa dalle sue lettere e con il copriletto malamente arrotolato.
Pranzarono seduti uno di fronte all'altra, come ai vecchi tempi, e Bea davvero mangiò per conto suo, ascoltandolo chiacchierare fra una forchettata e l'altra. Dario seguiva senza parere il viavai della forchetta nel piatto di lei, sentendo ondate di esultanza ad ogni boccone che ingoiava, come se si trattasse di altrettante vittorie. Quando lei posò la forchetta e si dichiarò sazia, si offrì di prepararle un caffè senza osare pronunciare la benché minima osservazione.
Mancavano ancora tre ore al momento in cui la madre di Vasirani sarebbe arrivata per accompagnarli da Dora e ognuno di loro decise di occuparle a modo suo. Bea si sistemò sul divano, affondata fra i cuscini, con un paio di libri e Dario si rifugiò nello studio, avendo cura di lasciare la porta aperta. Non gli piaceva che lei si sentisse in obbligo di bussare.
Quando bussarono alla porta di ingresso, fu Beatrice ad aprire.
"Oh, ciao Andrea. Accomodati, come va?" Gli chiese facendogli cenno d'entrare. Vasirani la guardò stranito.
"Cosa vi piglia oggi? Vi siete drogati?"
"Chi?"
"Tu e il cuginetto. Tutti gentili, carini, mi fate quasi paura. Non è che volete mangiarmi, no?" Bea gli diede uno sguardo incuriosito.
"Perchè, hai visto Dario oggi?" Andrea scrollò la testa sconsolato.
"Dio mio. Si, l'ho visto. Comunque, dove si è andato a ficcare, che dobbiamo andare? Mia mamma aspetta in macchina."
"È nello studio, quella porta lì. Dove andate?"
"Non te l'ha detto?" Chiese stranito. "Aspetta, posso entrare nel sancta sanctorum o muoio sul colpo?" Bea gli sorrise.
"Vai, vai, che non muori. Almeno non sul colpo. Di solito ci vuole un po'."
Sbuffando una mezza risata, Andrea attraversò l'ingresso ed entrò nella stanza che gli aveva indicato Bea. Appena oltrepassata la soglia si fermò, guardandosi attorno con aria smarrita. Dario lo osservava divertito da dietro la scrivania.
La parete di fondo, opposta alla porta, ospitava un'ampia finestra velata di sottili tende bianche, simili a garza, che parevano fondersi nel legno dell'infisso, altrettanto bianco. Le pareti, il soffitto alto, perfino il semplice lampadario conico che pendeva dal soffitto, erano del medesimo tono di bianco, come pure la scrivania. Il legno della libreria, che occupava in pieno entrabi i muri, da una parte e dall'altra della porta, dal pavimento al soffitto, era stato verniciato con la medesima tinta della parete, tanto che ne pareva una sporgenza naturale. Al suo interno ospitava centinaia di volumi, ognuno incartato con spessa, anonima carta bianca.
"Vasirani, chiudi la bocca, ci entrano le mosche." Gli disse dopo qualche tempo Dario, facendolo sussultare.
"Tu sei malato." Dario si mise a ridere sommessamente. "No, compare, sul serio. Fatti curare. Porco cazzo!" La risata di Dario si intensificò e lui rovesciò la testa all'indietro lasciandola sgorgare liberamente. Gli appariva tanto comico, il palese smarrimento di Andrea di fronte a quella che lui considerava la sua stanza, che non riusciva in alcun modo a trattenersi. "Ma cosa ridi!" Lo censurò l'altro, sinceramente inquietato da ciò che aveva visto. Dalla porta fece capolino Beatrice, con un sorrisetto.
"Che succede?"
"Vasirani non apprezza il mio senso estetico, credo." Le rispose Dario, riprendendo il controllo. Gli occhi di Andrea cercarono quelli di Beatrice, quasi supplicandola di spiegargli cosa ci fosse di comico.
"Non badarci, amore, lo sai che Andrea è strano." Gli rispose lei mentre il suo sorriso si ampliava lasciando scorgere i denti. Quando era entrata per la prima volta in quella stanza, nemmeno lei era rimasta indifferente. Le era parso di vedere l'anima di Dario messa a nudo, il suo conteso perfetto, e l'aveva amata fin dal primo istante.
"Ah, io sono strano. Certo. Logico."
"Cominque, Vasirani, è ora di andare?" Chiese Dario con piglio deciso, alzandosi dalla sedia. Non appena vide l'altro annuire, si rivolse a Bea. "Amore, vai a cambiarti. Usciamo."
"Cinque minuti e sono pronta." Rispose lei sparendo dalla soglia. Andrea dissentì debolmente.
"E cose sul tipo 'dove andiamo?' Suppongo siano proibite, qui. Cioè, se lo dicessi io a Elena..." Dario uscì dallo studio e richiuse la porta alle loro spalle, prima di sfilare il pacchetto di sigarette  ormai gualcito dal taschino della camicia che portava sotto la leggera maglia di lana e scrollarlo per accenderne una. Strizzò un occhio per proteggerlo dal fumo.
"Ma tu non sei me. E Bea non è Elena. Noi siamo una cosa a parte."
"E me ne sono accorto. Dì,  come cazzo ti è venuto in mente di mettere una stanza in quel modo?"
"Mi piace. Mi rilassa." Rispose l'altro stringendosi nelle spalle.
"Ah. E sei sempre stato così o c'è stato un peggioramento negli ultimi anni, scusa?"
"Direi sempre stato. Ma perché, a te non piace il bianco?"
"Si, Malatesta. Mi piace anche la birra, ma non ci faccio il bagno. Per dire."
In quella scese Beatrice, allacciandosi un orecchino. Quasi in un riflesso involontario, Dario diede una sbirciata all'orologio e assunse um'aria soddisfatta,  vedendo che era in anticipo di quasi un minuto intero. La contemplò con aria gongolante.
"Sei splendida." Le sussurrò,  sfilandosi la sigarett di bocca e porgendogliela. Lei ne fumò la seconda metà mentre uscivano di casa.
Dario osservò critico Liliana seduta nell'auto di Andrea. Lei scese e la presentarono a Beatrice.
"Prendiamo la mia macchina." Annunciò poi Dario. Andrea si volse piccato.
"Posso sapere per quale motivo?" La macchina di Andrea era parcheggiata a pochi metri da quella dell'amico, che le indicò entrambe senza parlare. Schiacciata dalla semplice superiorità della mole, la Golf argento di Andrea appariva minuscola, accanto alla berlina BMW di Dario. Liliana annuì.
"Si, prendiamo la sua. Bella. Sfacciata come una battona, ma bella. Che roba è?"
"Una serie cinque, signora. È spaziosa." La donna si avviò verso l'auto rossa, lanciando una lunga occhiata di valutazione e, quasi, di curiosità a Beatrice, che la ricambiò con uno sguardo di educata considerazione, poi fece cenno al figlio, che era rimasto a rimuginare sul marciapiedi.
"Allora, dai, facciamo tardi!"
"Ma perché le tue cose sono sempre più belle delle mie?" Sussurrò irritato Andrea a Dario passandogli accanto. L'altro alzò le mani, le chiavi strette nella destra, in un gesto di pace.
"Dai, Vasirani, non ti arrabbiare. Mica è colpa mia."
"Si, si, non è mai colpa tua. Figurati." Mugugnò Andrea avvicinandosi all'auto con aria cupa. Il suo solito sorriso era evaporato.
Liliana si accaparrò il posto accanto a quello di guida, sistemandosi con un sospiro soddisfatto sul sedile di morbida pelle chiara.
Dopo un paio di minuti di secche indicazioni estemporanee, Dario accostò al marciapiedi con um'aria di pazienza angelica che gli irradiava dal viso. Uma sola occhiata bastò a Beatrice per corrugare la fronte e sibilare piano fra i denti alla volta di Andrea, seduto al suo fianco, che guardava alternativamente lei e l'amico al posto di guoda con aria di incomprensione.
"Beh? Cosa succede? Perché ti sei fermato?" Domandò Liliana spalancando gli occhi. Dario si schiarì la voce e posò entrambe le mani sul volante, prima di rispondere.
"Signora."
"Liliana." Gli ricordò lei. Dario annuì stringendo le labbra fin quasina farle sparire.
"Liliana." Ricominciò "dobbiamo prendere una decisione. O lei mi dice l'indirizzo e io guido, oppure guida lei."
"E questo cosa vorrebbe dire?" Chiese lei piccata. Andrea iniziò a ridere senza emettere alcun suono sul sedile posteriore.
"Vuole dire, signora, Liliana, che se guido io preferirei non essere fatto oggetto di commenti continuativi. Mi rende nervoso." La voce di Dario era modulata e dolce, quasi le stesse facendo un elaborato complimento.
"Va bene, allora, se sei tanto permaloso, ti dò l'indirizzo e taccio. Se proprio devo tacere! Basta che non arriviamo tardi, che Theodora ci tiene tantissimo alla puntualità e le ho detto che arrivavamo alle cinque e mezza." Bea, che si era involontariamente ritratta sul sedile, in atresa di un qualche genere di scontro verbale, si proiettò in avanti fino a sporgersi fra i due seggiolini anteriori. Un formicolio di speranza e di riconoscimento, come una mi uscola scarica elettrica, le era scaturito dentro nel sentire quel nome.
"Theodora? Dora? Mi stai portando da Dora?" Dario lasciò ricadere il capo contro il poggiatesta.
"Ma porca paletta, volevo farti una sorpresa!" Si lamentò bonariamente. Bea si sporse ancora, fin quasi ad incastrare le spalle fra i sedili, e lo abbracciò, circondando il seggiolino insieme alla sua schiena. Gli schioccò un grosso bacio sul viso. Le si era allargato in volto un sorriso tantoo grande da farla sembrare poco più di uma bambina.
"Allora ci andiamo davvero? È lei!" Lui annuì posando le mani sulle sue, contagiato dal suo entusiasmo. "Ma non possiamo presentarci così, amore! Non le portiamo niente, ci andiamo a mani vuote?"
"Bea, ma non c'è il tempo di..." lei lo strinse ancora di più.
"Accelera, allora. Lo dobbiamo trovare, il tempo, va bene?"
"Sissignora. Tutto quello che vuoi tu." Rispose Dario innestando la marcia. Si volse verso Liliana che guardava Andrea, girata all'indietro, rendendosi conto che fra i due stava passando una qualchensorta di muta comunicazione.
"Liliana, per favore, indirizzo." Lei enunciò via e numero civico, iniziando a dargli qualche indicazione. Mentre si staccava dal marciapiedi reimmettendosi in carreggiata, Dario sollevò una mano alla sua volta, fermandola.
"È sufficiente, grazie." Liliana chiuse la bocca tanto precipitosamente da apparire comica, prima di volgersi di nuovo verso il figlio.
"Si, forse hai ragione. Un filo stronzo lo è."
"Non mi pare proprio il caso..." la voce di Beatrice si levò minacciosa dal sedile posteriore.
"Bea, non fa niente. Davvero." Gli occhi di lei incontrarono i suoi, per una frazione di secondo, nello specchietto retrovisore, prima che si riappoggiasse allo schienale fissando la nuca di Liliana con aria temporalesca.
"Si, Dario." Disse poi.
"Accidenti, ma allora sei addomesticata! Incredibile! E come ci riesce, dì? Fate esercizio tutte le sere o ti mette in punizione se disobbedisci?"
"Fottiti, Vasirani." Sibilò lei indispettita.
"Bambini, buoni tutti e tre! Adesso, subito." Disse Liliana in tono autorevole. Il silenzio calò nell'auto rapido e pesante come una lama e lei si guardò attorno con aria divertita, prima di voltarsi di nuovo verso la strada.
Dario guidò come un pazzo per guadagnare tempo. Erano ad un paio di incroci di distanza, quando la voce di Bea si levò improvvisa.
"Fermati fermati fermati!" Quasi strillò. Senza riflettere, Dario fece come gli chiedeva. Non fece a tempo a girarsi per domandarle cosa fosse successo di tanto grave, che lei già si era proiettata fuori dell'auto e stava attraversando la strada.
"Dove scappa la cuginetta?" Chiese Andrea stupito. Dario percorse con lo sguardo la fila di vetrine che si affacciavano sul marciapiedi prima di sfoderare un ampio sorriso.
"Direi dal fioraio." Gli rispose. Bea tornò più velocemente che poté, portando un voluminoso mazzo di fiori dai colori sgargianti, con gigli purpurei e spatifolie rosso vivo. Lui le rivolse uno sguardo di apprezzamento.
"Bel colpo, Bea." Commentò laconico prima di ripartire.
Poco dopo uscivano dall'auto, sotto il grande condominio verde cupo in cui abitava Dora. Bea e Dario si avvicinarono spalla a spalla, in un gesto tanto abituale quanto inconsapevole, rimanendo immobili a fissare l'edificio. Entrambi si sentivano emozionati e spaventati. Desideravano rivederla e, allo stesso tempo, temevano di scoprire di non essere stati altro che un lavoro, per lei. Dario le scoccò un'occhiata e subito riportò lo sguardo a ciò che avevano di fronte. Lei trovò la sua mano e la strinse. Ora che potevano farlo anche di fronte a tutti, non aveva senso che si trattenessero per pudore. Le dita di lui si strinsero sulle sue, serrandole in una stretta quasi dolorosa. Parevano due bambini persi in una foresta delle fiabe, di fronte al palazzo di una fata, sbucato per incanto nel mezzo di una foresta. Fu Liliana a rompere l'incanto.
"Allora, andiamo?" Chiese con aria comprensiva.
"Lei lo sa che stiamo arrivando noi?" Le domandò Beatrice di rimando. La donna scosse il capo.
"Siete una sorpresa. Le ho detto solo che sarei andata a trovarla." Si avviarono, esitanti, col cuore gravato dai medesimi interrogativi. Si domandavano se la loro visita sarebbe stata una seccatura, per lei, se avevano avuto un valore nella sua vita pari a quello che lei aveva avuto nella loro. E soprattutto, come sempre, cosa avrebbe detto vedendoli insieme. Durante il lentissimo viaggio in ascensore, si scambiarono uno sguardo in cui ognuno riconobbe la propria paura negli occhi dell'altro e, senza bisogno di parole, si offrirono reciproca consolazione.
Andrea stava alle loro spalle, osservandoli senza riuscire a capire tutto il nervosismo che dimostravano. Gli sembrava eccessivo, quasi frutto di una finzione. Diede loro mentalmente degli esagerati melodrammatici, mentre le porte finalmente si aprivano su un pianerottolo spoglio ma lustro.
Liliana si avvicinò ad uma delle porte e suonò, facendo loro cenno di attendere. Una voce dall'interno gridò di entrare, chenla porta era aperta, e, dopo un nuovo cenno, stavolta di invito, entrarono in un corto corridoio che sfociava in una sala immacolata, con un tavolo rotondo di fronte ad un'ampia finestra e un certo numero di centrini inamidati che si affollavano su ogni superficie disponibile alla vista. Un buon odore di licido per mobili e cucina si spandeva come un benvenuto nell'aria luminosa.
Bea e Dario erano in fondo al corridoio e Liliana già in sala, quando Dora fece il suo ingresso da quella che era evidentemente la cucina, pulendosi le mani nel grembiule.
Li osservò per una frazione di secondo, gli occhi che le andavano dall'uno all'altra e ritorno, come seguendo uno scambio di tennis, prima di portarsi le mani alla bocca.
"I miei bambini!" Esclamò a voce bassa prima e "signorini!" Quasi urlò poi, tendendo loro le mani.
Andrea osservò la scena accanto a sua madre, sentendosi crudele per ciò che aveva pensato poco prima riguardo la loro esagerazione.
Il primo ad arrivare fu Dario. Dovette chinarsi parecchio per abbracciarla, ma lo fece senza un attimo di esitazione. Nello stringere le braccia attorno alla donna paffuta e tozza, i suoi occhi si chiusero e poi si strinsero, in un'espressione di estrema emozione. Bea rimaneva un passo indietro, nascosta dal grande mazzo di fiori rossi. Ci rimase per una decina di secondi, quasi intimidita, fino a quando Dora non agitò il braccio libero nella sua direzione. A quel punto lasciò cadere i fiori sul tavolo e si precipitò ad abbracciarla anche lei.
Dora li strinse con una forza che pareva quasi ferocia, come temesse che le venissero strappati dalle braccia.
Quando si staccarono, la donna non li lasciò, ma continuò a tenere un braccio attorno a ciascuno di loro. Pareva non saziarsi di rimirarli e di dire loro quanto fossero diventati belli. Fece scorrere la mano su Dario,  che arrossì.
"Signorino, sei un uomo, ormai, guarda. Con anche la barba! E come sei alto! E come sei bello! Sei più bello di tuo padre! Che cosa brutta, rovinare così la tua bocca, ci ho pianto tanti giorni, quando è successo! E, dimmi, stai bene? Sei bravo, lavori, hai studiato?"
"Si, Dora. Io volevo venire prima, ma...ecco, lo so che dovevo, ma non..." Andrea distolse gli occhi. Non sopportava la vista delle lacrime che si andavano addensando negli occhi di Dario. "Perdonami, Dora. Non ci sono scuse." Lei gli sorrise beata, come fosse fiera di tanta contrizione.
"Non fa niente, non fa niente. E guarda la mia signorina, come si è fatta bella! Sembri una di quelle modelle che fanno vedere! Dio lo sa, che avevo paura di non vederti più. Non dovevano mandarti via, povera signorina, chissà la paura che hai avuto!" Bea non riusciva a parlare. "E ti hanno messo gli occhiali, ma l'ho sempre detto, io, che leggi troppo! Ti consumi! Guarda come sei magra, uno scheletro. Poveri i miei signorini! Sedetevi!" Bea recuperò i fiori dal tavolo e glieli porse.
"Perdonaci, Dora. Ti meriteresti di più." Lei schioccò piano la lingua, nel modo che usava per rimproverarli quando erano bambini.
"Sono molto belli, invece. Molto." Disse, accarezzandone le corolle con mano leggera. Guardò di nuovo entrambi, senza riuscirsi a capacitare di quanto apparissero adulti, tutto ad un tratto, e si sedette fra loro, prendendo una mano a ciascuno.
"Davvero sei troppo magra, signorina, troppo! Non hai più mangiato come si deve, da quando sei caduta con la moto! Dovresti farla mangiare di più!" Disse rivolta a Dario,  che si affrettò a protestare la propria innocenza.
"Ma io ci provo, Dora! Te lo giuro!" Lei lo osservò da vicino, sporgendo la testa verso di lui.
"Tu non stai bene, signorino, cos'hai? Sei pallido." Lui scosse la testa. Non aveva mai capito come facesse a scoprirlo ogni volta.
"Sto bene. Davvero."
"Se dici che stai bene, allora magari stai bene. Chissà. E ditemi, siete sposati? Avete bambini?" Dario e Beatrice si guardarono da sopra il tavolo e poi, senza rispondere, si presero la mano, sulla superficie lucida coperta da uno spesso centrino a filet, di fronte a lei. La reazione di Dora li indusse ad un sorriso.
"State insieme? Insieme fra di voi?" Chiese, con un lampo negli occhi che era quasi di ferocia. "Bene!" Esclamò poi, senza attendere altra risposta "Bene!" Ripeté, accompagnando la parola con un vigoroso cenno d'assenso. "Io l'avevo detto alla signora che non doveva dividervi!"
"Veramente? Cioè, almeno tu avevi capito che ci volevamo bene?" Dora scoppiò in una risata tintinnante.
"Mi pensate cieca? Certo che lo sapevo. Ero felice. Da noi" disse, come sottintendendo 'nei paesi civili' "spesso ci si sposa fra cugini. È normale. Io ho detto alla signora che era brutto separarvi, che doveva lasciarvi sposare. Soprattutto" disse poi scoccando un'occhiata di riprovazione a Dario "dopo quello che avevate combinato. Questo non me lo aspettavo, da due bravi ragazzi come voi. Io pensavo che vi voleste bene senza fare cose vergognose." Dario si fece piccolo e chiese scusa.
"E la zia cosa ti ha risposto, Dora? Quando gliel'hai detto?" Chiese Bea. In tutti quegli anni, non aveva avuto idea che qualcuno avesse mai interceduto per loro. Dora schioccò di nuovo la lingua.
"La signora ha detto che non servivo più,  grazie tante, ma potevo stare a casa." Un secondo di silenzio indignato seguì le parole di Dora. In quel breve lasso di tempo si inserì, perentoria, la voce di Liliana.
"Noi andiamo a fare due passi!" Disse tirando il figlio, che avrebbe voluto assistere al resto del dialogo, per la manica "torniamo magari...fra un'ora?" Gli occhi di Dario, spalancati, vitrei, si posarono su di loro. Aveva completamente dimenticato la loro presenza. Bea gli strinse appena le dita, comunicandogli che avrebbe risposto lei.
"Fra un'ora va benissimo, grazie. E scusate per il disturbo." Rispose cortese. Liliana annuì con un sorriso educato e, dopo un'ulteriore, lunga occhiata a Beatrice, sparì per il corridoio con la mano saldamente agganciata all'incavondel braccio di Andrea, come ad impedirgli di fuggire.
Bea seguì con lo sguardo la loro uscita e, non appena lo schiocco sommesso della serratura risuonò nell'appartamento, si volse verso Dora.
"Quella brutta ipocrita velenosa ha avuto il coraggio di licenziarti?" Chiese. La sua voce era bassa e conteneva una npta dinfreddezza che fece rizzare inpeli sulle braccia di Dario. Non aveva mai sentito quella punta di ghiaccio nella voce di lei, ma le sue orecchie la riconobbero con agghiacciante prontezza come la medesima che sottendeva la voce di zio Dolfo, suo padre, come il sapore amaro di una medicina nascosto in un dolce. La guardò negli occhi e, dietro il riflesso pallido del suo stesso viso nelle lenti degli occhiali, vide la lucida assenza di sentimento di un rettile. In quel momento Beatrice somigliava a suo padre tanto quanto è possibile ad una figlia somigliarvi e lui si chiese, per la prima volta nella vita, chi potesse essere tanto stupido da cercare di contrastarla.
Anche Dora guardò Bea e, vedendo in lei la stessa rabbia caparbia e razionale che la animava da bambina, quando Lucio decideva di strapazzare il figlio davanti ai suoi occhi, le salì alla gola un nodo di gratitudine per il suo affetto, insieme ad un verso di disapprovazione.
"Signorina. La signora aveva le sue ragioni. E non ha fatto niente fuori dal suo diritto. Non voglio vedere che fai quella faccia. È stato tanto tempo fa e poi noi dobbiamo essere buoni. Te l'ho sempre detto, io, che devi essere buona." Istantaneamente, il viso di Bea perse quella sua vorace fissità per ritornare alla sua solita, espressiva mobilità,  componendosi in una smorfia caparbia.
"Beh, lei non è stata buona affatto, però."
"Io non credo che esista una peraona che è stata sempre buona, dopo Gesù. Tutti facciamo cose brutte. Lei credeva di fare bene, di proteggere il suo bambino." Disse dolcemente Dora, toccando la spalla di Dario. "Una madre farebbe anche cose molto brutte, per proteggere il suo bambino." Lui sporse le labbra ricordando come, dopo aver scoperto la relazione fra lui e Beatrice, la madre avesse cessato, di colpo, di tratrarlo come il figlio prediletto chenera sempre stato, per passare non meno di quattro anni ad ignorarlo, nel migliore dei casi. Sinera redento ai suoi occhi solo quando aveva chinato il capo e si era presentato a casa accanto a stella, propriamente abbigliato e con una serie di brillanti risultati ordinatamente incolonnati nel libretto universitario. Se quello era il concetto che sua madre aveva di punizione, forse c'era una spiegazione ben più che valida alla sua passione per zio Dolfo.
"Mi dispiace tanto, Dora." Le disse, allungando le dita candide per sfiorare la mano piccola e rovinata di lei "se l'avessi saputo, avrei fatto qualcosa. Sul serio. E poi ha ragione Bea. Mia madre si è comportata da ipocrita sia con lei che con te. Non si merita la tua bontà."
"Adesso fate i bravi, signorini, non fatemi stare in pensiero. Promettete che lasciate in pace la signora Sissi." Chiese lei. Beatrice sorrise con aria astuta.
"Solo se la pianti di chiamarci signorini. Mi sento in un romanzo dell'ottocento!"
"Si, giusto." Rincarò Dario "altrimenti ci mettiamo a chiamarti Signora Fulano!" E se il significato della sua frase suonava come una scherzosa minaccia, nella sua voce non c'era traccia di scherzo. Era pallido e serio come non mai, con gli occhi che lampeggiavano ardendo come di una febbre interiore.
Dora si alzò dal tavolo, con un'espressione di estrema dolcezza, strofinandosi, quasi come per una lu ga abitudine, le maninel grembiule di stoffa che teneva ancora allacciato in vita. Gli posò di nuovo la mano sulla spalla, teneramente, nel gesto più di una madre che di una vecchia amica.
"Adesso vado in cucina e vi porto qualcosa. Qualcosa di buono, per tutti." Gli disse con tono di consolazione. Bea si era sporta sul tavolo per prendergli le mani e le stava stringendo fra le sue. Pareva che non fosse riuscito a nascondere ai loro occhi esperti il profondo turbamento che gli aveva causato ciò che era venuto a sapere, ma già si sentiva meglio, gli pareva che le cose, che nella sua mente di norma turbinavano fino al momento in cui le schiacciava, con tutta la sua forza, verso il basso, più in basso che poteva, stavolta si stessere incasellando docilmente senza procurargli alcun fastidio. Dora gli voleva bene. Bea lo amava. Tutto era a posto. Tutto sarebbe stato a posto molto prima, se solo lui avesse trovato il coraggio e la forza necessari per tenere accanto a sé le persoone che amava, ora lo sapeva, ma la cosa, nonostante tutto, non gli sembrava avere un'importanza eccessiva. Ora sentiva di poter fare tutto quanto si rivelasse necessario perché nulla venisse più a turbare l'ordine delle cose. E che chiunque avesse deciso di attentare a quell'ordine si sentisse ben certo di ciò che faceva, perché tutti gli anni passati a subire la sua famiglia avevano decisamente esaurito la sua pazienza.
Liberò con gentilezza una mano dalla stretta di Beatrice e la posò su quella di Dora. Le strinse entrambe, la mano ruvida della donna più anziana e quella fragile, sottile della sua donna. Sentiva sul viso i loro sguardi carichi di amore, mentre un silenzio riposante calava su di loro come una benedizione.
"Lascia, Dora. Stasera ti invitiamo a cena. Se vuoi, cucino io. Sono bravo."
"Il signorino sa cucinare?" Gli chiese lei con aria dubbiosa.
"È bravissimo, Dora. Ma si chiama Dario, non signorino. E io Bea."
"Sono curiosa. Si, vengo a cena." Annuì lei decisa risedendosi. Dario ridacchiò felice.
Dora li osservava, l'uno e l'altra, senza riuscire a smettere di passare dal volto di lui a quello di lei, dalle mani larghe e sottili educatamente posate sul piano del tavolo, a quelle piccole e affusolare che giocherellavano con il centrino senza trovare riposo.
Ricordava il giorno in cui le era stato posato fra le braccia quel bambino, nato da poche ore appena, per la prima volta. Amava i bambini, lei, li aveva sempre amati, ma la vita o il destino non gliene avevano concessi dei propri, così come non le era stato concesso un marito, nonostante l'avesse desiderato, e molto. Semplicemente, non era mai successo.
Ma quel bimbo paffuto, dolce, che si svegliava già sorridente, le aveva colmato il cuore come fosse carne della sua carne. L'aveva visto crescere e si era dispiaciuta della solitudine che lo attorniava, senza comprendere la signora, che aveva deciso, coscientemente e consapevolmente, di non avere altri figli. Lo vedeva giocare solo, buono buono, per ore e ore, alzando gli occhi di tanto in tanto solo per riabbassarli con un gesto rassegnato, e le si stringeva il cuore. Nella sua famiglia non esistevano figli unici, lei stessa aveva cinque fra fratelli e sorelle, e aveva rimpianto molte volte di non avere alcuna possibilità di portare qualcuno dei suoi molteplici nipotini a giocare con lui. La signora sosteneva che un bambino solo faceva baccano a sufficienza,  grazie tante.
E poi, in un soffocante principio di luglio, una macchina aveva scaricato nella sua cucina Beatrice, minuta e curiosa come un uccellino, spavalda come un maschio e rumorosa come un'intera banda di ottoni. Qualcosa nello sguardo ombroso e nella parlata aggressiva di quella bambina avevano parlato al cuore di Dora, inducendola ad amarla da subito, dal primo momento, prima ancora di conoscere la sua storia. Era felice di vederli insieme, di sentirseli giocare accanto, finalmente col fracasso normale dei giochi infantili, di rispondere alle loro mille domande.
Ogni volta che li vedeva trattati con quella che le pareva una durezza eccessiva, il tipo di durezza che si può usare con un adulto incontrollabile e non con un bambino, cercava di tenerseli più vicino, di consolarli. Non avrebbe mai osato criticare, di fronte a loro, i genitori. Non era così che era stata cresciuta.
Se li era visti crescere davanti, giorno per giorno, li aveva curati durante ogni malattia infantile e aveva gioito delle loro piccole vittorie, si era addolorata delle loro disavventure. E, si, li aveva visti innamorarsi l'uno dell'altra, e le era apparso naturale.
Non avevano mai avuto altre possibilità, per come la vedeva lei, con il modo in cui erano stati sistematicamente allontanati da ogni altro. Non ci aveva visto nulla di male, piuttosto le era parso bello, che qualcosa di buono, di dolce, potesse nascere in mezzo a tanta freddezza. Si era cullata nella fantasia di rimanere vicina a loro, come lo era sempre stata, e di accogliere fra le sue braccia i loro figli, quando fossero venuti. Li sentiva suoi, come li avessero fatti della sua carne.
Quando, il giorno successivo all'allontanamento di Beatrice, era tornata in quella casa per scoprire cosa era accaduto, quando aveva visto la camera di Bea smantellata, violata senza alcun garbo, da Rodolfo, per far sparire rapidamente le sue cose, quando era entrata in silenzio nella stanza di Dario per trovarlo col viso segnato per sempre, incapace di inghiottire qualsiasi cosa senza vomitarla subito dopo, fosse pure acqua, e senza nessuno che gli dicesse una parola, le era parso che le scoppiasse il cuore dall'ira.
Allora non aveva pensato a tutto ciò che aveva detto, poco prima a Beatrice. Aveva pensato solo ai suoi bambini, spaventati, picchiati, trascinati da una parte all'altra, senza altra colpa che quella di volersi bene l'un l'altra. Come se fossero mai riusciti a nasconderlo.
'In quale modo, in nome di dio, poteva non sapere, non vedere, cosa stesse succedendo?' Aveva chiesto a Sissi, abbandonata ogni forma di rispetto, dopo averla bloccata in cucina. 'Se non li volevate insieme, perché non avete fatto qualcosa prima, quando ancora si poteva? Cosa pensate di fare, adesso, di ammazzarli?' Non le aveva lasciato il tempo di ribattere. La rabbia che la animava aveva spazzato via ogni altra cosa. 'Guardi suo figlio! Suo figlio! Gli serve un dottore, gli serviva almeno ieri! E la povera signorina! Come può lasciare che la caccino via? Che la portino lontano dalla sua casa, da chi le vuole bene, adesso che sta male? Ma non ce l'ha, un cuore?'
Sissi l'aveva guardata come fosse uno strumento inanimato che, d'improvviso, si fosse rivoltato e le avesse morso la mano, e le aveva domandato, sdegnosa, cosa credeva che avrebbe dovuto fare.
'La mandi a prendere, subito! Porti a casa quella povera bambina, anzi, porti il signorino con lei e andate a prenderla. Parli a quei due uomini, li faccia ragionare. Lasciateli stare insieme, che male c'è?' Era stato allora che, vedendo una minima esitazione nel rispondere di Sissi, Dora si era lanciata in un'appassionata perorazione in favore dei ragazzi. E, presa dal fervore, non si era resa conto che l'espressione dell'altra passava dallo sdegno alla rabbia. Sissi l'aveva lasciata finire di parlare, prima di congedarla, sostenendo che non avrebbe fatto bene a suo figlio, sottolineò quelle parole, come a ricordarle che non aveva ragione di imbandierare tanto affetto, avere intorno qualcuno che gli mettesse in testa quelle che definì 'false speranze'.
Se n'era andata da quella casa quel giorno stesso, senza nemmeno preparare il pranzo, fermandosi solo il tempo necessario per raccogliere quelle poche cose che teneva lì, a portata di mano.
Le erano mancati, si, i suoi bambini, e aveva molto pregato per loro, sempre, senza mai dimenticare.
Li vedeva insieme di nuovo, ora, vedeva l'affetto emergere dai loro visi, lo strsso affetto che lei vi aveva riversato, moltiplicato dieci, mille volte. Nemmeno loro l'avevano dimenticata e questo era per lei più bello e più prezioso di qualunque regalo. Sapeva che non erano sposati, ma, nonostante le sue opinioni sull'argomento, lo fece notare loro solo marginalmente. Le apparivano stanchi, distrutti, malati. Non sapeva cosa avessero passato, ma doveva essere stato faticoso ai limiti del sopportabile, in rapporto alle loro forze; la gioia che dimostravano, comunque, era autentica, e anche il sentimento che li legava. Altro, non importava. Lei sapeva bene, meglio di quanto avrebbe voluto, che nella vita capita di affrontare momenti difficili. Capita a tutti.
L'ora di tempo passò in fretta e, quando Andrea e sua madre suonarono di nuovo il campanello, scesero tutti, diretti a casa, per godersi una cena.
Con molto tatto, Liliana rifiutò di unirsi alla compagnia e Andrea si accodò al rifiutondella madre, protestando che era il suo turno, per cucinare.
Dora osservò ammirata la grossa auto di Dario, strappandogli un sorriso d'orgoglio, ed ebbe, per acclamazione, il posto accanto a quello di guida. Una volta arrivati e salutato Andrea e sua madre, entrò felice in quella che le parve un'ottima casa, per loro due soli. Erano nell'ingresso lei e Beatrice, Dario era appena sparito in cucina, quando Dora chiese:
"Che cosa è successo, qui?" Il viso di Bea le disse la verità prima ancora che la sua voce la negasse.
"Mah, niente, perché?"
"Ci sono dei segni sul muro. Sembra che ci sia stato lanciato qualcosa. E le sedie sono diverse dal tavolo." Spiegò lei calma. Bea tentennò.
"Alcune cose si sono rotte, quest'estate."
"Niente si è rotto su di te?" Chiese ancora Dora con aria cauta. Beatrice rise.
"No, Dora, niente." L'altra annuì rassicurata, vedendola sincera.
La cena fu piacevole, allegra, e punteggiata da continui complimenti. L'ora di riaccompagnare a casa Dora arrivò e Bea rimase a casa.
Rimise in ordine la cucina, dopo aver sparecchiato, e si sedette sul divano, a piedi nudi, tirando a sé le ginocchia.
Pensava.
Era fin troppo facile immaginare in quale modo, e per quale motivo, la zia avesse allonanato Dora, se lei si era dimostrata favorevole alla loro unione. L'immagine del volto falsamente compassionevole di zia Sissi, con quel balenio di cupa determinazione nel profondo dello sguardo, le tornò alla mente,  così come l'aveva visto il giorno in cui era venita a portarle le fotografie del matrimonio di Dario.
Era arrabbiata, ma non c'era furia nella sua rabbia. Piuttosto un lucido calcolo su come avrebbe potuto fare a far provare a lei lo stesso tipo di dolore che aveva provocato agli altri. Avrebbe voluto essere nella posizione di costringerla ad ammettere, magari pubblicamente, le sue troppe bugie.
Per la prima volta dopo il funerale di sua madre, il pensiero si posò su suo padre. Il suo evanescente, calmissimo padre, immanicato in quella rete di bugie e coercizione non meno degli altri, ma con l'abilità di apparire immacolato, senza colpa. Molto di quella capacità lo doveva al suo rimanere impassibile, distaccato, di fronte a qualsiasi cosa. Ricordò la sua reazione nel momento in cui l'aveva vista trascinata per i capelli, urlante, sporca di sangue, fin nel suo studio.
Aveva allargato le braccia in un gesto esasperato, guardando zio Lucio, e lo aveva blandamente ripreso. Senza alzare la voce. Senza dare in escandescenze. In quel momento le era apparso come un'ancora di salvezza, sconvolta come era, quando lo aveva visto uscire dal suo studio. Solo in seguito si sarebbe domandata per quale assurdo motivo non fosse accorso, sentendo le sue grida, tanto forti che per giorni la gola le aveva fatto male. Per quale motivo non avesse rivolto al suo amico, Lucio, niente più che un blando rimprovero, vedendo sua figlia trattata a quel modo. C'erano voluti giorni, mesi, dopo essere stata lasciata a casa di sua madre come una vergogna da nascondere, prima che si rendesse conto, eliminando ogni altra possibilità, che lui aveva saputo esattamente cosa stesse succedendo dalla parte opposta del corridoio. Quasi riusciva a vederlo, con gli occhi della mente, in parte immaginando e in parte usando le informazioni che aveva avuto da Isabella, guardare Lucio,  dopo che il padre di Gregorio aveva vuotato il sacco, e frenare la sua reazione istintiva con un gesto della mano, mentre accendeva l'immancabile sigaretta e la mandava con un gesto esperto in distaccamento all'angolo della bocca.
'Dobbiamo esserne certi, Lucio. È una cosa troppo grave, non possiamo permetterci sbagli. Dobbiamo beccarli sul fatto.' E zio Lucio, obbediente come sempre nei momenti di emergenza all'amico, si era accollato il compito di verificare.
Avevano aspettato insieme, in auto, all'incrocio, quasi certamente fumando, sicuramente in silenzio. Poi, trascorso un tempo che era parso loro ragionevole, erano rientrati in silenzio, a piedi. Rodolfo ad aspettare e Lucio a spiare.
Quanto tempo era rimasto dietro quella prta socchiusa, quanto aveva visto della loro intimità, questo Beatrice non aveva modo di saperlo. Abbastanza da essere certo.
Un brivido la scosse, muovendole le spalle. Avrebbe voluto poter dimenticare ogni cosa, andare lontano e fingere che nulla fosse mai accaduto. Mentre rifletteva su questo, sentì la chiave girare nella toppa. Dario rientrava. Non voleva turbarlo, perciò si alzò e, dopo averlo salutato con un rapido bacio, si mise a trafficare con gli oggetti riposti sul mobile dell'ingresso, già ordinato.
"Cos'hai?" Le chiese Dario. Mentre aspettava la sua risposta, posò le chiavi nella ciotola ed entrò in cucina, dove prese un grosso bicchiere col fondo spesso e lo riempì per metà di ghiaccio.
"Niente, sono una scema. Stavo pensando per fatti miei e mi sono fatta arrabbiare da sola."
"Mm. E a cosa pensavi?" Le domandò, occhieggiando concentrato nel pensile accanto al frigorifero. Doveva esserci ancora una bottiglia aperta di Glenfiddich. La trovò e ne versò una quantità contenuta sul ghiaccio.
"Mah, a un sacco di cose. Le chiacchiere con Dora mi hanno fatto tornare in mente un po' di roba." Rispose lei, senza smettere di muovere libri e ninnoli da una parte all'altra, senza sosta. Dario si sedette sul divano, osservando con aria scettica la sua schiena. Si sistemò comodamente e si bagnò appena le labbra nel liquido ambrato. Gli era sempre piaciuto quel sapore e riteneva un vero peccato che il whisky non andasse d'accordo coi suoi farmaci.
"Bea?"
"Cosa?" Chiese lei voltandosi. Una sottile ruga verticale apparve sulla sua fronte, vedendolo bere. "Non dovresti bere alcolici."
"Bea?" La chiamò di nuovo lui. Voleva la sua attenzione. Tutta la sua attenzione. Beatrice lo fissò per un momento. Era diverso da come si era abituata a vederlo. Era come vedere qualcosa che al tempo stesso la attraeva e la spaventava. I suoi occhi chiari erano presenti, acuti come aghi, e non contenevano la minima traccia di stanchezza o paura.
"Dimmi." Gli rispose con voce pensosa.
"Stai zitta e spogliati, vuoi?" Si rilassò contro lo schienale di pelle nera, il gomito posato sul bracciolo ed un sorriso astuto che gli nasceva in viso. Le sue narici palpitarono appena.
"Senti, io..." Dario scosse la testa con lentezza, senza distogliere gli occhi dai suoi.
"Zitta." Bea deglutì. Una parte della sua mente, una grossa parte, per la verità, stava vivamente protestando a quel trattamento. Ma c'erano quegli occhi, conficcati nel suo profondo come ami conficcati nella carne tenera della gola di un pesce. Senza che nemmeno lo volesse, la sua bocca si chiuse. Il sorriso di Dario si allargò.
"Spogliati." Le ripetè,  prendendo un piccolo sorso dal bicchiere. Bea si sentiva tremendamente in imbarazzo, impacciata, senza sapere cosa fare. Dario le indicò con un gesto cortese il cardigan di lana che indossava. "Avanti."
Esitò solo un istante ancora. Sapeva, razionalmente, che non amava quel genere di comportamento. Che avrebbe dovuto sentirsi offesa, anche se fosse stato solo un gioco. Ma non era un gioco, non esattamente, lo vedeva nel profondo dei suoi occhi e lo sentiva, soprattutto, nel profondo della sua anima. In quel punto dell'anima in cui lui l'aveva appena afferrata.
La mano di Beatrice salì, quasi di propria volontà, ed iniziò a slacciare un bottone dietro l'altro. Non le occorsero altre indicazioni o incoraggiamenti.  Una volta iniziato, andò avanti, fino a trovarsi di fronte a lui con indosso la sola biancheria. Dario si mordicchiava appena le labbra, ancora sorridente.
La chiamò a sé flettendo l'indice, una volta soltanto. Bea avanzò come una sonnambula fino a lui, fino a trovarsi in piedi fra le sue ginocchia allargate, col bordo del divano che le premeva contro le gambe.
Dario la guardò a lungo. Osservò il suo corpo, bello anche nella sua estrema, eccesiva magrezza, ma soprattutto il suo sguardo. Gli piacque ciò che vide. Quell'espressione quasi di ipnosi nei suoi occhi. Quella la ricordava bene, l'aveva tormentato per anni, quel ricordo. Quando vedeva quello sguardo, si sentiva più che bene. Si sentiva grande.
"Giù." Le disse. Una breve scintilla attraversò gli occhi di lei, rapida come un lampo, ma non per questo invisibile. Ne prese mentalmente nota. Avrebbe provveduto anche a quella. Per il momento, si accontentò di guardarla ancora, esprimendo la sua volontà. "Giù, amore." Le ripetè.
Bea si sentì ridicola per un istante, così, praticamente nuda e immobile. Quando lui le chiese di abbassarsi, di nuovo la sua mente cercò di protestare. Le gridava che quell'uomo non stava giocando, non stava giocando affatto. Dario non sorrideva più. La guardava, ed era come se fra loro si stesse svolgendo un qualche genere di prova di forza. Bea si abbassò sulle ginocchia.
"Lo sai cosa voglio, vero?" Le chiese lui, ancora senza toccarla. Lei non rispose. Dario allungò la mano libera pigramente, quasi casualmente,  e le afferrò i capelli, costringendola ad alzare il viso. Sorrideva di nuovo. "Rispondimi." Lei annuì, impacciata dalla posizione, con la gola ripiegata all'indietro. Qualcosa dentro di lei era in bilico. Non aveva idea se fosse sul punto di mandarlo a quel paese o se si stesse eccitando. Non lo sapeva neanche lei. La luce nella stanza veniva da una lampada a stelo accanto al divano. Quando le lasciò i capelli, lui la spense e rimasero illuminati solo dalla luce che veniva dalla cucina. Nella semioscurità, gli occhi di Dario brillavano come pezzi di metallo lustro.
Si slacciò i pantaloni lentamente, leccando una goccia dal bordo del bicchiere con la punta della lingua. Fu un movimento rilassato, inconsapevole, ma evocò nella mente di Beatrice immagini piuttosto colorite. Quando lui le porse il suo sesso, lo accolse fra le labbra senza costringerlo a parlare ancora.
Dario posò a terra il bicchiere. Era sempre stato un amante del sesso orale ed ora vi si abbandonò, sentendosi invadere dal piacere, amandola per ciò che faceva,  per come lo faceva, e lasciandosi guidare da quella bussola interiore che pareva attivarsi solo quando la sua ingombrante razionalità ripiegava, momentaneamente sconfitta, all'angolo.
La fece smettere, la attirò su di sé. Sapeva che non era ancora pronta, ma questo non costituiva un problema. Con gesti precisi e per nulla violenti, strappò le cuciture ai due lati della mutandine di lei e le fece cadere. La sentì prendere fiato per parlare.
"Ho detto zitta." Le ripetè di nuovo, per nulla spazientito. Sapeva che doveva essere così, che non poteva essere troppo semplice. Sarebbe stato sbagliato. Il suo pene, lubrificato dalla saliva di lei, le affondò dentro senza difficoltà. La sentì sussultare fra le sue mani, con un gemito di protesta, e la accarezzò piano, una mano sulla schiena ed una sul ventre.
"Povera piccola, ti ho fatto male? Eh?" Bea lo fissò. C'era una domanda, nei suoi occhi, un interrogativo inespresso, che le sue labbra non avrebbero saputo articolare. Dario iniziò a muoversi dento di lei, piccoli movimenti, con calma, fino a che non la sentì rilassare i muscoli tesi, fino a quando non fu certo della sua eccitazione, l'andirivieni sempre più semplice, più fluido, prima di attirarla verso di lui con forza. Non desiderava farle del male. Voleva solo spegnere quella domanda.
Bea si inarcò con un mugolio. Era una situazione assurda, lui vestito di tutto punto e lei a quel modo. La mano che Dario le teneva sul ventre si abbassò, sotto l'ombelico, fino al promontorio del suo pube, e il suo pollice trovò ciò che cercava.
Premette sul piccolo bottone di carne calda quasi con crudeltà, sostenendo la schiena di lei con la mano, cullandola, quasi, mentre tentava contemporaneamente di allontanarsi da lui e di continuare a fare l'amore con lui.
"Adesso, vediamo se ti ricordi. Chi è che comanda, qui?" La voce di Dario era appena un sussurro, ma il tono era inequivocabile. Le ultime resistenze della mente di Bea si sciolsero, nel riconoscerlo. Era Dario,  quello, il suo Dario, miracolosamente tornato dal nulla, era lui ed era qui, vicino a lei, dentro di lei, e la stava amando, e la stava divorando, ed era terribile, era splendido, era odioso, era adorabile. Era lui, così come era sempre stato, ed ogni traccia di dolore la abbandonò e rimase solo un piacere tanto forte da essere insopportabile come il più forte dei dolori.
Ora anche lui repirava a ritmo serrato, perso nell'adorazione di quel corpo che si muoveva sul suo, della sua dolcezza infinita, della tenerezza che gli suscitava, che gli aveva sempre suscitato, il palpitare di quelle carni al suo tocco. Solo una cosa gli rimaneva da fare, prima di lasciarsi cadere, prima di affogare in ciò che stava avvenendo.
"Rispondimi!" La incitò traendola rabbiosamente a sé,  mentre inarcava il bacino verso di lei. La sua risposta venne, in piccoli, acuti ansiti uggiolanti. E fu quella giusta, non solo per le parole, ma per il modo.
Quasi che fosse un segnale, quella risposta, entrambi smisero di proferire parola, dopo che fu pronunciata.
Quando arrivò, Bea venne colta di sorpresa dell'intensità del suo stesso orgasmo. Si abbandonò all'indietro, certa che lui l'avrebbe sostenuta, contro le sue mani, e accolse l'abbraccio in cui la strinse, mentre, con piccoli gemiti acuti, arrivava al culmine anche lui.
Era la prima volta che facevano l'amore in quel modo, senza alcuna precauzione, e Beatrice avvertì ciò che stava accadendo con un senso quasi di timore. Poi, memore del loro discorso di quella mattina, lasciò cadere anche quel pensiero come gli altri e rimase fra le sue braccia.

martedì 26 agosto 2014

23

La mattina successiva, sabato, Dario era intento a sottolineare un paragrafo particolarmente interessante nell'ultimo libro che aveva acquistato, sprofondato nella luce limpida che filtrava dalle sottili tende bianche del suo studio, quando sentì bussare alla porta. Non gli fu difficile indovinare chi fosse. C'erano solo loro due, in casa.
"Entra, Bea. Non serve che bussi ogni volta, sai?" Disse alzando lo sguardo.
La porta si aprì appena di uno spiraglio e Bea scivolò dentro. Con la mano ancora sulla maniglia esterna, lo sfiorò appena con lo sguardo.
"Posso parlarti?" Gli chiese. La sua voce suonava sommessa, esitante. Dario inclinò il capo, perplesso. Non capiva da dove le venisse tanta timidezza nei suoi confronti.
"E da quando devi chiedermelo?"
"Pensavo che magari, sa stavi facendo qualcosa, non so, potevo ripassare più tardi." Rispose lei. La sua posa, in piedi sulla soglia con la testa china e gli occhi che dardeggiavano da sotto l'arco delle sopracciglia, gli ricordò quella del sogno che aveva fatto tempo prima in un modo quasi surreale.
"Amore, entra, dimmi. Cosa succede di tanto terribile?" Bea si staccò dalla porta quasi con riluttanza, la mano a sfiorarne il legno fino all'ultimo momento, tesa all'indietro, e calcò il pavimento ricoperto dalla stuoia chiara quasi senza rumore. Si fermò di fronte alla sua scrivania, in realtà un semplice tavolo bianco e ruvido al tatto, e ne toccò la superficie coi polpastrelli.
"Mi dispiace tanto per ieri." Gli disse, a bassa voce. Poi, come prendendo una risoluzione che le riuscisse difficile, raddrizzò con gesti precisi le spalle ed il collo e lo guardò negli occhi, con sguardo franco. "Mi sono comportata male con te. Ti domando scusa, farò in modo che non ricapiti." Disse poi, alzando la voce fino ad un tono normale. Aveva parlato con tranquilla dignità, ma ora distolse appena, per un attimo, gli occhi da quelli di lui. "Mi perdoni, per favore?"
Dario spinse la sedia all'indietro allontanandosi dal tavolo e la chiamò a sé con un gesto. Quando lei lo raggiunse, le prese le mani.
"È tutto a posto, Bea. Tutto bene."
"Sono seria. Non va bene per niente il modo in cui mi sono comportata. È che mi sono spaventata e sono scoppiata come un petardo. Ma non dovevo prendermela con te. Solo, non sono riuscita a controllarmi." Lui annuì, alzando le sopracciglia.
"Si, mi pare di avere una vaga idea della sensazione. Dico, te lo ricordi cos'è successo l'ultima volta che sono esploso io? E credi davvero che non ti perdonerei un paio di urlacci?"
"Era diverso. Tu non hai maltrattato me."
"No. Ma solo perché non c'eri e lo sai benissimo. Comunque se è così importante per te, ti perdono."
"È importante, si." Dario le prese il viso fra le mani.
"Sei perdonata." Le disse con un sorriso. "Adesso che abbiamo fatto pace però dobbiamo darci un bacio. È la regola." Bea ricambiò il suo sorriso e chinò la testa per baciarlo. Quando si rialzò sembrava più serena.
"Posso chiederti una cosa?"
"Dimmi."
"Dicevi davvero ieri, che sei sicuro di riuscire a non andartene mai, o era solo per consolarmi?"
"Ero serissimo. Ti ho mai detto una bugia, io?" Lei scosse il capo, decisa. Sapeva che era sempre stato sincero. Poi, come se un'idea improvvisa le attraversasse la testa, aggrottò le sopracciglia.
"Tranne che per una cosa. Quando ci siamo rivisti mi hai detto che tutte quelle lettere che mi avevi scritto erano qui, ma..."
"E infatti ci sono."
"Ma la casa la pulisco io e non le ho mai trovate. A meno che tu non le tenga in garage." Il sorriso furbesco di Dario balenò come un lampo.
"Vuoi vederle, vero?" Bea annuì lentamente. Lui si alzò dalla sedia e la tirò per la mano fuori dello studio e sulle scale, fino alla stanza da letto che condividevano.
La testiera del grande letto a due piazze era squadrata, ampia abbastanza da ospitare alcuni libri posati di piatto. Dario li spostò sul comodino, sempre ridicolmente basso da quando era senza le gambe, e con un movimento che richiese una certa forza, la aprì, mostrando uno spazio vuoto all'interno. Bea si avvicinò sorridendo di sorpresa, con un'aria da bambina che scopre un mistero.
"È uno scomparto segreto!" Esclamò entusiasta. Lui rise.
"Insomma, quasi. È un mobile, molto sottile. Ci ho appoggiato contro la rete del letto e...beh, questo è il risultato. Bello vero?"
"Incredible. Sono qui?" Dario le accennò un assenso, indicandole con un gesto della mano l'incavo che aveva scoperto. Lei si inginocchiò sul letto e sbirciò all'interno. "Oh, dio. Quante!" Mormorò. Le labbra di Dario si piegarono in un piccolo sorriso storto, imbarazzato, che lei nemmeno vide.
Bea estrasse gli spessi plichi di buste bianche, tutte accuratamente chiuse, ammucchiandole sulla superficie liscia del copriletto.
"Hai intenzione di contarle?" Le chiese lui ironico.
"No. Voglio leggerle." Dario deglutì.
"Tutte?" Le chiese con una voce che suonò strana anche alle sue stesse orecchie. Bea si voltò verso di lui.
"Si, direi di si. Avevi detto che potevo, giusto? Cioè, sono mie. Le hai scritte a me." Lo guardava, attendendo una risposta.
"Si. Solo, non credevo che volessi leggerle. Tutte quante. Insomma, voglio dire, pensa a quanto ci metti." Lei valutò critica la quantità di buste sul letto e quelle che rimanevano nel mobile.
"Circa quattro ore, se non hai attraversato momenti di logorrea."
"Quattro ore?" Bea gli sorrise divertita.
"Te lo ricordi che mestiere faccio, vero? Sono veloce." Poi lo osservò meglio. Dario boccheggiava, come un pesce fuor d'acqua, evidentemente a disagio. "Non vuoi che le legga?"
"Adesso intendi? Subito?"
"Dario, se non vuoi che le legga, basta che tu me lo dica. Pensavo di farlo perché avevi capito che erano destinate a me, ma se deve farti stare così posso evitarlo." Lui scosse la testa. Si sentiva diviso fra il desiderio di richiudere tutto quell'ammasso di carta dove era sempre stato e la sensazione che avrebbe commesso un'ingiustizia, negandole quello che, in fin dei conti, era suo. Alla fine, con la stessa determinata follia che supponeva avrebbe provato gettandosi nel vuoto, scrollo le spalle.
"Leggile, se ti fa piacere. Sono tue." Lei immediatamente lo ringraziò e si sedette sul letto, nella sua abituale posa a gambe incrociate, allungandosi di tanto in tanto per pescare con la mano nello stretto mobile alla testa del letto, intenta a mettere i plichi in ordine cronologico. Non era difficile. Su ciascuno era riportato l'anno.
Dario la guardò fino al momento in cui, preso il plico giusto, quello contrassegnato dall'anno della loro separazione, strappò una sottile e precisa strisciolina di carta dal lato della busta ed, estratto con cura il foglio all'interno, si mise a leggere. A quel punto non riuscì più a rimanere.
"Senti, io magari torno di sotto."
"Mm." Rispose lei concentrata.
"Quattro ore hai detto?"
"Mm."
"Magari dopo vado a fare un giretto."
"Mm."
"Ma se ti annoi non è che sei obbligata, sai. Ti giuro che non mi offendo, se vuoi smettere di leggere." Bea alzò gli occhi dal foglio.
"Dario, vai. Per ora di pranzo ho finito. Tranquillo." Gli disse in tono quieto prima di riabbassare gli occhi su quelle righe che lui stesso aveva scritto, gli pareva una vita prima.
Arrivò fino alla porta dello studio prima di rendersi conto di non aver percepito alcuna traccia di irritazione nella sua voce, nonostante le insistenze di cui sapeva di averla fatta oggetto. Si domandò se il fenomeno fosse da ascriversi all'estrema concentrazione del momento o ad un generico miglioramento del suo stato, dopo ciò che era successo il giorno prima e stabilì che non era possibile saperlo, non con i dati che aveva in possessio al momento. Ma avrebbe prestato attenzione a quel dettaglio, in futuro.
Poco dopo si rese conto di non essere in grado di ricominciare dove aveva lasciato prima che lei entrasse nella stanza. La sua mente, di solito docile ed obbediente nell'applicarsi a qualsiasi cosa lui desiderasse, continuava a distrarsi, molestata dal pensiero di tutto il suo passato, spiattellato con imbarazzante sincerità e crudezza, senza alcun tipo di filtro o pudore, fra le mani di Beatrice. Non riusciva a fare a meno di chiedersi se, alla fine di quelle quattro ore, avrebbe avuto ancora qualcuno con cui condividere la sua esistenza.
Dopo nemmeno mezz'ora si scoprì tanto nervoso da non riuscire a rimanere seduto in tutto quel silenzio. Decise di uscire.
Mentre Dario si sedeva in auto e scappava, questa era la sensazione che aveva, di fuggire, Bea ammucchiava uma lettera dopo l'altra sul pavimento accanto al letto, i fogli bianchi ben distesi dopo la lettura, scoprendo, di settimana in settimana, quale fosse stata la vita di lui in quegli anni.
Dimenticò la sete e ignorò il formicolio delle gambe, quando iniziarono ad addormentarsi per la posizione scomoda in cui si trovava. Se le avessero chiesto, d'improvviso, dove si trovava in quel momento, avrebbe impiegato qualche secondo per rispondere.
Era con Dario, in quel momento. Fermandosi solo per strofinare, di tanto in tanto, gli occhi stanchi e, almeno in un paio di casi, umidi, lo accompagnò attraverso i lunghi anni che li avevano divisi.
Fu accanto a lui quando andò in paese a chiedere un lavoro, sentendo aprirsi nel suo stesso orgoglio le medesime ferite che dovevano aver provoato a lui le risposte irridenti e aspre di coloro che si erano sentiti, per troppo tempo, trattare dall'alto in basso dalla loro famiglia. Le si strinse il cuore pensando che avrebbe potuto evitare quell'umiliazione, se solo avesse posseduto un'automobile, e capì per quale motivo fosse tanto importante per lui insegnarle a guidare.
Visse con lui il senso di vittoria che provò quando, trovato finalmente un posto, andò da Rodolfo per rifiutare ogni aiuto, e sfiorò con le dita, come potesse asciugare le lacrime dal suo viso, le parole di amore che le aveva rivolto.
Le sembrò di vivere nella sua carne e sulle sue ossa la fatica di qiegli anni, il senso di vulto e desolazione della casa silenziosa, buia, al suo rientro, i primi tentativi di fraternizzare con i fornelli, le lunghe ore di studio notturno per la maturità da privatista, interrotte dai rientri tardi e ridanciani di Sissi e Rodolfo e dalla rabbia impotente del sentirli chiudere un'unica porta, al momento di coricarsi.
Scoprì in quelle lettere la sua prima macchina, il senso di orgoglio infinito che aveva provato nel possederla e nel superare a pieni voti quell'esame che gli era costato il sonno, la sua delusione, rabbia, e, infine, rassegnazione nel sentire che l'aveva persa per sempre.
In molte delle lettere seguenti, trovò solo una parola, ripetuta molte volte. Le  chiedeva perché.
Nel legfere le lettere successive, venne progressivamente pervasa da un senso di spavento e disagio. Non sapeva come avesse fatto a superarlo, allora, ma certo quello che gli era capitato era stato grave quanto ciò che lei stessa aveva visto accadere l'esrate precedente, se non di più.
Traspariva perfino dai contorni delle parole, che tracciava con grafia sempre più sciatta e sbilenca, il senso di abbandono, di precipitosa caduta, di Dario nei suoi primi anni di università. Non un particolare veniva risparmiato. L'aveva odiata, punita, attraverso altre persone, ragazze senza volto né nome, di cui ogni missiva descriveva solo cosa lui aveva fatto loro, quante volte, dove.
Invocava il suo ritorno e le diceva di detestarla, in lunghi pasticci dalla grammatica incerta, settimana dopo settimana, distaccandosi sempre più dai normali, umani sentimenti e pensieri.
Bea sentì un brivido percorrerla in tutta la sua statura. Erano parole terribili, quelle che le aveva rivolto in quegli anni, ancor di più quando erano parole di amore, di nostalgia, di quanto non lo fossero quando erano patole dettate dalla rabbia e dal risentimento.
Fu allora che assistè, come fosse un fantasma, all'arrivo di Stella e al suo radicarsi, lento e infinitamente salubre, nella vita di lui. Per la prima volta da che era venuta a conoscenza della sua esistenza, quello che provò Beatrice di fronte a quella donna non fu odio, ma gratitudine.

Dario era entrato in auto con lo stesso spirito con cuinera uscito dallo studio, quello di una fuga dal proprio nervosismo, senza alcun progetto su dove andare. Se ne rese conto al primo incrocio, quando capì che non aveva idea di che strada prendere.
Dopo un breve lampo di stupore verso se stesso, decise di prendere la strada verso il centro, mentre, quasi in un gesto automatico, cercava il cellulare nella tasca.
"Buongiorno Vasirani. Disturbo?"
"Oh, chi si sente. No, non disturbi. Dimmi."
"Senti, lo so che è una domanda un tantino strana, ma ti secca se passo un minuto da te?" Un attimo di silenzio accolse la sua richiesta.
"Malatesta, stai bene? Qualcosa di grave?"
"No, perché? Se hai altri impegni non c'è problema..."
"No, no, va bene. Ma di cosa hai bisogno?" Dario schioccò la lingua spazientito.
"Di niente, ho bisogno. Ti passavo solo a trovare. Se vuoi."
"Okay. Lo sai dove abito?" Dario riflettè un momento.
"No. Ma sono in macchina, basta che me lo spieghi."
"Tu sei davvero matto. Mica tanto per dire." Sospirò Andrea prima di dargli l'indirizzo. Quindici minuti dopo apriva la porta  su Dario, che lo occhieggiava con aria diffidente.
"Sei sicuro che non sonondi disturbo?" Gli chiese come prima cosa, invece di salutare. Andrea scosse la testa.
"Sicuro, sicuro. Non me l'aspettavo, ma direi che mi fa piacere. È la cosa più normale che tinabbia mai visto fare da che ti conosco." Dario ruotò gli occhi a queste parole e l'altro riprese "entra, dai. C'è anche mia madre, oggi."
Dario varcò la soglia dell'appartamento lanciando ovunque occhiate incuriosite. Nonnriusciva ad immaginare come fosse casa di Vasirani. Seguendolo in cucina, notò che i colori chiarindelle pareti contrastavano piacevolmente con il legno rossiccio dei mobili e ovunque si avvertiva una sensazione di tranquilla cura, come di cose molto usate e molto amate.
La cucina era piccola, stretta, ma molto organizzata, e gli ricordò immediatamente la cambusa di una nave. Andrea si voltò verso di lui cogliendolo nell'atto di guardarsi intorno.
"Se ti metti a sputare sentenze su casa mia..."
"Veramente la trovo molto carina. Hai gusto. Non l'avrei mai detto."
"Insomma, grazie e vaffanculo, come dire." Commentò l'altro con aria ironica. "Lo bevi un tè?"
"Mi piace il tè. Grazie." Rispose Dario allungando le mani per prendere la massiccia tazza di ceramica che gli veniva porta. "Hai detto che c'è tua madre?" Andrea annuì.
"Si, è di là. Elena è fuori. E tu? La cuginetta, dove l'hai messa?" Dario abbassò gli occhi sul liquido scuro contenuto nella tazza, soffiandoci leggermente.
"Sta leggendo una cosa importante, è a casa. Non dovremmo lasciare sola tua madre. Si offenderà." Andrea strinse gli occhi.
"Tu non me la racconti mica giusta, compare. Comunque, dalla via che ci siamo, andiamo pure in sala."
La madre di Andrea risultò essere una donna alta, graziosa, che parve a Dario decisamente troppo giovane. Per un attimo la guardò stupito, suscitando una reazione quasi aggressiva da parte di lei.
"Ho qualcosa in faccia?"
"No, signora, chiedo scusa. Solo..."
"Solo che abbiamo quindici anni di differenza, mamma" lo interruppe Andrea "e tu li porti maledettamente bene. È normale che ci sia rimasto un attimo male." L'espressione di lei si rasserenò.
"Ah. È vero, a volte mi passa di mente. Allora, tu saresti il famigerato Dario. È un bel pezzo che sento parlare di te. Mi sembra di ricordare che eri un brutto soggetto, al liceo, no?"
"Io?" Un lieve colore rosato si diffuse sul viso di lui. "No, signora. Il mio curriculum scolastico è piuttosto immacolato."
"Se la pianti di chiamarmi signora è anche meglio. Liliana, ti ho detto. Ma non sei tu quello che me l'ha mandato a casa livido da capo a piedi un paio di volte? Non era lui, il bulletto della scuola, Andre?" Andrea annuì. Si era seduto sul divano, ben comodo, e si godeva la scena con l'aria di divertirsi un mondo nel vedere il suo amico annaspare sotto il fuoco di fila di sua madre. La amava alla follia, ma quella donna aveva una lingua affilata come un rasoio.
"Signora, a dire la verità..."
"Come mi chiamo io?"
"Liliana." Rispose con voce alterata Dario. Iniziava a faticare. "Mi sembra che Andrea abbia un tantino esagerato la situazione." Lei scrollò le spalle, per nulla convinta.
"Sarà. Comunque a ogni modo è passato il suo tempo. Dai, siediti, che non morsico." Dario sedette sul bordo del divano a prudente distanza da quella donna che l'aveva lasciato lievemente stordito ed imbarazzato e accolse con gratitudine la decina di minuti successiva, in cuinlei ed il figlio ripresero il filo della conversazione interrotta, ignorandolo. Si rilassò gradualmente sui cuscini, sorbendo la bevanda calda e dolciastra, sorprendentemente buona, e venne colto del tutto dinsorpresa quando si rivolsero di nuovo a lui.
"Tu non abitavi neanche lontano da noi, vero?" Riflettè freneticamente. In effetti, Andrea all'epoca delle superiori aveva abitato nei sobborghi più esterni, ad una decina di chilometri appena dal suo paese.
"No, signora. Per nulla lontano. In realtà ci siamo già visti, quando lei è stata dimessa..."
"Lo so, me lo ricordo. Quindi tu sei il figlio di Lucio Malatesta. Non era finito in galera, tuo padre?" Dario abbassò gli occhi. Ancora a distanza di tanti anni si sentiva ferito da quel gnere di domanda.
"Si, signora." Rispose a bassa voce. Lei schioccò la lingua.
"Brutto soggetto, tuo padre." Decretò sintetica. "Ma non è colpa di nessuno, i genitori non si scelgono. È vero?"
"Si, signora." Ripeté lui meccanicamente.
"Dai, mamma, mollalo! Sembri uno schiacciasassi quando ti ci metti!" Protestò Andrea.
"Si, si, va bene, forse hai anche ragione. Scusa, certe volte mi lascio un po' prendere dalla conversazione. Dì, ma non era a casa vostra che lavorava, Theodora Fulano?" Gli occhi di Dario si dilatarono e lui si sporse in avanti in uno scatto da rapace che fece correre un'espressione di sorpresa sui visi dei suoi ospiti.
"Dora. Si, era con noi, fino a che non hanno sequestrato...beh, tutto. La conosce? L'ha vista? Sta bene?"
"Mi sembra di capire che è un argomento caldo." Disse Andrea divertito. L'altro lo zittì con un gesto impaziente della mano.
"Si, siamo della stessa parrocchia. La vedo spesso. E si, sta bene. Potrebbe passarsela meglio, ma sta bene, in generale. Perché tutta questa scena? Ti serve una domestica?" Chiese Liliana inarcando le sopracciglia. Dario scosse la testa.
"No, è solo che mi farebbe piacere rivederla. Mia madre non ha mai voluto dirmi dove andare per andare a trovarla, dice che sarebbe solo una seccatura, per lei, ma a me piacerebbe."
"Ti ho chiesto il motivo." Gli ribattè seccamente lei.
"Ci ha più o meno tirati su lei. Cioè, non è che mia madre non ci fosse. Però...era diverso." Andrea iniziò a ridacchiare.
"No, ti prego, non me lo dire. Sei stato allevato dalla tata? Mammina non voleva che le sgualcissi il vestito?" Dario rivide, in un momento, come messi a confronto, i baci delicati che sua madre gli posava sul cucuzzolo della testa, chinandosi appena, e i larghi, generosi abbracci di Dora. Fulminò l'altro con un'occhiata rovente.
"La cosa ti diverte?" Gli chiese in tono minaccioso. Il sorriso di Andrea si spense all'istante.
"Cazzo, io scherzavo. Non pensavo mica che potesse essere vero." Liliana sospirò.
"Dio mio, quanto ti ho fatto scemo, figlio. Comunque si, se vuoi ti dò l'indirizzo. E il telefono."
"Giusto, compare, ma un elenco del telefono tu non ce l'hai? Sei in pieno ottocento?" Dario arrossì.
"Non ci ho pensato." Mormorò con aria colpevole. Liliana gli strinse delicatamente un ginocchio, facendolo quasi sobbalzare di sorpresa. Il suo tocco era gentile come una carezza.
"Non fa niente. Tanto adesso rimediamo, va bene?" Gli disse con voce calma. Dario annuì socchiudendo gli occhi.
Andrea rimase ad osservare la scena impietrito. Pareva che Malatesta fosse sul punto di fare le fusa. Era inutile, per quanti tentativi facesse non arrivava a capire come funzionasse la testa di quel ragazzo. Si vedeva, però, che lo aveva capito sua madre, almeno abbastanza da fargli perdere l'aria da nobile e la parlata da cretino in trenta secondi. Dario chiacchierava in tono sommesso e quasi confidenziale, piegato in avanti, coi gomiti puntati sulle ginocchia, facendole mille domande a proposito di Dora e delle attività parrocchiali. Sua madre parlava a ruota libera, ormai certa di poter contare sul commento giusto e sull'adeguata dose di partecipazione da parte di lui. Era davvero comico, vedere quell'uomo freddo e compassato annuire concentrato alla spiegazione dettagliata dell'organizzazione della gita per gli anziani e fare l'aria sdegnata alla notizia della carenza di catechisti.
Andrea scosse la testa e accese il televisore, lasciandoli parlare in pace.

Quando rientrò a casa, Dario si sentiva ritemprato, sereno. Si sarebbe definito di buon umore e si rese conto che era da molto tempo che non si sentiva più così. La madre di Vasirani era una donna splendida, eccezionale. Aveva promesso di accompagnarli lei stessa, nel tardo pomeriggio, da Dora.
Guardò l'orologio. Mancava una decina di minuti al momento in cui le quattro ore sarebbero trascorse. Giusto il tempo di una sigaretta. Un vago senso di tensione gli invase di nuovo lo stomaco.
Si appoggiò al mobile della cucina, cercando di recuperare e afferrare la serenità di poco prima, ma si rese conto di averla persa. La sigaretta gli si consumava piano fra le dita. Fra poco avrebbe salito le scale per scoprire fino a che punto Bea sentisse di poterlo amare, dopo aver saputo tutto di lui. Le letrere si interrompevano sette mesi circa prima del loro incontro.
Si domandò come reagire se lei gli avesse detto qualcosa di brutto. Che aveva bisogno di riflettere, ad esempio. Quello era brutto. O che anche lei era come Stella. Quello era peggio. Guardò di nuovo l'orologio e spense la sigaretta sotto il getto del lavandino. Era il momento.
Salì le scale cin la sensazione che i suoi piedi pesassero una tonnellata l'uno. Non voleva sapere. Voleva scappare.
Si affacciò alla soglia della stanza. Bea era seduta sul letto, le lettere accuratamente rimesse ciascuna nel suo plico accanto a lei. Una sola, dispiegata, le stava in grembo. Dario non ebbe bisogno della data per sapere quale fosse. Gli bastava vederne la lunghezza. Un senso di freddo gli corse dal ventre alla gola.
Bea prese la lettera in mano e gliela porse.
"Quello che c'è scritto qui. È vero?"
"Si."
"Perchè non me l'hai detto?" Dario strinse i denti fino a sentire dolore. Il familiare, sordo dolore alla gola, appena sotto e dietro il pomo d'adamo, tornò a farsi sentire, rendendolo consapevole che, anche volendo, non avrebbe potuto risponderle. Non riusciva comunque a pensare a nessuna risposta a quella domanda. Bea sollevò gli occhi dallo scritto e intrecciò lo sguardo nel suo. Un'espressione perplessa le animò il viso. "Dario? Se per te è un problema così grosso, perchè non me ne hai parlato?"
Dario cercò di decifrare ciò che sintrovava di fronte. Beatrice non sembrava né sconvolta né arrabbiata. Non gli sembrava che quella domanda fosse l'inizio di una lite. Gli appariva tranquilla, con le spalle rilassate e il capo volto verso di lui, a scoprire la curva dolce del collo. Inspirò a fondo e parlò molto lentamente, nell'unico modo che gli riusciva.
"Non mi andava. Cosa avrei dovuto dirti?"
"Beh, 'non posso avere figli' sarebbe stato sufficiente, credo." Dario strinse i pugni. Lei lo guardava con una sottile preoccupazione sul viso, in silenzio.
"Per amor di dio, Bea, dimmi qualcosa! Parla! Cosa vuoi fare adesso?"
"Chi, io?" Chiese lei con aria lievemente divertita. Le brillavano gli occhi. "Dario, cosa pensi che faccia, che ti molli?" Dario camminò rigido fino al letto e le si sedette accanto. Le mani di lei gli si posarono sulle spalle, accogliendolo, e un piccolo bacio caldo gli si posò sulla tempia.
"Se stai con me non avrai mai un bambino. A meno che non lo adottiamo."
"Si, avevo capito. Dario?"
"Mm?"
"E se ti dicessi che io di figli non ne ho mai voluti? Che ho deciso molti, ma molti anni fa di non volerne e ne sono ancora molto, ma molto convinta? Che l'unico motivo per cui mi dispiace questa cosa è perché ti fa stare male?" Lui la sbirciò in tralice, senza muovere la testa.
"Sul serio? Cioè, davvero tu non ne vuoi?"
"Davvero. Niente marmocchi per Bea. Dimmi solo se ne sei certo." Lui iniziò a rilassarsi, sprofondando nel suo abbraccio.
"Abbastanza, sai. Con Stella abbiamo iniziato  provarci prima ancora di sposarci. Lei...era il suo desiderio più grande, in assoluto. Per quasi tre anno, ci abbiamo provato. E poi, scusa se te ne parlo, ma ci sono state anche altre donne. E non è che io fossi sempre prudentissimo."
"Si, ho letto. Diciamo che non eri proprio lucido, in quel periodo. Anche quando me ne avevi parlato non mi ero resa conto che tu fossi così..." Beatrice deglutì cercando le parole per descrivere la sensazione che aveva provato vedendo quelle lettere in cui le parole parevano gettate a caso sulla pagina. Lui contrasse appena le labbra in una sorta di sorriso tirato.
"Ero così. Cosa hai pensato?"
"Che mi dispiace di non essere stata lì, quando avevi bisogno di me." Rispose lei stringendolo. Dario volse il capo per strapparle un bacio e lei si scostò appena, prima di accontentarlo. "E che sono felice che ci sia stata Stella." Disse prima di baciarlo. Dario la guardò stupito. "Cosa? Preferisco vederti stare bene che...Dario, ascolta. Sono gelosa, lo sarò sempre. Ma piuttosto che vederti stare tanto male, ti giuro che sarei disposta ad andare via e aprirle io la porta mentre esco."
Dario si voltò. Le guance le si erano colorite nel pronunciare quelle parole, come se le fosse costato uno sforzo titanico, e con tutta probabilità era proprio così, e teneva gli occhi bassi, fissi sulle proprie dita intrecciate.
"Credo che sia la cosa più bella che mi hai mai detto, lo sai?" Le disse a voce bassa. Gli sembrava di aver ricevuto un enorme regalo.
Bea non rousciva a guardarlo in faccia. Nel rendersi conto di quanto avesse avuto bisogno di quella donna, del fatto che, apparentemente, lei lo aveva salvato da una spirale di distruzione, si era sentita tanto meschina per l'odio che le aveva sempre portato da vergognarsene.
Il fatto che Dario fosse sterile non la preoccupava, anzi, le avrebbe evitato di dover affrontare discorsi difficili e dolorosi in futuro, ma, sapendo che era stata la causa principale dell'allontanamento fra lui e Stella, la sua incapacità di darle ciò che lei desiderava sopra ogni altra cosa ed il suo ostinato rifiuto a sottoporsi a procedure mediche che avrebbero potuto aggirare quell'ostacolo, non poteva fare a meno di domandarsi cosa sarebbe accaduto, se tutto avesse funzionato a dovere. Probabilmente non lo avrebbe rivisto mai più.
"Bea? Cos'hai?" Le chiese lui con dolcezza.
"Niente. Solo, pensavo, sembra proprio destino, vero? Se non fosse stato perché non puoi avere figli, adesso non saresti qui con me." Lui sbuffò.
"No, scemotta, qui ci sarebbe un padre divorziato. Ma credi davvero che io sotto sotto la ami acora? Ne sei tanto convinta?" Bea non rispose. "Dimmi perché."
"Lei sembra parecchio migliore di me. Parecchio." Lui strinse le labbra e le diede un a spintarella sulla spalla, con fare insofferente.
"Piantala. Okay? Smettila di pensare queste stronzate."
"Non penso di riuscirci." Lui le accarezzò i capelli, facendole alzare la testa.
"Oh, ma chi è che comanda, lì dentro? Tu, no?" Lei gli sorrise, mostrando un brillio di denti.
"...e allora comanda che smetta. Giusto? Stavi per dire questo?"
"Si. Sono ripetitivo? Sono ripetitivo? Sono ripetitivo?" Le chiese lui con aria un po' folle, strappandole una risata.
"Se tu mi stai vicino, vedrai che ce la faccio." Gli assicurò.
"Sono qui. Devi solo chiedere."