sabato 16 agosto 2014

20

Tre settimane passarono velocemente, immersi com'erano nel compito di aiutarsi l'uno con l'altra. Nei primi giorni, Bea non era in grado di fare quasi nulla da sola, con le mani fasciate fino a ridurle a due goffe pinze di garza bianca. Fu Dario ad aiutarla, canzonandola per il fastidio che provava nel lasciarsi vestire, lavare e pettinare.
"Questo è quello che si dice un ricorso storico, amore" le diceva sogghignando "così ti ripago per quando tu l'hai fatto a me."
Ogni illusione di distanza fra loro sparì, annullata dalle esigenze del momento. Il farmaco che gli era stato prescritto dal medico lasciava Dario in uno stato di calma innaturale, in cui gli riusciva difficile perfino occuparsi di ciò che avrebbe mangiato. Era solo per la preoccupazione che provava nei confronti di Bea che si costringeva, ogni giorno, a compiere tutte le azioni che scandiscono una vita normale. Farle riprendere peso era diventata una specie di missione, per lui.
Per i primi due giorni si limitò a cucinare meglio che sapeva e a invitarla a mangiare con ossessiva regolarità, cui lei reagì prima con insofferenza, poi con rabbia, fino a che non si ritrovarono, dopo l'ennesimo battibecco, a consolarsi a vicenda sul divano.
"Bea, per favore. Come devo fare con te?"
"Non lo so." Sospirò lei, sentendo la rabbia sciogliersi in un tiepido senso di colpa. "Non lo faccio apposta, te lo giuro. È che più mando giù, più mi sembra che cresca quello che ho nel piatto. Non ce la faccio, non ci sta proprio, fisicamente, tutta quella roba nel mio stomaco. La guardo e mi viene l'ansia."
"E tu non guardarla. Guarda me. Del resto sei tu che sostieni che sono bello, no?" Bea lo guardò,  inginocchiandosi sul divano per accostare il viso al suo. Osservò con meticolosa diligenza la fronte alta e piatta, gli occhi grandi e lanceolati, gli zigomi spigolosi e la boccca ampia, ironica. Posò un bacio sulla cicatrice che portava sul labbro superiore.
"No, io sostengo che sei meraviglioso. Ma non dirlo a mio cugino, se no si monta la testa." Le sorrise. Impossibile non sorridere a quegli occhi che lo fissavano brillando di sommesso divertimento, come nascondendo una risata.
"Dico davvero, ossicini. Non guardarlo, se ti fa ansia."
"E mi spieghi come faccio? Già faccio fatica a tenere la forchetta, se chiudo anche gli occhi è finita." Dario sentì il proprio sorriso espandersi, all'arrivo di un'idea.
"Aspetta qui." Le disse, prima di andare in cucina a prendere il suo piatto. La mezza porzione di pasta era ancora nel piatto, ridicolmente scarsa, come fosse destinata ad un bambino, eppure quasi intonsa. Si sedette accanto a lei, che già lo guardava diffidente, e la fece girare, fino a che non posò la schiena contro il suo fianco e la testa nell'incavo della sua spalla. "Adesso chiudi gli occhi per davvero. Dai, fidati. Apri la bocca."
"Dario, non ho intenzione di farmi imboccare."
"E perchè? È piacevole, sai? A me piaceva, quando lo facevi. Prova. Che ti costa? Cosa ci perdi, se non ti piace?"
"Ti piaceva davvero?"
"Mm. E anche altre cose. Sono gradevoli. Se ti rilassi appena appena è molto piacevole, avere qualcuno che si occupa di te. Dai, fammi contento adesso, fallo per me." Aveva rapidamente capito, quasi commuovendosi a quella scoperta, che era in grado di farle fare quasi qualsiasi cosa, se gliela chiedeva a quel modo. Bea si accoccolò contro di lui e, obbediente, chiuse gli occhi ed aprì la bocca. Le posò un piccolo bacio fra i capelli, prima di porgele una forchettata di pasta. "Adesso stai calma. Non pensare a niente, concentrati sul sapore. Di cosa sa?"
"Boh? Di pasta."
"Il palato di un camionista, cara dottoressa, complimenti. Sul serio. Me lo sai dire cosa ci ho messo dentro? Riprova, dai. A meno che non mastichi tabacco almeno un ingrediente dovresti riconoscerlo." Presa dalla sfida, Bea accettò di buon grado una seconda forchettata.
"Pesce?"
"Si. Ma che pesce è? Dai, è facile."
"Tonno?" Tentò lei esitante.
"Tonno? Tonno! Ma sei veramente conciata da sbattere via! Tonno! Ma bevi benzina, tu? Riprova, somara!"
"Non ti incazzare! Cos'è hai saltato le pillole sorriso?"
"Zitta e riprova." Una terza forchettata sparì come per magia.
"È un crostaceo, vero?"
"Ecco, adesso ci siamo. Riesci a capire cosa? Ti dò un aiuto: se dici gamberi ti metto a dormire in garage." Bea ridacchiò sommessamente.
"Granchio?"
"Alleluja, un miracolo in questa casa senza dio! Si, è polpa di granchio. Ma non è sola. Adesso più difficile: ci ho messo qualcosa per legare. È la consistenza morbida che senti. Cos'è?"
"Oddio. Non lo so...panna?"
"Banale. Roba da dilettanti, mi sento offeso, sinceramente. Quella posso metterla massimo sui tortellini. Ritenta."
Quando ebbe indovinato anche quello, Dario le chiese di aprire gli occhi.
"Perchè? Cosa c'è che non va?"
"Ti stavi divertendo?"
"Si, basta solo che stai calmo quando sbaglio." Disse lei voltandosi. Poi ammutolì. Lui le stava mostrando il piatto vuoto, con un piccolo ghigno soddisfatto.
"Dai che forse mentre reimpari a mangiare riesco anche a insegnarti qualcosa di utile. Ma mi vuoi dire cosa mangi di solito, per non conoscere i sapori? Il pappone dei maiali?"
"Boh, di solito in casa tengo il tonno, i cracker e i cerali. Però mi scordo sempre il latte, quindi alla fine li mangio dentro al caffè nero."
"Una vera gourmet, non c'è che dire. Te lo dico, che non ti viene da mangiare! Il tonno e i cracker! Roba da matti!" Brontolò riportando il piatto in cucina. Bea lo seguì.
"Dario?"
"Mm?"
"Tocca a te, adesso." Lo guardava sorridendo. Nemmeno lui era riuscito a finire di mangiare, per starle dietro. "Hai detto che ti piace, giusto?"
"Si, ma non è che devi per forza..."
"Non è per forza. Mi piace farlo."
Nel giro di poco tempo, crearono una sorta di tabella di marcia, scandita da piccoli momenti di intimità, che segnava il ritmo di ogni giornata. La mattina Bea andava al lavoro, dove era tornata con una settimana di ritardo pena notevoli lavate di capo. La accompagnava lui, fermandosi dalla parte opposta della strada e rimanendo a guardarla fino a che non spariva nella piccola porta di servizio che aveva sempre usato. Si ritrovavano al medesimo posto, la sera, allo scoccare delle sei. La dottoressa Bizzarri non doveva più essere avvisata che rischiava di rimanere chiusa nell'archivio.
Poi, a casa, Dario si impadroniva della cucina e lei si occupava di riordinare. Non voleva in alcun modo che lui stuzzicasse la necessità, che al momento pareva sopita, di tenere tutto perfettamente a posto, come gli accadeva quando si erano ritrovati. Spesso Beatrice pensava, divertita, che non avrebbe mai creduto che una giorno si sarebbe volontariamente battuta per ottenere il compito di fare le pulizie.
La cena era sempre sul divano, in barba a tutto ciò che avevano imparato sulle norme della buona educazione. Prima Dario imboccava Bea, su questo non accettava discussioni, poi lei faceva lo stesso per lui.
Quando le fasciature sulle mani di lei divennero più leggere, una serie di cerotti invece delle ampie garze iniziali, aggiunsero al loro rituale serale anche una lunga doccia di coppia.
Per più di due settimane non ci fu altro che un quieto e casto prendersi cura l'uno dell'altra, godendosi le premure cui venivano sottoposti.
Poi venne una sera in cui, già sdraiati a letto, Dario le domandò:
"Senti, quand'è che porti qui il resto della tua roba?"
"Hai deciso che conviviamo, adesso?"
"Bea, noi conviviamo. Non l'ho deciso io. È così."
"Non so se me la sento."
"Ma piantala. Vivi qui. Tanto vale che tu abbia tutto a portata di mano, o no?"
"Ma tu vuoi che io viva qui?" Gli chiese lei pensosa.
"Si. Tu?"
"Mi fa un po' paura la cosa. Insomma, non ho mai vissuto con nessuno. Non in questo senso." Esitava, incerta sul modo migliore di esprimere ciò che provava.
"Con me, hai vissuto, genietto." Le ringhiò lui seccato.
"Dario, ma la pianti di incazzarti ogni volta che apro bocca? Cos'hai, un picco di testosterone?" Lo rimbeccò lei, irritata. Diventata di giorno in giorno più difficile parlare con lui, sembrava che la calma effimera portata dai farmaci si stesse rapidamente esaurendo per lasciare il posto ad un perenne sottofondo di rabbia. "Non mi piace quando ti arrabbi con me, lo sai. Dimmi cosa ti rode e falla finita, una buona volta." Un lungo silenzio seguì le sue parole. Dario allungò una mano per spegnere la luce e rimasero stesi fianco a fianco, nella penombra della stanza appena rischiarata dal chiarore notturno.
"Sul serio vuoi sapere cosa mi rode?" Le chiese lui dopo qualche tempo.
"Mm."
"È che non so perché stai con me. Nè fino a quando ci starai." Bea rotolò sul fianco, puntellandosi con il gomito per guardarlo in faccia. Era serio.
"Veramente non lo sai, perchè sto con te?"
"Eh, si. Cioè, non è che io sia un granché, attualmente. Sono una specie di ammasso di problemi. E preferirei non avere un'altra che si crede un missionario, di fianco. Quindi se vuoi..."
"Dario? Se chiudi il becco un attimo te lo dico, perchè sto con te. E anche quanto rimango." Attese un momento, per lasciar addensare il silenzio, prima di parlare. "Te lo dirò una volta sola, perchè è una cosa che non mi piace: ho bisogno di te. Non lo so come mai, come è successo, ma lontana da te sto male, anche quando ho tutto quello che mi occorre per poter stare bene. Mi manchi tu. E rimarrò vicino a te fino a quando non mi manderai via in un modo o nell'altro. Adesso però vorrei sapere la stessa cosa anche io, se non ti secca." Dario giro gli occhi di lato, in modo da non guardarla, e si passò la punta della lingua sulle labbra. Bea attese senza fretta. Sapeva che non sempre gli era facile parlare.
"Vedi, il fatto è che io sono come la papera Martina." Diede una rapida occhiata allo sguardo sgomento di lei e si affrettò a spiegare. "È la bestiola su cui hanno scoperto il fenomeno dell'imprinting. Insomma, è come se qualcosa che hai tu mi rendesse più forte. Mi sento forte, quando ci sei tu. Quindi, preferirei che restassi. A meno che tu resti qui per salvarmi o roba del genere."
"E da cosa dovrei salvarti, di grazia?"
"Ah, vallo a capire. Non lo so. Ma..."
"Ma la tua ex ne era molto convinta, giusto?" Terminò lei con voce amara.
"Bea, amore, renditi conto che non posso cancellare il passato." Cercò di spiegarle in tono paziente.
"Se continua così ci penso io a cancellarlo, il tuo schifo di passato. Con una mazza da hockey lo cancello." Sbuffò lei ricadendo sui cuscini. Dario ridacchiò nella penombra.
"Sai che non ti facevo così gelosa? Eh?" La prese in giro voltandosi verso di lei.
"Togliti, scemo!" Rispose lei spingendolo via. Dario scostò la sua mano ridendo.
"Dai, dimmi ancora che hai bisogno di me, cuoricino mio..."
"Guarda che sei cretino, eh? Non è che il dottore dei matti ti può dare anche un qualcosa per la stupidità?"
"Stai zitta, nana ossuta e malefica!" Replicò lui. Era da quasi un mese che non facevano l'amore e si ritrovarono a cercarsi, a baciarsi, senza nemmeno capire come. Dario le sfilò le mutandine e iniziò ad accarezzarla, con calma, cercando e trovando metodicamente tutti i punti più sensibili. Presto il respiro di lei si fece serrato, e lui la penetrò con le dita, sentendo il corpo esile fral e sue braccia inarcarsi di piacere.
"Pensavi che non avessi imparato niente in tutti questi anni?" Le sussurrò sorridendo. Attese che lei fosse ben più che pronta, prima di scivolarle dentro, senza alcuna fretta.
Bea era completamente abbandonata nel suo abbraccio, senza più tentare nulla che non fosse il sentire ciò che lui le stava facendo. Era diventato una amante migliore, crescendo, meno frettoloso, meno famelico, ma sempre incalzante. Non le lasciava il tempo di respirare, di opporre resistenza, di reagire. Era sempre stato così, con lui, un crescendo delirante senza alcun momento di iato, di stasi. Assecondava i suoi movimenti senza alcuna difficoltà, come se fosse lei stessa a deciderli, e presto il piacere che provava aumentò tanto da non lasciare più spazio ad alcuna considerazione razionale.
Dario la sentì aprire e chiudere le mani contro la sua pelle, come se stesse annegando, e cavalcò l'onda del suo orgasmo. Era bella, in quei momenti, in un modo che non avrebbe saputo spiegare a parole, più simile alla bellezza del cielo che a quella di un essere umano. C'era stato un tempo in cui quel ritmico contrarsi dei suoi fianchi, il sentir invocare il suo nome come fosse quello di un dio, lo aveva portato inevitabilmente all'apice del piacere. Quella sera, decise di vedere cosa ci fosse oltre, di aspettare ancora un po'. Lei mugolava dolcemente fra le sue braccia, ad occhi chiusi, e lo lasciò fare quando lui si stese sulla schiena attirandola su di sé. Strinse la sua vita sottile fra le mani e lasciò che lei lo amasse, rilassando il corpo contro il lenzuolo fresco.
Anche lei aveva imparato qualcosa, in tutti quegli anni. Si muoveva su di lui quasi senza peso, stringendolo dentro di sé, leggendo ogni minimo fremito per comprendere la direzione del suo piacere. Quando lui fu vicino al limite, gli sfuggì in un atletico volteggio. Dario aprì gli occhi stupito.
"Vendetta, finalmente. Vendetta." Ridacchiò lei inginocchiata sul letto. Si chinò su di lui e lo accolse nella sua bocca. Dario sospirò cercando i suoi capelli, ma lei gli scostò le mani e lui le lasciò ricadere. Quando arrivò vicino al culmine, di nuovo lei si fermò. Dario emise un verso di frustrazione, col solo risultato di farla ridere di nuovo. Ricominciò quello che stava facendo. Quella volta fu lui ad implorare, a bassa voce, perchè non si fermasse. Bea non si fermò, in effetti, e a lui parve di esplodere nel cuore e nel cervello, oltre che al sesso.
"Sei una nana bastarda e prima o poi mi ammazzerai." La rimproverò Dario quando lei gli si stese accanto.
"Quante storie..."
"Mi avrai sulla coscienza. Pensa ai giornali: 'giovane genio della biologia molecolare muore precocemente'"
"Si, sottotitolo: 'il direttore dei servizi funebri ritarda la cerimonia causa sorriso della salma'. Dai, guarda che è un bel modo di morire..."
"Vorrei vedere te."
"Mi hai vista. In realtà questo gioco stupido l'hai iniziato tu. Comunque, se vuoi rivedermi, mi pare che nulla te lo impedisca." Gli disse lei con un sorriso di sfida. Era sinceramente convinta che, a quel punto, la partita fosse chiusa. Rimase sorpresa quando lo vide alzarsi a sedere e chinarsi su di lei. "Oh, scherzo! Domani devo andare al lavoro!"
"Che si fotta il lavoro. Accetto la sfida." Le rispose lui sdraiandosi fra le sue gambe.
"Dario..."
"Zitta, giù, cuccia! Così impari a non provocare quelli più grossi di te!" La risata di Bea si trasformò piano in un sospiro di piacere.
Fu il giorno successivo, ad ora di cena, che la loro famiglia si rifece viva.
Dario era piuttosto seccato per il suo imminente ritorno al lavoro. Più che seccato non riusciva a sentirsi, nonostante si rendesse conto che avrebbe dovuto essere in ansia, e inviò un ringraziamento mentale al dottor Albioni. Aveva finito di apparecchiare sul tavolo dell'ingresso, decidendo di posare lì i piatti, dato che finivano sempre per mangiare sul divano, e stava togliendo dal forno il filetto che aveva messo a riposare qualche minuto prima. Bea entrò in cucina e gli abbracciò la schiena mentre disponeva la julienne di carote sui piatti.
"Ha un buon odore." Commentò strofinando la fronte contro la sua maglia.
"Anche il sapore è buono, credimi. Se vuoi prima o poi ti insegno a farlo."
"E perchè?" Chiese lei con un sorriso nella voce "sai già farlo tu, non ha senso che lo impari anche io. Dovrei imparare qualcosa che non sai fare tu."
"E se io non potessi cucinare, un giorno? Cosa fai?"
"Ci sono sempre i cracker. E il tonno." Dario sbuffò e si leccò via una goccia di condimento dal dorso della mano.
"Insomma, non posso fare affidamento sulle tue doti culinarie, in sostanza." La rimproverò scherzoso. Bea aprì la bocca per replicare, ma si fermò vedendolo irrigidirsi. Non riusciva a capire cosa l'avesse messo in allarme, fino al momento in cui sentì un'imprecazione soffocata provenire da fuori della porta, seguita da pochi colpi battuti sul legno. Non avrebbe mai potuto confondere quella voce con nessun altra.
"È tuo padre." Sussurrò, sentendo suo malgrado montare l'agitazione. Sapeva di non aver più nulla da temere da quell'uomo, ma ugualmente non riusciva a rimanere indifferente alla sua presenza. Il viso di Dario si era trasformato in una maschera senza espressione.
"Stai qui, buona e zitta." Le ordinò a voce bassa. Poi uscì dalla cucina chiudendo la porta alle sue spalle. Non se la sentiva ancora di affrontare la reazione che si sarebbe scatenata quando i suoi familiari avrebbero saputo di loro. Sentiva di non farcela. Era già un miracolo che non fossero piombati lì prima, dopo quanto accaduto fra Bea e Stella, riflettè attraversando l'ingresso diretto alla porta, ma il fatto stesso che sullo zerbino fossero piantati i piedi del vecchio, invece che quelli di sua madre, era un messaggio forte e chiaro: era uscito dal seminato, per quanto riguardava il loro parere, e avevano mandato i mezzi pesanti a recuperarlo. Come faceva da molti anni, lasciò cadere dentro di sé ogni emozione, prima di fronteggiarlo. Era un trucchetto che aveva imparato ancora da adolescente, quando ciò che sentiva depositarsi sul fondo della sua anima, come un sedimento scuro, era principalmente paura, alla sua presenza. Oggi, invece, era un primo palpito di frustrata irritazione.
"Ciao, papà." Lo salutò aprendo la porta. L'età l'aveva appesantito, aveca passato i sessanta, oramai, e quella che un tempo era una notevole muacolatura sembrava essersi rilassata, lasciandosi coprire di uno strato di grasso. La statura imponente, forse un paio di centimetri inferiore alla sua, ma comunque oltre il metro e novanta, e le spalle ampie, taurine, mascheravano bene l'aumento di peso, lasciandogli comunque una figura giovanile. Occhi chiari quanto i suoi lo fissarono in mezzo al fumo azzurrino dell'onnipresente sigaro.
"Oh, buonasera, pezzo grosso." Esordì in tono sarcastico. "Allora non sei  crepato, in fin dei conti. Tua madre pensava di si, visto che non rispondi più al telefono. Meglio così, comunque, devo parlare." La sua voce risuonava, come sempre, troppo forte e troppo cadenzata, volgare, in netto contrasto con l'eccellente taglio dei calzoni gessati e della camicia che indossava, ma in perfetto accordo con l'ultimo bottone aperto sul collo e la posa aggressiva del corpo.
"Parla." Gli rispose Dario sfilando le sigarette dalla tasca dei pantaloni e appoggiandosi con la spalla allo stipite della porta.
"Non mi inviti neanche a entrare?"
"No." Dario lo vide occhieggiare alle sue spalle il tavolo apparecchiato per due e chiuse la porta. Lo guardò diritto in faccia, senza rendersi conto che il suo viso andava perdendo compostezza e iniziava a riflettere la stessa espressione di quello dell'altro. Lucio sorrise a suo figlio con aria complice.
"Ah, ho capito. Abbiamo compagnia. Allora è vero, quello che va dicendo quella scassacazzi di tua moglie."
"Ex moglie. Si, è vero." Annuì Dario senza guardarlo in viso.
"Ma, dì, è una cosa così,  o..." Lucio lasciò la frase i sospeso, imbarazzato.
"Non sono cazzi tuoi. Cosa vuoi?"
"Senti, devi rispondere a tua madre. Sta impazzendo, povera donna, cosa devo dirle, che sei troppo impegnato ad ascoltare il tuo cazzo per sentire il telefono?" Suo malgrado, Dario sorrise immaginando l'espressione che avrebbe avuto sua madre ad una risposta del genere.
"Va bene, dopo cena la chiamo. Altro? Dai, vecchio, non ti hanno madato fin qui per dirmi sta roba." Disse Dario inarcando le sopracciglia. Lucio tentennò. Era evidente che non desiderava affrontare l'argomento che era venuto a discutere.
"Senti, hai proprio deciso che non ci torni, con quella là?" Gli chiese alla fine.
"Si. Deciso." Gli rispose Dario guardandolo in faccia.
"Allora, sta a sentire, io son qui per dirti che sposata una volta, tua moglie per sempre. Che devi piantarla di fare il coglione e rimetterti a posto. Ecco." Brontolò Lucio con l'aria di chi recita a memoria. Dario si concesse un momento per reprimere il sorriso che gli salì alle labbra di fronte a quella scena, sapendo per esperienza che non sarebbe stato bene accetto.
"E tu invece cosa mi vuoi dire?" Osò chiedergli. Quasi si stupì di se stesso, non era solito a questo genere di confidenza, ma suo padre ne sembrò quasi felice. Con un sospiro soddisfatto lasciò da parte l'aria da scolaretto recalcitrante.
"Ascolta, tu lo sai che io non ho detto niente su questa storia fin dall'inizio." Dario annuì. In effetti, suo padre si era mostrato incredibilmente neutrale sulla sua decisione di separarsi da Stella. "Però per me può anche succedere che uno si sbagli. Insomma è successo a tante persone. E mica solo a dei cretini, eh? Solo dimmi una cosa, levamela sta curiosità: quella che hai in casa adesso era in circolazione già da prima?" Dario prese un tiro di sigaretta riflettendo su come rispondere.
"Diciamo di si. Una specie." Disse poi. Lucio annuì, con aria comprensiva.
"Allora per una volta in vita tua fai finta di essere un uomo e non lasciarti dire quello che devi fare. Questo è quello che penso io. E poi vedi tu, sei grande abbastanza." Stavolta davcero Dario gli sorrise. C'erano molte cose, in quelle poche frasi pronunciate con calore, e lui ne era ben conscio. La storia difficile con sua madre, l'affetto che, in fin dei conti lo sapeva, il vecchio provava per lui, perfino una piccola, meschina rivalsa nei confonti di quella nuora che l'aveva sempre messo in imbarazzo, coi suoi modi fin troppo signorili. Tutto questo, e molto altro ancora.
"Finito?" Si limitò a chiedergli gettando il mozzicone in strada.
"Finito, finito, va pure a divertirti, stronzetto. Però ricordati di chiamare tua madre, altrimenti grande o mica grande torno qui e ti alzo a calci in culo. Intesi?"
"Intesi, intesi." Annuì Dario. Era andata infinitamente meglio del previsto e si sentiva tanto sollevato che gli avrebbe promesso qualunque cosa. Lucio si stava già avviando, quando si voltò e abbassando la voce gli chiese:
"Ma la tipa che hai a mano...com'è?" Aveva stampato in volto un mezzo sorriso allusivo e a Dario non occorsero spiegazioni per capire cosa stava chiedendo. Scosse la testa, con aria ironica, poi non resistette alla tentazione.
"Diciamo da vedere buono, da guidare ottimo. Va bene? Mi lasci andare a cena adesso?" Lucio annuì sorridendo, prima di tornare alla sua macchina, e Dario si affrettò a rientrare.
La porta della cucina era ancora chiusa come lui l'aveva lasciata. La aprì e vide Bea ancora accanto al piano di lavoro, praticamente nella medesima posizione in cui l'aveva lasciata. Guardava suo padre allontanarsi in auto attraverso la finestra.
"Tutto bene?" Gli chiese. Dario accennò col capo per confermarle che era tutto a posto. Poi si avvicinò e la prese fra le braccia. Non gli piaceva affatto la tensione che leggeva sul suo viso. "Cosa voleva dirti?"
"Oh, solita roba. Sai, chiama tua madre, torna con tua moglie, non lasciarti convincere a tornare con tua moglie..."
"Lo sai che sono due concetti contrari, si?"
"Lo so. È che prima mi ha detto quello che voleva mia madre, poi mi ha detto quello che voleva lui. Povero cristo, guarda, mi fa pena certe volte."
"A me no. E credi i se ti dico che su di lui ne so forse anche più di te." Dario la osservò incuriosito.
"Ah si? E cosa?" Bea scosse la testa, cupa.
"Non stasera, ti prego. Non ancora. Stasera parliamo di quello che vuoi, ma non di questo." Pur sentendo la curiosità aumentare, Dario la accontentò. Prese i piatti e li portò al tavolo, mentre lei lo seguiva, ancora immersa nei suoi pensieri.
"Va bene, allora. Parliamo del fatto che non sai guidare." Iniziò sedendosi.

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