Vittorio non fece troppe domande. Li accolse con un sorriso luminoso che si stemperò, lentamente, in un'espressione costernata quando ebbe osservato meglio i loro visi. Pallidi come cadaveri, Dario nascosto dietro un enorme paio di occhiali scuri, Beatrice con le mani tenute discoste dal busto, come se portasse un peso ingombrante.
Chiese la destinazione ottenendo uno sguardo confuso da parte di Bea. Toccò appena la mano di Dario, seduto al suo fianco, immobile e con aria assente.
"Dove dobbiamo andare, ragazzi?" Gli chiese a mezza voce. Lui aggrottò le sopracciglia, come sforzandosi di pensare, poi gli diede il nome di uno degli ospedali della città.
Senza dire altro avviò l'auto.
Fu un viaggio breve e silenzioso, al termine del quale venne pregato di accompagnare Bea in pronto soccorso, mentre Dario sparì a passo incerto in una delle palazzine che attorniavano l'edificio principale.
Le porte scorrevoli dell'entrata di chiusero dietro di loro, proiettandoli in un mondo dall'odore pungente, dove tutti sembravano sentirsi male o essere occupati a trasferirsi da una stanza all'altra quanto più velocemente possibile senza mettersi a correre.
Bea si girò verso Vittorio con un piccolo sorriso stanco. Aveva un'ombra violacea tutto intorno agli occhi e l'aria di chi è sul punto di crollare dalla stanchezza.
"Vitto, grazie infinite per il passaggio, eravamo un tantino fuori fase. Corri a casa da Viola, che per tornare chiamiamo un taxi." Quando lui fece per protestare, lei lo fermò facendo un cenno con una di quelle povere mani gonfie. "Ascolta, qui potrebbe volerci una mezza vita, lo sai. Appena Dario ha finito mi viene a fare compagnia. Ti giuro che non fosse stato che sono rincoglionita avrei chiamato in taxi anche all'andata." Gli sorrise di nuovo, confezionando un'espressione di allegro imbarazzo, nella speranza che ci cascasse.
Vittorio le posò la mano sulla spalla e chinò appena la testa per guardarla negli occhi.
"Io se vuoi me ne vado" le disse "ma non aspettarti mica che creda a quel che mi hai detto. Non voglio che mi tu mi dica le cose per forza, se non vuoi dirmele, ma voglio almeno che mi assicuri che ce la fate, a saltarci fuori da soli." La osservò per un attimo, studiando la sua aria colpevole. "Dai, guarda che si vede che siete messi male, eh?"
Bea si ritrovò ad annuire, suo malgrado. Impossibile mentirgli, non dopo che li aveva avuti davanti agli occhi.
"Ti prometto che ce la facciamo. E che se vedo che non ce la facciamo, vi chiamo. Okay, così?"
"Okay. Solo che non fate stronzate, per me è a posto." Le rispose dubbioso, prima di allontanarsi. Rimuginava fra sé, risalendo in auto, su quello che aveva visto, senza riuscire a trovare una spiegazione che rendesse tutto chiaro alla sua mente. Scuotendo il capo, decise che non avrebbe raccontato a sua moglie di quello che aveva visto. Non ancora, per lo meno.
Mentre Bea si armava di pazienza, preparandosi ad aspettare il proprio turno per essere vista da un medico, e veniva, contro ogni sua aspettativa, intercettata da una corpulenta quanto competente infermiera che la prese sotto la sua ala, Dario stava entrando nello studio del dottor Albioni. Gli aveva telefonato nell'attesa che Vittorio arrivasse a casa sua e, nonostante avesse usato tutta la sua concentrazione per risultare quanto più normale possibile durante il breve dialogo telefonico, lui gli aveva ugualmente posto alcune secche, mirate e incredibilmente azzeccate domande, prima di concedergli un appuntamento d'urgenza.
Si conoscevano da molti anni, lui e il dottore, ancora da quando, ai tempi dell'università, aveva capito che non sarebbe riuscito a smettere di farsi male, se qualcuno non l'avesse aiutato. Da quando Stella l'aveva convinto a farsi aiutare, per la precisione.
In quel lungo lasso di tempo, la fisionomia del medico era rimasta pressochè immutata e rimaneva sempre, istintivamente, antipatica agli occhi di Dario. Era il tipo paterno da telefilm, coi capelli di un soffice bianco pettinati all'indietro e l'aria bonaria, sempre attento alla scelta di ogni parola, pacatamente ironico, evidentemente intelligente. Nel profondo, dove raramente mentiva a se stesso, Dario lo odiava. Ma quell'uomo sapeva il fatto suo e, quindi, tanto valeva lasciarlo fare il suo lavoro.
"Oh, ci rivediamo, Dario! Allora, come va? Accomodati! Di cosa mi volevi parlare?"
"Direi che ho avuto un momento difficile." Rispose lui saltando i preamboli "e che mi portebbe servire una mano." Era dura, per lui, pronunciare quelle parole, lo era sempre stato, ma il medico aveva preteso, fin dal loro primo incontro, che lui chiedesse esplicitamente aiuto, sostenendo che, altrimenti, non sarebbe stato in grado di riceverlo.
"Ti potrebbe servire una mano. Capisco. E in che cosa consiste, esattamente, questo momento difficile, dimmi?" Chinando gli occhi, ancora riparati dalle lenti scure, e traendo un lungo respiro, Dario iniziò a parlare. Iniziò dal momento in cui aveva lasciato Stella e continuò, senza una pausa, fino a ciò che era successo pochi giorni prima.
Si rendeva conto, di tanto in tanto, che la sua voce rallentava, dando alla sua parlata un ritmo sbagliato, monocorde, come di chi legge un infinito elenco di numeri, e cercava di raddrizzare il tiro. In un altro momento, si ritrovò ad ascoltarsi parlare, come udendosi da fuori, e si rese conto che stava saltando troppe cose. Tornò indietro e ricominciò da dove aveva iniziato a censurarsi, chiedendo educatamente scusa. Non omise nulla, non un particolare.
Il medico lo ascoltava piacevolmente stupito. Dopo otto anni passati a cercare in ogni modo di vincere le resistenze di quel ragazzo, ora pareva che nulla riuscisse a fermarlo. Non l'aveva visto per lunghi periodi e ogni volta, nel rivederlo, si era segretamente dispiaciuto, avendo sperato che, in un qualche modo, fosse riuscito a trovare un suo equilibrio; stavolta, però, gli pareva davvero intenzionato ad arrivare al cuore del problema. Prese qualche appunto sui fatti salienti che Dario gli andava raccontando. La crisi violenta fra lui e la moglie, la separazione, l'intromissione della famiglia, che li rivoleva insieme ad ogni costo, la fuga in una nuova casa, nella speranza che un nuovo ambiente potesse fungere da protezione, e poi l'esordio delle compulsioni, dell'insonnia, fino ad arrivare al momento in cui si era presentato a casa di Beatrice. A quel punto lo interruppe, con tutta la delicatezza che poté usare. Quel nome non gli era affatto nuovo.
"Stiamo parlando della stessa Beatrice con cui sei cresciuto?" Inaspettatamente, lo vide sorridere.
"Proprio lei. Lei mi è stata vicino, quando stavo...male. Si figura? È stata lì con me tutto il tempo. Mi vuole bene." Dario abbassò il capo ancora di una frazione, dando l'impressione di voler sprofondare nella sedia, sparendo su se stesso. "Perciò, vede, deve aggiustarmi, questa volta. Niente cazzate, devo stare bene. Scusi." Aggiunse alla fine, riferendosi alla parolaccia. Il medico annuì e gli fece cenno di continuare e Dario riprese il suo racconto, terminandolo con il momento in cui aveva deciso che sarebbe stata una buona idea farsi una doccia.
"Va bene, allora, niente cazzate." Replicò quando lui ebbe finito, sorridendogli, il medico. "Dovrai seguire una terapia, da un collega, e venire ai controlli. Senza scuse. E prendere...vediamo..." il dottor Albioni si interruppe per riflettere e Dario sussurrò qualcosa, a voce troppo bassa. "Cosa dici?" Lui ripetè a voce più alta il nome di alcuni farmaci, stupendolo.
"Quella roba la escluda a priori. Per favore."
"Va bene, ma posso conoscere il motivo?"
"Li ho seguiti io quei brevetti. È merda. Scusi."
"Se la smetti di scusarti per essere vivo, allora daccordo." Timidamente, quasi come temesse una punizione, Dario alzò la testa e gli sorrise.
"Sarà dura?"
"No, se è una cosa che vuoi fare tu. Ti ha convinto qualcuno anche stavolta, a venire qui?"
"No. È che voglio...vorrei, cioè, stare bene. Mi piacerebbe stare bene, come prima che, insomma, prima che succedesse tutto quanto. E poi non voglio che lei, che Bea, intendo, mi veda più così. È possibile?"
Dario non se ne rendeva conto, ma il suo modo di parlare era regredito, nella cadenza, che tornava a far sentire il peso del luogo d'origine, accuratamente nascosto nel suo parlare adulto, e nelle espressioni, che erano passate dal suo abituale tono di sufficienza a quello di un ragazzino che chiede il permesso per fare qualcosa. Il medico annuì alla sua volta, cercando di rispettare il varco che si era creato nella sua ampia muraglia di difesa.
"È possibile e non solo, credo che ce la farai senza grossi problemi, se segui le istruzioni del medico. Ho un'ultima domanda da farti, Dario, posso?" Lui annuì passandosi le dita fra i capelli. "Hai detto che Beatrice ti vuole bene. Pensi di voler instaurare una relazione con lei e che lei voglia lo stesso?"
"Si. Io si. Credo anche lei. Penso proprio di si anche lei. Cazzo, si!" Sbottò alla fine.
"Molto bene. Allora direi che procediamo." Concluse il dottor Albioni soddisfatto. Gli scrisse un breve elenco di nomi, tutti colleghi di provata fiducia, da cui avrebbe dovuto scegliere qualcuno che lo seguisse in quella che, spiegò con calma, non era altro che una terapia basata sul dialogo, che l'avrebbe aiutato a sistemare le cose senza sentirsi troppo sotto pressione. Poi gli domandò, a voce, quale preferisse fra due farmaci. Dario storse la bocca in una smorfia amara.
"Neurolettici? Sono messo tanto male?" Il medico trasse un breve sospiro. Non era facile trattare con quel tipo di pazienti.
"Diciamo che ti aiuteranno ad evitare sia le compulsioni che le esplosioni. Per un po'. E il mese prossimo valuteremo se continuare."
"Non rischio di...come dire...insomma, hi già passato cinque giorni senza neanche riuscire a stare in piedi. Quella roba finirà per mandarmi in coma."
"Ascoltami, Dario, questo è un momento particolare, per te. Ti è stata data la possibilità, non solo dalla vita, ma anche dal tuo organismo, di rimettere a posto le cose. Una sorta di seconda chance. Adesso è il momento di decidere se vuoi fidarti di qualcuno, di chiunque, o continuare a tentare di fare tutto da solo. Puoi scegliere, liberamente. Dipende solo da te." Detto ciò, incrociò le dita sul foglio di carta scritto per metà e attese, senza fissarlo.
Per qualche minuto Dario tacque, senza sapere cosa fare. Da una parte, l'idea che quel genere di molecola potesse annichilirlo, la consapevolezza che fosse il genere di farmaci che avevano la nomea di 'camicia di forza chimica', lo spaventava a morte. Aveva proprio paura, una fifa matta, che gli fece quasi salire le lacrime agli occhi. Sull'altro piatto della bilancia, c'era il ricordo di Beatrice che gli accarezzava dolcemente la pelle, aiutandolo a scivolare nel sonno, quella stessa mattina. Delle sue premure, delle sue parole d'amore, mentre lui rimaneva disteso, come morto, di fronte a lei. Non l'aveva lasciato solo. Non aveva chiamato aiuto. Non l'aveva né scaricato a qualcuno, né le era mai sfuggita, in quei giorni, una sola parola che non fosse gentile. Fu questo, a farlo decidere. Il semplice fatto che gli avesse dedicato tanto amore, mentre lui non poteva ricambiare nulla. Lei lo meritava, di averlo intero. Strinse i denti fino a sentire dolore.
"Vada per il risperidone." Sibilò malvolentieri. "Ma sia chiaro che non sono entusiasta."
"Chiarissimo." Rispose il medico scrivendo il dosaggio. Gli consegnò il foglio con un gesto ampio. "In fondo troverai la data del nostro prossimo incontro. E l'ora. Ti raccomando la puntualità."
"Se quella porcheria non mi fa andare in acqua il cervello prima." Brontolò cupo lui alzandosi.
Bea osservò allarmata l'ago sottile che si avvicinava alle sue dita, sotto la luce delle lampade al neon, che le pareva quasi un'aggressione fisica, dopo tutti quei giorni di tende pesanti e scuri accostati.
Sul diafanoscopio, alla sua sinistra, era in bella mostra una lastra della sua mano, che mostrava una miriade di minuscole punte conficcate nella carne, troppo profondamente per essere scorte dall'esterno.
Aveva passato l'ora precedente a rispondere ad una incredibile quantità di domande sul modo in cui un adulto ragionevole potesse aver ignorato trentasette corpi estranei fino a permettere alla pelle di richiudersi su di essi.
"Dunque, signora, adesso le farò una lieve anestesia locale." Disse allegro il giovane chirurgo seduto di fronte a lei.
"Aha. Con quello lì?" Domandò lei con voce tremante, accennando col capo alla siringa nella sua mano.
"Esatto. Non dovrebbe farle paura, considerando tutta la roba che già c'è là dentro!"
"E se invece me ne facesse?" Protestò lei ritraendo appena la mano.
"Beh, in quel caso potrei incidere ed estrarle senza anestetico. Ma mi sembra piuttosto, come dire, estremo."
"Aha. Okay, allora. Ma non mi faccia male, va bene?" Lui le rivolse un breve sorriso e le premette delicatamente la mano sul polso, prima di affondare l'ago, precauzione che si rivelò necessaria: Bea sussultò violentemente e prese a lamentarsi a bassa voce.
"Mi fa male! Male! Mi sta facendo male!"
"Abbiamo quasi finito. Ecco, si calmi. Fra un minuto avrà fatto effetto."
Poco dopo iniziò ad incidere in molti, piccoli punti le sue dita per estrarne minuscoli pezzetti di vetro e di legno. Beatrice resistette stoica alla vista del proprio sangue, fino al momento in cui arrivarono rinforzi per affrontare un lungo vetro ricurvo penetrato nella punta dell'indice. Quando li sentì discutere sull'opportunità di rimuovere l'unghia, si accasciò, svenuta.
Dario la aspettò paziente per un'ora, prima di chiedere di lei al primo camice bianco che riuscì ad acciuffare.
"E lei sarebbe?"
"Il suo compagno." Venne valutato per un lungo istante e, come gli accadeva ogni volta, si sentì tremendamente imbarazzato nell'essere preso in esame.
"La signora non ha altri..."
"No. Solo me."
"Capisco. Attenda un momento, per favore." L'uomo sparì dietro una porta per ricomparire dopo qualche decina di minuti con una dottoressa dall'aria asciutta e sbrigativa.
"Dario Malatesta?"
"Sono io."
"Bene, la signora ha indicato il suo nome. Dobbiamo parlare." Dario deglutì. Era sempre un pessimo sintomo, sentire quelle parole, e non era certo di se stesso, non si sentiva ancora del tutto lucido, ma annuì brevemente, con aria sicura. La seguì dietro la stessa porta da cui era uscita e, senza attendere di essere invitato a farlo, si sedette. Aveva imparato che una certa dose di sicumera induce fiducia. "Dunque, la signora Bizzarri è arrivata da noi con non meno di trentasette corpi estranei ritenuti nel tessuto di entrambe le mani. Lei ha un'idea del motivo che possa averla spinta a non rivolgersi ad un medico prima? Glielo chiedo perché le ferite erano cicatrizzate, quindi deve essere passato più di un giorno."
"Io...non lo so. Ero assente." Disse respirando a fatica. Odiava mentire.
"Si, è quello che ha detto anche lei. Bene. Il problema, qui, è che la signora presenta un'infezione piuttosto grave. Penso che questo non dipenda solo dall'essersi tanto palesemente trascurata, ma anche dai suoi disturbi alimentari. Sa se ha avuto precedenti ricoveri per questo motivo? Qualcuno la segue?"
"Disturbi cosa?" Chiese Dario sinceramente stupito. L'altra lo guardò seccata.
"Da quanto tempo la conosce?" Domanda difficile. Pericolosa. Rispondere la verità, 'da quando avevo diciassette giorni' gli parve fuori luogo.
"Ci siamo messi insieme da poco. Non sapevo che avesse dei disturbi alimentari."
"L'ha guardata? Pesa quarantuno chilogrammi, per la bellezza di un metro e sessantuno. Senta, di solito non ci impicciamo di queste cose, ma fossi in lei la convincerei a farsi seguire. Ci sono centri specializzati." Dario annuì. Quarantun chili. Praticamente pesava quanto il suo cappotto. Rabbrividì pensando a quanto fosse leggera, fra le sue braccia.
"Le assicuro che lo farò."
"Bene, perché anche trascurarsi a quel modo non è un buon sintomo. Voglio dire, ha idea di quanto dolore possano provocare trentasette pezzi di vetro?"
"No. Ma non la lascerò più sola. Ha fatto bene, a dirmelo."
La dottoressa annuì. In qualche modo, aveva passato l'esame, anche se il prezzo era stato elevato. Nelle condizioni in cui anche lui si trovava, le parole che aveva sentito si trasformarono immediatamente in un imponente carico di ansia a malapena repressa. Il timore di perdere Beatrice, di perderla in un modo ben peggiore e piu definitivo del vederla fare le valige, si insinuò dentro di lui senza incontrare alcuna resistenza. Chiuse gli occhi un attimo per recuperare il controllo e si ripromise di parlare con lei al più presto, prima di permettersi di riposare. Presa questa risoluzione recuperò la calma necessaria a riportare l'attenzione sulla donna che gli stava di fronte.
Le strinse la mano e la seguì di nuovo, questa volta per recuperare Beatrice. La trovò stesa, che osservava sconsolata i due mucchietti di bende che le coprivano le mani, con una piccola pila di prescrizioni mediche accanto.
"Dario!"
"Amore. Dai, tirati su, andiamo a casa."
Uno sguardo fu sufficiente. Era ancora una sensazione nuova, esaltante anche in mezzo a tutti quei problemi, potersi apertamente dichiarare una coppia. Il tragitto in taxi fu misericordiosamente breve.
Il sacchetto dei medicinali, ridicolmente ingombrante, stava fra loro come un muto rimprovero. Entrarono in casa senza parlare.
Dario si liberò degli occhiali scuri e si passò le mani sul viso, massaggiandosi la radice del naso arrossata dal prolungato contatto con la plastica, prima di volgere lo sguardo attorno. La stanza risultava spoglia, ma ordinata e pulita, e nel vederla si sentì meglio. La lunga fila di sacchetti neri, allineata contro la parete di fondo, era l'unica stonatura in un ambiente altrimenti tranquillo, che gli trasmettava serenità. Guardò Bea per ringraziarla del duro lavoro che si era accollata e si rese conto che era ancora sulla porta e lo fissava con aria colpevole.
"Oddio, cosa? Cosa c'è ancora?" Gemette ruotando gli occhi. Lei si umettò le labbra, a disagio.
"Potrebbe essere passato qualcuno, mentre tu stavi male."
"E allora?"
"Mettiamo che sia stata la tua ex?" Chiese lei con un sorriso nervoso. Lui fece un passo avanti, immediatamente in allarme.
"Non le hai mica detto come stavo, no?"
"Mm, no. Ma portei averle fatto perdere un tantino la pazienza." Dario trattenne un sorriso.
"Sei riuscita a far incazzare la regina delle nevi un persona?"
"Può darsi." Rispose lei senza guardarlo in faccia. "Del resto lei mi si è presentata come 'la moglie' e si è messa a dare ordini neanche fosse...che ne so, la padrona assoluta. Voleva a tutti i costi che ti svegliassi, ha minacciato di attaccarsi al campanello, e io mica potevo lasciare che ti svegliasse. O no?" A quel punto Dario era sinceramente curioso.
"E si può sapere cosa le hai detto, per farle mollare la presa? Perché io in otto anni non ci sono mai riuscito una volta che è una." Bea chinò il capo.
"Non le ho detto niente, io. Ho solo smontato il campanello e gliel'ho messo in mano."
"Hai fatto che?" Bea aprì la porta d'ingresso e indicò il punto da cui prima sporgeva la targhetta di ottone, con aria mesta. Dimenticando gli occhiali scuri, Dario uscì per guardare da vicino il nastro adesivo che ricopriva il muro. "Fammi capire: lei ti ha minacciato di mettersi a suonare fino a che non venivo a parlarle e tu le hai messo il fottuto campanello in mano e te ne sei andata?"
"Eh, si. Sei arrabbiato, adesso? Non sapevo cosa fare." Dario continuava a fissare il nastro adesivo con una strana espressione in viso. "L'ha lanciato lì." Terminò lei indicandogli il punto. Le spalle di Dario iniziarono a sussultare. Entrò in casa e si lasciò cadere sul divano, ridendo senza ritegno, con le mani sul viso e la testa rovesciata all'indietro sulla spalliera.
"Perchè cazzo non mi è mai venuto in mente?" Ululò fra le risate.
"Allora va bene?"
"Per la miseria, si, sei riuscita a tenermela fuori dai coglioni, va bene si!" Bea si lasciò cadere sul divano accanto a lui. Un'aria di sollievo e rivalsa le si dipinse in volto.
"Ah, allora vuoi dire che non è poi così perfetta?"
"Ma chi, Stella? Bea, vacca boia, ma la pianti con questa storia? È come avere un martello pneumatico puntato alla testa, vivere con lei, va bene? E no, per l'ultima volta, sarò anche matto ma non sono cretino, se fossi innamorato di lei non l'avrei lasciata. È chiaro? Te lo devo spiegare meglio?" Un lieve sorriso gli aleggiava ancora sul volto. Conosceva e capiva la gelosia meglio di chiunque altro.
"Non la ami?" Chiese Bea guardandolo da sotto in su, timidamente. Lui scivolò dal divano e si sedette a terra, guardandola in viso.
"Sei tu quella che amo. Facciamola facile. Stella no, Bea si. Tu capisce mia lingua, piccola donna?"
"Io capisce, grande cacciatore bianco." Rispose lei di rimando. I loro occhi si incrociarono e fu come se non avessero mai passato lontani neppure un minuto. Qualunque cosa fosse stata, quella che li aveva fatti sentire quasi estranei, quando si erano reincontrati, si era assottiliata fin quasi a sparire, in quei giorni di forzata, tremenda intimità.
"E adesso, prima che il grande cacciatore bianco crolli e si riposi, anche io ho una cosa da dirti. Te lo dico come tu l'hai detto a me, così son sicuro che capisci: amore mio, se non ti metti a mangiare, muori. Chiaro?"
"Dai, Dario..."
"No, dai Dario una gran bella sega, Bea. Mi ha preso da parte una dottoressa in ospedale, per parlarmi dei tuoi disturbi alimentari. Queste precise parole."
"La rompicazzo con la coda?"
"Proprio lei."
"Mi ha fatto un milione di domande inutili, mi ha..."
"Ha cercato di darti una mano, nana testona. Di aiutarti, sai?"
"Ascolta, io non ce l'ho un disturbo alimentare. Punto. Ho letto parecchio sull'argomento, conosco i sintomi, e io non li ho. Le anoressiche hanno fame, pensano continuamente al cibo e hanno l'ossessione per l'aspetto fisico. Io molto più semplicemente non ho fame. Non mi va. E poi sto bene, così."
"Pesi quarantuno chili. Bea, amore, pesi come il mio paltò, ci arrivi che non è normale?"
"Ho le ossa piccole."
"Il cervello ce l'hai piccolo, somara da riproduzione!" Replicò lui alzando un sopracciglio. "Senti, partiamo da qui: siamo messi male. Io sono uscito di testa e tu non riesci a buttare giù abbastanza da tenerti in salute. Ti va di metterci a posto?"
"Ma io sul serio non ho fame." Pigolò lei in un ultimo tentativo di lamentela.
"Si, ti credo. E io sul serio non avevo voglia di alzarmi. Ma ti sembra che vada bene?" La guardò scuotere la testa, ma non era ancora convinto. Vedeva ancora nei suoi occhi una luce caparbia che ricordava fin troppo bene. "Bea? Dimmi che vuoi stare con me." Immediatamente il viso di lei si aprì in un sorriso.
"Si, certo che voglio stare con te."
"Allora devi farmi il favore di stare bene. Altrimenti come faccio, io?"
"Okay."
"Okay?"
"Si, mamma mia quanto sei insistente, ho detto che va bene!" Si sorrisero, forti del loro nuovo patto. "Solo, me la dici una cosa?"
"Anche due amore mio."
"Se è così rompiballe, perchè te la sei sposata?" Dario crollò il capo sospirando rumorosamente.
"Non ti va mica giù questa faccenda eh? Dai, sfogati."
"Ti sei sposato la replicante di zia Sissi. Pure cagacazzo. E ha anche l'aria da figa di legno." Dario sporse le labbra e mosse una mano nell'aria, per dire che più o meno le cose stavano come lei aveva detto. "Perchè? Come cazzo ti sei innamorato di una così, me lo spieghi? Solo perché è bella? Possibile?"
"No. Lei...mi ha più o meno salvato la vita. Più e più volte. Ha passato un sacco di anni a starmi dietro passo a passo e a tenermi in piedi. Mi ha tirato su di peso quando mi ha conosciuto e un paio di altre volte. Ci tiene a me, sul serio. E io, ad avere qualcuno che fa così..."
"Ho capito."
"E già che siamo in argomento, ho una domanda anche io."
"Vai."
"Sul serio, i tuoi ex, non quelli che ti sei scopata, gli ex veri, quanti sono stati?"
"Tre."
"E quello con cui sei stata più tempo è durato tre anni?"
"Mm."
"Era quello che mavi di più?"
"Cos'è, vuoi conoscere il tuo diretto concorrente?"
"Perchè, ho dei concorrenti? No, voglio sapere di che tipo di uomo ti sei innamorata."
"Allora non vuoi sapere di Max. Insomma, gli ero molto affezionata, ma non come credi tu. Il più importante, per me, è stato Stefano. Bel tipo, un musicista di professione. Innamorata cotta, è durata poco più di un anno."
"Perchè l'hai lasciato?"
"Non l'ho fatto. Mi ha mollata lui."
"Ah." Commentò seccamente lui, deluso. Si accese una sigaretta ed immediatamente lei gliela sfilò dalle dita. Dario scosse il pacchetto e ne accese un'altra, prima di parlare. "E come mai?"
"Colpa tua." Dario sgranò gli occhi e si indicò il petto. "Si, si, tua. Stavamo facendo sesso e l'ho chiamato Dario. Inutile dire che è venuta fuori tutta la storia, dopo. E quando lui mi ha chiesto se ti pensavo ancora..."
"Ho capito. Non gli hai raccontato balle. Hai fatto bene. Per esperienza personale ti posso dire che è un pessimo argomento su cui cacciare balle. Vengono fuori in un lampo. E di continuo. Per anni. All'infinito."
"È chiaro, stai calmo. Finito l'interrogatorio? "
"Per ora. E tu?"
"Per ora." Ripeté Bea con aria ironica. "E adesso cosa vuoi fare?"
"Sono quasi le otto. Adesso mangiamo e poi nanna. Ordino una pizza. E tu fai la brava, senza storie."
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