giovedì 28 agosto 2014

24

Fu un lungo abbraccio, quello che condivisero sul letto ingombro di buste. Con le braccia strette ognuno attorno al corpo dell'altro, Bea con la sensazione, sempre più vivida, di essere finalmente al sicuro, a casa, dove nulla di male avrebbe potuto sfiorarla, e Dario che covava quasi con gelosia la scintilla di incondizionata approvazione che lei gli aveva acceso in petto. Era un sollievo indescrivibile per lui, l'idea stessa di averle messo il suo passato fra le mani e che, ora, non ci fosse più nulla da raccontare né da nascondere. Ogni cosa era stata vista, alla luce, senza la difficoltà di dover affrontare lunghe ed estenuanti discussioni in cui dire la cosa sbagliate era, più che un timore, una scomoda certezza. Era a posto, pulito, dentro e fuori. E lei lo voleva, anche ora che sapeva ogni dettaglio. Lo voleva davvero, era in grado di sentire il suo amore avvolgerlo lento e costante, come il calore irradiato da una fonte piccola ma potente. Qualcosa nel suo profondo, tanto a fondo che nemmeno seppe dire di cosa potesse trattarsi, torno al suo posto con un piccolo scatto, come un osso che ritorni in sede dopo una dolorosa slogatura. Stava bene. Bene, sul serio, senza meno.
Bea non avrebbe voluto staccarsi mai dal suo abbraccio. In esso avvertiva molto di ciò che le era mancato, di quello che invocava nelle lunghe notti solitarie in cui il sonno sembrava incapace di vincerla. Il ritmo del respiro di lui, quello del suo cuore, come una musica sommessa e potente, forse Wagner ad un volume appena udibile, riflettè fra sé con un sorriso, la cullava e la ipnotizzava insieme. Poteva sentire con chiarezza la forza insita nel suo abbraccio, quella sensazione di acciaio appena ricoperto da carne e pelle che lui aveva sempre portato con sé,  e ne era rassicurata. Ripensò alle sue parole del giorno prima. 'Sono grande adesso' le aveva detto 'sono forte.' E, per la prima volta da che si erano reincontrati, Bea iniziò a pensare che fosse vero. Che tutti quegli anni non l'avessero spezzato, infranto come un'idolo caduto, ma innescato, in una qualche oscura maniera, come un qualche genere di  esplosivo, e che ora, una volta che l'esplosione era avvenuta, che l'olocausto si era consumato, lui potesse emergere di nuovo in tutta la sua potenza. Perché non c'era debolezza, in quello che sentiva emanare da lui. Solo una sensazione di quieta inarrestabilità, come un macchinario immobile, ma che, una volta messo in movimento, avrebbe potuto compiere opere straodinarie.
Dopo molti anni, per la prima volta, le parve che i muscoli contratti ed annodati del suo petto e del suo ventre accennassero ad allentarsi.
"Ho anche una sorpresa per te, oggi" le disse lui sciogliendo lentamente le braccia.
"Che sorpresa?"
"Non te lo dico. Se no non è una sorpresa." Le rispose. La osservò per un momento. "Stai bene? Sul serio?"
"Sto benissimo, Darietto. Mai stata meglio in tanti anni." Disse Bea stiracchiandosi all'indietro. Dario si ritrovò a sogghignare.
"Ti credo."
"Non vedo perché non dovresti credermi. Come mai hai quella faccia?"
"Mi hai chiamato Darietto. Era da un bel pezzo che nessuno mi chiamava così." Lei gli accarezzò il viso. Era bello vedere quanto fosse tranquillo, rilassato, ora che tutto era stato detto. Le parve di rivedere quell'espressione pigra e sorniona, da gatto, che aveva tanto amato negli anni della sua fanciullezza.
"Hai fame? Vuoi pranzare?" Gli chiese senza smettere di carezzare il suo volto e i suoi capelli. Lui annuì.
"Ovvio. È l'una passata! E tu? Ce la fai a mangiare qualcosa?"
"Direi di si. Dì, ne abbiamo ancora di quella roba strana che hai fatto ieri a cena?"
"La roba strana si chiama 'gratin di verdure'. Si, perché?"
"Mah, così, ne ho voglia." Gli rispose Bea alzandosi dal letto e avviandosi verso la cucina. Dario la seguì stupefatto: non l'aveva mai sentita dire, nella loro vita adulta, che aveva voglia di mangiare qualcosa. Era tanto preso nel considerare questo piccolo miracolo, che nemmeno si accorse che stava lasciando la camera da letto in disordine, invasa dalle sue lettere e con il copriletto malamente arrotolato.
Pranzarono seduti uno di fronte all'altra, come ai vecchi tempi, e Bea davvero mangiò per conto suo, ascoltandolo chiacchierare fra una forchettata e l'altra. Dario seguiva senza parere il viavai della forchetta nel piatto di lei, sentendo ondate di esultanza ad ogni boccone che ingoiava, come se si trattasse di altrettante vittorie. Quando lei posò la forchetta e si dichiarò sazia, si offrì di prepararle un caffè senza osare pronunciare la benché minima osservazione.
Mancavano ancora tre ore al momento in cui la madre di Vasirani sarebbe arrivata per accompagnarli da Dora e ognuno di loro decise di occuparle a modo suo. Bea si sistemò sul divano, affondata fra i cuscini, con un paio di libri e Dario si rifugiò nello studio, avendo cura di lasciare la porta aperta. Non gli piaceva che lei si sentisse in obbligo di bussare.
Quando bussarono alla porta di ingresso, fu Beatrice ad aprire.
"Oh, ciao Andrea. Accomodati, come va?" Gli chiese facendogli cenno d'entrare. Vasirani la guardò stranito.
"Cosa vi piglia oggi? Vi siete drogati?"
"Chi?"
"Tu e il cuginetto. Tutti gentili, carini, mi fate quasi paura. Non è che volete mangiarmi, no?" Bea gli diede uno sguardo incuriosito.
"Perchè, hai visto Dario oggi?" Andrea scrollò la testa sconsolato.
"Dio mio. Si, l'ho visto. Comunque, dove si è andato a ficcare, che dobbiamo andare? Mia mamma aspetta in macchina."
"È nello studio, quella porta lì. Dove andate?"
"Non te l'ha detto?" Chiese stranito. "Aspetta, posso entrare nel sancta sanctorum o muoio sul colpo?" Bea gli sorrise.
"Vai, vai, che non muori. Almeno non sul colpo. Di solito ci vuole un po'."
Sbuffando una mezza risata, Andrea attraversò l'ingresso ed entrò nella stanza che gli aveva indicato Bea. Appena oltrepassata la soglia si fermò, guardandosi attorno con aria smarrita. Dario lo osservava divertito da dietro la scrivania.
La parete di fondo, opposta alla porta, ospitava un'ampia finestra velata di sottili tende bianche, simili a garza, che parevano fondersi nel legno dell'infisso, altrettanto bianco. Le pareti, il soffitto alto, perfino il semplice lampadario conico che pendeva dal soffitto, erano del medesimo tono di bianco, come pure la scrivania. Il legno della libreria, che occupava in pieno entrabi i muri, da una parte e dall'altra della porta, dal pavimento al soffitto, era stato verniciato con la medesima tinta della parete, tanto che ne pareva una sporgenza naturale. Al suo interno ospitava centinaia di volumi, ognuno incartato con spessa, anonima carta bianca.
"Vasirani, chiudi la bocca, ci entrano le mosche." Gli disse dopo qualche tempo Dario, facendolo sussultare.
"Tu sei malato." Dario si mise a ridere sommessamente. "No, compare, sul serio. Fatti curare. Porco cazzo!" La risata di Dario si intensificò e lui rovesciò la testa all'indietro lasciandola sgorgare liberamente. Gli appariva tanto comico, il palese smarrimento di Andrea di fronte a quella che lui considerava la sua stanza, che non riusciva in alcun modo a trattenersi. "Ma cosa ridi!" Lo censurò l'altro, sinceramente inquietato da ciò che aveva visto. Dalla porta fece capolino Beatrice, con un sorrisetto.
"Che succede?"
"Vasirani non apprezza il mio senso estetico, credo." Le rispose Dario, riprendendo il controllo. Gli occhi di Andrea cercarono quelli di Beatrice, quasi supplicandola di spiegargli cosa ci fosse di comico.
"Non badarci, amore, lo sai che Andrea è strano." Gli rispose lei mentre il suo sorriso si ampliava lasciando scorgere i denti. Quando era entrata per la prima volta in quella stanza, nemmeno lei era rimasta indifferente. Le era parso di vedere l'anima di Dario messa a nudo, il suo conteso perfetto, e l'aveva amata fin dal primo istante.
"Ah, io sono strano. Certo. Logico."
"Cominque, Vasirani, è ora di andare?" Chiese Dario con piglio deciso, alzandosi dalla sedia. Non appena vide l'altro annuire, si rivolse a Bea. "Amore, vai a cambiarti. Usciamo."
"Cinque minuti e sono pronta." Rispose lei sparendo dalla soglia. Andrea dissentì debolmente.
"E cose sul tipo 'dove andiamo?' Suppongo siano proibite, qui. Cioè, se lo dicessi io a Elena..." Dario uscì dallo studio e richiuse la porta alle loro spalle, prima di sfilare il pacchetto di sigarette  ormai gualcito dal taschino della camicia che portava sotto la leggera maglia di lana e scrollarlo per accenderne una. Strizzò un occhio per proteggerlo dal fumo.
"Ma tu non sei me. E Bea non è Elena. Noi siamo una cosa a parte."
"E me ne sono accorto. Dì,  come cazzo ti è venuto in mente di mettere una stanza in quel modo?"
"Mi piace. Mi rilassa." Rispose l'altro stringendosi nelle spalle.
"Ah. E sei sempre stato così o c'è stato un peggioramento negli ultimi anni, scusa?"
"Direi sempre stato. Ma perché, a te non piace il bianco?"
"Si, Malatesta. Mi piace anche la birra, ma non ci faccio il bagno. Per dire."
In quella scese Beatrice, allacciandosi un orecchino. Quasi in un riflesso involontario, Dario diede una sbirciata all'orologio e assunse um'aria soddisfatta,  vedendo che era in anticipo di quasi un minuto intero. La contemplò con aria gongolante.
"Sei splendida." Le sussurrò,  sfilandosi la sigarett di bocca e porgendogliela. Lei ne fumò la seconda metà mentre uscivano di casa.
Dario osservò critico Liliana seduta nell'auto di Andrea. Lei scese e la presentarono a Beatrice.
"Prendiamo la mia macchina." Annunciò poi Dario. Andrea si volse piccato.
"Posso sapere per quale motivo?" La macchina di Andrea era parcheggiata a pochi metri da quella dell'amico, che le indicò entrambe senza parlare. Schiacciata dalla semplice superiorità della mole, la Golf argento di Andrea appariva minuscola, accanto alla berlina BMW di Dario. Liliana annuì.
"Si, prendiamo la sua. Bella. Sfacciata come una battona, ma bella. Che roba è?"
"Una serie cinque, signora. È spaziosa." La donna si avviò verso l'auto rossa, lanciando una lunga occhiata di valutazione e, quasi, di curiosità a Beatrice, che la ricambiò con uno sguardo di educata considerazione, poi fece cenno al figlio, che era rimasto a rimuginare sul marciapiedi.
"Allora, dai, facciamo tardi!"
"Ma perché le tue cose sono sempre più belle delle mie?" Sussurrò irritato Andrea a Dario passandogli accanto. L'altro alzò le mani, le chiavi strette nella destra, in un gesto di pace.
"Dai, Vasirani, non ti arrabbiare. Mica è colpa mia."
"Si, si, non è mai colpa tua. Figurati." Mugugnò Andrea avvicinandosi all'auto con aria cupa. Il suo solito sorriso era evaporato.
Liliana si accaparrò il posto accanto a quello di guida, sistemandosi con un sospiro soddisfatto sul sedile di morbida pelle chiara.
Dopo un paio di minuti di secche indicazioni estemporanee, Dario accostò al marciapiedi con um'aria di pazienza angelica che gli irradiava dal viso. Uma sola occhiata bastò a Beatrice per corrugare la fronte e sibilare piano fra i denti alla volta di Andrea, seduto al suo fianco, che guardava alternativamente lei e l'amico al posto di guoda con aria di incomprensione.
"Beh? Cosa succede? Perché ti sei fermato?" Domandò Liliana spalancando gli occhi. Dario si schiarì la voce e posò entrambe le mani sul volante, prima di rispondere.
"Signora."
"Liliana." Gli ricordò lei. Dario annuì stringendo le labbra fin quasina farle sparire.
"Liliana." Ricominciò "dobbiamo prendere una decisione. O lei mi dice l'indirizzo e io guido, oppure guida lei."
"E questo cosa vorrebbe dire?" Chiese lei piccata. Andrea iniziò a ridere senza emettere alcun suono sul sedile posteriore.
"Vuole dire, signora, Liliana, che se guido io preferirei non essere fatto oggetto di commenti continuativi. Mi rende nervoso." La voce di Dario era modulata e dolce, quasi le stesse facendo un elaborato complimento.
"Va bene, allora, se sei tanto permaloso, ti dò l'indirizzo e taccio. Se proprio devo tacere! Basta che non arriviamo tardi, che Theodora ci tiene tantissimo alla puntualità e le ho detto che arrivavamo alle cinque e mezza." Bea, che si era involontariamente ritratta sul sedile, in atresa di un qualche genere di scontro verbale, si proiettò in avanti fino a sporgersi fra i due seggiolini anteriori. Un formicolio di speranza e di riconoscimento, come una mi uscola scarica elettrica, le era scaturito dentro nel sentire quel nome.
"Theodora? Dora? Mi stai portando da Dora?" Dario lasciò ricadere il capo contro il poggiatesta.
"Ma porca paletta, volevo farti una sorpresa!" Si lamentò bonariamente. Bea si sporse ancora, fin quasi ad incastrare le spalle fra i sedili, e lo abbracciò, circondando il seggiolino insieme alla sua schiena. Gli schioccò un grosso bacio sul viso. Le si era allargato in volto un sorriso tantoo grande da farla sembrare poco più di uma bambina.
"Allora ci andiamo davvero? È lei!" Lui annuì posando le mani sulle sue, contagiato dal suo entusiasmo. "Ma non possiamo presentarci così, amore! Non le portiamo niente, ci andiamo a mani vuote?"
"Bea, ma non c'è il tempo di..." lei lo strinse ancora di più.
"Accelera, allora. Lo dobbiamo trovare, il tempo, va bene?"
"Sissignora. Tutto quello che vuoi tu." Rispose Dario innestando la marcia. Si volse verso Liliana che guardava Andrea, girata all'indietro, rendendosi conto che fra i due stava passando una qualchensorta di muta comunicazione.
"Liliana, per favore, indirizzo." Lei enunciò via e numero civico, iniziando a dargli qualche indicazione. Mentre si staccava dal marciapiedi reimmettendosi in carreggiata, Dario sollevò una mano alla sua volta, fermandola.
"È sufficiente, grazie." Liliana chiuse la bocca tanto precipitosamente da apparire comica, prima di volgersi di nuovo verso il figlio.
"Si, forse hai ragione. Un filo stronzo lo è."
"Non mi pare proprio il caso..." la voce di Beatrice si levò minacciosa dal sedile posteriore.
"Bea, non fa niente. Davvero." Gli occhi di lei incontrarono i suoi, per una frazione di secondo, nello specchietto retrovisore, prima che si riappoggiasse allo schienale fissando la nuca di Liliana con aria temporalesca.
"Si, Dario." Disse poi.
"Accidenti, ma allora sei addomesticata! Incredibile! E come ci riesce, dì? Fate esercizio tutte le sere o ti mette in punizione se disobbedisci?"
"Fottiti, Vasirani." Sibilò lei indispettita.
"Bambini, buoni tutti e tre! Adesso, subito." Disse Liliana in tono autorevole. Il silenzio calò nell'auto rapido e pesante come una lama e lei si guardò attorno con aria divertita, prima di voltarsi di nuovo verso la strada.
Dario guidò come un pazzo per guadagnare tempo. Erano ad un paio di incroci di distanza, quando la voce di Bea si levò improvvisa.
"Fermati fermati fermati!" Quasi strillò. Senza riflettere, Dario fece come gli chiedeva. Non fece a tempo a girarsi per domandarle cosa fosse successo di tanto grave, che lei già si era proiettata fuori dell'auto e stava attraversando la strada.
"Dove scappa la cuginetta?" Chiese Andrea stupito. Dario percorse con lo sguardo la fila di vetrine che si affacciavano sul marciapiedi prima di sfoderare un ampio sorriso.
"Direi dal fioraio." Gli rispose. Bea tornò più velocemente che poté, portando un voluminoso mazzo di fiori dai colori sgargianti, con gigli purpurei e spatifolie rosso vivo. Lui le rivolse uno sguardo di apprezzamento.
"Bel colpo, Bea." Commentò laconico prima di ripartire.
Poco dopo uscivano dall'auto, sotto il grande condominio verde cupo in cui abitava Dora. Bea e Dario si avvicinarono spalla a spalla, in un gesto tanto abituale quanto inconsapevole, rimanendo immobili a fissare l'edificio. Entrambi si sentivano emozionati e spaventati. Desideravano rivederla e, allo stesso tempo, temevano di scoprire di non essere stati altro che un lavoro, per lei. Dario le scoccò un'occhiata e subito riportò lo sguardo a ciò che avevano di fronte. Lei trovò la sua mano e la strinse. Ora che potevano farlo anche di fronte a tutti, non aveva senso che si trattenessero per pudore. Le dita di lui si strinsero sulle sue, serrandole in una stretta quasi dolorosa. Parevano due bambini persi in una foresta delle fiabe, di fronte al palazzo di una fata, sbucato per incanto nel mezzo di una foresta. Fu Liliana a rompere l'incanto.
"Allora, andiamo?" Chiese con aria comprensiva.
"Lei lo sa che stiamo arrivando noi?" Le domandò Beatrice di rimando. La donna scosse il capo.
"Siete una sorpresa. Le ho detto solo che sarei andata a trovarla." Si avviarono, esitanti, col cuore gravato dai medesimi interrogativi. Si domandavano se la loro visita sarebbe stata una seccatura, per lei, se avevano avuto un valore nella sua vita pari a quello che lei aveva avuto nella loro. E soprattutto, come sempre, cosa avrebbe detto vedendoli insieme. Durante il lentissimo viaggio in ascensore, si scambiarono uno sguardo in cui ognuno riconobbe la propria paura negli occhi dell'altro e, senza bisogno di parole, si offrirono reciproca consolazione.
Andrea stava alle loro spalle, osservandoli senza riuscire a capire tutto il nervosismo che dimostravano. Gli sembrava eccessivo, quasi frutto di una finzione. Diede loro mentalmente degli esagerati melodrammatici, mentre le porte finalmente si aprivano su un pianerottolo spoglio ma lustro.
Liliana si avvicinò ad uma delle porte e suonò, facendo loro cenno di attendere. Una voce dall'interno gridò di entrare, chenla porta era aperta, e, dopo un nuovo cenno, stavolta di invito, entrarono in un corto corridoio che sfociava in una sala immacolata, con un tavolo rotondo di fronte ad un'ampia finestra e un certo numero di centrini inamidati che si affollavano su ogni superficie disponibile alla vista. Un buon odore di licido per mobili e cucina si spandeva come un benvenuto nell'aria luminosa.
Bea e Dario erano in fondo al corridoio e Liliana già in sala, quando Dora fece il suo ingresso da quella che era evidentemente la cucina, pulendosi le mani nel grembiule.
Li osservò per una frazione di secondo, gli occhi che le andavano dall'uno all'altra e ritorno, come seguendo uno scambio di tennis, prima di portarsi le mani alla bocca.
"I miei bambini!" Esclamò a voce bassa prima e "signorini!" Quasi urlò poi, tendendo loro le mani.
Andrea osservò la scena accanto a sua madre, sentendosi crudele per ciò che aveva pensato poco prima riguardo la loro esagerazione.
Il primo ad arrivare fu Dario. Dovette chinarsi parecchio per abbracciarla, ma lo fece senza un attimo di esitazione. Nello stringere le braccia attorno alla donna paffuta e tozza, i suoi occhi si chiusero e poi si strinsero, in un'espressione di estrema emozione. Bea rimaneva un passo indietro, nascosta dal grande mazzo di fiori rossi. Ci rimase per una decina di secondi, quasi intimidita, fino a quando Dora non agitò il braccio libero nella sua direzione. A quel punto lasciò cadere i fiori sul tavolo e si precipitò ad abbracciarla anche lei.
Dora li strinse con una forza che pareva quasi ferocia, come temesse che le venissero strappati dalle braccia.
Quando si staccarono, la donna non li lasciò, ma continuò a tenere un braccio attorno a ciascuno di loro. Pareva non saziarsi di rimirarli e di dire loro quanto fossero diventati belli. Fece scorrere la mano su Dario,  che arrossì.
"Signorino, sei un uomo, ormai, guarda. Con anche la barba! E come sei alto! E come sei bello! Sei più bello di tuo padre! Che cosa brutta, rovinare così la tua bocca, ci ho pianto tanti giorni, quando è successo! E, dimmi, stai bene? Sei bravo, lavori, hai studiato?"
"Si, Dora. Io volevo venire prima, ma...ecco, lo so che dovevo, ma non..." Andrea distolse gli occhi. Non sopportava la vista delle lacrime che si andavano addensando negli occhi di Dario. "Perdonami, Dora. Non ci sono scuse." Lei gli sorrise beata, come fosse fiera di tanta contrizione.
"Non fa niente, non fa niente. E guarda la mia signorina, come si è fatta bella! Sembri una di quelle modelle che fanno vedere! Dio lo sa, che avevo paura di non vederti più. Non dovevano mandarti via, povera signorina, chissà la paura che hai avuto!" Bea non riusciva a parlare. "E ti hanno messo gli occhiali, ma l'ho sempre detto, io, che leggi troppo! Ti consumi! Guarda come sei magra, uno scheletro. Poveri i miei signorini! Sedetevi!" Bea recuperò i fiori dal tavolo e glieli porse.
"Perdonaci, Dora. Ti meriteresti di più." Lei schioccò piano la lingua, nel modo che usava per rimproverarli quando erano bambini.
"Sono molto belli, invece. Molto." Disse, accarezzandone le corolle con mano leggera. Guardò di nuovo entrambi, senza riuscirsi a capacitare di quanto apparissero adulti, tutto ad un tratto, e si sedette fra loro, prendendo una mano a ciascuno.
"Davvero sei troppo magra, signorina, troppo! Non hai più mangiato come si deve, da quando sei caduta con la moto! Dovresti farla mangiare di più!" Disse rivolta a Dario,  che si affrettò a protestare la propria innocenza.
"Ma io ci provo, Dora! Te lo giuro!" Lei lo osservò da vicino, sporgendo la testa verso di lui.
"Tu non stai bene, signorino, cos'hai? Sei pallido." Lui scosse la testa. Non aveva mai capito come facesse a scoprirlo ogni volta.
"Sto bene. Davvero."
"Se dici che stai bene, allora magari stai bene. Chissà. E ditemi, siete sposati? Avete bambini?" Dario e Beatrice si guardarono da sopra il tavolo e poi, senza rispondere, si presero la mano, sulla superficie lucida coperta da uno spesso centrino a filet, di fronte a lei. La reazione di Dora li indusse ad un sorriso.
"State insieme? Insieme fra di voi?" Chiese, con un lampo negli occhi che era quasi di ferocia. "Bene!" Esclamò poi, senza attendere altra risposta "Bene!" Ripeté, accompagnando la parola con un vigoroso cenno d'assenso. "Io l'avevo detto alla signora che non doveva dividervi!"
"Veramente? Cioè, almeno tu avevi capito che ci volevamo bene?" Dora scoppiò in una risata tintinnante.
"Mi pensate cieca? Certo che lo sapevo. Ero felice. Da noi" disse, come sottintendendo 'nei paesi civili' "spesso ci si sposa fra cugini. È normale. Io ho detto alla signora che era brutto separarvi, che doveva lasciarvi sposare. Soprattutto" disse poi scoccando un'occhiata di riprovazione a Dario "dopo quello che avevate combinato. Questo non me lo aspettavo, da due bravi ragazzi come voi. Io pensavo che vi voleste bene senza fare cose vergognose." Dario si fece piccolo e chiese scusa.
"E la zia cosa ti ha risposto, Dora? Quando gliel'hai detto?" Chiese Bea. In tutti quegli anni, non aveva avuto idea che qualcuno avesse mai interceduto per loro. Dora schioccò di nuovo la lingua.
"La signora ha detto che non servivo più,  grazie tante, ma potevo stare a casa." Un secondo di silenzio indignato seguì le parole di Dora. In quel breve lasso di tempo si inserì, perentoria, la voce di Liliana.
"Noi andiamo a fare due passi!" Disse tirando il figlio, che avrebbe voluto assistere al resto del dialogo, per la manica "torniamo magari...fra un'ora?" Gli occhi di Dario, spalancati, vitrei, si posarono su di loro. Aveva completamente dimenticato la loro presenza. Bea gli strinse appena le dita, comunicandogli che avrebbe risposto lei.
"Fra un'ora va benissimo, grazie. E scusate per il disturbo." Rispose cortese. Liliana annuì con un sorriso educato e, dopo un'ulteriore, lunga occhiata a Beatrice, sparì per il corridoio con la mano saldamente agganciata all'incavondel braccio di Andrea, come ad impedirgli di fuggire.
Bea seguì con lo sguardo la loro uscita e, non appena lo schiocco sommesso della serratura risuonò nell'appartamento, si volse verso Dora.
"Quella brutta ipocrita velenosa ha avuto il coraggio di licenziarti?" Chiese. La sua voce era bassa e conteneva una npta dinfreddezza che fece rizzare inpeli sulle braccia di Dario. Non aveva mai sentito quella punta di ghiaccio nella voce di lei, ma le sue orecchie la riconobbero con agghiacciante prontezza come la medesima che sottendeva la voce di zio Dolfo, suo padre, come il sapore amaro di una medicina nascosto in un dolce. La guardò negli occhi e, dietro il riflesso pallido del suo stesso viso nelle lenti degli occhiali, vide la lucida assenza di sentimento di un rettile. In quel momento Beatrice somigliava a suo padre tanto quanto è possibile ad una figlia somigliarvi e lui si chiese, per la prima volta nella vita, chi potesse essere tanto stupido da cercare di contrastarla.
Anche Dora guardò Bea e, vedendo in lei la stessa rabbia caparbia e razionale che la animava da bambina, quando Lucio decideva di strapazzare il figlio davanti ai suoi occhi, le salì alla gola un nodo di gratitudine per il suo affetto, insieme ad un verso di disapprovazione.
"Signorina. La signora aveva le sue ragioni. E non ha fatto niente fuori dal suo diritto. Non voglio vedere che fai quella faccia. È stato tanto tempo fa e poi noi dobbiamo essere buoni. Te l'ho sempre detto, io, che devi essere buona." Istantaneamente, il viso di Bea perse quella sua vorace fissità per ritornare alla sua solita, espressiva mobilità,  componendosi in una smorfia caparbia.
"Beh, lei non è stata buona affatto, però."
"Io non credo che esista una peraona che è stata sempre buona, dopo Gesù. Tutti facciamo cose brutte. Lei credeva di fare bene, di proteggere il suo bambino." Disse dolcemente Dora, toccando la spalla di Dario. "Una madre farebbe anche cose molto brutte, per proteggere il suo bambino." Lui sporse le labbra ricordando come, dopo aver scoperto la relazione fra lui e Beatrice, la madre avesse cessato, di colpo, di tratrarlo come il figlio prediletto chenera sempre stato, per passare non meno di quattro anni ad ignorarlo, nel migliore dei casi. Sinera redento ai suoi occhi solo quando aveva chinato il capo e si era presentato a casa accanto a stella, propriamente abbigliato e con una serie di brillanti risultati ordinatamente incolonnati nel libretto universitario. Se quello era il concetto che sua madre aveva di punizione, forse c'era una spiegazione ben più che valida alla sua passione per zio Dolfo.
"Mi dispiace tanto, Dora." Le disse, allungando le dita candide per sfiorare la mano piccola e rovinata di lei "se l'avessi saputo, avrei fatto qualcosa. Sul serio. E poi ha ragione Bea. Mia madre si è comportata da ipocrita sia con lei che con te. Non si merita la tua bontà."
"Adesso fate i bravi, signorini, non fatemi stare in pensiero. Promettete che lasciate in pace la signora Sissi." Chiese lei. Beatrice sorrise con aria astuta.
"Solo se la pianti di chiamarci signorini. Mi sento in un romanzo dell'ottocento!"
"Si, giusto." Rincarò Dario "altrimenti ci mettiamo a chiamarti Signora Fulano!" E se il significato della sua frase suonava come una scherzosa minaccia, nella sua voce non c'era traccia di scherzo. Era pallido e serio come non mai, con gli occhi che lampeggiavano ardendo come di una febbre interiore.
Dora si alzò dal tavolo, con un'espressione di estrema dolcezza, strofinandosi, quasi come per una lu ga abitudine, le maninel grembiule di stoffa che teneva ancora allacciato in vita. Gli posò di nuovo la mano sulla spalla, teneramente, nel gesto più di una madre che di una vecchia amica.
"Adesso vado in cucina e vi porto qualcosa. Qualcosa di buono, per tutti." Gli disse con tono di consolazione. Bea si era sporta sul tavolo per prendergli le mani e le stava stringendo fra le sue. Pareva che non fosse riuscito a nascondere ai loro occhi esperti il profondo turbamento che gli aveva causato ciò che era venuto a sapere, ma già si sentiva meglio, gli pareva che le cose, che nella sua mente di norma turbinavano fino al momento in cui le schiacciava, con tutta la sua forza, verso il basso, più in basso che poteva, stavolta si stessere incasellando docilmente senza procurargli alcun fastidio. Dora gli voleva bene. Bea lo amava. Tutto era a posto. Tutto sarebbe stato a posto molto prima, se solo lui avesse trovato il coraggio e la forza necessari per tenere accanto a sé le persoone che amava, ora lo sapeva, ma la cosa, nonostante tutto, non gli sembrava avere un'importanza eccessiva. Ora sentiva di poter fare tutto quanto si rivelasse necessario perché nulla venisse più a turbare l'ordine delle cose. E che chiunque avesse deciso di attentare a quell'ordine si sentisse ben certo di ciò che faceva, perché tutti gli anni passati a subire la sua famiglia avevano decisamente esaurito la sua pazienza.
Liberò con gentilezza una mano dalla stretta di Beatrice e la posò su quella di Dora. Le strinse entrambe, la mano ruvida della donna più anziana e quella fragile, sottile della sua donna. Sentiva sul viso i loro sguardi carichi di amore, mentre un silenzio riposante calava su di loro come una benedizione.
"Lascia, Dora. Stasera ti invitiamo a cena. Se vuoi, cucino io. Sono bravo."
"Il signorino sa cucinare?" Gli chiese lei con aria dubbiosa.
"È bravissimo, Dora. Ma si chiama Dario, non signorino. E io Bea."
"Sono curiosa. Si, vengo a cena." Annuì lei decisa risedendosi. Dario ridacchiò felice.
Dora li osservava, l'uno e l'altra, senza riuscire a smettere di passare dal volto di lui a quello di lei, dalle mani larghe e sottili educatamente posate sul piano del tavolo, a quelle piccole e affusolare che giocherellavano con il centrino senza trovare riposo.
Ricordava il giorno in cui le era stato posato fra le braccia quel bambino, nato da poche ore appena, per la prima volta. Amava i bambini, lei, li aveva sempre amati, ma la vita o il destino non gliene avevano concessi dei propri, così come non le era stato concesso un marito, nonostante l'avesse desiderato, e molto. Semplicemente, non era mai successo.
Ma quel bimbo paffuto, dolce, che si svegliava già sorridente, le aveva colmato il cuore come fosse carne della sua carne. L'aveva visto crescere e si era dispiaciuta della solitudine che lo attorniava, senza comprendere la signora, che aveva deciso, coscientemente e consapevolmente, di non avere altri figli. Lo vedeva giocare solo, buono buono, per ore e ore, alzando gli occhi di tanto in tanto solo per riabbassarli con un gesto rassegnato, e le si stringeva il cuore. Nella sua famiglia non esistevano figli unici, lei stessa aveva cinque fra fratelli e sorelle, e aveva rimpianto molte volte di non avere alcuna possibilità di portare qualcuno dei suoi molteplici nipotini a giocare con lui. La signora sosteneva che un bambino solo faceva baccano a sufficienza,  grazie tante.
E poi, in un soffocante principio di luglio, una macchina aveva scaricato nella sua cucina Beatrice, minuta e curiosa come un uccellino, spavalda come un maschio e rumorosa come un'intera banda di ottoni. Qualcosa nello sguardo ombroso e nella parlata aggressiva di quella bambina avevano parlato al cuore di Dora, inducendola ad amarla da subito, dal primo momento, prima ancora di conoscere la sua storia. Era felice di vederli insieme, di sentirseli giocare accanto, finalmente col fracasso normale dei giochi infantili, di rispondere alle loro mille domande.
Ogni volta che li vedeva trattati con quella che le pareva una durezza eccessiva, il tipo di durezza che si può usare con un adulto incontrollabile e non con un bambino, cercava di tenerseli più vicino, di consolarli. Non avrebbe mai osato criticare, di fronte a loro, i genitori. Non era così che era stata cresciuta.
Se li era visti crescere davanti, giorno per giorno, li aveva curati durante ogni malattia infantile e aveva gioito delle loro piccole vittorie, si era addolorata delle loro disavventure. E, si, li aveva visti innamorarsi l'uno dell'altra, e le era apparso naturale.
Non avevano mai avuto altre possibilità, per come la vedeva lei, con il modo in cui erano stati sistematicamente allontanati da ogni altro. Non ci aveva visto nulla di male, piuttosto le era parso bello, che qualcosa di buono, di dolce, potesse nascere in mezzo a tanta freddezza. Si era cullata nella fantasia di rimanere vicina a loro, come lo era sempre stata, e di accogliere fra le sue braccia i loro figli, quando fossero venuti. Li sentiva suoi, come li avessero fatti della sua carne.
Quando, il giorno successivo all'allontanamento di Beatrice, era tornata in quella casa per scoprire cosa era accaduto, quando aveva visto la camera di Bea smantellata, violata senza alcun garbo, da Rodolfo, per far sparire rapidamente le sue cose, quando era entrata in silenzio nella stanza di Dario per trovarlo col viso segnato per sempre, incapace di inghiottire qualsiasi cosa senza vomitarla subito dopo, fosse pure acqua, e senza nessuno che gli dicesse una parola, le era parso che le scoppiasse il cuore dall'ira.
Allora non aveva pensato a tutto ciò che aveva detto, poco prima a Beatrice. Aveva pensato solo ai suoi bambini, spaventati, picchiati, trascinati da una parte all'altra, senza altra colpa che quella di volersi bene l'un l'altra. Come se fossero mai riusciti a nasconderlo.
'In quale modo, in nome di dio, poteva non sapere, non vedere, cosa stesse succedendo?' Aveva chiesto a Sissi, abbandonata ogni forma di rispetto, dopo averla bloccata in cucina. 'Se non li volevate insieme, perché non avete fatto qualcosa prima, quando ancora si poteva? Cosa pensate di fare, adesso, di ammazzarli?' Non le aveva lasciato il tempo di ribattere. La rabbia che la animava aveva spazzato via ogni altra cosa. 'Guardi suo figlio! Suo figlio! Gli serve un dottore, gli serviva almeno ieri! E la povera signorina! Come può lasciare che la caccino via? Che la portino lontano dalla sua casa, da chi le vuole bene, adesso che sta male? Ma non ce l'ha, un cuore?'
Sissi l'aveva guardata come fosse uno strumento inanimato che, d'improvviso, si fosse rivoltato e le avesse morso la mano, e le aveva domandato, sdegnosa, cosa credeva che avrebbe dovuto fare.
'La mandi a prendere, subito! Porti a casa quella povera bambina, anzi, porti il signorino con lei e andate a prenderla. Parli a quei due uomini, li faccia ragionare. Lasciateli stare insieme, che male c'è?' Era stato allora che, vedendo una minima esitazione nel rispondere di Sissi, Dora si era lanciata in un'appassionata perorazione in favore dei ragazzi. E, presa dal fervore, non si era resa conto che l'espressione dell'altra passava dallo sdegno alla rabbia. Sissi l'aveva lasciata finire di parlare, prima di congedarla, sostenendo che non avrebbe fatto bene a suo figlio, sottolineò quelle parole, come a ricordarle che non aveva ragione di imbandierare tanto affetto, avere intorno qualcuno che gli mettesse in testa quelle che definì 'false speranze'.
Se n'era andata da quella casa quel giorno stesso, senza nemmeno preparare il pranzo, fermandosi solo il tempo necessario per raccogliere quelle poche cose che teneva lì, a portata di mano.
Le erano mancati, si, i suoi bambini, e aveva molto pregato per loro, sempre, senza mai dimenticare.
Li vedeva insieme di nuovo, ora, vedeva l'affetto emergere dai loro visi, lo strsso affetto che lei vi aveva riversato, moltiplicato dieci, mille volte. Nemmeno loro l'avevano dimenticata e questo era per lei più bello e più prezioso di qualunque regalo. Sapeva che non erano sposati, ma, nonostante le sue opinioni sull'argomento, lo fece notare loro solo marginalmente. Le apparivano stanchi, distrutti, malati. Non sapeva cosa avessero passato, ma doveva essere stato faticoso ai limiti del sopportabile, in rapporto alle loro forze; la gioia che dimostravano, comunque, era autentica, e anche il sentimento che li legava. Altro, non importava. Lei sapeva bene, meglio di quanto avrebbe voluto, che nella vita capita di affrontare momenti difficili. Capita a tutti.
L'ora di tempo passò in fretta e, quando Andrea e sua madre suonarono di nuovo il campanello, scesero tutti, diretti a casa, per godersi una cena.
Con molto tatto, Liliana rifiutò di unirsi alla compagnia e Andrea si accodò al rifiutondella madre, protestando che era il suo turno, per cucinare.
Dora osservò ammirata la grossa auto di Dario, strappandogli un sorriso d'orgoglio, ed ebbe, per acclamazione, il posto accanto a quello di guida. Una volta arrivati e salutato Andrea e sua madre, entrò felice in quella che le parve un'ottima casa, per loro due soli. Erano nell'ingresso lei e Beatrice, Dario era appena sparito in cucina, quando Dora chiese:
"Che cosa è successo, qui?" Il viso di Bea le disse la verità prima ancora che la sua voce la negasse.
"Mah, niente, perché?"
"Ci sono dei segni sul muro. Sembra che ci sia stato lanciato qualcosa. E le sedie sono diverse dal tavolo." Spiegò lei calma. Bea tentennò.
"Alcune cose si sono rotte, quest'estate."
"Niente si è rotto su di te?" Chiese ancora Dora con aria cauta. Beatrice rise.
"No, Dora, niente." L'altra annuì rassicurata, vedendola sincera.
La cena fu piacevole, allegra, e punteggiata da continui complimenti. L'ora di riaccompagnare a casa Dora arrivò e Bea rimase a casa.
Rimise in ordine la cucina, dopo aver sparecchiato, e si sedette sul divano, a piedi nudi, tirando a sé le ginocchia.
Pensava.
Era fin troppo facile immaginare in quale modo, e per quale motivo, la zia avesse allonanato Dora, se lei si era dimostrata favorevole alla loro unione. L'immagine del volto falsamente compassionevole di zia Sissi, con quel balenio di cupa determinazione nel profondo dello sguardo, le tornò alla mente,  così come l'aveva visto il giorno in cui era venita a portarle le fotografie del matrimonio di Dario.
Era arrabbiata, ma non c'era furia nella sua rabbia. Piuttosto un lucido calcolo su come avrebbe potuto fare a far provare a lei lo stesso tipo di dolore che aveva provocato agli altri. Avrebbe voluto essere nella posizione di costringerla ad ammettere, magari pubblicamente, le sue troppe bugie.
Per la prima volta dopo il funerale di sua madre, il pensiero si posò su suo padre. Il suo evanescente, calmissimo padre, immanicato in quella rete di bugie e coercizione non meno degli altri, ma con l'abilità di apparire immacolato, senza colpa. Molto di quella capacità lo doveva al suo rimanere impassibile, distaccato, di fronte a qualsiasi cosa. Ricordò la sua reazione nel momento in cui l'aveva vista trascinata per i capelli, urlante, sporca di sangue, fin nel suo studio.
Aveva allargato le braccia in un gesto esasperato, guardando zio Lucio, e lo aveva blandamente ripreso. Senza alzare la voce. Senza dare in escandescenze. In quel momento le era apparso come un'ancora di salvezza, sconvolta come era, quando lo aveva visto uscire dal suo studio. Solo in seguito si sarebbe domandata per quale assurdo motivo non fosse accorso, sentendo le sue grida, tanto forti che per giorni la gola le aveva fatto male. Per quale motivo non avesse rivolto al suo amico, Lucio, niente più che un blando rimprovero, vedendo sua figlia trattata a quel modo. C'erano voluti giorni, mesi, dopo essere stata lasciata a casa di sua madre come una vergogna da nascondere, prima che si rendesse conto, eliminando ogni altra possibilità, che lui aveva saputo esattamente cosa stesse succedendo dalla parte opposta del corridoio. Quasi riusciva a vederlo, con gli occhi della mente, in parte immaginando e in parte usando le informazioni che aveva avuto da Isabella, guardare Lucio,  dopo che il padre di Gregorio aveva vuotato il sacco, e frenare la sua reazione istintiva con un gesto della mano, mentre accendeva l'immancabile sigaretta e la mandava con un gesto esperto in distaccamento all'angolo della bocca.
'Dobbiamo esserne certi, Lucio. È una cosa troppo grave, non possiamo permetterci sbagli. Dobbiamo beccarli sul fatto.' E zio Lucio, obbediente come sempre nei momenti di emergenza all'amico, si era accollato il compito di verificare.
Avevano aspettato insieme, in auto, all'incrocio, quasi certamente fumando, sicuramente in silenzio. Poi, trascorso un tempo che era parso loro ragionevole, erano rientrati in silenzio, a piedi. Rodolfo ad aspettare e Lucio a spiare.
Quanto tempo era rimasto dietro quella prta socchiusa, quanto aveva visto della loro intimità, questo Beatrice non aveva modo di saperlo. Abbastanza da essere certo.
Un brivido la scosse, muovendole le spalle. Avrebbe voluto poter dimenticare ogni cosa, andare lontano e fingere che nulla fosse mai accaduto. Mentre rifletteva su questo, sentì la chiave girare nella toppa. Dario rientrava. Non voleva turbarlo, perciò si alzò e, dopo averlo salutato con un rapido bacio, si mise a trafficare con gli oggetti riposti sul mobile dell'ingresso, già ordinato.
"Cos'hai?" Le chiese Dario. Mentre aspettava la sua risposta, posò le chiavi nella ciotola ed entrò in cucina, dove prese un grosso bicchiere col fondo spesso e lo riempì per metà di ghiaccio.
"Niente, sono una scema. Stavo pensando per fatti miei e mi sono fatta arrabbiare da sola."
"Mm. E a cosa pensavi?" Le domandò, occhieggiando concentrato nel pensile accanto al frigorifero. Doveva esserci ancora una bottiglia aperta di Glenfiddich. La trovò e ne versò una quantità contenuta sul ghiaccio.
"Mah, a un sacco di cose. Le chiacchiere con Dora mi hanno fatto tornare in mente un po' di roba." Rispose lei, senza smettere di muovere libri e ninnoli da una parte all'altra, senza sosta. Dario si sedette sul divano, osservando con aria scettica la sua schiena. Si sistemò comodamente e si bagnò appena le labbra nel liquido ambrato. Gli era sempre piaciuto quel sapore e riteneva un vero peccato che il whisky non andasse d'accordo coi suoi farmaci.
"Bea?"
"Cosa?" Chiese lei voltandosi. Una sottile ruga verticale apparve sulla sua fronte, vedendolo bere. "Non dovresti bere alcolici."
"Bea?" La chiamò di nuovo lui. Voleva la sua attenzione. Tutta la sua attenzione. Beatrice lo fissò per un momento. Era diverso da come si era abituata a vederlo. Era come vedere qualcosa che al tempo stesso la attraeva e la spaventava. I suoi occhi chiari erano presenti, acuti come aghi, e non contenevano la minima traccia di stanchezza o paura.
"Dimmi." Gli rispose con voce pensosa.
"Stai zitta e spogliati, vuoi?" Si rilassò contro lo schienale di pelle nera, il gomito posato sul bracciolo ed un sorriso astuto che gli nasceva in viso. Le sue narici palpitarono appena.
"Senti, io..." Dario scosse la testa con lentezza, senza distogliere gli occhi dai suoi.
"Zitta." Bea deglutì. Una parte della sua mente, una grossa parte, per la verità, stava vivamente protestando a quel trattamento. Ma c'erano quegli occhi, conficcati nel suo profondo come ami conficcati nella carne tenera della gola di un pesce. Senza che nemmeno lo volesse, la sua bocca si chiuse. Il sorriso di Dario si allargò.
"Spogliati." Le ripetè,  prendendo un piccolo sorso dal bicchiere. Bea si sentiva tremendamente in imbarazzo, impacciata, senza sapere cosa fare. Dario le indicò con un gesto cortese il cardigan di lana che indossava. "Avanti."
Esitò solo un istante ancora. Sapeva, razionalmente, che non amava quel genere di comportamento. Che avrebbe dovuto sentirsi offesa, anche se fosse stato solo un gioco. Ma non era un gioco, non esattamente, lo vedeva nel profondo dei suoi occhi e lo sentiva, soprattutto, nel profondo della sua anima. In quel punto dell'anima in cui lui l'aveva appena afferrata.
La mano di Beatrice salì, quasi di propria volontà, ed iniziò a slacciare un bottone dietro l'altro. Non le occorsero altre indicazioni o incoraggiamenti.  Una volta iniziato, andò avanti, fino a trovarsi di fronte a lui con indosso la sola biancheria. Dario si mordicchiava appena le labbra, ancora sorridente.
La chiamò a sé flettendo l'indice, una volta soltanto. Bea avanzò come una sonnambula fino a lui, fino a trovarsi in piedi fra le sue ginocchia allargate, col bordo del divano che le premeva contro le gambe.
Dario la guardò a lungo. Osservò il suo corpo, bello anche nella sua estrema, eccesiva magrezza, ma soprattutto il suo sguardo. Gli piacque ciò che vide. Quell'espressione quasi di ipnosi nei suoi occhi. Quella la ricordava bene, l'aveva tormentato per anni, quel ricordo. Quando vedeva quello sguardo, si sentiva più che bene. Si sentiva grande.
"Giù." Le disse. Una breve scintilla attraversò gli occhi di lei, rapida come un lampo, ma non per questo invisibile. Ne prese mentalmente nota. Avrebbe provveduto anche a quella. Per il momento, si accontentò di guardarla ancora, esprimendo la sua volontà. "Giù, amore." Le ripetè.
Bea si sentì ridicola per un istante, così, praticamente nuda e immobile. Quando lui le chiese di abbassarsi, di nuovo la sua mente cercò di protestare. Le gridava che quell'uomo non stava giocando, non stava giocando affatto. Dario non sorrideva più. La guardava, ed era come se fra loro si stesse svolgendo un qualche genere di prova di forza. Bea si abbassò sulle ginocchia.
"Lo sai cosa voglio, vero?" Le chiese lui, ancora senza toccarla. Lei non rispose. Dario allungò la mano libera pigramente, quasi casualmente,  e le afferrò i capelli, costringendola ad alzare il viso. Sorrideva di nuovo. "Rispondimi." Lei annuì, impacciata dalla posizione, con la gola ripiegata all'indietro. Qualcosa dentro di lei era in bilico. Non aveva idea se fosse sul punto di mandarlo a quel paese o se si stesse eccitando. Non lo sapeva neanche lei. La luce nella stanza veniva da una lampada a stelo accanto al divano. Quando le lasciò i capelli, lui la spense e rimasero illuminati solo dalla luce che veniva dalla cucina. Nella semioscurità, gli occhi di Dario brillavano come pezzi di metallo lustro.
Si slacciò i pantaloni lentamente, leccando una goccia dal bordo del bicchiere con la punta della lingua. Fu un movimento rilassato, inconsapevole, ma evocò nella mente di Beatrice immagini piuttosto colorite. Quando lui le porse il suo sesso, lo accolse fra le labbra senza costringerlo a parlare ancora.
Dario posò a terra il bicchiere. Era sempre stato un amante del sesso orale ed ora vi si abbandonò, sentendosi invadere dal piacere, amandola per ciò che faceva,  per come lo faceva, e lasciandosi guidare da quella bussola interiore che pareva attivarsi solo quando la sua ingombrante razionalità ripiegava, momentaneamente sconfitta, all'angolo.
La fece smettere, la attirò su di sé. Sapeva che non era ancora pronta, ma questo non costituiva un problema. Con gesti precisi e per nulla violenti, strappò le cuciture ai due lati della mutandine di lei e le fece cadere. La sentì prendere fiato per parlare.
"Ho detto zitta." Le ripetè di nuovo, per nulla spazientito. Sapeva che doveva essere così, che non poteva essere troppo semplice. Sarebbe stato sbagliato. Il suo pene, lubrificato dalla saliva di lei, le affondò dentro senza difficoltà. La sentì sussultare fra le sue mani, con un gemito di protesta, e la accarezzò piano, una mano sulla schiena ed una sul ventre.
"Povera piccola, ti ho fatto male? Eh?" Bea lo fissò. C'era una domanda, nei suoi occhi, un interrogativo inespresso, che le sue labbra non avrebbero saputo articolare. Dario iniziò a muoversi dento di lei, piccoli movimenti, con calma, fino a che non la sentì rilassare i muscoli tesi, fino a quando non fu certo della sua eccitazione, l'andirivieni sempre più semplice, più fluido, prima di attirarla verso di lui con forza. Non desiderava farle del male. Voleva solo spegnere quella domanda.
Bea si inarcò con un mugolio. Era una situazione assurda, lui vestito di tutto punto e lei a quel modo. La mano che Dario le teneva sul ventre si abbassò, sotto l'ombelico, fino al promontorio del suo pube, e il suo pollice trovò ciò che cercava.
Premette sul piccolo bottone di carne calda quasi con crudeltà, sostenendo la schiena di lei con la mano, cullandola, quasi, mentre tentava contemporaneamente di allontanarsi da lui e di continuare a fare l'amore con lui.
"Adesso, vediamo se ti ricordi. Chi è che comanda, qui?" La voce di Dario era appena un sussurro, ma il tono era inequivocabile. Le ultime resistenze della mente di Bea si sciolsero, nel riconoscerlo. Era Dario,  quello, il suo Dario, miracolosamente tornato dal nulla, era lui ed era qui, vicino a lei, dentro di lei, e la stava amando, e la stava divorando, ed era terribile, era splendido, era odioso, era adorabile. Era lui, così come era sempre stato, ed ogni traccia di dolore la abbandonò e rimase solo un piacere tanto forte da essere insopportabile come il più forte dei dolori.
Ora anche lui repirava a ritmo serrato, perso nell'adorazione di quel corpo che si muoveva sul suo, della sua dolcezza infinita, della tenerezza che gli suscitava, che gli aveva sempre suscitato, il palpitare di quelle carni al suo tocco. Solo una cosa gli rimaneva da fare, prima di lasciarsi cadere, prima di affogare in ciò che stava avvenendo.
"Rispondimi!" La incitò traendola rabbiosamente a sé,  mentre inarcava il bacino verso di lei. La sua risposta venne, in piccoli, acuti ansiti uggiolanti. E fu quella giusta, non solo per le parole, ma per il modo.
Quasi che fosse un segnale, quella risposta, entrambi smisero di proferire parola, dopo che fu pronunciata.
Quando arrivò, Bea venne colta di sorpresa dell'intensità del suo stesso orgasmo. Si abbandonò all'indietro, certa che lui l'avrebbe sostenuta, contro le sue mani, e accolse l'abbraccio in cui la strinse, mentre, con piccoli gemiti acuti, arrivava al culmine anche lui.
Era la prima volta che facevano l'amore in quel modo, senza alcuna precauzione, e Beatrice avvertì ciò che stava accadendo con un senso quasi di timore. Poi, memore del loro discorso di quella mattina, lasciò cadere anche quel pensiero come gli altri e rimase fra le sue braccia.

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