5/06/1992
I
La musica si diffondeva per la stanza, ad un volume bassissimo, appena sufficiente per essere udita. Le tende, accostate, lasciavano penetrare solo quel tanto di luce che bastava a vedere.
Era pomeriggio inoltrato, fuori, nel resto del mondo. Tutte le telefonate erano state fatte, e ricevute, con la miglior cortesia possibile, ed ora non gli rimaneva nulla da fare.
Aveva scoperto la musica tardi, nella vita, ma nell'ultimo anno, da quando era lì, stava recuperando in fretta. Al momento erano i Queen a sussurrare dal suo stereo portatile e non gli stavano facendo un gran bene. Avrebbe dovuto cambiare cassetta, ma, per il momento, gli interessava di più rimanere immobile. Gli piaceva, restare immobile, aspettando con calma che l'effetto montasse, lento, cancellando in lunghe ondate tutto quello che dentro di lui costantemente urlava, come una creatura troppo a lungo torturata che abbia perso il lume della ragione.
Meditò se accendere l'ultima delle sigarette speciali che possedeva e dare del tutto fondo alle sue scorte e decise di si. Dopotto, era il suo compleanno.
La sostanza che impregnava il tabacco gli dava un sapore strano, aspro, cui si faticava a fare l'abitudine, ma lui ci si era già affezionato. Era quello che riusciva a seppellire il suo dolore, ammutolendolo in un sordo gorgoglio. Era come vedere se stesso annegare con l'alzarsi della marea. Gli andava a pennello.
Ruppe la sua immobilità di pietra per allungare una mano ed accendere la sigaretta. La giornata era calda e lui indossava solo un vecchio paio di jeans sbiaditi, sdruciti, che gli pendevano dalle anche come un relitto.
I capelli biondi, scuriti dal sudore, erano più lunghi di come soleva portarli a casa e gli pendevano sulla fronte.
Freddy Mercury cantava di quanto fosse stupido vivere per sempre, quando l'amore deve morire, e Dario considerò confusamente che era un bene che, al momento, la marea fosse crescente. Quella maledetta, fottuta canzone lo faceva piangere ogni volta. Lo faceva frignare come una femminuccia, per essere precisi.
Mentre aspettava che la marea finisse di crescere, per arrivare al suo massimo, tirò a sé carta e penna, un semplice blocco di fogli bianchi ed una bic nera, attraverso il piano del tavolo e le scrisse. Lo faceva sempre, anche se ormai sapeva che avrebbe rivisto ogni signola lettera, rispedita al mittente con regolarità e con altrettanta fredda regolarità inoltratagli nel suo appartamento da universitario in grandi buste squadrate con l'indirizzo compilato nella scrittura nitida ed elegante dello zio. Ne aveva già una bella collezione, fasci discreti suddivisi per mese ed anno, in una cassetta di metallo con la serratura, che teneva in camera da letto.
Mise la data in alto e poi andò a capo.
'Oggi compio 22 anni, nanetta.' Considerò la frase con occhio critico. 'Qui è tutto il solito e spero di sognarti ancora. L'ultima volta è andata alla grande.' Sospirò, un occhio semichiuso per difenderlo dal fumo. 'È proprio uno schifo che non si crepi, a stare così male. Pare che io abbia ancora una cinquantina di anni davanti. Così dicono a statistica.' La marea crebbe velocemente, in un picco di ondate successive. Forse aveva un tantino esagerato, con l'ultima. 'Ti amo sempre. Come al solito.'
Chiuse la missiva firmando con dita sempre più lontane ed estranee, poi si alzò dal tavolo. Sentiva il suo cuore battere a tonfi tremendi e lentissimi, quasi che stesse svolgendo il suo lavoro sotto un'enorme pressione contraria, e si augurò, come ogni volta, che mollasse il colpo. Respirare era un lavoraccio. Camminò su gambe che sentiva appena fino al bagno e si guardò nello specchio. Nonostante il volume, riusciva ancora a sentire la musica. Adesso parlava di principi dell'universo. Il suo sguardo smarrito lo fissò dalla superficie liscia e gli rivolse un mezzo sorriso beffardo, prima di perdere l'equilibrio e scivolare seduto sul pavimento.
"Principi dell'universo un gran cazzo." Disse a se stesso in un mormorio sfiatato. Non sentiva quasi più nulla, soprattutto non gli importava quasi più nulla, e questo era un bene, una cosa bella e buona. Era così che voleva che fosse. La sua mente, invece, quel giorno sembrava non voler lasciare la presa. Gli balenò chiara l'immagine di un mezzo cingolato che avanzava nel fango, ad un'inclinazione impossibile. Quella brutta troia del suo cervello.
Aveva mille miniscole luci che si accendevano e spegnevano davanti agli occhi, intrecciandosi in aria, un banco di moscerini dagli improbabili colori al neon, e per qualche secondo se ne stupì: quella cosa non avrebbe dovuto provocare allucinazioni. Non era così che funzionava. Poi il suo corpo, nonostante il carico massiccio di molecole estranee che lo invadevano, riuscì a fargli arrivare un allarme.
Dario riprese a respirare, sforzando i muscoli che non volevano saperne di fare il loro lavoro, e si chiese se stesse per morire. La prospettiva non lo intimoriva, anzi, per molti versi lo allettava.
Silenzio e niente, per sempre. Sarebbe stato un sensibile miglioramento della sua qualità di vita.
Poi si chiese cosa avrebbero pensato, quelli che l'avrebbero trovato, una volta che avesse iniziato a puzzare a sufficienza. Chissà. Magari a un incidente. Magari avrebbero commiserato la sua famiglia, magari avrebbero raccontato loro che erano state le cattive compagnie a traviarlo.
'Che stronzata' pensò, seduto sul pavimento del bagno, 'sono io la cattiva compagnia.'
L'unica cosa che lo amareggiava, che riusciva già a farsi strada attraverso la marea, che pure era alta, era l'idea di spegnersi, come un elettrodomestico sovraccarico, senza averla potuta rivedere nemmeno una volta. Faceva male, quel pensiero.
Il viso di lei, in tuttini suoi particolari, gli balzò nella mente come una fotografia incredibilmente nitida, e desiderò poterlo toccare. Voleva averla vicina, più vicina, anche se di poco. Alzò una mano alla cieca per trovare un appiglio per rialzarsi e rovesciò involontariamente la stretta mensola di legno leggero che sintrovava accanto allo specchio. Tutto quello che vinera posato sopra gli cadde addosso, rimbalzando sulle sue spalle e sulla sua testa, senza fargli alcun male.
Abbassò gli occhinper togliersi di dosso qualcosa e vide, piovutogli in grembo come un segno, il sottile taglierino giallo chenteneva a portata di mano per aprire la plastica delle confezioni.
Si alzò e guardò nello specchio. Posando l'attaccatura delle cosce contro la ceramica fredda del lavandino, posò la punta metallica sulla sua pelle e spinse fino a vedere il sangue.
Più vicina. Almeno un poco.
II
Beatrice uscì dalla biblioteca solo all'ora di chiusura. Non riusciva a non pensare a lui, non quel giorno.
Era sempre un tormento, quel giorno dell'anno.
Avrebbe voluto fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non dover più pensare ai suoi occhi, al desiderio che ancora le scavava dentro, nonostante le mille considerazioni razionali, di poterli rivedere. Anche una volta sola. Anche solo un attimo.
Aveva provato a seppellirsi nello studio, ma non appena rialzava la testa dai libri tutto tornava come prima. Era come se non volesse saperne, la parte più profonda del suo cuore, di ascoltare ragioni.
Arrivò a casa con il treno delle nove e trovò sua madre intenta al lavoro, nella piccola stanza chensi era riservata sul retro della casa. Non alzò nemmeno la testa per salutare, tanto era intenta a ciò che stava facendo.
Salì di sopra e si sedette sul letto. Dal comodino prese l'anonimo quaderno ad anelli su cui scriveva di tanto in tanto le sue note personali e vi segnò la data, senza aggiungere altro. Che bisogno ne avrebbe avuto, del resto?
Era ferma a contemplare quella serie di numeri apparentemente innocua, quando Isabella entrò.
"Ciao, senti, scusami, domani è giornata di consegne per i nuovi campionari e mi stanno facendo ammattire, il telefono sembra quello della sala scommesse dell'ippodromo, ti pare, se non mi lasciano lavorare in pace, dico io, che mi tengono al telefono tutto il tempo, come cavolo dovrei fare io a fare quello che devo fare. O no?"
"Si, mamma." Rispose Bea in tono svagato.
"Ah, comunque, ha chiamato per la millesima volta quel povero cristo di Stefano per sapere se vuoi uscire. Senti, fai un favore, ci esci, così la smette di rompermi i maroni, che ormai sente di più me che sua mamma? Che poi non è neanche brutto, poverino."
Bea sorrise. Sua madre era fatta così, lo stava imparando. Energia allo stato puro. Lei, invece, si sentiva sempre più sola e sempre meno legata a tutto ciò che la circondava. Si sentiva un palloncino pieno di elio, che, scappato di mano ad un qualche bambino distratto, volava sempre e sempre più in alto.
La sola cosa che le fosse sempre presente, che desiderasse davvero, era di poterlo vedere. Le sarebbe bastata un'ora, anche meno, anche solo un minuto. Un solo respiro. Non avrebbe fatto nulla di male, ripeteva a se stessa mille volte al giorno, solo vederlo, vedere il suo viso. Magari poterlo toccare. Una carezza. Ma piccola, da non dargli noia. Strinse nel palmo il piccolo drago dorato che portava al collo. Era lontano, lui, lo sapeva, glielo aveva detto zia Sissi, lontano, in un'altra città. E chi sa cosa stava facendo, oggi, come festeggiava.
Chi gli stava accanto. Accanto a lui, a godere del suono della sua voce, del riflesso della luce sui suoi capelli. Perché quelle cose dovevano esserci ancora, nel mondo. Solo, a lei erano precluse.
Si augurò in cuor suo che, chiunque fosse, a stargli accanto, capisse quanto era fortunato. O fortunata.
Sua madre ripassò davanti alla porta e si fermò a guardarla.
"Beatrice?"
"Dimmi, mamma."
"Esci. Non voglio rivederti almeno fino a mezzanotte. Chiama chi vuoi, ma esci." Bea alzò gli occhi e si scambiano uno sguardo. "Guarda che mi ricordo bene che giorno è. Vai fuori, dai retta a me." Si guardarono ancora, a lungome, alla fine, lei annuì.
"Va bene. Proviamo." Sospirò. Telefonò all'unica persona che sapeva sarebbe stata disponibile con così scarso preavviso, quel tal Stefano della cui chiamata le aveva riferito Isabella, e poi aprì l'armadio per prepararsi. Rigurgitava letteralmente di abiti colorati e gradevoli, del tutto diversi da quelli che sceglieva per lei la zia quando era più piccola. Del resto, avere per madre uma disegnateice di abiti, qualche vantaggio lo doveva pure avere.
Spinta dal semplice desiderio di sentirsi meglio, migliore, Bea scelse degli abiti femminili, più provocanti di quello che indossava di norma.
Tornò ben oltre la mezzanotte e risalì in camera in silenzio, nella casa addormentata. Si sentiva strana, come in imbarazzo con se stessa. Prima di quella sera non aveva mai fatto l'amore con altri che con luine non aveva affatto previsto ciò che era successo con Stefano.
Lui le aveva chiesto e lei, semplicemente, non aveva visto alcun motivo per rifiutare. In fondo, le aveva fatto piacere sapere che un altro essere umano potesse desiderarla. Da quando sua zia le aveva detto che lui si vergognava, di quello chenera accaduto fra loro, sinera sentita un rifiuto, uno scarto, un qualcosa che è meglio mascondere, mentre quella sera non era stato affatto così. Quella sera, era stata il desiderio, il premio inatteso di qualcuno. E poi, per almeno un'ora, non ci aveva pensato. Era già qualcosa.
Rimase sdraiata nel letto, aspettando la luce.
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