lunedì 31 marzo 2014

Venticinque

Il tragitto verso casa si svolse in un silenzio intontito. Ogni singolo commento, dei nostri compagni e dell'insegnante, mi rimbombava in testa, ripetendosi infinite volte, come inciso su un disco. Più di tutto, mi ritornava all'orecchio sempre più pungente e sgradevole il tono di quelle voci: indignate, stupite, schifate. Come se avessero appreso di una bieca perversione, di un qualcosa che violava in modo patente il fitto intrico di regole non scritte che dividono le persone civili, le brave persone, dall'universo ombroso di chi non è tale.
Moralmente inaccettabile. Condannato dalla nostra religione. Una cosa che tutti sembravano sapere, tranne noi.
Perchè mai a nessuno era venuto in mente di dircelo? Per quale motivo non ne eravamo a conoscenza? E, ancora, perchè una cosa così terribile ci appariva tanto bella e naturale? Eravamo noi ad essere immorali, nel profondo, o tutte le cose che ritenevamo immorali erano così normali, per chi non fosse a conoscenza della proibizione?
Non capivo.
Al di sopra di ogni altra cosa, urgeva in me questa ansia di comprendere, di dare un senso all'accaduto, di reintegrare questa rivelazione nel tessuto del mio pensiero e della mia realtà, prima che mi schiacciasse. Era normale per gli altri, era normale per tutti, perfino per quelli fra nostri compagni che ancora, in seconda media, leggevano sillabando le parole. Avrebbe dovuto essere normale anche per noi.
Le gambe mi portavano, pazienti come un cavallo bene addestrato, sulla solita strada, badando ad evitare persino le buche del terreno, mentre io non vedevo nulla, interamente assorta in me stessa.
Da qualche parte, alla mia sinistra, al solito posto, sentivo la tua presenza. La cadenza familiare del tuo passo e del tuo respiro accompagnava i miei pensieri, percepita ma non udita, non meno che il battito del mio stesso cuore o il fruscio dell'aria nei miei polmoni.
Prima di poter riordinare le forme scomposte che svolazzavano nella mia mente,  falene attorno ad una lampada d'estate, mi ritrovai a casa, seduta al tavolo della cucina, davanti ad un pranzo che mi sembrava di non ricordare più come fare a mangiare.
Mi sentivo sempre più a disagio, come se mi stessi ammalando. Un pensiero si fece largo cin prepotenza fra gli altri: e se la mia amoralità fosse derivata da mia madre? Se questa fosse stata la prova che io ero uguale a lei nel midollo, oltre che nell'aspetto?
Quante volte l'avevo sentito dire da zia Sissi, di questa persona o di quest'altra: "certe cose ce le hai nel sangue e se ce le hai nel sangue non ci puoi fare niente: prima o poi vengono a galla."
La mia mente sovreccitata si produsse in una splendida imitazione della zia che diceva lapidaria:
"È una creatura immorale, come sua madre. Ce l'ha nel sangue."
Sussultai, come se l'avesse detto davvero. Alzai gli occhi dal mio piatto intonso e recuperai un contatto con ciò che mi circondava.
La cucina era piena di sole, allegra e ordinata, con maestosi ciuffi di verdure che sbucavano dal lavandino dove Dora le aveva messe a bagno.
Dora stessa, appoggiata con le anche allo stipetto, ci osservava pensosa. Tu, di fronte a me, torturavi il cibo con maligni colpi di forchetta e sembravi averlo sottoposto ad un'attenta dissezione anatomica. Per il resto, non pareva mancare nulla nemmeno dal tuo piatto.
I nostri occhi si incrociarono sopra al tavolo.
Eri torvo, lo sguardo fosco di metallo lucente, e la tua bocca aveva una piega amara di rabbia che le toglieva ogni dolcezza.
"Problemi a scuola, signorini?" Chiese Dora
"Niente di grave, Dodo. I soliti compagni stupidi. Oggi ce ne hanno detta una di troppo." La tua voce suonava greve di furia quanto il tuo viso.
"Voi non dovete ascoltare tutti sempre, signorini. La gente di solito parla ma non sa niente. Allora dice sciocchezze."
"Direi che hai ragione. Parlano molto di cose di cui non sanno niente."
Parlavi con Dora, ma il tuo sguardo era fisso su di me, come a cercare, frugare, tentando di strappare a viva forza dal mio volto una risposta a una domanda che non conoscevo.
La pressione era diventata eccessiva. Gli occhi di Dora pimtati alla nuca, i tuoi in faccia e tutte quelle voci crudeli che si ripetevano all'infinito all'interno. Mi semnrava di esplodere e di soffocare insieme.
Mi alzai da tavola, chiesi permesso e mi rifugiai in giardino, sotto il nostro albero. Posai la schiena al tronco come avevo fatto mille volte e raccolsi le ginocchia più che potevo, strimgendomele al petto. Vi posai sopra una fromte che sentivo pesare come il marmo e lì rimasi, sperando oltre ogni speranza che la quiete intorno mi contagiasse e mi placasse.
Mi mancavi. Dopo pochi istanti, già mi mancavi. Pensai che avrei voluto sentire il peso familiare della tua testa contro la spalla. Poi pensai che era sbagliato e che non avrei dovuto desiderarlo e una fitta di dolore mi atterrì, attraversandomi il cuore.
Cercai di piangere,  ma non riuscivo.

Sentii i tuoi passi procedere sulla ghiaia e poi sul terreno elastico del giardino. Suonavano pesanti. Perfino i tuoi passi erano arrabbiati. Non alzai la testa, perchè non mi importava. Ti aspettai così,  rinchiusa, senza un'idea di cosa dire nè di come affrontarti. I passi si fermarono di fronte a me. Quando parlasti, la tua voce era tanto vicina che mi sorprese.
"Quindi tu credi a loro. Giusto? Quel vecchio stronzo allestisce la scenetta, con tanto di scimmie ammaestrate che saltano a comando, e tu ti ritrovi ridotta così? Allora? Cosa vuoi fare? Eh? Dimmi. Cosa vuoi fare adesso?"
Non risposi. Che cosa avrei potuto rispondere? Non sapevo cosa fare.
"Vuoi che non ti tocchi mai più? Che non ti parli? Hai deciso di non parlarmi più? E rispondimi, porca puttana!"
Urlavi, completamente fuori controllo. Sferrasti un calcio al fusto dell'albero alle mie spalle. Alzai la testa, spaventata dalla violenza della tua reazione. Il mio silenzio sembrava ingigantire la tua rabbia.
Ti guardai. Mi guardasti.
"Allora?"
"Allora non lo so che cosa dobbiamo fare adesso. Tu si?"
"A me non mi cambia niente quello che ha detto quello lì. Per me non cambia niente. Se andava bene per re coso e la regina nonloso va bene anche per noi."
"Hai visto come hanno risposto tutti. Cosa credi che diranno a noi?"
"Andremo via."
"Ha detto che è immorale."
"Non so neanche cosa vuol dire e non me ne frega niente."
"Ha detto che dio non vuole."
"Bea, dio non esiste."
L'enormità della tua affermazione mi fermò il cuore per un secondo. Non potevi pensarlo davvero. Mi alzai in piedi, certa che fossi stravolto al punto da straparlare e preoccupata di calmarti.
"Dario, ti prego, non dire così. Non dire cose di cui poi ti penti. Lo so che sei tanto arrabbiato, lo vedo, ma..."
"Bea, sul serio. Non esiste. Non c'è nessuno lassù" e indicasti l'alto "pronto a prendere nota di quel che fai e che pensi per poi fare lo scrutinio alla fine e separare i promossi dai bocciati. Non c'è. E se c'è è un grandissimo stronzo, che ci guarda stare male e non fa niente di niente. È peggio di mio padre quando mi urla contro e poi si arrabbia se piango. È quello che ci ha messi insieme e adesso ci manda a dire che dobbiamo dividerci. No, fidati, è meglio se non c'è. "
"Dario, non dire così, dio ti punisce se..."
"Cosa? Che cosa?" Di nuovo, alzavi la voce. " che punizione ha dato a tua madre, dimmi? Dimmi, Bea? Cosa mi fa? Mi fulmina? Dai! Fulminami!"
"Dario, smettila! Basta, basta, per carità! "
"No, cazzo! Tu non mi lasci per uno che non esiste! Io esisto! Questo" mi hai preso di forza la mano e te la sei premuta contro al petto "questo qui esiste. Là sopra ci sono solo stelle e pianeti e lune e, sai, Bea? Sono tutti vuoti."
"Dario, sei impazzito. Stai dicendo delle cose brutte, non ti rendi conto!"
"Mi rendo conto benissimo! Che quel pezzo di merda è riuscito a piegarti! Che preferisci stare in pace, senza nessuno che ti dica dietro invece che stare con me! E che per metterti l'anima in pace dici che è colpa di uno che neanche esiste!"
"Smettila di dire cosi!"
Mi stringevi ancora la mano, forte, contro di te. I tuoi occhi mi hanno guardata e poi sono diventati freddi e distanti. Mi hai lasciata, allontanandoti di un passo.
"Vattene, allora. Se davvero pensi che volermi bene sia una cosa così brutta e che il tuo dio invisibile ti fulminerà se continui, vattene da me. Io non ti voglio più."
Non riuscivo a parlare. Le tue ultime parole mi avevano fatto cadere le viscere molto in fondo, in un grumo colloso, e la tua rannia prima e la tua freddezza ora mi avevano confusa ancor di più di quanto non lo fossi già prima.
"Mi hai sentito? Vai via da me. Io sono cattivo, no? Dico cose cattive. Ti ho portata sulla cattiva strada. Scappa. Vattene."
"Dario, per favore."
Mi hai voltato le spalle.
"Ha ragione mio padre alla fine.  Chi se lo immaginava? In fin dei conti ha ragione lui. Le femmime sono tutte puttane."
Era troppo. Decisamente troppo per me. Senza fare rumore, sono scivolata via dietro la tua schiena e ho preso il cancello.
Volevo solo andarmene, andare via da lì,  andare via da te, cercare un posto tranquillo e calmarmi. Al resto avrei pensato dopo. Appena arrivai sulla strada, dove la ghiaia non avrebbe fatto rumore, presi a correre.
Alla mia sinistra, nella direzione opposta al paese, c'era una lieva discesa e presi da quella parte.
Fuggii, sempre più lontana, senza aspettare nulla e senza pensare nulla. Fuggii.

venerdì 28 marzo 2014

Ventiquattro

Nei giorni che seguirono, tutto sembrò procedere senza scosse. Il solito tran tran ci tranquillizzò, inducendoci a credere che quel goffo tentativo del nostro professore si fosse spento sul nascere, soffocato come un principio d'incendio dal gelo del tuo distacco.
Si avvicinava il tuo compleanno ed ero tutta in fermento, mentre tentavo di preparare una piccola sorpresa per te, con l'aiuto di Dora. Mi risultava veramente difficile fare qualsiasi cosa alle tue spalle, data la natura esclusiva e continua del nostro rapporto, ma stavo riuscendo a preparare un regalo e una torta inattesa per il tuo ritorno da scuola.
Avevo trovato, su un catalogo di vendita per corrispondenza che Dora amava sfogliare al tavolo della cucina nei suoi pochi momemti di riposo, una mostruosità classificata sotto il nome di "stazione meteo", con igrometro, anemometro e termometro a colonna di mercurio, il tutto "elegantemente istoriato con fregi in metallo su base in bachelite". In pratica e buona sostanza, era un attrezzo di un orribile grigio piombo, cui qualche folle aveva conficcato qui e là delle piastre romboidali lucide come specchi deformanti, dal quale spuntavano come escrescenze aliene tre colonnine, una delle quali terminava in quattro cucchiaini montati su di un perno, che gli consentiva di girare.
Era orribile, ma era il tipo di aggeggio che tu amavi alla follia, aggeggi che misuravano il mondo attorno a te, questo oscuro guazzabuglio di eventi apparentemente scollegati e casuali, costringendoli a suon di cifre a marciare in ordinate colonne di cause e conseguenze. Sapevo che ti sarebbe piaciuto da impazzire e a forza di moine convinsi Dora a fare l'ordine a suo nome, così da impedirti di sbirciare nel pacchetto.
Sapevo che saresti rimasto sorpreso e felice dal trovare il tuo pranzo preferito, pollo freddo e patate calde, coronato dalla tua torta preferita, pan di spagna al caffè,  con tanto di candeline.
In fin dei conti sentivo di averti organizzato, seppure con qualche aiuto, un compleanno di tutto rispetto e attendevo con ansia il cinque di giugno,  costantemente impegnata nel duplice tentativo di immaginare la tua faccia quando avresti scartato il mio regalo e di non lasciarmi sfuggire assolutamente nulla, fosse pure un sorriso di troppo, quamdo ero con te.
Tu eri talmente immerso nel tuo ultimo slancio di fine anno scolastico che mi rendevi il lavoro più facile. Passavi almeno una mezz'ora al giorno a calcolare il voto finale di ogni materia, stillandoti il cervello per capire come ottenere quell'ottimo in più, che ti avrebbe dato la certezza di un risultato perfetto.
Ripassavi ad alta voce le "mie" materie, camminando avanti ed indietro per la mia stanza. Ogni volta che ti correggevo, ti passavi le mani fra i capelli, arruffandoteli per il nervoso di non aver ancora imparato il nuovo capitolo e ricominciavi da capo.
Insomma, era una normale fine di anno scolastico.
"Ma tu che voti hai preso in matematica questo quadrimestre?"
Mi hai domandato con aria dubbiosa un giorno.
"Due ottimo nelle verifiche e un discreto nell'interrogazione il mese scorso."
"Un discreto?" Ti sei inalberato. "Ma ti manca ancora un'interrogazione, no? Se vai volontaria...vediamo...venerdì ce la puoi fare."
"A fare cosa ce la posso fare?" Ho chiesto con sincero sconcerto.
"Be', ad avere tutto verso l'ottimo. Anche se forse con un discreto, magari ti darà un buono. Ma no! Due ottimo nelle prove scritte!"
"Dario, a te ti dà alla testa la fine dell'anno. Cosa vuoi che me ne freghi se ho un buono in pagella? Non è mica un brutto voto un buono."
"Ma dai, ti manca solo quello per avere tutti ottimo! Non ti dispiace? È come lasciare uma cosa a metà!"
Senza parlare ti ho indicato con un ampio gesto il lieve disordine che ti circondava: disegni incompiuti, almeno tre libri a diversi stadi di lettura lasciati aperti a dorso in alto sul davanzale, alcune tessere di un puzzle da tempo scomparso, perfettamente incastrate fra loro a mostrare l'immagine di un unico gabbiano in un cielo azzurro che fungevano da sottobicchiere alla tazza da tè sbeccata in cui tenevo le penne sulla scrivania.
"Eh, già... e chi lascerebbe mai una cosa a metà, vero?"
Hai scosso la testa con fare disgustato,  allargando le braccia in un gesto di impotenza.
"Fai come ti pare, senti. Ma è un peccato. Voglio dire, adesso a mate non ci spiega più niente,  hai il tempo di studiare bene. E poi ti aiuto io."
"Uffa, Dario! Ma chi ha voglia di farsi interrogare a tre settimane dalla fine?"
"Quattro. E poi guarda che ti interroga lo stesso, ti manca un voto. Due scritti e due orali, è la regola."
"Ma magari si dimentica..."
"Eh, e poi magari decide di cambiare vita e si mette a insegnare canto. Ma dai! Quando mai si è dimenticata qualcuno, quella lì? Davvero, dovresti metterti a studiare. Tanto ti tocca. Meglio se te la giochi bene, no?"
"Credo di si. Ma non mi va. C'è il sole e fa caldo e poi la matematica mi fa venire sonno."
"Direi di cominciare dalle regole di priorità delle parentesi nelle espressioni."
"Dario?"
"Perchè tu le sbagli spesso, vero? E poi magari ripetiamo anche le regole delle frazioni, sai, le semplificazioni e i denominatori comuni..."
"Da-a-rio?"
"Cosa?" Hai chiesto rialzando la testa dal quaderno. Il mio cuscino ti ha centrato in piena faccia, un lancio da manuale.
"Allora." hai ripreso apparentemente molto calmo, avanzando verso di me con l'arma del delitto in mano "adesso ti spiego le parentesi" gli angoli ti si piegavano all'insù.  Con uno scatto istantaneo mi hai atterrata, sedendoti su di me e tenendomi al suolo col tuo peso, a cavalcioni sulla mia pancia. Sorridevi mentre tentavo di liberarmi.
"Primo: le parentesi tonde." Una grossa cuscinata indolore mi si abbattè sulla faccia "hai capito nanetta? Sempre le tonde prima!" Cuscinata. "Poi le? Vediamo se lo sai?"
Faticavo a respirare dal ridere e a causa del tuo peso.
"Non lo so!"
"Risposta sbagliata!" Cuscinata. "La risposta corretta è: parentesi quadre. Fai la brava nana e ripeti!"
"Parentesi quadre! Lasciami scemo!"
"Brava!" Cuscinata.
Continuammo, anzi, continuasti per un po'. Per tutte le precedenze fra le parentesi e poi le precedenze fra le operazioni, se ben ricordo. Per quanto possa essere assurdo è una delle poche regole matematiche che non ho mai dimenticato. Alla fine del nostro atipico ripasso, eravamo stanchi per il troppo ridere e le troppe cuscinate e decidemmo di concederci una pausa. Sdraiati sul tappeto, entrambi con la testa sul cuscino da ripasso, ci passavamo una mela verde e aspra, mangiandola un morso per ciascuno.
"Sai, però,  funziona come metodo. Dovrei usarlo per metterti in testa storia, prima dell'ultima verifica."
"Mah,  con tutte quelle date, mi sa che più che un cuscino ti servirebbe non so, un ciocco  di legno, un mattone..."
"No, Dario, non lo farei mai!" Ho risposto con tono fintamente accorato "potrebbe danneggiarti il cervello! Ah, no, è vero...non corro il rischio, eh?"
"Zitta, nanetta. Ti è andata bene che nessuno passa mai in giardino, se no ti mettevano in mano un vaso di fiori e ti appoggiavano vicino a Biancaneve!"
"Scemo di guerra."
"Nana."
"Brutto e sbiadito."
"Cretina di nascita."
"Faccia da maiale."
"Ti amo."
"Anche io."
Sorridemmo soddisfatti al soffitto per un po', immersi in un amichevole, rilassato silenzio di chi ha fatto ciò che doveva e detto ciò che pensava.
L'estate si prospettava all'orizzonte, vicinissima e brillante e sembrava ormai certo che l'argomento scuola si sarebbe chiuso il bellezza.
Molte cose invece stavano per cambiare, eravamo, in effetti, sulla soglia di qualcosa che avrebbe cambiato tutto il nostro piccolo mondo in maniera drastica e definitiva, ma, nell'inconsapevolezza di quel pomeriggio, le nostre menti e i nostri cuori si beavano di quella intensa serenità.

L'ultima settimana di maggio.
Il professore entrò in classe con il suo solito passo incerto e posò la cartellina di cuoio sulla cattedra.
Si sedette, prendendosi un momento per sistemare le sue carte, e si rivolse alla classe con un sorriso a labbra strette.
"Allora, ragazzi, oggi faremo un piccolo approfondimento sulle ultime cose che abbiamo studiato. Chi conosce il significato della parola genealogia?"
Alzai la mano.
"La genealogia è la materia che studia i rapporti familiari" risposi.
"Esattamente. Oggi approfondiremo le relazioni familiari di quelli che erano i reali italiani, cha abbiamo studiato nelle ultime settimane. Voi sapete che le famiglie regnanti, non solo il Italia ma in tutto il mondo,  hanno sempre dato una grande importanza alla nobiltà. E come si acquisisce la nobiltà?"
"Non si acquisisce. Ci si nasce, nobili, no?" Disse una ragazza.
"Di nuovo esatto. Quindi, l'unico modo per essere nobili è di nascere da una famiglia di nobili. E come faceva, mettimo un re, a scegliere una moglie nobile quanto lui?"
"Sceglieva la figlia di un altro re!" Rispose un compagno.
"Sceglieva la figlia di un altro re. Infatti,  le case regnanti europee hanno fatto così per centinaia di anni, finché non hanno finito per essere tutti imparentati. Re Umberto I e sua moglie Margherita, ad esempio, erano figli di due sorelle. Questo li rendeva? Me lo sai dire, Dario? In che rapporto di parentela erano Umberto e Margherita?"
"Cugini. Erano cugini." Hai risposto incuriosito.
Il professore ha annuito, con un mezzo sorriso. Per un momemto la classe è rimasta in silenzio, mentre quel concetto si faceva strada nei cervelli degli studenti.
"Ma che schifo!" Ha poi commentato uno dei nostri compagni.
"Si, prof! È una porcheria, che schifezza! Non si fa!"
Ti guardavi attorno come seguendo la palla in una partita sportiva, muovendo la testa dall'uno all'altro, mano a mano che prendevano parola.
"Mia madre dice che ti nascono dei figli deficienti se ti sposi con un parente!"
"E poi loro erano cugini primi, proprio! Se costringessero me a sposare un mio cugino,  mi sparerei!"
"E faresti bene! Secondo me è anche peccato!"
"Di sicuro!"
Il professore lasciò continuare la discussione fra gli alunni per molti minuti, seguendo un commento dopo l'altro, senza intervenire.
A tratti, ci osservava con interesse,  come a valutare le nostre reazioni. Me ne accorsi quasi subito e ti diedi una lieve gomitata al fianco, indicandotelo con un cenno della testa.
Il tuo viso parlava fin troppo chiaro: eri confuso, sprofondato nella totale incomprensione di ciò che ti stava accadendo attorno e, di conseguenza, arrabbiato.
Non avevo intenzione di dare a quel vecchio crudele tutta quella soddisfazione. Era chiaro che stava mettendo in scena tutta quella commedia a nostro uso e consumo e che non voleva perdersi un solo particolare dello spettacolo che avremmo offerto ai suoi occhi e a quelli degli altri. Ebbene, io non ero stata cresciuta per essere lo zimbello di nessuno.
Guardandoti negli occhi, mi ricomposi rapidamente, presi un foglio bianco dal quaderno ad anelli e, con ostentata noia, iniziai a disegnarci sopra insensati scarabocchi, alzando di tanto in tanto gli occhi, come per controllare che non ci fossero interessanti evoluzioni.
Tu hai colto al volo e ti sei appoggiato all'indietro, con fare indolente,  continuando si a seguire con gli occhi le voci che si accavallavano nell'aula, ma con la bocca atteggiata ad un pigro sorriso.
"E voi, ragazzi, non volete condividere con noi la vostra opinione in merito alle nozza dei reali?"
Chiese infine, provocandoci apertamente.
Ti ti stringesti nelle spalle, sempre appoggiato all'indietro sulla sedia, chiuso in un silenzio che, io lo sapevo, nascondeva la strenua lotta per mantenere il controllo su te stesso e su quel che la tua bocca, come un animale addomesticato solo per metà, avrebbe potuto combinare se lasciata libera.
"Suppongo avessero le loro ragioni, se l'hanno fatto, come dice lei, per secoli." Ho tagliato corto io, vedendo che mi osservava in attesa di risposta.
"Vedete, ragazzi, questo genere di matrimonio si chiama endogamia. Nella maggior parte delle culture, compresa la nostra, e nella maggior parte delle religioni, compresa la nostra..." lasciò per un attimo la frase in sospeso, accennando vagamente al crocifisso appeso sopra la cattedra "l'endogamia è considerata,  come voi avete appena dimostrato tanto vivacemente,  immorale. E, come tale, condannabile dal punto di vista della coscienza."
Ecco cosa eravamo.
Uno "schifo". Un "meglio spararsi". Immorali. Condannabili, in coscienza. Condannabili a che cosa, poi, la lezione non lo specificò. All'inferno,  probabilmente.
Come dio volle, la mattinata passò e l'ultima campanella suonò.
Senza nemmeno il coraggio di guardarci in faccia, ognuno assorto nel suo personale purgatorio da ore, raccogliemmo le nostre cose e ci dirigemmo a casa.

giovedì 27 marzo 2014

Ventitre

Ci sono giorni in cui, più del solito, sento la tua mancanza o, meglio, la tua vicinanza. Mi sembra di averti accanto, forse nell'altra stanza, seduto a terra con la schiena apppggiata al muro, come eri solito fare da ragazzo, con le lunghe gambe raccolte a fare da appoggio al libro del momento.
Oppure mi sembra di sentire il tuo odore, quell'odore buono di amido e succo di mele che pareva uscirti dai pori della pelle.
Mi sento inquieta, in quei momenti,  e mi domando se succeda anche a te, ovunque ti trovi, se mi stia capitando, magari, proprio perché mi pensi forte.
Il cielo è grigio e piove da giorni. Mi trascino da casa al lavoro e dal lavoro a casa, calpestando l'acciottolato e attraversando piazze che non vedo veramente. Forse dovrei tentare di nuovo di vedere qualcuno, qualcuno che possa riempire il vuoto che hai lasciato, qualcuno che sia vivo, presente, che io possa toccare qui ed ora, ma so, per esperienza, che non servirebbe a niente. Ci sono stati altri uomini, si, ci sono stati, in questi anni. Come avrebbero potuto non esserci? Eppure ognuno di loro si è spezzato, come una falsa lama, una volta provato alla pietra del tuo paragone. Il buco che mi hai lasciato nell'anima ha la tua forma perfetta e nessun altro ci si può adattare.
Per questo lascio perdere, almeno fino a che la solitudine e il desiderio non prevarranno,  per qualche tempo, spingendomi per caso accanto ad un altra ombra maschile, che di nuovo svanirà arrivando troppo vicina alla luce del tuo ricordo.
Per ora, mi accontento di cancellare il presente freddo e piovoso, ritornando all'estate in cui abbiamo compiuto tredici anni.

Dopo quello che era accaduto al parco, ti facesti ancor più ombroso. I contatti con gli altri ragazzi della nostra classe, già scarsi e difficili, vennero definitivamente troncati. Ti rifiutavi perfino di rivolgere loro la parola, liquidandoli con uno sguardo di glaciale disprezzo quando si azzardavano a cercare la conversazione.
Io sola ero ammessa alle tue confidenze e a me sola era concesso di parlarti da pari a pari. Gli insegnanti non impiegarono molto tempo a notare il cambiamento e uno di loro, un ometto gentile che ci insegnava storia, tentò di parlare con te, credo con l'intenzione di esserti di aiuto.
Ti chiese un giorno di restare, dopo il suono della campanella, mentre tutti sciamavano veso l'uscita.
Come un sol uomo, ci fermammo entrambi, volgendoci con identico movimento verso la cattedra.
Come dovevamo apparire strani, agli occhi degli altri, quasi alieni, coi nostri vestiti da grandi occasioni, sempre taciturni, sempre intenti a confabulare fra noi soli, coordinati perfino nel passo.
Quel giorno tu indossavi una camicia azzurra,  dal colletto perfettamente inamidato, ben rincalzata nella cintura di pantaloni cachi con la piega. La tua unica concessione al caldo di maggio erano le maniche corte, che ti scoprivano gli avambracci.
"No, Dario" disse il professore con voce gentile "vorrei parlare solo con te."
Ci scambiamo uno sguardo. Eravamo in grado di dirci molte cose senza aprire bocca. Lui dovette avvertire la comunicazione che passava fra noi, perchè ne attese con calma gli esiti, senza interrompere.
Mi congedasti con un breve cenno affermativo del capo, dopo il quale uscii dalla classe e mi posi ad aspettare sulla soglia, le spalle ostentatamente rivolte a voi, piantonando il corridoio semivuoto.
Il professore evidentemente comprese che non avrebbe ottenuto di meglio e, con un profondo sospiro, ti chiese:
"Vuoi fare due chiacchiere con me, Dario?"
"Come vuole, professore. Solo non vorrei tardare per il pranzo. Sa, i miei si preoccupano."
"Certo, certo, vedrai, ce la sbrigheremo in tempo. C'è qualcosa che volevo domandarti."
"Ho fatto qualcosa di male?"
"No, no, assolutamente. Mi chiedevo, solo, se tu hai degli amici. Così, per mia curiosità. Se vuoi assecondare un vecchio..." sentivo il sorriso nella sua voce. Stava proprio facendo il possibile per metterti a tuo agio. Avrebbe potuto risparmiarsi il disturbo, però.  Non ti saresti sbottonato con lui più di quanto ti saresti messo a ballare sui banchi.
"Si. Io e Beatrice siamo molto amici." Hai risposto lentamente, con il tono che si riserva a qualcuno di molto stupido. Era già molto che non mi avessi indicata.
"Dico altri ragazzi della tua età,  sai, amici con cui uscire, insieme a cui...fare le cose."
"Che tipo di cose?"
"Oh, non so, fare un giro, giocare a pallone, ridere insieme...amici."
"Gliel'ho detto. Io e Beatrice siamo amici. Queste cose le faccio con lei."
"E solo con lei? Nessun altro?"
"Dovrebbe esserci qualcun altro? C'è una specie di regola?" Iniziavi ad irritarti e il tono della tua voce si faceva sempre più sprezzante e sarcastico. Cominciai a stritolare la copertina di cartone del quaderno che tenevo in mano. Ti inviavo messaggi telepatici: controllati, controllati, controllati.
"No. Nessuna regola." Con mio profondo sollievo, la voce del professore non suonava affatto arrabbiata.  "Pensavo solo che magari potrebbe piacervi, a tutti e due, avere altri amici con cui stare."
"Bene. La ringrazio di averci partecipato della sua opinione." Quella era di tuo padre. "Posso andare ora?"
"Certamente." Sospirò lui.
Ti sentii muoverti e mi girai verso di te, felice che tutto fosse finito bene. Il professore si stava alzando, riponendo nella sua cartella di cuoio le carte sparpagliate sulla cattedra. A sorpresa,  alzò gli occhi verso di me, con un mezzo sorriso.
"E tu che ne pensi, Beatrice, di quello che ci siamo detti?" Trattenni il respiro, cercando i tuoi occhi. Cosa avrei dovuto fare? Negare di aver sentito? Non ci avrebbe mai creduto. Parlargli apertamente? Ti avrebbe messo in cattiva luce, dopo la tua totale chiusura.
"Guarda me, non lui. Sono io che ti ho fatto una domanda, non lui." La sua voce era ancora gentile, per nulla severa. Sul suo viso leggevo solo un'onesta curiosità nei nostri confronti e, forse, un'ombra di compassione. Dora mi aveva raccolto i capelli in una treccia, quella mattina, una lunga treccia che mi ricadeva sulla spalla, arrivando sotto la clavicola. Iniziai a tormentarla con la mano libera, riflettendo furiosamente sulla risposta più opportuna. Lui restava in silenzio, aspettando paziente.
"Prof" dissi alla fine "a me basta Dario e a Dario basto io. Noi siamo felici così. Cosa c'è di male?"
Mi fissò negli occhi per un attimo, come cercando qualcosa.
"Gli vuoi molto bene, vero?"
Voltasti la testa verso di lui, le narici che si dilatavano, gli occhi ridotti a due pezzi di grigio metallo, il mento che sporgeva leggermente verso l'alto. Non ti diedi il tempo di metterti nei guai.
"Si. Io voglio molto bene a lui, alla sua mamma e al suo papà.  E lui vuole molto bene a me e al mio papà. Ci vogliamo tutti molto bene. Siamo fortunati. "
Lui fece un piccolo sorriso, come di chi riconosca una buona mossa avversaria e, grazie al cielo, ci congedò.
Sulla via del ritorno, fumavi di rabbia e non smettesti per un attimo di borbottare un lungo monologo su quanto fosse stato indiscreto quell'interrogatorio,  quanto ficcanaso fosse quell'uomo, cosa gli avresti volentieri risposto se solo non fosse stato nella condizione di rovinare i tuoi voti di fine anno e su quale disgrazia fosse, per la società in genere, la mania dilagante di credersi esperti di psicologia da parte di personale non specializzato.
"Ti hanno messo lì a insegnare storia? E insegna storia, per la miseria! Che cosa vai a mettere il naso nelle cose che non ti riguardano? Capirei se avessi fatto qualcosa di male, ma no! E allora cosa vuoi?"
Ad essere sinceri, quel tuo sfogo gesticolante, condito dalle migliori citazioni del lessico di tuo padre, che includeva espressioni alquanto pittoresche accanto ad altre terribilmente signorili, quasi caricaturali, mi faceva ridere. Tentai dapprima di trattenermi,  ma poi, fulminata da un "difficoltà di gestire la frustrazione delle sue ambizioni di samaritano", mi fermai,  le mani posate sulle cosce, dando libero sfogo ad una salva di risate che sembrava non esaurirsi mai.
Ti fermasti anche tu, qualche passo avanti, girato a mezzo per guardarmi con aria perplessa.
"Ma almeno lo sai che cosa stai dicendo?" Ti chiesi, con le lacrime che mi spuntavano agli angoli degli occhi.
"Be', si...il senso generale lo so." Mi rispondesti, iniziando a sorridere. "Oh, fatto sta che mi ha proprio rotto le scatole e deve starmi lontano!"
"Bravo! Ottima capacità di sintesi!" Ho ululato, scoppiando a ridere di nuovo.
Ti contagiai e iniziasti a ridacchiare anche tu, pur guardandomi stranito di tanto in tanto.
"Ma cos'ho detto di strano?" Hai chiesto ad un certo punto.
"No, tu non puoi capire! Gli hai detto 'grazie di averci partecipato la sua opinione'! Ma renditi conto! Con quella faccia..."
"Perchè,  ho sbagliato? Non vuol dire 'adesso hai detto la tua, chiudi la bocca'?"
Arrivammo in cucina ridendo ancora a sprazzi, senza più bisogno di ricordarci le parti salienti del discorso: ci era sufficiente guardarci in faccia.
Durante il pranzo, di tanto in tanto alzavo gli occhi dal piatto e ti guardavo tirando il viso ad una maschera di dignitosa indifferenza.
"Grazie di avermi partecipato del cestino del pane."
E poi tu, fingendo un gentile stupore:
"Bea, non vuoi un bicchiere in più? Sai, così stanno vicini, fanno cose insieme, diventano amici!"
Alla fine tua madre, che ci guardava con cortese stupore, ci mandò di sopra a studiare, dicendo che le sembravamo due matti.

L'ondata di buonumore che ci aveva preso si spense lentamente memtre svolgevamo i compiti. Stavi ricopiando le risposte alle domande di italiano e io ero impegnata a decifrare i passaggi di un esercizio di matematica quando,  senza alzare la testa dal tuo lavoro, mi hai detto:
"Secondo te, sul serio, cosa voleva da noi quello lì?"
Ho riflettuto un attimo. Non era facile trovare una risposta alla tua, peraltro sensata, domanda.
"Può essere che gli facciamo pena? Che ci veda come due emargimati, talmente soli da aver bisogno di aiuto per fare amicizie?"
"Può essere.  Speriamo."
"Come speriamo?"
"Speriamo, perchè altrimenti vuol dire che pensa che abbiamo qualcosa che non va. E uno così,  se lo pensa è capacissimo di dirlo ai nostri genitori."
"E allora..."
"E allora addio pace!" Hai sbuffato lasciando cadere la penna. "Ci staranno sempre attaccati."
"No, cavoli, sarebbe una bella rogna."
"Eh, si." Hai risposto alzandoti e venendo a sederti vicino a me, sul tappeto. "E poi addio anche a questo..." hai continuato, posandomi un bacio caldo sulla spalla, lasciata scoperta dal vestito.
Passavamo quasi tutto il nostro tempo così,  nelle ultime settimane, senza riuscire a smettere di accarezzarci, baciarci, abbracciarci,  in continuazione.
Stavamo scoprendo molte cose l'uno dell'altra e di noi stessi, anche se non osavamo ancora quanto il nostro desiderio ci avrebbe spinto a fare.
Ogni volta che mi toccavi, sentivo un'onda di calore invadermi sottopelle, partendo dallo stomaco, e le gambe mi si facevano molli. Desideravo stringerti ancora, come quella notte di marzo, desideravo sentire la tua voce strozzata implorare di fermarmi.
Avrei voluto morderti, stringerti, riempirmi di te le mani e la bocca, sentire ovunque la tua pelle, sentirti respirare nei miei capelli.
Ma era ancora troppo indefinito, il mio desiderio, una forma appena sbozzata che mi faceva tremare al contatto con le palme calde e secche delle tue mani, senza trovare sfogo.
Quanto a te, spesso mi stringevi così forte da mozzarmi il respiro, rosso sul viso, sul collo e fin sul petto, le pupille grandi che lasciavano appena un anello di azzurro attorno, liquido e pieno di visioni che a me erano negate. Mi cercavi, le mie mani, il sapore della mia pelle, i miei baci, mi arrivavi addosso come un turbine vellutato, per poi ritrarti, sempre tu, col respiro leggero e veloce e sdraiarti a terra, col braccio sugli occhi.
Fu così anche quel giorno e memtre ti guardavo steso, indifeso, occupato a riordinare te stesso per me, seppi nel mio cuore che ti volevo, ti volevo come la terra vuole la pioggia, come la marea vuole la luna.
Non era semplice desiderio.
Volevo te, ogni briciola e bruscolo di te, della tua anima, del tuo pensiero, del tuo corpo e, si, perfino della parte peggiore di te.
"Dario?"
"Cosa?"
"Anche io ti amo." Non te l'avevo mai detto. Ti sei alzato su un gomito per guardarmi, senza sorridere, serio.
"Davvero?"
"Davvero. Solo te, tutto te. Ti amo e ti voglio solo per me. Tutto per me. Per sempre."
"Si. Per sempre. È una cosa seria."
"Sono serissima. Tu sei mio."
"Si. Lo sono. E tu, mia."
"Si. Tu ci credi che finché sono viva sono tua?"
Annuisti senza distogliere gli occhi dai miei, sempre serio.
"Bea, anche io. Finché respiro, sono solo tuo."

mercoledì 26 marzo 2014

Ventidue

Non scendesti a cena quella sera. Accampando qualche scusa rimanesti in camera tua, mangiando di buon appetito i manicaretti che tua madre ti aveva portato di persona.
Io mi preparai, scesi le scale e partecipai al pasto con i tuoi genitori, tutto in modo meccanico, la mia testa era occupata da altri pensieri. Per la precisione,  da un altro pensiero. Sembrerà sciocco, vedendolo con lo sguardo di un adulto, ma non riuscivo a smettere di risentire la tua voce: "sei la mia ragazza. Vero?" E la mia mente, ogni volta, rispondeva: "si. Lo sono."
La tua ragazza. Questo faceva di te, in senso stretto, il mio ragazzo. Certo, avrei dovuto saperlo da tempo. Ma non mi era mai capitato di pensare a te come al "mio ragazzo". Mi piaceva. Mi piaceva follemente.
Mio. Mio. Guardavo di sottecchi i tuoi genitori, a tavola, e pensavo "è mio. Non vostro. Mio. Con voi ci è capitato, non avrebbe potuto farci niente. Ma con me, invece, è lui a volerlo."
Mi sentivo potente, depositaria di una segreta magia che loro non potevano conoscere nè vedere. Mi sentivo grande. Mi sentivo in vetta al mondo.
Risalii le scale e passai a darti la buonanotte, prima di andare a dormire. Ti guardavo con occhi diversi, quella sera, ti covavo con lo sguardo, il tuo bel viso nobile, la posa un po' storta in cui sedevi sempre, con la testa appoggiata alla mano, davanti alla scrivania. Ti posai il mio piccolo bacio sulla tempia, dove una venuzza azzurrina correva in superficie, vicina alla pelle.
"Cos'hai?" Mi hai chiesto, guardandomi curioso.
"Niente, perchè?"
"Sei tutta strana, sembri come agitata."
"No, niente, davvero. Sono stanca, mi sa. Notte."
"Notte."
Uscii dalla stanza mentre tua madre entrava, arrivai nella mia camera e mi infilai nel pigiama e poi a letto. Mi sentivo stanca davvero, ma non riuscivo a prendere sonno.
Poco dopo aver sentito chiudersi l'ultima porta, avvertii il tuo passo leggero in corridoio.
Ti infilasti nel mio letto, sul fianco, stringendoti a me per stare entrambi sotto le coperte. Nonostante il sole del giorno, era ancora freddo la notte e ti abbracciai mollemente, neandomi del tepore che portavi con te.
"Adesso me lo dici cos'hai?"
"Mamma mia, se sei testardo! Se ti dico niente..."
"Se me lo dici con quella faccia lì,  non ti prendo mica sul serio. È ancora per oggi? Guarda che sto meglio, davvero."
"Lo so. Lo vedo." Ti appoggiai la fronte contro la spalla, affogando felice nell'odore della tua pelle.
Tacesti per un po'. Distrattamente ti avvolgevi una ciocca dei miei capelli attorno ad un dito, girandola e rigirandola all'infinito. Era un momento sereno, dolce, tutto scuro e soffice attorno e con te contro il viso.
"Hai dei problemi da donne?"
"Tipo?"
"Sai...quel che hanno le donne."
"Mi stai chiedendo se sono indisposta?"
"Si dice così?"
"La zia dice così. Comunque no. Stai giocando a indovinare?" Mi scappava da ridere.
"Eh, tu non mi vuoi dire niente. Lo sai che poi ci penso, finché non me lo dici."
"È per quello che hai detto prima."
"Cosa ho detto?"
"Che sono la tua ragazza."
"Be', è vero, no? O tu nin sei daccordo? Perchè se non sei daccordo me lo devi dire, sai."
"Sono daccordo, si, scemo. Ma lo sai che questo vuol dire che sei il mio ragazzo?"
"Eh, si. Lo so. Ma a me fa piacere."
Scivolammo di nuovo in un confortevole silenzio, mentre fuori si alzava il vento e faceva tremolare le imposte.
"Beatrice?"
Scostai la testa per guardarti in faccia. Non mi chiamavi mai così. Rimasi a scrutarti, nel buio, cercando di capire cosa potesse significare.
"Quando sarò grande, voglio sempre sposarti. Voglio che stiamo insieme sempre. E tu?"
"Anch'io."
"Sarò bravo, con te. Ti tratterò sempre bene e non ti farò mai del male, anche se sono un uomo. Non sarò come mio padre. Te lo giuro."
"E io non sarò come mia madre. E pari e patta."
"Già. Ma, alla fine, cos'è che ha fatto tua madre? Io non l'ho mai sapito, qui non ne parla mai nessuno."
"Papà dice che quamdo sono nata io è diventata strana. Ha smesso di uscire e anche di parlare, per un po'. Poi invece ha incominciato a uscire tamtissimo, ogni giorno. Papà tornava a casa e non la trovava e non sapeva dove era andata. Quando tornava era mattina e tante volte era ubriaca. Una volta mi ricordo che è tornata tutta abbracciata a un tale e puzzavano tutti e due come una zuppa inglese. Papà si è arrabbiato tantissimo e l'ha chiusa in casa. E lei ha incominciato a prendersela con tutto e con tutti. Ha ucciso il nostro gatto, lo sai? Una mattina ha aperto la cristalliera e ha iniziato a tirargli contro i bicchieri buoni e lui scappava e miagolava forte. Poi un bicchiere l'ha centrato sul muso e ha tremato tutto e non ha miagolato più. E poi un giorno è uacita amche se papà le aveva detto di non farlo ed è tornata con un uomo, un altro, non quello che puzzava. E si sono chiusi in camera con la chiave. Quando papà è tornato per pranzo ha buttato giù la porta. Faceva paura. E si sono messi tutti a urlare. E dopo poco siamo venuti qui. Lui dice che hanno divorziato. Secondo me, invece, si sono lasciati."
"Per la miseria. Che brutto. E a te dove ti lasciava quando usciva? Avevate una collaboratrice anche voi?"
"Boh. Non mi ricordo. Non lo so."
Avevo sempre pensato che mi sarebne riuscito penoso parlare di mia madre, invece quella lunga spiegazione mi era uscita come un indicibile sollievo, un sorso d'acqua in una giornata afosa. Ero felice che non ci fosse più quel fantasma, quella persona che non si doveva nominare mai e che, al suo posto, ci fosse solo una storia del passato, per quanto brutta.
"No, tu non sarai mai così.  Lo so."
"Come lo sai?"
"Perchè tu sei buona. E poi hai me. E io ti proteggerò sempre."
"Ma anche mia madre aveva papà..."
"È diverso. L'ha conosciuto da grande." Mi hai risposto in tono sicuro.
"Ah. Meglio così allora."
Le tue mani scesero ad accarezzarmi il collo e le spalle. Di riflesso, iniziai a fare la stessa cosa.
Senza alcuna premeditazione,  ci trovammo a giocare la nostra prima partita di "novanta secondi" a letto.
Trovai a memoria quell'area di pelle liscia, fra il collo e l'orecchio, che sapevo essere più sensibile e la baciai dolcemente, a labbra socchiuse. Le tue mani scesero sui miei fianchi e li circondarono, tirandomi verso l'alto,  verso la tua bocca. Mi hai baciato il viso, le palpebre e, infine, le labbra.
Mi sentivo come se i polmoni fossero troppo grandi per il mio torace, come se mi stesse salendo la febbre. Ti desideravo e neanche io sapevo bene come né perché.
Trovai i lembi del tuo pigiama e spinsi le mani sulla pelle nuda della tua schiena. Era liscia e scottava. Il tuo respiro si fece più veloce.
"Bea, fermati."
"No, per favore."
"Fermati, fermati, fermati."
Invece di risponderti, feci scivolare i palmi sul tuo petto, lasciandoti,  carezzandoti, mentre posavo cento minuscoli baci sulle tue labbra. Ti sentii premere contro di me, aderire al mio corpo senza lasciare spazio bastante neppure ad un soffio d'aria e questo mi sembrò giusto, perfetto, proprio quello di cui avevo bisogno. Mi resi conto di sentire la tua erezione , ma non provai imbarazzo o paura. Provai gioia, perchè tu mi desideravi e la sensazione che tutto sarebbe andato bene. Era così totale il mio abbandono,  che ancora oggi mi spaventa, come una vertigine. Avresti potuto fare quel che volevi di me.
Mi stringesti forte da togliermi il respiro, una mano dietro la schiena e una sulla nuca, stretta, serrata a te. Respiravi leggero e veloce e potevo sentire il tuo cuore contro il petto.
"Ti amo. Oh, Bea, Bea, ti amo."
Mi paralizzai per un attimo. Ti eri reso conto di quello che dicevi? Dell'enormità?
"Che c'è? Lo sapevi, no?"
"Dario, tu prima o dopo mi fai prendere un infarto."
"Ah, io?" Ridevi. "Mi sa che fai prima tu con me. Basta che continui così, senz'altro."
Ci siamo calmati, poco a poco, scivolando dall'eccitazione al sonno, sempre abbracciati.
Mentre il sonno mi calava lento verso il fondo,  pensavo che avrei dovuto dirtelo, che ti amavo anch'io.

martedì 25 marzo 2014

Ventuno

Ci allontanammo da quell'uomo, da quel luogo, prendendo il piccolo sentiero che costeggiava le case del paese, sempre più base e isolate, man mano che ci avvicinavamo alla strada di casa.
Scottavi, sotto la tua camicia bianca, come se fossi arso di febbre. Camminavi in silenzio, la testa bassa, senza guardarmi negli occhi. Mettevi pietà a guardarti, con un'impronta rossa, nitida, di mano su un lato del viso e una macchia in alto, sullo zigomo, dal lato opposto, dove ti abeba colpito col rovescio della mano. Tremavi appena, sotto la mia mano, come un motorr al minimo e non potevi guardarmi negli occhi. Mi stillavo il cervello in cerca di qualcosa da dirti, qualunque cosa, purché potesse strapparti a quella profonda angoscia in cui eri precipitato.
Svoltammo a sinistra, imboccando l'ampia strada fiancheggiata dalle siepi,  su cui si apriva il cancello di casa. Qui e là un albero coperto di tenere gemme si slanciava verso l'alto, come una fiamma contro il cielo. Gli insetti iniziavano le loro faccende di primavera e di tanto in tanto il richiamo aspro di una gazza pioveva da lontano, rompendo il cinguettio dei passeri.
Più la scena mi mostrava particolari di quiete e di bellezza, più sentivo cresceee la rabbia e lo sdegno. Com'era possibile che una cosa così schifosa, così ingiusta fosse accaduta senza che nulla attorno a noi cambiasse, fosse anche di poco? Come poteva essere tutto così normale, così sereno,  quando tu stavi tanto male da non poter neanche parlare?
Ti passavo la mano sulla schiena, camminando, su e giù,  in ampie carezze, tentando di darti conforto.
Ti avrei dato il cuore, il sangue, se fosse servito a qualcosa.
Ad un certo punto ti sei reso conto di dove eravamo.
Fin lì avevi camminato come in sogno, lasciandoti condurre da me, attaccato al mio fianco, con lo sguardo fisso a terra e la testa tanto bassa da sfiorarti il petto col mento.
Quando hai viato il cancello di casa, in fondo alla strada, hai pumtato i piedi a tera, fermandoti, raddrizzando la testa e chiudendo insieme le spalle, in un gesto di rifiuto e difesa.

"No, non ci voglio andare a casa!"
"Dai, su, cosa vuol dire che non vuoi andarci? Dove possiamo andare, noi? Non c'è un altro posto dove andare. Hai bisogno di riposarti un pochino."
"No, ti prego, no, non mi ci portare."
Ti guardai in faccia, storcendo la testa per riuscirci, dato che avevi ribbassato la tua. La tua voce aveva assunto un tono piagnucoloso, quasi un uggiolio, che non gli avevo mai sentito. Il tuo viso, a chiare lettere, gridava la tua paura.
"Dario, dove vuoi andare?"
"Non lo so. Per piacere. Via."
"Ascolta, ascoltami um attimo, per favore." Mi misi di fronte a te e ti presi le mani nelle mie, con tutta la dolcezza di cui ero capace. "Non vuoi andare a casa davvero o non vuoi vedere nessuno? Perché io ci riesco a entrare senza che ci vedano, sai?"
Hai alzato appena gli occhi, incerto.
"Davvero?"
"Fidati."
"Ma come fai?"
"Vedrai. Fidati."
Mio padre una volta, parlando con zio Lucio, aveva detto chiaramente che per chiunque sarebbe stato facile penetrare non visto in casa, passando dalla rimessa, che si allungava sul fianco della casa, protetta solo dalla siepe. Ricordavo quella discussione, avvenuta un paio d'anni prima, perchè aveva dato origine ad una scaramuccia con il vicino, che non vedeva ragione di mettere una rete metallica. Ricordavo, perfino, che era stata una delle poche volte in cui lo zio aveva dovuto darsi per vinto, di fronte al cocciuto rifiuto del vicino,  da una parte, di convertirsi a norme di sicurezza tanto dispendiose e della zia, dall'altra, che aveva rifiutato di avere sotto gli occhi lo spettacolo di una rete o cancellata, nella nostra proprietà,  reclamando il suo diritto a "vedere un po'di natura", nelle sembianze,  suppongo,  della vecchia siepe di lauro.
In quel momento benedissi la tirchiaggine del vicino e il bisogno di natura della zia, avviandomi, con te al seguito, con passo deciso verso il giardino accanto al nostro.
"Ma non si può qui. E se ci vedono?"
"Li salutiamo. Ci conoscono."
Ostentavo una sicurezza che non provavo, per indurti a camminare. Dovevo portarti a casa. Solo quel pensiero mi spingeva ad andare avanti a testa alta e passi lunghi, ignorando i dubbi che mi affollavano la testa. Non sapevo se la porta della rimessa fosse aperta. Non sapevo se sarei riuscita a penetrare la siepe. Non sapevo se, in effetti, qualcuno ci avrebbe notato, così,  in pieno giorno. Non lo sapevo e non importava. Tu tremavi, tu avevi grandi occhi spaventati, con solo um nruscolo di pupilla che affogava disperato nel mezzo dell'azzurro trasparente dell'iride e io ti avrei portato al sicuro.
Calcolando ad occhio la posizione, mi avvicinai alla siepe. Non sembrava troppo compatta e ci entrai dentro spimgendo il corpo di lato. Migliaia di rametti appuntiti mi opposero attiva resistenza, affondando nel collo e nei polpacci nudi. Ignorando il fastidio, puntai i piedi e spinsi all'indietro, creando un varco per te.
"Passa, sbrigati."
La saracinesca della rimessa era aperta e questo fu un colpo di fortuna, unico e rilucente in quella giornata che di sfortuna era fin troppo piena.
Rimaneva da vedere se sarebbe stata altrettanto gentile con noi la porta che dalla rimessa dava nella casa.
Tentai la maniglia. Non accadde nulla. Tu rimanevi al mio fianco,  in silenzio, come una grossa bambola di pezza. Non poteva essere chiusa. Non poteva fregarmi cosi, una stupida porta di legno, con tutto il bisogno che avevo di entrare.
Abbassai di nuovo la maniglia, appoggiai la spalla al battenta e feci forza con tutto il peso. Sentii cedere. La stupida porta era incastrata, resa gonfia dall'umidità della primavera.
"Aiutami."
Mi rispondesti con un cenno interrogativo.
"Spingi, dai!"
Con aria quasi casuale posasti una mano sul legno e spingesti. La porta si spalancò,  proiettandomi all'interno. Ti ripresi per mano e, finalmente,  ti portai dentro, al sicuro. Ti portai nella mia stanza, ti sdraiai sul letto e, inginocchiata accanto a te, ti accarezzai i capelli, le braccia, le mandi, sussurrandoti parole sciocche, dicendoti che sarebbe andato tutto bene, chiedendoti di chiudere gli occhi.
Alla fine, li chiudesti davvero e rimanesti così,  abbandonato, sul mio letto.
I segni rossi sul tuo viso si andavano finalmente attenuando e il tuo respiro, pian piano, divenne più regolare.
Quando ti vidi addormentato,  mi alzai e presi ad andare su e giù per la stanza, senza poter trovare altro modo per dare sfogo a quel che provavo.
Ero arrabbiata, certo, ma anche spaventata dalla tua reazione. Avrei volito cercare immediatamente l'aiuto dei nostri genitori, certa che quel pazzo che aveva osato alzare la mano su di te si sarenne presto trovato a sopportare il peso di tutta l'influenza e l'importanza di tuo padre, sotto forma di persecuzione legale. Nella mia mente di ragazzina, era certo che l'avrebbero trascinato via in manette, se uma cosa del gemere si fosse risaputa, per gettarlo nel più profondo dei carceri.
Quello avrei voluto vedere, il peso del nome che porti schiacciare chi aveva osato ferirti.
Certamente, col senno di poi, questo non sarebbe accaduto, ma ho ancora la convinzione che tuo padre, se lo fosse venuto a sapere, avrebbe procurato a quel giovanotto più guai di quanto ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare.
Ero decisa a cercare per te una vendetta che tu non sembravi volere.
Alla fine, mi risolsi a lasciarti solo un momento, per cercare qualcuno cui raccontare l'accaduto.
"Dove vai?"
"Mi hai fatto paura. Sei sveglio, non mi ero accorta. "
"Da un po'."
"Come stai?"
"Male."
"Ti fa ancora male?"
"Qui no." Mi hai risposto toccandoti il viso "qui, parecchio." E ti sei toccato la tempia. "Mi fa male. Che tu mi abbia visto così. Adesso penserai che sono..."
"Che sei che cosa? È lui un criminale,  a picchiarti così. Ma la paga."
"E come?"
"Devi dirlo a tuo padre."
"No. Non pensarci proprio." Era un tono definitivo, ma non mi sono arresa.
"Dario, devi! Non può fare una cosa così e non pagare per quel che ha fatto."
"No."
"Si, invece. Se non glielo dici tu glielo dico io."
"No, tu stai ferma e zitta, e se io dico di no è no."
"Mi sai dare un buon motivo? Uno solo?"
"Primo: spiavo una coppietta. E se a mio padre non gliene frega niente,  lo sai che mia mamma poi me la fa pagare a me. Secondo: mi sono fatto difendere da una ragazza. E se a mia mamma nom gliene frega niemte, mio padre me la fa pagare e lo sai. Terzo. Mi vergono e vorrei che non lo sapesse nessuno. È abbastanza?"
"Si. Mi sa di si. Ma non è giusto quel che ha fatto. E tu non devi vergongnarti di niente. È lui che si deve vergognare. Cioè,  andare a fare le cosacce al parco e poi picchiare uno più piccolo. Bella forza."
"Sai, non mi piace essere quello più piccolo. Ma con la botta che gli hai dato mi sa che alle...com'è che le hai chiamate?"
"Cosacce" ho ripetuto arrossendo.
"Eh. Alle cosacce non ci pensa più per un po'. Comunque, vedi, Bea, sono fottuto se lo sanno i miei. Uno o l'altro. Il finale è lo stesso."
Il mio rossore diventò furioso. Avevi pronunciato una parola che io mai avrei osato usare.
Mi guardasti, accennando ad un mezzo sorriso per la mia espressione.
"Davvero non ho smesso di essere il tuo eroe? Anche se mi hai visto così? "
"Giuro."
"E non lo dici a nessuno?"
"Giuro. Ce l'hai con me perché sono una ragazza e ti ho difeso?"
"Ma tu non sei una ragazza, no? Sei la mia ragazza. Vero?"
Era la prima volta che pronunciavamo ad alta voce quelle parole. Sentii lo stomaco cadere in basso, come per aver saltato un gradino.
"Si."
"Bea?"
"Si?"
"Ho fame. Stai andando di sotto, tu?"

domenica 23 marzo 2014

Venti

Non è semplice giustificare nemmeno a me stessa questo atto che compio, scrivendo queste pagine. Una voce dentro di me insistentemente domanda: cosa speri di ottenere? Cosa credi che accadrà,  il giorno e il momento in cui finirai di raccontare la vostra storia?
La verità è che non lo so.
Probabilmente, anzi, certamente, una fetta del mio cuore, che mai ha smesso di sperare, che mai ha smesso di sussultare ad ogni riflesso di biondo chiaro fra la folla, ad ogni suono di risata che mi ricordasse la tua, quella parte del mio cuore spera ancora, contro ogni speranza, contro dio e contro il mondo intero, che tu ritorni da me.
Che un giorno, un giorno come tanti, senza che io percepisca alcunché di strano svegliandomi, io possa sentir bussare alla mia porta, aprire e ritrovarti davanti a me.
Ritrovare il tuo sorriso, il tuo caro, caro viso, ritrovare il tuo odore, la sensazione dei tuoi capelli come acqua fra le dita.
Alle volte mi rigiro in quel letto che da troppo tempo è solo mio e ti vorrei accanto e ti chiamo, senza voce, con ogni fibra del mio corpo, ti chiamo a me. Come la bambina che ero e che tu hai tanto amato, chiudo forte gli occhi e ripeto nella mente il tuo nome, come un incantesimo, infinite volte, fino a che non perde di senso, ritornando ad essere solo una serie di suoni ricavati dalle corde in fiamme del mio cervello.
Ma come è impietoso il tempo, perfino con chi ama.
Mi chiede lo specchio grande: se anche tornasse oggi, se anche tornasse a te, cosa avresti tu da offrirgli? Cosa, che mille altre donna non abbiano di più e migliore e più fresco e meno provato dalle notti insonni e dai giorni sempre uguali?
Lascia che ti ricordi com'eri, senza guastargli la memoria.
E allora chino gli occhi e le spalle mi si fanno pesanti e pesante, troppo pesante, mi si fa il cuore. Perché c'è del vero in questo.
Quindi, cosa spero, cosa voglio ottenere in queste righe? Cosa mi trae, come un amo arpionato nell'anima, senza che io lo possa contrastare?
Voglio solo stare con te, nell'unico modo che mi resta.
Finché rimango qui, alla luce di questo schermo, mi svanisce attorno il pavimento sbiadito e il divano tre posti. Indietreggiano, come le ombre che sono. E splendente si ripresenta il passato e io torno con te.
Con te, che conoscevo come me stessa, con te, accanto a cui ero sempre al sicuro, con te, che mi accarezzavi come si carezza una gatta, nella primavera che sbocciava silenziosa oltre le finestre, poco prima dei nostri tredici anni.

Quella clessidra, trovata in un pomeriggio di noia sotto il mio letto, nascosta come un tesoro, o una trappola, che non attendeva altro che di essere trovata, ci fece parecchia compagnia in quei mesi che precedettero l'arrivo del caldo.
Divenne un'ossessione, mi piacerebbe poter dire solo per te, ma in realtà per entrambi. Ad ogni occasione, ad ogni momento di libertà,  ci rimtanavamo nella mia stanza, dove avevamo meno possibilità di essere inopportunamente interrotti, per giocare a "novanta secondi".
Suppongo che sia facile fare, ad oggi, cattivi pensieri su ciò che facevamo. Nei fatti, imparava, o a conoscerci per quello che stavamo diventando, riprendendoci una confidenza che era lentamente andata guastandosi in quegli ultimi due anni.
Mi accarezzavi, col piatto della mano, badando bene a tenerti lontano dai miei piccoli seni, soffermandoti incuriosito sulla curva dei fianchi,  baciandomi, a volte, sulle labnra, sul naso, sulle dita delle mani, con un modo buffo e tenero, come temendo di sbagliare.
Ero io, devo ammetterlo, quella che spesso diventava maligna in quel gioco.
Scoprii velocemente alcune zone del tuo corpo che sembravano essere più sensibili e alle volte mi divertivo a sottoporti a lunghe sessioni di tortura, solleticamdoti con le labbra, coi capelli, con le ciglia, fino a che non diventavi rosso sul viso e sul collo e non mi chiedevi di smettere.
"Devi dire per favore"
"Per favore Bea, ti prego,  basta, lasciami andare!"
"E tu cosa fai in cambio?"
"Bea, dai, ti supplico..."
"Va bene. Per stavolta."
A volte, invece, scoppiavi a ridere d'un tratto, senza motivo apparente.
Ti posavi il cavo del gomito sugli occhi, ridendo, battendo i piedi a terra, sdraiato davanti a me, prendendomi stretta per la mano, per impedirmi di toccarti.
"Aiuto...aiuto. Basta, dai, così è troppo!"
"Pausa?"
"Ferma, immobile, non ti muovere, non ti alzare, aspettami."
Ridevamo assieme. Sapevo per esperienza che, qua do reagivi a quel modo, era meglio lasciarti stare e attendevo quieta al tuo fianco che tu ti alzassi per andare di sotto a bere un bicchiere d'acqua.
Nel resto del tempo, rimanevi taciturno e chiuso, ma avevo imparato a comvivere con questo aspetto nuovo di te, passando tempi biblici a fare ciò che volevo, mentre tu, immerso in qualche libro o in qualche sogno ad occhi aperti, mi stavi accanto.
Fu ai primi di marzo, che un pomeriggio di sole decidemmo di andarcene al parco dietro la scuola, per cambiare un po' aria.

I fiori spumtavano ovunque e il piccolo giardino incastonato fra palazzi e panchine aveva un'aria selvatica ed incolta che mi piaceva.
Ci sedemmo su una panchina in pieno sole. Alla nostra destra, una piccola, artificiosa macchia di alberi gettava un'ombra fitta, da non vederci all'interno e alla nostra sinistra si snodava un sentiero di terra battuta.
Avevo raccolto una manciata di fiori e di erbe, che crescevano sotto il sedile, e mi divertivo a dirne i nomi, quelli che sapevo.
Tu ti guardavi intorno,  in apparenza perso nel tuo mondo.
"Margherita, trifoglio, gramigna, oh, una viola, fiore-giallo..."
"Ranuncolo. Bea, hai visto lì?"
Mi hai accemnato con la testa alla macchia di alberi. Osservandola per um po', riuscivo a scorgere qualcosa al suo interno. Era uma persona. Anzi, due persone. 
"Cosa fanno?"
"Si baciano.  E si toccano."
In quel momento si girarono appena e potei scorgere le mani dell'uomo, poco più che un ragazzo, che frugavano alacri sotto la maglia di lei, soffermandosi sul suo seno.
Un nodo di imbarazzo mi chiuse la gola.
"Dai, Dario, andiamo via, lasciamoli soli."
"È un parco pubblico. Se volevano stare soli stavano al chiuso, no?"
"Almeno smetti di guardarli. Non è giusto."
"Bea, lasciami studiare in pace."
"Ma studiare cosa? Questo non è studiare, è fare i guardatori!"
"Guardoni. E ti ricordo che se io non avessi fatto il guardone, noi forse non ci saremmo mai baciati."
"Be', chiamalo come ti pare, ma io non voglio averci a che fare. Vado a vedere se trovo delle lumache."
"Chiocciole. Le lumache sono quelle senza il guscio che ti fanno schifo." Mi hai rimbeccato rimanendo ostinatamente girato a fissare i due sconosciuti che, adesso, sembravano impegnati in un incontro di lotta.
Scuotemdo la testa, mi sono allomtanata dalla parte oppoata di qualche passo. Sinceramente,  non nutrivo alcun particolare interesse per le chiocciole,  ma ero consapevole che non sarei riuscita a portarti via da lì e, allo stesso tempo, mi sentivo tremendamente in imbarazzo per quello che stavi facendo.
Mi sono seduta nell'erba alta. Era soffice, elastica e intiepidita dal sole. Comoda. Alcune api precoci si indaffaravano attorno alle corolle e cercavo di restare immobile per poterle guardare a mio agio.
Quamdo le api sono volate via, mi sono voltata, sperando fossi pronto ad andartene.
Per poco non cacciai un richiamo: ti eri alzato dalla panchina, spostandoti di lato, per osservare meglio la scena.
-che scemo, pensai, così lo vedono. -
Non feci in tempo a formulare il pensiero.
"Oh, ragazzino, smamma."
La voce dell'uomo. Non potevo vederlo, da lì,  ma sembrava parecchio arrabbiato. Pregai memtalmemte che non ti venisse da fare l'eroe.
"È un parco pubblico, mi pare. Posso stare qui, se voglio."
No, per la miseria. Quella tua boccaccia. E ti era anche uscita nella stessa cadenza di tuo padre, fatta apposta per irritare la gente, come di chi si sente superiore.
"Ho detto smamma. Ultimo avviso. "
Sta'zitto, Darietto mio, taci e vieni via. Ti prego.
"E con che diritto, scusi?"
Ecco. Ha fatto il danno. Pensai, e mi alzai in piedi per venirti a prendere e convincerti a tornare a casa.
In qiel momento accaddero due cose: il tizio, arrabbbiato, avanzò a grandi passi verso di te, mentre la sua bella farfugliava qualcosa per trattenerlo e tu, assurdamente,  invece di scappare, ti ergesti in tutta la tua statura, l'immagine stessa del nobile oltraggiato.
Camminai verso di voi più velocemente possibile senza correre.
"Adesso tu ti volti e te ne vai, biondino. Altrimenti ne prendi."
"Io posso stare qui finché mi pare. Casomai è lei che qui sta facemdo cose che non dovrebbe,  non io."
"Senti, non farmi incazzare..."
"Se no?"
La tua ulti, a domanda,  nel tuo tono più strafottente,  gli fece perdere la bussola. Ti afferrò per un braccio e iniziò a scuoterti come un cane scuote uno straccio.
Eri forte per un ragazzo della tua età,  ma lui avrà avuto almeno vent'anni. Nonostante questo e nonostante il male che, certamente,  ti stava facendo, hai temtato di reagire, colpendolo col braccio libero. Ti ha afferrato anche quello e poi, con la sola forza bruta,  ti ha costretto a riunire le mani, prendendotele entrambe,  ai polsi, in una delle sue.
"Lo lasci stare subito! "
"Ah, ma ti sei portato anche l'amichetta! Bimba, non rompermi i coglioni anche tu."
"Se non lo lascia andare mi metto a urlare."
"Adesso te lo lascio, questo stronzetto,  stai tranquilla, gli spiego solo come si sta al mondo e te lo lascio."
Ti ha dato uno schiaffo. Forte, in faccia. L'impronta della sua mano si è disegnata in un vivido rosso sulla tua pelle lattea.
L'hai guardato, oltraggiato, stupito, un principe che si vede umiliato. Io ho dato in um piccolo grido strozzato e mi sono avvicinata in pochi passi di corsa.
Cercavo qualcosa com cui colpirlo e mi somo resa comto cje tenevo ancora in mano il mio mazzo di fiori di campo. L'ho frustato con i lunghi steli verdi ovunque riuscissi ad arrivare, sul viso, sul collo, sulle braccia.
"Piantala, bambina, piantala, perdio!"
Si è voltato verso di me. Ero senza fiato, pazza, incapace di parlare.
"Questo" ha detto rivolgendosi a te "è per ricordarti che non si spia la gente. E questo" e così dicendo ti ha schiaffeggiato di nuovo, col rovescio della mano, sull'altra guancia "Perché nom si risponde male a chi è più grande di te."
Ti sussultavano le spalle in singhiozzi silenziosi e senza lacrime. Non eri mai stato picchiato da un adulto.
Vederti così, piegato, malmenato, quasi preso in giro e per di più di fronte a me, mi spezzò il cuore e mi fece salire una rabbia fredda, uma sete di vendetta, che non avevo mai provato.
Indietreggiai di un passo, sperando di dare l'impressiome di aver paura.
"Eccotelo, il tuo bel campione, bimba.  Riportatelo pure a casa."
Si voltò verso di me, liberandoti,  le mani e tirandoti al tempo stesso nella mia direzione.
Alzai gli occhi ai suoi.
Scalciai forte, più forte che potevo. Ero cresciuta con un ragazzo, dopotutto, e sapevo bene dove mirare.
Lo guardai accartocciarsi a terra, le mani sull'inguine e il viso stretto il una smorfia.
"E questo è perché ci si picchia con quelli della tua taglia."
Ho circondato le tue povere spalle col braccio e ti ho portato a casa.

sabato 22 marzo 2014

Diciannove

Nei giorni che seguirono, cercasti in ogni modo di evitare di rimanere solo con me. Perfino la compagnia di tuo padre ti era gradita, purché potessi evitare quel momento in cui, non potevi ignorarlo, avresti dovuto rispondere alle mie domande.
Cercasti in ogni modo di rabbonirmi.
Smettesti di pumzecchiarmi, diventasti gentilissimo, complimentoso e non c'era piccolo favore che non saresti stato disposto a concedermi.
Può sembrare bizzarro, ma ne soffrivo molto. Mi sembrava di vivere accanto ad un cortese estraneo, che avesse indossato il tuo viso per prendersi gioco di me.
Passavo molto tempo con Dora, in cucima e per la casa, sentendo che tu non mi volevi accanto. La seguivo, silenziosa, come un'ombra, per sedermi a terra ascoltandola parlare senza sosta della gente del paese e della sua numerosa famiglia, mentre svolgeva i lavori che le erano assegnati.
Non riuscivo a parlare. Nè con lei, né con te, né con nessuno. Ero stata bandita da te, senza che mi fosse concesso di conoscerne il motivo e sempre più spesso, nello stato di ottusa incredulità in cui galleggiavo, mi capitava di ripensare ai discorsi di Dora sulla tua somiglianza con tuo padre. Vi osservavo, seduti a tavola, senza alcuna paura di incontrare il tuo sguardo, che mi evitava tenacemente,  né il suo, al solito fisso sul piatto. Vi osservavo e ti vedevo somigliare sempre più a lui.
La statura, certo, era la sua. Pochi mesi prima dei tredici anni eri alto quasi quanto tua madre, che pure non era una donna di piccola statura. Risultava evidente che saresti stato molto più alto della media, come lui, appunto. Eri sottile, certo, dove lui era largo di spale e di collo, ma forte e resistente come il metallo. Davi un'impressione di solidità,  anche essa simile a quella che dava tuo padre.
Occhi e capelli erano i suoi, come pure l'incarnato, di una chiarezza irreale.
Mangiavate entrambi con voracità,  tu con belle maniere e i gomiti stretti, lui allungato sopra il piatto come un randagio che veglia la sua ciotola, ma tutti e due con la medesima fretta, come se il piatto dovesse venirvi sottratto da un momento all'altro.
Ero sconsolata. Perfino il tuo modo di camminare stava cambiando, assumendo quel ciondolare da orso che associavo allo zio.
Ti avrei perso, senza mai allontanarmi da te, ti avrei visto sotto i miei occhi impotenti diventare sempre più simile a lui, lui che mi disgustava, lui che mi incuteva una muta paura, fino ad arrivare, un giorno, a non vederti più,  sotto gli strati concemtrici della tua metamorfosi?
Era quello il tuo destino, che ti scorreva nel sangue in mezzo alle vene e ti avrebbe portato via, senza che nessuno potesse fermarlo?
La mia unica consolazione era nella consideraziome di Dora: c'erano molti modi in cui il medesimo strumento poteva essere usato, a seconda di chi lo impugnava.

Decisi di fidarmi di te. Ti sapettai, senza tentare di forzarti a parlare con me.
Furono pochi giorni, ma mi parvero mille.
Il momento in cui la mia fiducia venne ripagata arrivò un giovedì,  mentre tornavamo a casa da scuola.
Era metà gennaio e l'aria fredda ci tagliava la faccia anche attraverso la lana spessa delle sciarpe tirate sul naso, per nulla attutito dalle siepi scheletrite che fiancheggiavano la strada.
Il cielo lontanissimo era grigio uniforme e sembrava che ogni forma di vita avesse disertato il mondo.  Eravamo noi due soli, sulla strada.
Mi sfregavo le mani, coperte da guanti troppo leggeri, cercando di scaldarle un po'. Mi accorsi che mi scoccavi delle occhiate in tralice, a intervalli.
"Hai freddo."
"Eh. Fa freddo."
"Da' qua."
Mi hai preso la mano e te l'hai infilata nella tasca del tuo cappotto, stringendola nella tua.
"Fammi capire: hai un cappotto senza tasche?"
"Tua mamma dice che rovinano la linea del capo."
"E sul fatto di perdere due dita dal freddo ha detto niente? Sembri un pezzo di ghiaccio."
Mi faceva ridere l'idea di tua madre che mi parlava dei rischi di assideramento mentre sceglievamo i vestiti e ridere mi fece lacrimare gli occhi. Momentaneamente accecata, inciampai in una crepa del terreno.
"Oplà!"
Mi hai afferrata prima che perdessi l'equilibrio e ci siamo trovati abbracciati, in mezzo alla strada deserta, al centro del paesaggio vuoto.
"E adesso? Mi porti a casa in braccio?" Ridevo ancora.
"Nossignora. Ti porto a comprare un cappotto da persona normale!"
"Ma caro! Non mi sfinano affatto! Mi danno una linea assolutamente inguardabile!"
"Ma dai! Ma la fai identica! Quando l'hai imparato a fare?"
La mia imitazione di tua madre ti aveva scatenato una crisi di ilarità irrefrenabile e per un po' siamo andati avanti, scoppiando a ridere di nuovo ogni volta che ci guardavamo.
Poi mi hai circondato le spalle con un braccio e abbiamo ripreso a camminare.
Arrivati in vista di casa, mi sono fatta coraggio e ti ho detto:
"Sai, mi sei mancato. "
"Bea, quello che è successo l'altro giorno..."
"Due settimane fa."
"Giustissimo. Quello che è successo due settimane fa. Sei arrabbiata?"
"No. Ma devo dirti una cosa importante. "
"Dimmi." Hai sospirato, come preparandoti ad una brutta notizia.
"Dario, io non ho capito cosa è successo. Non ho capito cosa ho fatto per farmi cacciare via in quella maniera e poi...bè, ignorare, per quindici giorni. Me lo dici per favore?" Ero stata attenta a non mettere nella mia voce alcuna accusa, ma la tua espressione,  quel poco che vedevo sopra la lana verde della sciarpa, divenne triste.
"Forse è meglio che ne parliamo al caldo."
Siamo entrati in casa e abbiamo pranzato, soli con Dora, al tavolo della cucina. Percepivo la tua agitazione e fu in quel momento che notai un particolare fondamentale: per quanto simili a quelli di tuo padre, i tuoi occhi portavano un'espressione completamente diversa, infinitamente più dolce ed umana.
Siamo saliti nella tua stanza. Hai posato lo zaino in un angolo.
"Questi aspettano."
"Allora è una cosa grave." Ho commentato con leggerezza, cercando di farti sorridere.
Ti sei seduto sul letto, rivolgemdomi uno sguardo serio.
"Io adesso ti spiego.  Ma tu mi devi promettere che non ti arrabbi e che non mi tratti male."
"Ti ho mai trattato male io?"
"No. Ma non era neanche mai successo così. A dire tutto" hai aggiunto dopo un attimo "una volta mi hai steso con un destro se non sbaglio."
"Va bè dai, è stato tanto tempo fa. Dimmi. Prometto che non ti picchio."
"Vedi, Bea, quando l'altro giorno eri qui, spogliata,  e mi hai abbracciato in quel modo e poi mi hai baciato, io... insomma, eri qui, senza i vestiti e mi hai abbracciato e mi chiamavi con quel nome...e mi hai baciato."
Tentavo disperatamente di non interromperti. Sembravi così imbarazzato, che mi chiedevo cosa avessi fatto senza rendermene conto.
"Bea, io mi sono sentito in un modo...che non mi ero mai sentito così prima, neanche quando ci baciavamo."
"E come?" Mi sono azzardata a chiederti.
"Come se volessi, non so, ti giuro, è difficile, tipo stringerti, toccarti, ma tanto. Era come avere sete, ma una sete da matti, come dopo che hai la febbre. Mi sentivo pazzo, avrei voluto quasi mangiarti."
"In che senso? Cioè. Aspetta. Come se volessi baciarmi, ma più grande, avresti voluto che ti accarezzassi e ti stingessi e non smettere mai più?"
"Tipo."
"Allora ho capito. È successo anche a me, qualche volta. Mi sa che è normale. Era questo tutto il problema?"
"No. Circa. È che poi mi è venuto in mente quello che mi aveva spiegato mio padre, ti ricordi? Su come mi dovrei comportare con le donne e tutta quella roba?"
"Eh, mi ricordo si."
"Ecco, lui ha detto che a un certo punto quelle cose lì un uomo le fa, che è un istinto.  Ha detto che se ti senti in un certo modo e hai la donna che ti piace lì le salti addosso e...comunque,  ha detto proprio che gli uomini non possono farci niente. Che succede così e basta. E io ho avuto paura. "Di saltarmi addosso senza volere e farmi tutte quelle cose che ti ha raccontato lui?"
"Si."
"Non credo che sia obnligatorio, Dario. Io non ce lo vedo mio papà a fare così. Magari ti ha detto così perché lui pensa che sia vero, ma non lo è proprio per tutti." Mi sono seduta accanto a te e ti ho abbracciato,  posandoti il mento sulla spalla "e poi posso sempre prenderti a pugni, nel caso."
Mi hai sorriso, timido. E poi un lampo di comprensione ti ha attraversato il viso.
"Hai detto che anche tu certe volte ti senti così? Ma con me, ti senti così? Davvero?"
"Io nego tutto. Non ho detto niente!"
"No, no, adesso mi spieghi!"
"Oh, che paura! Se no cosa fai?"
Mi tirasti i capelli, costringendomi a reclinare la testa all'indietro. I tuoi occhi erano vicimissimi e brillavano di divertimento.
"Oh, non saprei. Potrei fare così." Dicesti e poi mi soffiasti forte nel naso.
Ridendo, mi liberai e tu di nuovo mi intrappolasti. E per quel pomeriggio dimenticammo i compiti.

venerdì 21 marzo 2014

Diciotto

Anche quell'anno arrivò il natale. Tu crescevi velocemente,  ormai, e ti stavi trasformando in un adolescente dinoccolato, con lunghe gambe da  cicogna e l'inveterata attitudine a sbattere contro i mobili. La grazia naturale che ti aveva contraddistinto nell'infanzia ti si era sciolta addosso, come neve al sole, lasciandoti maldestro e sproporzionato. Perfino tua madre, che avrebbe trovato parole di lode per il tuo aspetto a costo della vita, non faceva che sospirare, accusando una generica "età ingrata", ogni volta che ti vedeva caracollare in giro per casa.
Stavi cambiando.
Diventasti cupo e muto e divenne tua abitudine passare intere giornate senza dire una sola parola più del necessario. A scuola ti tormentavano, bersagliandoti in modo ancor più crudele adeso che avevano una buona scusa nel tuo aspetto.
Quando finalmemte arrivò la pausa delle vacanze, tirai un sospiro di sollievo, credendo che, sottratto alle continue vessazioni dei compagni, saresti tornato più aperto e gioviale. Mi sbagliavo.
Passavi ancora la notte con me, ma le chiacchiere fino a tardi erano sempre più rare e sempre di più avevo l'impressiome di essere sola a sostenere la conversazione.  Cercavi la mia compagnia, ma poi rimanevi in silenzio al mio fianco, leggendo o perdendoti in complicati solitari con le vecchie carte da gioco o, semplicemente,  fissando un punto lontano,  senza fare altro.
Altre volte sparivi per ore intere, arroccato nella tua stanza, senza volere neanche me, chiedendomi con un sorriso di scusa di poter stare in po' in silenzio. A me pareva che tu in silenzio ci passassi fin troppo tempo e che ti fosse indifferente la mia presenza, ma, quando te lo dissi, ti stringesti appena nelle spalle, senza dire nulla, e te ne andasti comunque.
La tua bicicletta si stava riempiendo di polvere, dimenticata.  Non potevi più usarla, ora che eri così alto, e non ne chiedesti mai una adatta a te. Ti aveva stancato,  come tutto il resto.

"Mi aiuti a fare un esperimento?" Era il primo giorno del nuovo anno. Sei entrato nella mia stanza e mi hai sorpresa con questa domanda. Dopo giorni di umore nero, avevi per la prima volta la tua solita espressione.
"Sicuro! Che roba è?"
"Sul libro c'è scritto che si può cancellare l'inchiostro di china dall'acqua con la polvere di gesso. Ho tutto. Allora vieni?"
"Si, si." Per niente al mondo mi sarei opposta a qualcosa che dopo tanto tempo sembrava entusiasmarti.
Nella tua stanza, in fondo, vicino alla finestra, avevi preparato un largo barattolo di vetro pieno d'acqua, la boccetta dell'inchiostro, il gesso e una lunga bacchetta per mescolare il tutto.
Non ti serviva affatto il mio aiuto e fu subito evidente. Desideravi solo stupirmi con quel piccolo gioco di prestigio, proveniente dal tuo nuovo libro.
Hai versato qualche goccia di inchiostro nerissimo, che si è sparso nell'acqua in lunghi tentacoli da mostro marino. Una rapida mescolata ha reso il liquido di un grigio uniforme,  perfettamente trasparente.
La polvere bianca che hai aggiunto dopo, con la prudenza di una signora che nutre il pesce rosso, si è depositata sul fondo senza alcun esito apparente.
"Adesso guarda." Un piccolo sorriso di anticipazione ti illuminava. Hai mescolato velocemente e, come per magia, il colore grigio ha iniziato a sbiadire, a svanire,  fino a far tornare l'acqua limpida.  Solo la polvere di gesso, ora grigiastra, la intorbidava, depositandosi lenta sul fondo.
"Oh, cavolo! È bellissimo!"
"Vero?"
"Sei stato bravo. Lo rifacciamo? Voglio provare io a versare l'inchiostro. Posso? Mi piace quando si allarga tutto nell'acqua!"
"Si che puoi! E poi se andiamo a prendere gli inchiostri colorati, i prossimi giorni, ti faccio vedere come si fa a fare la carta che sembra marmo tutta colorata!"
Eri animato, entusiasta,  felice del mio interesse.
Hai preso l'inchiostro nero,  per allungarmelo dall'altra parte del tavolo, ma hai sbattuto il gomito contro il barattolo pieno d'acqua. Per evitare che si rovesciasse, hai fatto un movimento falso e l'inchiostro è scivolato dalle tue mani, finendo per rovesciarsi sul mio vestito.
"No! No, porca miseria!"
"Scusa! Scusa, non volevo!" Eri in grande imbarazzo. Ti sei alzato troppo velocemente e hai urtato con le cosce contro il bordo della scrivania facendola sussultare. L'acqua si è rovesciata, finendo per aggiungersi al pasticcio sulla mia gonna.
"Scusa! Oddio, scusa!" Ti sei messo le mani sulla bocca, costernato. Eri davvero buffo, così,  in pedi di fronte a tutto quel disastro, con gli occhi pallidi sgranati e le mani sulla bocca, come una delle tre scimmiette.
La rabbia del vedermi il vestito rovinato è sparita, sostituita da un'ondata di affetto.
"Dai, smettila! Non sono mica morta, no? Solo che questa roba non va più via, mi sa. Forse a lavarlo subito subito..."
"Dai, lo portiamo subito di sotto allora! Ti presto una maglietta. E i pantaloni del pigiama, li riesci a rimboccare. Dopo andiamo in camera tua che ti cambi. "
Eri così ansioso di rimediare, che non ho discusso. Mentre tu eri voltato verso l'armadio, mi sono sfilata il vestito dalla testa.
Mi restavano addosso le calze lunghe fin sopra il ginocchio e una corta sottoveste, oltre alla biancheria. Avevo freddo e mi abbracciai le spalle, trofinandole.
"Dario, sbrigati, che sto gelando!"
"Eccomi. Ecco." Mi hai fissata. "Perché ti sei spogliata?"
"Ma che domande fai? Per cambiarmi, no?"
Ho allungato le mani verso i vestiti che avevi in mano, ma tu li hai scostati appena.
"Bea, come sei bella."
"Grazie, ma ho freddo. Mi dai almeno la maglia? Ti prego!"
Pensavo che mi stessi facendo uno scherzo, che stessi giocando. Mi guardavi in un modo strano, che col tempo avrei imparato a riconoscere,  ma quel giorno mi era del tutto nuovo. I tuoi occhi erano immobili, un poco sgranati, fissi come una lama. Le labbra ti si erano appema socchiuse e tenevi la testa piegata in avanti, guardandomi da sotto le sopracciglia. Mi sono avvicinata ancora.
"Dai, per favore! Non vorrai che muoia di freddo? Guarda che vado in camera a vestirmi!"
Tacevi. Hai ritratto ancor di più le mani e i vestiti con esse.
Avevo imparato,  negli ultimi mesi, che era inutile cercare di prenderti le cose con la forza, perchè ormai non ne ero più in grado, ma che tu sembravi sensibile ad um certo tipo di lusinga. Convinta che tu mi stessi facendo i dispetti, ho giocato quella carta.
"Dai, Darietto, per favore..." mi sono avvicinata e ti ho abbracciato,  pensando di strapparti di mano quello che volevo un attimo dopo. "Sii buono! " ti ho fatto scorrere le mani lungo la schiena, per avvicinarle alle tue. Mi preparavo allo scatto e alla fuga,  ridendo sotto i baffi, quando tu hai fatto cadere i vestiti.
Hai mosso le mani nell'aria, apparentemente senza sapere che farne. Poi mi hai accarezzata sui fianchi, un tocco così leggero da farmi solletico. Mi sono stretta a te, ridendo, e ho alzato la testa per guardarti negli occhi. Mi hai serrata lentamente,  dolcemente fra le dita, come fossi una cosa fragile.
"Sei morbida."
"Eh, sono morbida, sono bella...ma quanti complimenti oggi. Cosa è che vuoi da me?"
"Un bacio." Sentivo il battito del cuore nella tua voce. Ti ho dato un bacio minuscolo,  sfiorando appena le tue labbra con le mie. Senza parlare, hai chinato il viso, chiedendone ancora. Ti ho baciato un po' più a lungo.
Il freddo era davvero intenso e rabbrividivo, ma ad un tratto mi sono resa conto che anche tu avevi i brividi.
Ti ho stretto forte, per consolarti. E senza preavviso mi hai spinta via, di fretta, ficcandomi maglia e pantaloni fra le braccia di malagrazia, aggiumgendoci sopra il mio povero vestito macchiato, spingendomi fuori dalla porta, senza darmi il tempo di dire una parola.
"Fuori. A dopo. A pranzo. Ciao." La porta mi si è chiusa davanti alla faccia, con un piccolo scatto definitivo.
"Ma che ti ho fatto? Dario?"
Iniziando a piangere, senza avere la minima idea di cosa avessi mai fatto per provocare così la tua ira, sentendomi reietta, corsi nella mia stanza a cambiarmi e poi al piano di sotto, per portare il vestito in lavanderia.
Lì mi ha trovato Dora,  mentre tentavo di nascondermi dallo sguardo dei grandi, convinta di aver commesso chissà quale torto nei tuoi confronti.
"Cosa piange, signorina?"
"Dario mi ha cacciata via dalla sua camera. Non ha voluto dirmi perché. Dodo, ti giuro, non gli ho fatto niente,  l'ho solo abbracciato."
"Signorina,  lui sta crescendo.  È normale che faccia così. Cresce in fretta. Troppo per la sua età. E per questo è di malumore, tutto qui. Ora, basta piangere.  Vedi, gli uomini quando crescono non sono più dolci come bambini. Loro diventano più selvatici."
"Oddio, Dodo, anche Dario?"
"Il signorino ha il sangue di suo padre. Stessi occhi, stessa anima, diceva mia madre. E il signore è molto selvatico."
"Ma Dario no, Dora! Ti prego! Non voglio che diventi come lo zio! Ma non lo dire a nessuno."
"Signorina,  stessa anima non vuol dire essere uguali. Un coltello è sempre un coltello, ma se lo usa un assassino è diverso che se lo usa un cuoco."
"Allora speriamo che lui sia un cuoco."
"Speriamo" ha sospirato Dora. "Vieni a fare compagnia a me, signorina?"
Passai in cucina il resto della mattinata, pensando ai cuochi e agli assassini e ai loro coltelli.

mercoledì 19 marzo 2014

Diciassette

Non è facile ricostruire il filo logico, il percorso che abbiamo seguito da quei giochi innocenti fino all'amore plateale, schietto e carnale. A volte mi sembra ripensandoci che fossimo amanti da sempre, seppure con i diversi modi che caratterizzano ogni età; altre volte, che il contatto fisico fra noi fosse solo una misera valvola di sfogo, un modo umile e ben inadeguato per lasciar passare un poco del sentimemto enorme che ci univa e che, altrimenti, chi avrebbe schiacciati dall'interno, devastando ogni altra emozione e lasciandoci folli e farfuglianti.
Probabilmente, nessuna delle due cose si avvicina alla verità. Probabilmente,  ogni amante, amato o innamorato della storia del mondo ha provato le medesime cose, che ai miei occhi appaiono tanto uniche e rare.
In ogni caso, questo non cambierebbe un bruscolo di quello che è accaduto e che ha lasciato la sua impronta così a fondo incisa nelle nostre vite, da cambiarle per sempre.
Ci amavamo, si, ci amavamo già allora, quando agli occhi del mondo eravamo solo bambini e ai nostri stessi occhi, invece, apparivamo già grandi. Ci amavamo con tutta la forza che riuscivamo a spremere dai nostri cuori acerbi. Avremmo volentieri dato la vita l'uno per l'altra, e di questo sono certa, fin da allora. Eppure, neanche fra noi regnava l'accordo perfetto. Forse proprio per effetto di un sentimento così forte, era facile che si scatenassero gelosie, ripicche, bronci e scenate.
Se ripenso a quell'anno, non ricordo un minuto di pace.
Ci stuzzicavamo, ci rimbeccavamo a vicenda, riservavamo ognuno all'altro infinite pletore di piccoli dispetti e vendette. Eravamo sempre pronti a rinfacciarci una frase mal detta, uno sguardo, qualsiasi cosa. Qualsiasi pretesto era sufficiente a far scattare una reazione.
Sembrava una guerra dei nervi, al logoramemto, condotta sul ristrettissimo territorio delle nostre vite.
Allo stesso tempo, ci prodigavamo senza requie l'uno per l'altra. Continuavo a svolgere i tuoi compiti di italiano, storia e geografia e, verso la fime dell'anno, sapevo imitare la tua grafia in un modo abnastanza convincente da permetterti di continuare nella lettura dei tuoi amati libri di esperimenti mentre scrivevo le risposte sui tuoi quaderni.
Non c'era giorno in cui tu non venissi a svegliarmi, la mattina, e a comtrollare che avessi ricordato di mettere nello zaino tutto quello che serviva.
Non avremmo fatto la strada da o per la scuola senza aspettare l'altro, più di quanto ci saremmo mostrati nudi in pubblico. E, mentre io ti riservavo il piccolo piacere di portarti in camera uno spuntino a metà pomeriggio, tu riordinavi con pignoleria il guazzabuglio della mia stanza, quasi in continuazione.
"Ma perchè cavolo non rimetti le cose a posto dopo che le hai usate, me lo vuoi spiegare?" Chiedevi esasperato raccogliendo ora un libro abbandonato sul tappeto, ora la spazzola per capelli dal portariviste.
"E poi dovresti finire una cosa, prima di iniziarne un'altra! Guarda qua! Quanti libri stai leggendo? Dodici? Ma leggine uno alla volta, no? Se no non capisci niente!"
"Ma io capisco benissimo e lo sai!"
Scuotevi la testa sconsolato,  continuando a raccattare e riporre tutto quello che ti passava sotto gli occhi.
Spesso passavamo la notte insieme, dormendo pigiati su un fianco nel mio letto singolo o mano nella mano,  sulla schiena,  nel tuo letto enorme.

Il tuo atteggiamento da cavalier servente nei confronti di zia Sissi, intanto, continuava, portato avanti con la stessa quieta determinazione che riservavi al tuo piano di studio.
Io mantenevo la calma, reggendola con entrambe le mani, di fronte al tuo essere sempre pronto ad assecondarla ed ascoltarla, che ancora mi sembravano volermi togliere un qualcosa che era mio di diritto.
Una sera, a cena, iniziammo a farci i dispetti. In silenzio, perchè ci era stato mille volte ripetuto che non dovevamo farci sentire quando gli adulti parlavano, ti sei allungato sulla tavola, hai preso il mio bicchiere e l'hai spostato accanto al tuo piatto.
Io, che non ho mai avuto braccia lunghe come le tue, mi sono dovuta alzare per riprendermelo.
"Dove vai, Beatrice, non ci si alza da tavola senza chiedere permesso!"
"Vorrei il mio bicchiere,  zia. Ce l'ha Dario."
"Come ce l'ha Dario? E perché mai? Dario?"
"Non è vero,  mamma." Rispondesti facendoti scivolare il bicchiere sulle ginocchia.
"Insomma, smettila! Zia, ce l'ha lui, sta facendo lo stupido!"
"Ti sarà caduto! E non dare dello stupido a tuo cugino."
Colto il destro, hai fatto scivolare il bicchiere sul tappeto folto sotto la tavola. Tentavi di stare serio, ma gli angoli della bocca ti si arricciavano all'insù.
La zia ha guardato sotto il tavolo e l'ha visto a terra.
"Visto? Eccolo là. Adesso raccoglilo, da brava e poi finiamo di mangiare in pace." Ha detto con l'aria di chi mette tutto a posto.
Mi sono chinata e infilata sotto il tavolo per raccogliere quello stupido bicchiere. Era appena oltre i tuoi piedi e io, in quel momento,  ero davvero arrabbiata. Con una mano l'ho raccolto, mentre con l'altra ti ho assestato più forte che potevo un pizzicotto sulla parte interna della coscia.
L'effetto è stato spettacolare. Sei riuscito a saltare, lamentarti, scostarti dalla tavola e tuffartici sotto più velocemente di quanto io riuscissi a rialzarmi.
"Brutta scema, se ti acchiappo, vedi!"
"Ragazzi, cosa succede? Sedetevi da persone civili! "
Sono riuscita a sgusciarti dalle mani e a correre dalla parte opposta della stanza. Ridacchiavo senza riuscire a frenarmi.
Sei sbucato dalla tovaglia a quattro zampe e hai preso a rincorrermi, mentre io mi nascondevo dietro la sedia di mio padre.
"Guarda che ti prendo!"
"E cosa? Cosa pensi di farmi?"
"Insomma,  ragazzi, state esagerando!"
"Stavolta ti faccio piangere!"
"Uh, che paura, grande grosso e brutto!"
"Beatrice...che modi!"
"Parli te, scema e pure nana!"
"Dario! Ma come ti viene in mente!"
"Guarda che vengo lì!"
"E vienici!"
"Ma Lucio, dì qualcosa!"
"E lasciali, che sono ragazzi, un po' di allegria!"
"Papà! Salvami! Fermalo!"
"Ah, piccoletta, io non mi immischio!"
"Sei fregata, nana!"
"Adesso basta!" Zia Sissi si era davvero seccata. Ci afferrò entrambi, con due dita, come fosse disgustata, per il colletto e ci accompagnò fuori dalla sala.
"Filate in camera! E guai se sento fiatare!"
"Ma mamma! Non abbiamo quasi mangiato!"
"Avete mangiato abbastanza." Concluse gelida, chiudendoci in faccia la porta della sala.
Rimanemmo un attimo, fianco a fianco, di fronte alla porta chiusa. Poi l'anima maligna che alberga in me ebbe la meglio.
"Allora? Cos'è che mi volevi fare? Sono qui!"
Hai fatto un movimento improvviso in avanti e ho preso la corsa, facendo gli scalini a due a due. Sono riuacita a guadagnare il corridoio prima che mi afferrassi, schiacciandomi contro il muro, tirandomi i capelli, infilandomi le dita fra le costole.
"Basta basta! Mi arrendo!" Ho ansimato alla fine.
Con un sorriso soddisfatto, mi hai aiutata a rialzarmi. Siamo andati nella tua stanza, cercando di fare meno rumore possibile.
Appena chiusa la porta, ti sono volata addosso. Hai sempre sofferto terribilmente il solletico e ti ho sbilanciato all'indietro, facendoti cadere sul letto, prima di iniziare a torturarti.
"Chi sarebbe una nana?"
"No, basta Bea!"
"Chi sarebbe una scema?"
"Basta! Mi arrendo!"
"Eh, peccato,  a me non interessa!"
Mi hai preso le mani,  costringendomi a smettere e a sdraiarmi accanto a te. Iniziavi a irrobustirti ed eri molto più forte di me.
Rimanemmo lì per un po', i piedi posati a terra e il corpo sdraiato sul letto, a parlare di quello che ci aspettava il giorno dopo a scuola.
Poi tu ti sei alzato su un gomito, per guardarmi.
"Sei arrabbiata con me?"
"No. E tu?"
"No. Bea?"
"Eh?"
"Io ho fame. Non è che vai giù a prendere qualcosa?"
Non era certo mancanza di cavalleria questa richiesta, da parte tua. I tuoi genitori ti applicavano una disciplina molto più dura di quella che veniva usata a me da mio padre.
Quando tua madre ti aveva inviato in camera con le parole "hai mangiato abbastanza", significava che non ti sarebbe stato permesso chiedere del cibo e che, se ti avessero trovato a prenderne furtivamente in cucina, ti avrebbero punito.
Quanto a me, se avessi detto a mio padre "ho fame", lui mi avrebbe dato comunque da mangiare, qualsiasi cosa io avessi fatto. Mi avrebbe forse tolto altre cose per punirmi, ma mai il cibo. Altrettanto,  se io fossi stata trovata a prendere del cibo, nessuno si sarebbe arrabbiato.
Così sono stata io a scendere per guadagnare la cucina e sono stata sempre io a non essere affatto notata dagli adulti, forse proprio perché non tentavo di nascondermi.
Sono arrivata in cucina e ho confezionato frettolosamente quattro panini imbottiti: uno per me e tre per te.
Non volevo che mi vedessero, perchè nessuno avrebbe creduto che tutto quel cibo fosse per me e non volevo farti passare dei guai.
La porta della sala adesso era socchiusa,  come la lasciava tua madre a fine pasto, per lasciar uscire il fumo delle sigarette.
"...comunque almeno sono felice per Dario, perchè è più normale così." Mi fermai di colpo, al centro dell'atrio, sentendo il tuo nome. "Insomma, è un ragazzino tanto sensibile, ma non mi sembrava normale che fossero sempre così attaccati, a giocare assieme, sempre zitti."
Era tua madre a parlare.
"Be', vedi, anche loro litigano, come tutti i ragazzini del mondo, Sissi. Non credo che ci sia niente di anormale. Nè che ci fosse prima. Del resto, cosa c'è di male se vanno daccordo?" Mio padre.
"Ma niente, solo, per l'amor del cielo, niente di grave, ma mi faceva specie vedere mio figlio farsi comandare a bacchetta dalla cuginetta! Sai, i ragazzi poi sono sempre un po più lunghi a crescere...poverino, se lo rigirava come voleva lei!"
Una rabbia fredda mi scorreva dentro,  come acqua. Come poteva parlare così di me a mio padre? Come poteva dire questo di me, su Dario?
"Pensa che a volte ho anche pensato che fosse bene allontanarli un pochino. Sai, per aiutarli a fare amicizie! Per il loro bene,  è ovvio."
"Sissi, mi sembra eccessivo. Quando saranno pronti, faranno le loro esperienze."
"Eh, ma così non imparano mica a stare con gli altri. Le competenze sociali sono importanti,  sai?"
Ero piena, fino all'ultima goccia, di furia. Era fredda, come il ghiaccio, e liquida. Salii le scale con gambe insensibili e ti portai il piatto.
"Vado in camera mia. Ci vediamo dopo."
"Bea? Che succede?"
Mi hai chiesto masticando. Ho attraversato il corridoio e sono entrata nella mia camera, oltre la porta di tramezzo. Ho chiuso la porta pian piano, senza fare rumore. E sono esplosa.
Ho iniziato a scaraventare a terra tutto quello che si trovava sugli scaffali, a bracciate, senza guardare. Sentivo cose spezzarsi sul pavimento, libri separarsi dalle copertine di cartone, ma non bastava.  Avevo bisogno di rompere, strappare, avevo bisogno di qualcosa che facesse un bel rumore soddisfacente di devastazione.
Ho staccato un quadro dal muro e l'ho lanciato sulla parete opposta. Il vetro è andato in mille pezzi. Meglio. Ma non ancora abbastanza.
"Bea? Cosa cavolo?"
"Chiudi la porta per favore." La voce mi usciva stranamente piatta, assolutamente calma.
Ho iniziato a lanciare al muro le mie boccette di profumo. Ne avevo un sacco, piccoli campioni che collezionavo. Si infransero in sequenza, con piccoli suoni acuti, e la stanza si saturò di odori.
"Bea, basta!"
"No."
Afferrai da terra un libro. Scagliandolo contro lo specchio. Non accadde niente e questo mi mandò in bestia.
"Piantala, insomma,  cosa fai?"
Mi hai preso le braccia, sotto i gomiti.
"Lasciami. Lasciami o ti lancio anche a te."
"Ma cosa succede?"
"Li ho sentiti parlare." Liberai le braccia e iniziai a colpire il letto con uno dei miei vecchi pupazzi. "E lei ha detto che non è normale che ci vogliamo bene." Continuavo a colpire, con la forza della schiena, sempre più arrabbiata. "Che. Vuole. Dividerci."
"Lei chi?"
"Lo. Sapevo. Che. Ti vuole. Tutto.  Per. Lei."
"Lei chi?"
"E tu! Tu che continui a starle dietro! Oddio!"
"Bea?"
"Tua madre, pezzo di scemo! Tua madre! L'ho sentita dire a mio papà che bisognerebbe dividerci. Per il nostro bene.  Perché io, sta a sentire,  io mi ti giro come voglio. Ti piace? Sei daccordo? E tu passi anche il tempo con quella lì!"
Ero a un centimetro da te, scompigliata, nel mezzo di una stanza che ormai rifletteva a pieno il mio stato d'animo. Tu non parlavi. Non rispondevi.
"Lei ti vuole tutto per lei! Non mi vuole a me, in mezzo ai piedi! E ha parlato così di me a mio padre! E a te? Cosa ti dice a te? Eh? Cosa?"
"Bea...niente. "
"E io mi fidavo! Di lei! E invece lei non mi vuole! E tu vuoi lei e non me. E lei vuole solo te e me no. E io resto senza nessuno."
"Bea, la mia mamma ti vuole bene."
"No. L'ho sentita." Ormai ero calma, come svuotata. Mi sentivo spezzata in due. La zia non mi voleva bene. E non voleva che io stessi con Dario. E papà era sempre via. E io sarei rimasta sola.
Dei passi nel corridoio. I grandi erano saliti. I nostri padri parlavano fra loro.
"Mamma!"
"Cosa fai?"
"Mamma, vieni qui?"
"Cosa? Oddio, Beatrice,  cosa è successo qui?"
Ti sei leccato le labbra. Non sapevi cosa dire, cosa fare. Da una parte, io, in uno scenario apocalittico, che non ti guardavo nemmeno in faccia, arrabbiata col mondo intero.  Dall'altra, tua madre, senza un capello fuori posto,  che ci fissava costernata dalla soglia.
"Mamma, diglielo a Bea che le vuoi bene."
"Ma certo che le voglio bene. È naturale che ti voglio bene,  Beatrice!"
"Vi ha sentiti parlare di sotto. Ha sentito che dicevi che vorresti dividerci. Ha sentito che dicevi cose brutte di lei."
Ti fissai, inorridita. Quello che dicevo a te era destinato a te soltanto. E tu avevi appena sbrodolato tutto a lei. Non potevo credere che tu avessi compiuto un atto tanto stupido.
"Amore! No, povera piccola! Cos'avrai pensato della tua zietta?"
Attraversò il caos a piccoli passi eleganti e, con mia sorpresa, mi abbracciò. Fu un abbraccio vero, da mamma. Non ricordavo di essere mai stata abbracciata così prima. Fu splendido e mi sciolsi, raccontandole in un unico monologo confuso tutto quello che avevo pensato, provato e immaginato.
Lei mi teneva stretta,  incoraggiandomi con piccoli versi compassionevoli.
Tu hai guardato per un attimo la scena, sconcertato, prima di guadagnare silenziosamente la porta e scappare in corridoio.
"Papà,  posso stare con voi?" Ti sentii chiedere da lontano.