Settembre arrivò in un lampo e così il nuovo anno scolastico. Eri ancora tutto concentrato nella tua campagna di studio intensivo e iniziasti da subito a darti da fare.
Spesso studiavi ad alta voce, il capo posato su una mano e l'altra a tenere il segno sul libro. Ascoltandoti leggere e ripetere ogni pagina, mi accorsi ben presto di non aver bisogno di studiare io stessa. In quei primi pomeriggi di scuola, con il sole che ancora inondava glorioso le finestre e un paio di mosche sonnolente che sbattevano sui vetri, più per noia che per altruismo, iniziai a fare lo stesso per te. Ci dividemmo le materie nel solito modo e nel giro di poche settimane i nostri genitori ci trovavano chini sui libri senza sospettare che fossi io a fare tutto il lavoro in alcune materie e tu in altre.
Rimaneva solo la seccatura di dover ricopiare, ognuno nella sua scrittura, i compiti fatti dall'altro.
In questo modo, che tu chiamavi "sistema a catena di montaggio" ci rimaneva un sacco di tempo libero, senza che questo influisse minimamente sui voti.
Dietro mia insistenza, passavamo gran parte di queste ore rintanati in casa a parlare. Invemtammo nuovi giochi, che non richiedevano altro che la nostra presenza per essere giocati.
In particolare, due di essi ci avrebbero accompagnato negli anni a venire, diventando sempre meno simili ad um gioco, mano a mano che il tempo passava.
Il primo era il gioco del "e se".
Era un gioco semplice, che si svolgeva solo parlando. Uno di noi, a turno, creava una situazione stravagante e l'altro rispondeva raccontando cosa avrebbe fatto, in quella situazione, per risolvere tutto.
Ad esempio, se tu dicevi: "e se un giorno un temporale fortissimo, anzi no, un terremoto, facesse crollare tutta la casa mentre tu sei fuori e io ci rimanessi intrappolato sotto?"
Allora io rispondevo: "chiamerei tutti, la polizia, i pompieri e anche l'ambulanza e poi mi metterei a chiamarti fortissimo e li farei cercare dove sento che viene la tua voce. E poi quando ti trovano verrei con te sull'ambulanza e ti curerei giorno e notte così guariresti subito e staresti di nuovo bene."
A quel punto toccava a me mettermi in una situazione stravagante, apparentemente priva di via d'uscita ed escogitare un modo di risolverla era compito tuo. E andavamo avanti così, per ore e ore. Facevamo crollare palazzi, scatenavamo incendi furiosi, tiravamo in ballo isole deserte circondate da acque infestate di pescecani e stranieri cattivi pronti a rapirci.
Mille volte e sotto mille forme diverse ti chiesi, in sostanza: "e se qualcuno mi portasse via da te?"
E mille volte, in mille modi, tu rispondesti: "ti troverò, arriverò da te e nulla, in cielo o in terra, potrà mai fermarmi."
Come sono andate diversamente le cose, quando il gioco è crollato e la realtà ci ha investiti in tutta la sua potenza. E quanto fortemente e quanto a lungo ho creduto che davvero, come nei nostri giochi, nulla avrebbe potuto fermarti. Anni. Ma la vita, si sa, coi giochi non ha nulla a che fare e spesso snuda zanne che mai avremmo sospettato che possedesse, per mordere lì dove la carne è più tenera. Noi, come tanti, troppi, altri mortali, siamo scivolati dalla superficie colorata del mondo, per restare presi nell'ingranaggio sottostante. E nessuno, che si sappia, ne è mai uscito indenne.
Ad ogni modo, il gioco del "e se" non ci ha mai veramente lasciati. Divenne per noi un'abitudine, una partita infinita da riprendere in ogni momento di noia o di silenzio, attraverso cui ci rassicuravamo a vicenda su quanto forte fosse il nostro attaccamento e su cosa saremmo arrivati a fare l'uno per l'altra. Più tardi, quando fummo più grandi, diventò anche un modo per progettare sottotono, senza darci troppa importanza, il nostro futuro così come l'avremmo desiderato.
Il secondo gioco che ci inventammo, invece, era molto diverso. Si chiamava "novanta secondi" e, con il tempo, ci avrebbe messo in un mare di guai.
Settembre stava cedendo il passo ad un ottobre sereno e ventoso, quando un pomeriggio, terminati i nostri compiti decidemmo di perquisire la mia stanza in cerca di qualcosa da fare.
Fosti tu a scoprire sotto al mio letto una vetusta scatola di Scarabeo, coperta di polvere, che giaceva dimenticata da anni.
"Guarda qua! Ma da quanto ce l'hai, questo? Io non me lo ricordo proprio."
"Mah, vai a sapere...non me lo ricordo neanche io a essere sincera. Forse era di papà e me l'ha dato lui."
"Comunque, eccolo qua. Ti va una partita?"
"Va bene, dai, è da tanto che non ci giochiamo. Poi non lamentarti se ti batto, però!"
Aprimmo la scatola e rimanemmo immediatamente delusi. Conteneva solo i regoli su cui appoggiare le lettere e la piccola clessidra per dare il tempo. Del tabellone e del sacchetto con le tessere, nessuna traccia.
"Ah, che sfortuna. Peccato. È da buttare."
"Si, mi sa che non se ne fa niente. Se ti va vado a prendere il mio, di là in camera."
Non ne avevo una gran voglia, ora che mi era passato l'entusiasmo iniziale. L'idea di un pomeriggio passato a costruire parole su una plancia di cartone mi appariva come noiosa oltre ogni dire.
"No, senti, non mi va. Non possiamo fare qualcos'altro? "
"E cosa ti va di fare?" Mi hai chiesto continuando a rigirarti fra le mani i pezzi del gioco in scatola.
"Non lo so...qualcosa di divertente. Dai, mi annoio un sacco, Dario, non hai proprio nessuna idea? "
"Forse un'idea ce l'ho. Per un gioco nuovo. Solo nostro."
Il tuo tono di voce era sospetto. Alzai gli occhi e la vidi: la tua espressione da guaio. Eri tremendamente accattivante, quando facevi così. La testa appena reclinata in avanti, gli occhi che brillavano e un sorriso largo, astuto, che scopriva appena le perle dei denti. Probabilmente avrei dovuto imparare, in tutti quegli anni, che quell'espressione non presagiva niente di buono o, per meglio dire, niente di tranquillo come, ad esempio, un gioco da fare in camera in un pomeriggio d'autunno, ma mi era sempre stato impossibile dirti di no quando avevi quel sorriso.
Fingendo una diffidenza che non provavo affatto, chiesi:
"Ma che tipo di gioco esattamente?"
"Vedi, Bea, questa clessidra dura un minuto e mezzo. Novanta secondi."
"E tu come lo sai?"
"C'è scritto qui.-hai risposto sventolandomi davanti le istruzioni prese dalla scatola polverosa- adesso stammi a sentire: ti sfido a restare sdraiata qui sul tappeto, ferma e zitta finché non finisce la clessidra, qualunque cosa io faccia o dica."
"E se ci riesco?" Ho chiesto sporgendo il mento avanti, piccata già dalla stessa parola sfida.
"Se ci riesci, se stai qui ferma come un morto e anche zitta per tutta la clessidra, allora dopo sto sotto io e tu puoi farmi tutto quello che vuoi. Se invece non ci riesci..."
"Cosa?"
"Tocca di nuovo a me. Finché non riesci a passare tutto un turno immobile e in silenzio."
"Che scemenza!"
"Cos'è, hai paura di non farcela? Dai, sono buono, se resti sotto tu fino a sera ti libero per andare a cena." Ridacchiavi, provocandomi. Sapevi che non riuscivo a resistere a questo genere di punzecchiature. Prontamente ci cascai.
"Va bene, la vedremo chi è che sta sotto fino a sera!"
Ti risposi iniziando a sgomberare il tappeto.
"Ma...Dario? Perché devo stare sotto prima io?"
"Perchè il gioco l'ho inventato io!"
"Ah. Va bene."
Mi sdraiai sul tappeto, composta, con le braccia lungo i fianchi e i capelli che mi si allargavano attorno come viticci scuri. Ti vidi contare sulle dita fino a tre, in silenzio e poi girare la clessidra.
Tentasti di farmi solletico e poi di spaventarmi. Non ebbe alcun effetto. Ero brava a mostrarmi impassibile e i miei novanta secondi finirono in fretta. Ti stendesti tu.
Rimasi un secondo a guardarti, immobile e inerme, prima di girare la clessidra. Tu chiudesti gli occhi. La prima cosa che feci fu di tapparti bocca e naso e, ovviamente, vinsi.
"Ma dai, non vale!"
"Perché? Sei stato tu a dire che potevo farti tutto quello che volevo! Basta che non ci facciamo male, giusto?"
Tuo malgrado, fosti costretto ad ammettere che avevo ragione. Eri di nuovo sotto tu.
I primi turni passarono così, in piccoli dispetti innocenti. Avremo giocato in quel modo cinque o sei clessidre, rendendo evidente che in quel gioco me la cavavo molto meglio di te, che sembravi non riuscire a stare fermo. Finalmente riuscisti a passare immobile il tempo necessario a passare il turno e toccò a me stendermi sul tappeto.
Mi infilasti le dita fra i capelli, a fondo. Non mi facevi male. Sembravi affascinato dalla loro consistenza, te li facevi scorrere fra le dita, li toccavi, li accarezzavi, ci seppellivi le mani in mezzo. Era molto gradevole, mi faceva sentire come una gatta, stare stesa sul tappeto mentre tu giocavi coi miei capelli. Una rapida occhiata alla clessidra mi informò che il tempo stava per scadere. Non volevo che tu smettessi e così barai. Al contrario. Feci apposta a perdere.
"Cosa fai?" Chiesi
"Hai parlato. Turno mio." Sorridevi in un modo strano, di certo ti eri accorto del mio piccolo stratagemma. Voltasti la clessidra e continuasti ad accarezzarmi i capelli e poi il collo, la nuca, come beandoti semplicemente della semsazione che ti dava farlo. Non so tu, ma io me ne beavo di certo. Il contatto con le tue mani lisce e calde mi faceva sentire bene come non mai. Chiusi gli occhi e persi il senso del tempo, così il turno successivo toccò a me.
Desideravo darti la stessa sensazione e presi ad accarezzarti il viso, il collo ed i capelli. Tu tenevi gli occhi chiusi e sembravi addormentato. Mi chinai appena su di te, per guardarti meglio, e tu scattasti improvviso come una trappola nell'erba.
Mi abbracciasti, tirandomi a te, sovrapponendo le tue carezze alle mie, guardandomi negli occhi, così vicino da non poterti vedere il viso.
Ci baciammo e fu, forse, il primo bacio vero della nostra vita. Venne dal cuore, quel bacio senza regole, senza pudore, la mia bocca nella tua bocca, il tuo respiro nei miei polmoni, senza sapere come stesse accadendo né cosa.
Continuammo a baciarci, tu sdraiato a terra e io, in ginocchio, china sul tuo viso.
Quando ci staccammo, rossi in viso, spettinati, come reduci da una corsa a rompicollo, non sapevo che dirti.
"È finita la clessidra." Mi uscì alla fine.
Tu allungasti la mano e, senza dire una parola, la girasti.
"Baciami ancora. Per favore."
Lo feci. Fu solo dopo un poco che mi accorsi che tu, di tanto in tanto, allungavi un braccio all'indietro, a tentoni, e giravi la clessidra. Ti guardai interrogativa.
"Be'. Tanto per tenere i conti."
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