venerdì 21 marzo 2014

Diciotto

Anche quell'anno arrivò il natale. Tu crescevi velocemente,  ormai, e ti stavi trasformando in un adolescente dinoccolato, con lunghe gambe da  cicogna e l'inveterata attitudine a sbattere contro i mobili. La grazia naturale che ti aveva contraddistinto nell'infanzia ti si era sciolta addosso, come neve al sole, lasciandoti maldestro e sproporzionato. Perfino tua madre, che avrebbe trovato parole di lode per il tuo aspetto a costo della vita, non faceva che sospirare, accusando una generica "età ingrata", ogni volta che ti vedeva caracollare in giro per casa.
Stavi cambiando.
Diventasti cupo e muto e divenne tua abitudine passare intere giornate senza dire una sola parola più del necessario. A scuola ti tormentavano, bersagliandoti in modo ancor più crudele adeso che avevano una buona scusa nel tuo aspetto.
Quando finalmemte arrivò la pausa delle vacanze, tirai un sospiro di sollievo, credendo che, sottratto alle continue vessazioni dei compagni, saresti tornato più aperto e gioviale. Mi sbagliavo.
Passavi ancora la notte con me, ma le chiacchiere fino a tardi erano sempre più rare e sempre di più avevo l'impressiome di essere sola a sostenere la conversazione.  Cercavi la mia compagnia, ma poi rimanevi in silenzio al mio fianco, leggendo o perdendoti in complicati solitari con le vecchie carte da gioco o, semplicemente,  fissando un punto lontano,  senza fare altro.
Altre volte sparivi per ore intere, arroccato nella tua stanza, senza volere neanche me, chiedendomi con un sorriso di scusa di poter stare in po' in silenzio. A me pareva che tu in silenzio ci passassi fin troppo tempo e che ti fosse indifferente la mia presenza, ma, quando te lo dissi, ti stringesti appena nelle spalle, senza dire nulla, e te ne andasti comunque.
La tua bicicletta si stava riempiendo di polvere, dimenticata.  Non potevi più usarla, ora che eri così alto, e non ne chiedesti mai una adatta a te. Ti aveva stancato,  come tutto il resto.

"Mi aiuti a fare un esperimento?" Era il primo giorno del nuovo anno. Sei entrato nella mia stanza e mi hai sorpresa con questa domanda. Dopo giorni di umore nero, avevi per la prima volta la tua solita espressione.
"Sicuro! Che roba è?"
"Sul libro c'è scritto che si può cancellare l'inchiostro di china dall'acqua con la polvere di gesso. Ho tutto. Allora vieni?"
"Si, si." Per niente al mondo mi sarei opposta a qualcosa che dopo tanto tempo sembrava entusiasmarti.
Nella tua stanza, in fondo, vicino alla finestra, avevi preparato un largo barattolo di vetro pieno d'acqua, la boccetta dell'inchiostro, il gesso e una lunga bacchetta per mescolare il tutto.
Non ti serviva affatto il mio aiuto e fu subito evidente. Desideravi solo stupirmi con quel piccolo gioco di prestigio, proveniente dal tuo nuovo libro.
Hai versato qualche goccia di inchiostro nerissimo, che si è sparso nell'acqua in lunghi tentacoli da mostro marino. Una rapida mescolata ha reso il liquido di un grigio uniforme,  perfettamente trasparente.
La polvere bianca che hai aggiunto dopo, con la prudenza di una signora che nutre il pesce rosso, si è depositata sul fondo senza alcun esito apparente.
"Adesso guarda." Un piccolo sorriso di anticipazione ti illuminava. Hai mescolato velocemente e, come per magia, il colore grigio ha iniziato a sbiadire, a svanire,  fino a far tornare l'acqua limpida.  Solo la polvere di gesso, ora grigiastra, la intorbidava, depositandosi lenta sul fondo.
"Oh, cavolo! È bellissimo!"
"Vero?"
"Sei stato bravo. Lo rifacciamo? Voglio provare io a versare l'inchiostro. Posso? Mi piace quando si allarga tutto nell'acqua!"
"Si che puoi! E poi se andiamo a prendere gli inchiostri colorati, i prossimi giorni, ti faccio vedere come si fa a fare la carta che sembra marmo tutta colorata!"
Eri animato, entusiasta,  felice del mio interesse.
Hai preso l'inchiostro nero,  per allungarmelo dall'altra parte del tavolo, ma hai sbattuto il gomito contro il barattolo pieno d'acqua. Per evitare che si rovesciasse, hai fatto un movimento falso e l'inchiostro è scivolato dalle tue mani, finendo per rovesciarsi sul mio vestito.
"No! No, porca miseria!"
"Scusa! Scusa, non volevo!" Eri in grande imbarazzo. Ti sei alzato troppo velocemente e hai urtato con le cosce contro il bordo della scrivania facendola sussultare. L'acqua si è rovesciata, finendo per aggiungersi al pasticcio sulla mia gonna.
"Scusa! Oddio, scusa!" Ti sei messo le mani sulla bocca, costernato. Eri davvero buffo, così,  in pedi di fronte a tutto quel disastro, con gli occhi pallidi sgranati e le mani sulla bocca, come una delle tre scimmiette.
La rabbia del vedermi il vestito rovinato è sparita, sostituita da un'ondata di affetto.
"Dai, smettila! Non sono mica morta, no? Solo che questa roba non va più via, mi sa. Forse a lavarlo subito subito..."
"Dai, lo portiamo subito di sotto allora! Ti presto una maglietta. E i pantaloni del pigiama, li riesci a rimboccare. Dopo andiamo in camera tua che ti cambi. "
Eri così ansioso di rimediare, che non ho discusso. Mentre tu eri voltato verso l'armadio, mi sono sfilata il vestito dalla testa.
Mi restavano addosso le calze lunghe fin sopra il ginocchio e una corta sottoveste, oltre alla biancheria. Avevo freddo e mi abbracciai le spalle, trofinandole.
"Dario, sbrigati, che sto gelando!"
"Eccomi. Ecco." Mi hai fissata. "Perché ti sei spogliata?"
"Ma che domande fai? Per cambiarmi, no?"
Ho allungato le mani verso i vestiti che avevi in mano, ma tu li hai scostati appena.
"Bea, come sei bella."
"Grazie, ma ho freddo. Mi dai almeno la maglia? Ti prego!"
Pensavo che mi stessi facendo uno scherzo, che stessi giocando. Mi guardavi in un modo strano, che col tempo avrei imparato a riconoscere,  ma quel giorno mi era del tutto nuovo. I tuoi occhi erano immobili, un poco sgranati, fissi come una lama. Le labbra ti si erano appema socchiuse e tenevi la testa piegata in avanti, guardandomi da sotto le sopracciglia. Mi sono avvicinata ancora.
"Dai, per favore! Non vorrai che muoia di freddo? Guarda che vado in camera a vestirmi!"
Tacevi. Hai ritratto ancor di più le mani e i vestiti con esse.
Avevo imparato,  negli ultimi mesi, che era inutile cercare di prenderti le cose con la forza, perchè ormai non ne ero più in grado, ma che tu sembravi sensibile ad um certo tipo di lusinga. Convinta che tu mi stessi facendo i dispetti, ho giocato quella carta.
"Dai, Darietto, per favore..." mi sono avvicinata e ti ho abbracciato,  pensando di strapparti di mano quello che volevo un attimo dopo. "Sii buono! " ti ho fatto scorrere le mani lungo la schiena, per avvicinarle alle tue. Mi preparavo allo scatto e alla fuga,  ridendo sotto i baffi, quando tu hai fatto cadere i vestiti.
Hai mosso le mani nell'aria, apparentemente senza sapere che farne. Poi mi hai accarezzata sui fianchi, un tocco così leggero da farmi solletico. Mi sono stretta a te, ridendo, e ho alzato la testa per guardarti negli occhi. Mi hai serrata lentamente,  dolcemente fra le dita, come fossi una cosa fragile.
"Sei morbida."
"Eh, sono morbida, sono bella...ma quanti complimenti oggi. Cosa è che vuoi da me?"
"Un bacio." Sentivo il battito del cuore nella tua voce. Ti ho dato un bacio minuscolo,  sfiorando appena le tue labbra con le mie. Senza parlare, hai chinato il viso, chiedendone ancora. Ti ho baciato un po' più a lungo.
Il freddo era davvero intenso e rabbrividivo, ma ad un tratto mi sono resa conto che anche tu avevi i brividi.
Ti ho stretto forte, per consolarti. E senza preavviso mi hai spinta via, di fretta, ficcandomi maglia e pantaloni fra le braccia di malagrazia, aggiumgendoci sopra il mio povero vestito macchiato, spingendomi fuori dalla porta, senza darmi il tempo di dire una parola.
"Fuori. A dopo. A pranzo. Ciao." La porta mi si è chiusa davanti alla faccia, con un piccolo scatto definitivo.
"Ma che ti ho fatto? Dario?"
Iniziando a piangere, senza avere la minima idea di cosa avessi mai fatto per provocare così la tua ira, sentendomi reietta, corsi nella mia stanza a cambiarmi e poi al piano di sotto, per portare il vestito in lavanderia.
Lì mi ha trovato Dora,  mentre tentavo di nascondermi dallo sguardo dei grandi, convinta di aver commesso chissà quale torto nei tuoi confronti.
"Cosa piange, signorina?"
"Dario mi ha cacciata via dalla sua camera. Non ha voluto dirmi perché. Dodo, ti giuro, non gli ho fatto niente,  l'ho solo abbracciato."
"Signorina,  lui sta crescendo.  È normale che faccia così. Cresce in fretta. Troppo per la sua età. E per questo è di malumore, tutto qui. Ora, basta piangere.  Vedi, gli uomini quando crescono non sono più dolci come bambini. Loro diventano più selvatici."
"Oddio, Dodo, anche Dario?"
"Il signorino ha il sangue di suo padre. Stessi occhi, stessa anima, diceva mia madre. E il signore è molto selvatico."
"Ma Dario no, Dora! Ti prego! Non voglio che diventi come lo zio! Ma non lo dire a nessuno."
"Signorina,  stessa anima non vuol dire essere uguali. Un coltello è sempre un coltello, ma se lo usa un assassino è diverso che se lo usa un cuoco."
"Allora speriamo che lui sia un cuoco."
"Speriamo" ha sospirato Dora. "Vieni a fare compagnia a me, signorina?"
Passai in cucina il resto della mattinata, pensando ai cuochi e agli assassini e ai loro coltelli.

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