Sono rimasta troppo a lungo a fissare questa pagina bianca. È difficile capire dove soffermare la memoria, in cui si affollano mille scene della nostra infanzia, mille scatti del tuo viso mentre ridi, mentre ti chini concentrato su un libro, mentre dormi.
In quale punto dell'anima si trova il discrimine fra affetto e amore? In quali momenti, in quali scelte il nostro essere devoti al compagno di giochi e di avventure si è trasformato nella passione bruciante, nel devastante legame che ci ha uniti, come una dipendenza vitale?
Forse la risposta migliore è, come in molti casi, la più semplice.
Mi sentivo al sicuro con te.
Se per il resto del mondo eri un ragazzino strano e troppo serio per la tua età, spesso antipatico, se per tua madre eri un eterno bambino e per tuo padre creta da formare a sua immagine, per me eri l'eroe, il sempre buono, il rifugio da ogni incubo, da ogni delusione, la muraglia invincibile che sapeva quietare la mia rabbia.
Questo, ora lo capisco, era un balsamo per la tua anima e per la stima di te stesso.
Io riuscivo a farti sentire forte, saggio e soprattutto necessario.
Allo stesso tempo ero la tua spalla su cui piangere, il nascondiglio dove potevi esprimere le tue debolezze, senza per questo essere mai giudicato debole.
Cominciavamo, o forse era un processo iniziato da subito, a diventare la metà perfetta dell'altro, il giusto contrappeso, senza cui ci sentivamo persi nel buio.
Era una cosa fin troppo evidente, perfino per noi, fin dall'inverno del nostro decimo anno.
Fu quell'inverno che scoprimmo i libri.
Ovvio, abbiamo sempre saputo che esistevano i libri. Ma prima di quel momento erano solo testi su cui studiare per la scuola o favolette che leggevamo più per abitudine che per desiderio.
A farci scoprire il libro come vero divertimento fu, invece, un puro caso.
Era un inverno particolarmente piovoso e ci annoiavamo a morte. Giravamo senza meta per tutta la casa, da entrambe le parti, la mia e la tua, alla ricerca di un qualche svago, ma non riuscivamo a metterci d'accordo su cosa fare.
Alla fine, seccata dai tuoi continui rifiuti alle mie proposte, spinsi la porta dello studio di mio padre.
Era una stanza che non frequentavo molto, non perchè mi fosse proibito, ma perchè non rivestiva ai miei occhi alcun interesse.
Vi si trovavano una massiccia scrivania squadrata, un folto tappeto marocchino, un lungo divano in cuoio e, alle spalle del divano, una enorme libreria a parete, zeppa di libri.
Per il puro desiderio di farti dispetto, decisi di nascondermi dietro al divano, in modo che tu non potessi vedermi appena entravi nella stanza. Mi trovai seduta sul tappeto soffice, con le spalle poggiate allo schienale del divano. Un raggio di luce grigia di pioggia filtrava dalla finestra, illuminando lo scaffale a livello del terreno, proprio di fronte a me.
Al contrario dei pesanti tomi rilegati presenti nel resto della stanza, questi libri erano colorati, snelli ed esibivano titoli piacevolmente esotici.
Ne presi uno, aspettandoti. Era un libro di Salgari.
Quando sei sbucato in perfetto silenzio dal bordo del divano per spaventarmi, mi hai trovata immersa nella prima pagina.
"Che roba è? " hai domandato guardingo
"Sta a sentire." Ti ho risposto e ho iniziato a leggere ad alta voce. Da quell'episodio senza importanza è nato un vero amore per la lettura.
Quasi sempre nella tua stanza, io seduta su uno dei grossi cuscini decorativi che ti mettevano sul letto e tu sdraiato sul tappeto, con la testa sul mio grembo, abbiamo letto l'uno per l'altra per tempi abbastanza lunghi da scatenare le risentite proteste di tua madre.
"Andate a dormire! Chi non dorme abbastanza diventa stupido!" Era il ritornello.
Andavamo a dormire e poi, nella notte, ci trovavamo nel mio letto per discutere del destino di Janez, sulle scelte di Kammamuri, sulle ascendenze di Kim fino a crollare nel sonmo cin la bocca ancora piena di parole.
Durante il giorno, il nostro gioco preferito divenne recitare infinite volte le nostre parti preferite della lettura del momento, quale che fosse.
Siamo stati tigri della malesia, corsari dal nobile passato, lupi del branco di Akela e innumerevoli altre creature fantastiche in quelle giornate umide e taglienti. Inutile dire che l'arredamento di casa tua non ce ne fu affatto grato.
Iniziammo a parlare un nostro linguaggio segreto, fatto di continui riferimenti ai nostri libri preferiti e pressochè demenziale per chiunque altro.
Facevamo più chiasso ed eravamo più incontenibili che mai.
Iniziammo anche a farci in continuazione dei piccoli dispetti, a scherzare senza sosta.
Tua madre era atterrita dal nostro atteggiamento "da selvaggi",lei che aveva sempre tentato di educarci nella più stretta osservanza del galateo, ma non c'era modo di farci smettere.
Ricordo un pomeriggio in cui ci trovavamo tutti in cucina: io e te, i tuoi genitori e Dora.
Stavano parlando di non so più quali noiosissime decisioni riguardo la manutenzione della casa e tu, con le spalle posate alla credenza e la testa rovesciata all'indietro bevevi direttamente dalla bottiglia.
Io passeggiavo dalla finestra alla porta e viceversa, sperando che schiarisse abbastanza da permetterci un giro in giardino.
Ad un certo punto, interrompemdosi nel mezzo di una frase, zia Sissi che ti osservava già da qualche minuto ti riprese
"Insomma, D, non è educazione questa! Dove mai si è visto bere così dalla bottiglia? "
Sfortuna volle che io ti stessi passando accanto. Mentre tu, con aria annoiata, prendevi un ultimo sorso d'acqua prima di cedere al bicchiere ho esclamato
"La zia ha ragione! Non sei capace di bere così!" E ho dato al fondo della bottiglia una decisa spinta verso l'alto, mandandoti l'acqua, credo, fin negli occhi.
Mentre tua madre iniziava a strepitare, tu, senza smettere di tossire, mi hai inseguita. Ho tentato di scappare attormo al tavolo e perfino di nascondermi dietro tuo padre, ma ridevo troppo forte per essere più veloce di te. Mi hai acchiappata, hai agganciato con due dita lo scollo del vestito e ci hai svuotato dentro il resto della bottiglia.
Tuo padre rideva quasi quanto noi e ti incitava a tenermi ferma, in modo che non potessi vendicarmi.
Nonostante questo, quello scherzo mi valse una bella ramanzina dalla zia.
Un'altra volta, mentre stavo andando a dormire, ti sei nascosto fra la porta di camera mia e la parete.
Quando sono entrata, senza muoverti hai urlato un "bu!" con tutto il fiato.
Le mie urla di quella sera hanno richiamato tutta la famiglia, mio padre in testa, che ha trovato te che ti rotolavi rodendo sul pavimento e me che, da dietro la scrivania, ti bombardavo con tutti i miei pupazzi dandoti del "culo di cane".
Insomma, era più o meno così che trascorrevamo le nostre ore insieme.
Con l'avvicinarsi del natale, passavamo sempre più tempo nella tua stanza, dove difficilmente gli adulti entravano a disturbarci.
Di solito ci immergevamo nei nostri giochi e passatempi preferiti, ma nell'ultimo periodo sempre più spesso stavamo sul tappeto, nella solita posizione con la tua testa in grembo a me, a parlare.
Parlavamo di tutto quello che avremmo voluto fare se fossimo nati allora invece che ora, se fossimo stati americani o corsari e, soprattutto, di quello che avremmo voluto fare se fossimo stati grandi.
L'atteggiamento di tuo padre era cambiato molto nei tuoi confronti, da quell'episodio della zuffa a scuola.
Man mano che aveva conferme sulla tempra del tuo carattere, divenne sempre più gentile e permissivo nei tuoi confronti. Nonostante questo, una delle tue frasi ricorrenti durante quelle conversazioni era "se io fossi grande, farei diverso da papà".
Di norma le tue considerazioni includevano la noia del suo lavoro, il colore della sua auto, non abbastanza vistoso e altre sciocchezze del genere.
Quanto a me, sebbene ci pensassi sempre più spesso man mano che crescevo, cercavo di non parlare mai di mia madre.
Del resto, cosa avrei potuto dire? "Farei diverso da mia mamma, non porterei a casa altri uomini, non mi ubriacherei di mattina, non ucciderei il gatto di famiglia lanciandogli addosso i bicchieri del servizio buono"?
Solo una volta mi hai chiesto di lei.
"Bea, ma la tua mamma è uguale alla mia?"
"No."
"Dico, lo so che da vedere è diversa, ma di carattere? "
"No, D. Non le somiglia per niente. Almeno se mi ricordo bene."
"Ma non te la ricordi?"
"Non tutto."
"È bella?"
"Boh? È come me, solo che è grande. "
"Allora è bella."
Provai una curiosità accademica sulla questione.
"Ma perchè io sono bella? "
"Eh, si, certo. Sei bella. E io?
Ti ho guardato con attenzione. I capelli chiarissimi e lisci, la fronte alta, il naso diritto, la bocca sensuale e il mento appuntito.
Risposi con tutta la sincerità del mio cuore.
"Sei molto bello. Più del tuo papà."
Hai sorriso.
"Bene. Una volta ho sentito la signora del negozio di frutta dire che mio papà è un bel mago e che le piacerebbe vederlo sudato. Secondo te vuol dire che vorrebbe farci l'amore?"
Il concetto nebuloso di ciò che uomo e donna fanno a letto era appena stato introdotto nel nostro bagaglio culturale, grazie a due confuse conversazioni con i rispettivi padri e soprattutto grazie alle chiacchiere dei ragazzi più grandi che bazzicavano il parco dietro la scuola. Non l'avevo capito un granché, ma mi pareva disgustoso e aveva l'aria di fare male, quindi risposi di fretta
"No, non penso che le donne possano avere voglia di fare l'amore. Mi sa che è più una cosa da maschi. "
"Ah. Comunque sarò un bel mago anche io da grande, no? "
"Si. E io sarò una nella signora"
Annuimmo entrambi soddisfatti.
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