sabato 15 marzo 2014

Quattordici

Nelle settimane successive a quella lunga notte, il tuo comportamento non subì cambiamenti repentini. Il cambiamento ci fu, ma subdolo e lento come il muoversi della lancetta delle ore sull'orologio a muro.
Iniziasti ad evitare di rimanere solo con tuo padre. Non ti era difficile. Era sufficiente che ti muovessi in branco col resto della famiglia o che usassi il pretesto di dover studiare. Non che non fosse vero. Nelle settimame che seguirono, passasti più ore del solito chino sui libri, deciso a migliorare i tuoi voti in tutto. Spesso mi convincevi a buttarci in un pomeriggio di ripasso generale, come se ci preparassimo ad un esame.
A  fine anno portasti a casa una pagella perfetta, senza nemmeno un voto inferiore all'ottimo e la porgesti a tua madre, seduta nel salotto, accoccolandoti accanto alle sue ginocchia memtre lei la leggeva. Sembravi un'antico cavaliere, che offre un'accollata alla sua regina. Gli occhi di zia Sissi si riempirono di orgoglio e di piacere, a quella vista. Aveva sempre messo gli studi ben in cima alla lista di priorità. Eri molto affettuoso con lei, protettivo, come a volerti far carico del ruolo di uomo di casa o, meglio, della sua vita, da cui ai tuoi occhi era decaduto zio Lucio. Ho sempre pensato che lei mirasse segretamemte a questo, deducendolo dalla sua reazione alle tue rinnovate attenzioni.
Ti accarezzava come un cane da grembo,  si mostrava al tuo braccio in giro per i negozi e quasi non passava giorno che non rientrasse a casa con un qualche vestito, tutti rigorosamente da signorotto, da farti provare all'istante.
Mi vergono di dirlo, ma fui gelosa.
Ero abituata ad avere per me sola le tue premure,  la tua protezione e la tua attenzione. Era per me che ti eri sempre prodigato in mille piccoli modi volti a rendere la vita più allegra e serena.
Ora, vedendoti fare lo stesso per lei, vedendoti ore ad ascoltare il suo chiacchiericcio insensato su fiori da piantare e cene da organizzare e gente da chiamare,  mi sentivo tradita, scartata a suo favore, ripudiata e vista solo come un di più,  un terzo incomodo.
Non avevo mai assaggiato la gelosia. Fra noi, eri tu quello geloso. In quei giorni mi invase come un fiotto di veleno pompato a piena forza nelle vene.
Quando ero costtetta a seguirvi in paese, voi due a braccetto  un passo avanti a me, quando la vedevo addobbarti come un manichino,  quando vi vedevo ridere voi due soli, con me accanto, avrei voluto poterla mandare via, farla sparire, strapparmela di torno. A nulla valeva ripetere a me stessa senza sosta che era tua madre. Era la mia rivale, che lo volessi o no, era contro di lei che sentivo di combattere per poterti riavere, di nuovo tutto per me.
Pensai a mille strategie, tutte ugualmente infami e tutte ugualmemte irrealizzabili, per riportare la situazione alla normalità. 
Avrei voluto renderti pazzo di gelosia, ma sapevo come avresti reagito e non c'erano comunque i mezzi materiali per farlo. Chi si sarebbe mai interessato a me, soprattutto sapendo che ero cosa tua?
Avrei voluto farti apparire tua madre come orribile, crudele e me stessa come un angelo di bontà da salvare ad ogni costo. Ma purtroppo zia Sissi non era mai cattiva con me, né con altri, che io vedessi.
Avrei voluto, sopra ogni cosa, che tu capissi senza bisogno di dover dire nè fare nulla,  ma le settimane passavano e il giorno del mio compleanno si avviacinava, senza che il tempo portasse alcun cambiamento.

Compivo dodici anni e non mi ero mai sentita così sola.
Le vacanze erano iniziate da poco e, adesso, avremmo avito tutto il tempo di stare assieme, ma almeno la metà di ogni singolo giorno veniva invariabilmente rovinata dal tuo dedicarti ad altro.
Digustata al pensiero di passare il giorno del mio compleanno con te e tua madre, vedendovi tubare mentre fimgevate di festeggiare me, decisi di non uscire dalla mia stanza.
Mio padre era fuori per lavoro, altro elemento che contribuiva al mio malumore, ma mi aveva lasciato il suo regalo, ben impacchettato e infiocchettato, sulla scrivania.
Mi alzai dal letto appena il tempo sufficiente a chiudere a chiave la porta.
C'era un'impronta forte di ribellione in quel mio gesto: in casa nostra nessuna porta veniva chiusa a chiave, mai.
Passava il tempo e nessuno mi veniva a cercare. Sentivo lacrime di stizza e di amarezza pungermi gli occhi, ansiose di uscire.  Resistetti.
Nessuno si occupava di me. A nessumo interessava che io non ci fossi. Saresti venuto a cercarmi, forse più tardi, quando ti fossi annoiato, ricordandoti di me come ci si ricorda di un vecchio giocattolo, buono a passare un'ora, in mancanza d'altro.
Nel frattempo, nulla mi impediva di consolarmi aprendo il regalo di papà.
Erano, come al solito, libri. Era un gran entusiasta dei libri,  mio padre, e aveva accolto e coltivato con passione la mia attitudine alla lettura. Questa volta, aveva scelto quattro libri a sfondo storico, venendo incontro al mio amore per gli eroi del passato. Ne presi uno, una storia della vita di Alessandro Magno e mi stesi a leggere, per passare il tempo.
Dopo poche pagine, sentii il tuo passo in corridoio. Tentasti di entrare, come avevi sempre fatto a qualunque ora del giorno e della notte e la porta rimase chiusa.
"Bea! Bea! Cosa succede? La porta non si apre!" Continiavi a provare freneticamente la maniglia e la scuotevi. Facevi um baccano d'inferno. Ero un po' spaventata all'idea che i grandi scoprissero che mi ero chiusa dentro, perciò venni alla porta e la aprii di una fessura.
"Lo so, che non si apre, scemo di guerra! Voglio stare sola."
"Ma è il tuo compleanno! Non puoi stare tuttoil giorno qui dentro, ti perderai i regali e il resto,e poi ho una sorpresa speciale."
"Non me ne frega niente. Voglio stare qui a legggere."
"Ma non hai neanche fatto colazione..."
"Ho detto che voglio stare qui."
"Ma Bea! La mamma ha fatto fare un pranzo buonissimo oggi! Ci ha pensato due giorni a cosa mangiare oggi. Si è tanto impegnata!"
"Bene! Allora vai a goderti il pranzo buonissimo con lei!"
Tentai di chiudere la porta, ma tu ci appoggiasti la mano, spingendola.
"E piantala di fare la cretina!"
Spinsi più forte, per contrastarti. La porta iniziò a chiudersi. Tu ti ci appoggiasti con tutto il peso e si riaprì.
Era diventato una specie di tiro alla fune al contrario. Più puntavo i piedi, cercando di chiudere la porta,  più tu la spingevi,  per riaprirla.
Alla fine, apristi la porta muovendo anche me, che ci avevo appoggiato la schiena e fui costretta a cedere alla tua forza. Lasciai andare il battente, ti girai le spalle e mi ridistesi sul letto, riprendendo il libro in mano.
"Allora tienila aperta se proprio vuoi. Non me ne frega niente. Io da qui non mi muovo."
Ti avvicinasti, in piedi accanto al letto.
"Si può sapere che cosa ti rode?"
"Niente. "
"Ah. Niente. Allora perché non vuoi scendere?"
"Magari non ho voglia di compagnia, ci hai pensato? Magari non ho voglia di parlare."
"Ma perchè? Cosa c'è?"
"Niente. Non mi ba e basta."
"Eh, allora. Va bene, dai, prendo qualche libro e stiamo qui."
"Stiamo?"
"Si. Qui. Se non ti va di scendere."
"No, non hai capito." Scesi dal letto. In piedi di fronte a te, con l'imdice ancora infilato nel libro per tenere il segno. "Non stiamo. Sto. Prima persona singolare. Per dirlo chiaro così lo capisci anche tu: torna pure giù,  che qui non ti ci voglio."
Era quasi una bestemmia. Senza parlare, mi hai posato entrambe le mani sulle spalle e poi, con una forza che non ti conoscevo mi hai spjnta, tanto da farmi perdere l'equilibrio. Sono finita seduta a terra, ai tuoi piedi. Mi guardavi fisso e i tuoi occhi erano lucidi come uno specchio. Ogni espressione ti è colata via dalla faccia. Eri un foglio bianco, una parete spoglia.
Avevo paura, avrei voluto rifugiarmi fra le tue braccia per farmi consolare, ma non potevo. Non vedevo il mio Dario, lì di fronte a me. Solo uno sconosciuto che mi fissava, indifferente a tutto quello che mi passava dentro.
"Bravo! Adesso che hai fatto il prepotente, puoi andare! Ti senti meglio, no? Quamdo qualcuno non fa quello che pare a te, tu fai il prepotente. Bene! Hai fatto tutto, qui. La porta è aperta, io sono col culo in terra, adesso puoi tornare da mammina. Vattene! Cosa aspetti?"
"Tu adesso mi dici perché fai così. Poi se vuoi me ne vado."
"Io non ti dico proprio niente! Io non sono roba tua, sai?"
"Devi dirmelo."
"Io non devo fare niente."
Ti sei seduto sui talloni, avvicinando il tuo viso al mio. Vedevo che eri arrabbiato alla follia. D'istinto ho spostato il busto all'indietro, scostandomi da te e tu hai posato le mani ai due lati del mio corpo, intrappolandomi fra il pavimento e il tuo sguardo.
"Perchè."
"Sono. Affari. Miei." Ho scandito. Mi spaventavi. Non ti avevo mai visto così.  "E adesso? Cosa vuoi fare, picchiarmi?"
"Potrei."
"Ma mammina poi cosa ti dice, eh?"
"Perchè. Dimmelo."
"Brutto prepotente, stupido, ignorante,  cocco di mammina!"
Un'ondata di rossore ti invase il viso. Avevo passato il limite. Mi hai afferrato per le spalle, forte, affondando le dita nella carne e mi hai scrollata.
"Perché? Cosa cazzo hai?"
Mi hai fatto male. Le lacrime, a lungo trattenute e mascherate, iniziarono a scorrermi sul viso.
"Perché tu preferisci lei a me! A me! A me che... che..."
La mia voce si è smorzata piano,  senza la forza per dire altro.
La tua espressione si è tramutata in aperto sconcerto.
"Lei? Lei chi, per la miseria, Bea, chi dovrei preferire io a te?"
Non riuscivo a parlare. Tutte quelle settimane, quei mesi di bocconi amari, di cattivi pensieri,  erano traboccati e un nodo doloroso mi stringeva la gola.
In qualche modo hai capito quanto profondo fosse il mio dolore e il tuo tocco è cambiato, diventando gentile,  avvolgente.
"Ma non c'è nessuna lei, Bea. Era questo? Oh, Bea,  potevi dirmelo. Te l'avrei detto subito che non c'è nessuna lei."
Ti ho messo le braccia al collo e tu mi hai tirata a te, sedendoti.
"Non c'è nessuno tranne te, Bea. Nessuno. Non voglio bene a nessuno come a te. Neanche a mia madre, guarda."
Poteva bastare.

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