YI nostri coetanei cominciarono a chiacchierare su di te. Dopo quello che era successo con Luca, passavi per un cattivo d'animo, un malfidato. Ti consideravano come un cane vigliacco, che morde solo quando gli giri le spalle. Iniziarono di nuovo le prese in giro, le risate di scherno, le battutacce. Quando un insegnante ti sgridava o non eri in grado di dare la risposta, c'era chi ne godeva.
Tu sembravi non farci caso, all'apparenza tutto questo ti scivolava addosso senza lasciare traccia. Tenevi la testa alta, badavi ai fatti tuoi e non parlavi con nessuno. Ma sentivo che ti faceva male, nel profondo, questa brutta fama che ti avevano attaccato addosso, proprio a te, che ci tenevi tanto alle questioni d'onore. Non ero nemmeno l'unica ad accorgermene. Sempre più spesso, mano a mano che crescevi, tuo padre passava la sera a indottrinarti.
"Lo sai perché fanno così? Per invidia, mezza tacca, per invidia di quello che tu hai e loro non hanno, di quel che tu sei e loro non saranno mai e, soprattutto, di quello che tu puoi fare e loro no. Lo sai loro cosa faranno?"
E tu, obbediente come sempre, ogni volta scrollavi la testa e ti preparavi a sentire la risposta, sempre la stessa:
"I bottegai, gli impiegatucci, gli operai al nastro, tutto il giorno. Si troveranno una qualche ragazzina anemica o foruncolosa, la impregneranno a diciott'anni e poi via, incastrati a vita con una rompicoglioni che non gliela dà neanche. Ma tu. Tu puoi avere tutto. Puoi fare quello che vuoi, puoi diventare qualcuno. Puoi fare i soldi, anche di più di quelli che ho io. E allora poi ti scegli una donna vera, bella e educata, come ho fatto io, e quando torni in paese, quelli che adesso ti dicono dietro, allora li vedi come si mangiano i coglioni dalla rabbia! Vedrai! È questo il bello. Quelli lì poi ti dovranno chiamare signore e dottore e gli verrà da piangere a pensarci."
Ti sorrideva, chinandosi verso di te dalla sua sedia, sopra la tavola della cena. Si vedeva proprio l'affetto nei suoi occhi, quando ti impartiva questi begli insegnamenti. Si vedeva che, dal suo punto di vista, ti stava dando la più grande consolazione della vita.
Tu eri tutto preso da questa nuova confidenza che ti riservava. Ne andavi fiero, che lui ti dedicasse tanta attenzione e ti parlasse quasi da pari. Ti si accendeva lo sguardo e badavi ad annuire al momento giusto e a ridere a proposito, per non farlo smettere.
Una sera di quelle, quando ormai andava avanti da un pochino con questo genere di discorso, gli hai chiesto
"Papà, però c'è una cosa che non ho capito."
"Ah, si, mezza tacca? Che cosa, che te lo spiego io?"
"Ma cosa vuol dire che le mogli dei miei compagni quando sono grandi non gliela danno? Cos'è che gli devono dare?"
Tuo padre scoppiò a ridere con fragore.
"Però è svelto il ragazzino, eh? Dritto al punto, che te hai già capito tutto dalla vita! Adesso te lo spiego io!"
Posai la forchetta sul tavolo, incuriosita. Sinceramente, erano giorni che io e te ci ponevano questa domanda e non vedevo l'ora che l'arcano venisse svelato.
"Lucio, per l'amor del cielo!" Ha quasi urlato zia Sissi, indicandomi con la testa. "Ti pare il caso?"
"Ah, hai ragione. Senti, porta di là la bambina che io devo parlare con mio figlio. Solo noi due uomini, eh?" Rideva ancora e ti assestò un pacca sulla spalla. Tu sorridevi con aria interrogativa, guardando ora lui, ora tua madre.
"Lucio, ti pare il caso?" Ha chiesto di nuovo zia Sissi, ora con tono supplichevole, mentre mi faceva alzare. Di discutere neanche a parlarne. Mi stringeva il braccio così forte da farmelo formicolare.
"Ma lascia stare il ragazzo! Che ormai è grande e certe cose le deve sapere. O vuoi che quando arriva ai fatti non sappia niente? Non è mica un'educanda! Fuori le signore, via!"
Uscendo, prima che la porta si chiudesse, lo vidi prendere dal mobile che la zia chiamava buffet una bottiglia di liquore scuro e sedersi di fronte a te.
"Adesso papà ti spiega come si diventa un uomo..." Gli sentii dire in tono stranamente sommesso, prima che il battente di quercia ne troncasse la voce.
Lsciai la porta di tramezzo aperta e tentai di restare sveglia il più possibile, per aspettarti, ma il discorso durò a lungo, molto più di quanto immaginassi. Ad un certo punto, il sonno mi prese e mi portò con sé.
Era marzo e la luna, dal mezzo di un cielo sereno, mandava luce in abbondanza fin sul mio letto. Forse fu proprio quella luce, quando nel trascorrere della notte mi toccò la faccia, a svegliarmi o forse fu un movimento tuo, non saprei dire. Fatto sta che, quando mi svegliai a metà notte, tu eri sdraiato accanto a me, nel tuo pigiama a righe, gli occhi grossi fissi al muro accanto, rigido sulla schiena.
Ti ho accarezzato piano, ancora piena di sonno, per farti capire che ero sveglia.
"Allora? Com'è andata?"
"Mi ha spiegato tutto. Tutto quanto. Di quello che gli uomini devono fare alle donne. Tutto quanto."
"Mi racconti?"
Un rossore sgradevole, a chiazze, ti si diffuse su per il collo fino al viso.
"È una cosa schifosa. Veramente schifosa, Bea. Nessuno dovrebbe fare quelle cose."
"Ma, dai, un po' lo sapevamo già, no? Quella cosa del tuo pipino che dovrebbe entrare dentro...sai, la mia patatina. È così, no?"
"Non mi ha spiegato quello. -deglutivi rumorosamemte- Non mi ha spiegato cosa si fa. Quello lui sapeva che io lo sapevo già. Mi ha spiegato come. Come si fa a farlo."
Il concetto non mi era chiarissimo. Insomma, mi sembrava evidente: se qualcuno ti deve infilare un dito in bocca, non ci sono molti modi di farlo e quello era, all'incirca, il mio concetto sul sesso.
"Come farlo in che senso?"
"Mi ha spiegato che le donne vanno...preparate. Che bisogna toccarle e baciarle e...altro."
"Dario, mi spieghi per favore cos'è che ti ha mandato così tutto sottosopra?"
"Comincia tutto col bacio" Hai detto.
A frasi smozzicate, interrompendoti ogni tanto per deglutire a forza, come se fossi nauseato, mi hai raccontato, con il gergo molto esplicito dello zio, la lezione che ti era stata impartita.
Con gli occhi di oggi, non riesco a vedere un solo motivo per parlare di certe cose con un ragazzo di undici anni. Non ti aveva risparmiato nulla. Come baciare, come provarci con una donna, come convincerla "a dartela", per usare le sue parole.
E, una volta convinta, come toccarla, il seno, i fianchi, le natiche, "la passera". Ti aveva raccontato, nei dettagli, come fosse il sesso orale, sia su una donna che su un uomo e come convincere una donna a praticarlo. Come fosse "la passera" di una donna adulta e cosa farne. Ti aveva perfino accennato, riferendovisi come ad un metodo per "far capire chi è l'uomo", al sesso anale.
Definirti sconvolto era ancora dire poco.
"Ha detto che le donne bisogna sottometterle. E che bisogna farlo a letto. Dice che è un bene per voi, che è il vostro istinto. Che ne avete bisogno. Che bisogna farvi sentire chi è che comanda. "
"Secondo me non è obbligatorio. Non penso che papà abbia mai trattato così la mamma."
"Lui dice che è per questo che tua mamma si è comportata come...come si è comportata. Bea? "
"Dimmi."
"Io sono una persona cattiva. Hanno ragione su di me. Sono un cattivo e un vigliacco."
Ti coprivi gli occhi con l'interno del braccio, da quando avevi iniziato a parlare. Sedetti sul letto e te lo spostai, scoprendoti il viso.
"No, non è vero. Tu sei bravo, Dario, ti sei il mio eroe, no?"
"No. Sono cattivo. Anche se non vorrei, sono cattivo."
"Ma perchè?"
"Perchè io certe cose che lui ha detto vorrei farle. Anche se non vorrei. Mi piacerebbe. Anche se so che sono brutte. "
"Dario?"
"Eh?"
"Secondo me, certe cose che ha detto non sono poi terribili. Insomma, servono per fare i bambini, no? Se facesse male, non ci sarebbero mica tanti bambini in giro. E poi, dai, detto come l'ha detto lui anche baciarsi fa un po' schifo, sembra quasi una cosa sporca. No? Rispondi, dai. È vero?"
"Si. In effetti, come l'ha detto lui sembra una brutta cosa."
Mi sono sporta su di te e ti ho dato un bacio. Dopo un attimo, l'hai ricambiato, accarezzandomi i capelli che ti arrivavano fin sul viso.
"Allora. È una cosa brutta? È una cosa sporca?"
"No. È una cosa buona."
Eppure, sapevo che ancora qualcosa ti rimaneva dentro, incastrata in gola come una spina di pesce.
La tua schiena era ancora rigida come un'asse e non mi guardavi in faccia. Aspettai in silenzio, fin quando tu chiedesti
"Secondo te è per via di come è lui? Secondo te è lui che vuol fare queste cose in una maniera brutta?"
"Si."
Ti ho sentito irrigidirti ancora di più, se possibile. Ti guardavo, tentando con tutte le mie forze di restare in silenzio, per darti il tempo di parlare, quando avrei voluto coprirti di rassicurazioni, chiacchierare per distrarti, imbottirti di domande su cosa fosse a farti così male. Sapevo che avevi bisogno di tempo, lo sentivo, ma al tempo stesso era difficile per me semplicemente aspettare, vedendoti soffrire.
"Dario? Ma cosa c'è che ti gira ancora in testa? Me lo vuoi dire?"
"È che lui. Lui. Quelle cose, in quel modo lì...le fa alla mia mamma!"
L'ultima frase ti uscì strozzata, acuta, più nella tua voce di bambino che in quella del ragazzo che eri diventato.
Ti copristi la faccia con le mani e ti girasti sul fianco, appallottolandoti stretto. Quel pensiero doveva davvero straziarti.
Non avevo parole per consolarti, per lenire la tua pena nell'immaginare la tua compostissima mamma, che mai avrebbe permesso alla sua gonna di scoprirle il ginocchio, nelle situazioni che tuo padre ti aveva così vivamente dipinto poche ore prima.
Ti ho accarezzato pian piano fino all'alba, quando sei tornato nella tua stanza. Sulla porta ti sei fermato.
"Io oggi non ci vado a scuola. Stai a casa con me?"
"Certo."
"Allora a dopo."
Mi sono sdraiata, senza riuscire a strappare al sonno neanche un minuto.
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