Nei giorni che seguirono, tutto sembrò procedere senza scosse. Il solito tran tran ci tranquillizzò, inducendoci a credere che quel goffo tentativo del nostro professore si fosse spento sul nascere, soffocato come un principio d'incendio dal gelo del tuo distacco.
Si avvicinava il tuo compleanno ed ero tutta in fermento, mentre tentavo di preparare una piccola sorpresa per te, con l'aiuto di Dora. Mi risultava veramente difficile fare qualsiasi cosa alle tue spalle, data la natura esclusiva e continua del nostro rapporto, ma stavo riuscendo a preparare un regalo e una torta inattesa per il tuo ritorno da scuola.
Avevo trovato, su un catalogo di vendita per corrispondenza che Dora amava sfogliare al tavolo della cucina nei suoi pochi momemti di riposo, una mostruosità classificata sotto il nome di "stazione meteo", con igrometro, anemometro e termometro a colonna di mercurio, il tutto "elegantemente istoriato con fregi in metallo su base in bachelite". In pratica e buona sostanza, era un attrezzo di un orribile grigio piombo, cui qualche folle aveva conficcato qui e là delle piastre romboidali lucide come specchi deformanti, dal quale spuntavano come escrescenze aliene tre colonnine, una delle quali terminava in quattro cucchiaini montati su di un perno, che gli consentiva di girare.
Era orribile, ma era il tipo di aggeggio che tu amavi alla follia, aggeggi che misuravano il mondo attorno a te, questo oscuro guazzabuglio di eventi apparentemente scollegati e casuali, costringendoli a suon di cifre a marciare in ordinate colonne di cause e conseguenze. Sapevo che ti sarebbe piaciuto da impazzire e a forza di moine convinsi Dora a fare l'ordine a suo nome, così da impedirti di sbirciare nel pacchetto.
Sapevo che saresti rimasto sorpreso e felice dal trovare il tuo pranzo preferito, pollo freddo e patate calde, coronato dalla tua torta preferita, pan di spagna al caffè, con tanto di candeline.
In fin dei conti sentivo di averti organizzato, seppure con qualche aiuto, un compleanno di tutto rispetto e attendevo con ansia il cinque di giugno, costantemente impegnata nel duplice tentativo di immaginare la tua faccia quando avresti scartato il mio regalo e di non lasciarmi sfuggire assolutamente nulla, fosse pure un sorriso di troppo, quamdo ero con te.
Tu eri talmente immerso nel tuo ultimo slancio di fine anno scolastico che mi rendevi il lavoro più facile. Passavi almeno una mezz'ora al giorno a calcolare il voto finale di ogni materia, stillandoti il cervello per capire come ottenere quell'ottimo in più, che ti avrebbe dato la certezza di un risultato perfetto.
Ripassavi ad alta voce le "mie" materie, camminando avanti ed indietro per la mia stanza. Ogni volta che ti correggevo, ti passavi le mani fra i capelli, arruffandoteli per il nervoso di non aver ancora imparato il nuovo capitolo e ricominciavi da capo.
Insomma, era una normale fine di anno scolastico.
"Ma tu che voti hai preso in matematica questo quadrimestre?"
Mi hai domandato con aria dubbiosa un giorno.
"Due ottimo nelle verifiche e un discreto nell'interrogazione il mese scorso."
"Un discreto?" Ti sei inalberato. "Ma ti manca ancora un'interrogazione, no? Se vai volontaria...vediamo...venerdì ce la puoi fare."
"A fare cosa ce la posso fare?" Ho chiesto con sincero sconcerto.
"Be', ad avere tutto verso l'ottimo. Anche se forse con un discreto, magari ti darà un buono. Ma no! Due ottimo nelle prove scritte!"
"Dario, a te ti dà alla testa la fine dell'anno. Cosa vuoi che me ne freghi se ho un buono in pagella? Non è mica un brutto voto un buono."
"Ma dai, ti manca solo quello per avere tutti ottimo! Non ti dispiace? È come lasciare uma cosa a metà!"
Senza parlare ti ho indicato con un ampio gesto il lieve disordine che ti circondava: disegni incompiuti, almeno tre libri a diversi stadi di lettura lasciati aperti a dorso in alto sul davanzale, alcune tessere di un puzzle da tempo scomparso, perfettamente incastrate fra loro a mostrare l'immagine di un unico gabbiano in un cielo azzurro che fungevano da sottobicchiere alla tazza da tè sbeccata in cui tenevo le penne sulla scrivania.
"Eh, già... e chi lascerebbe mai una cosa a metà, vero?"
Hai scosso la testa con fare disgustato, allargando le braccia in un gesto di impotenza.
"Fai come ti pare, senti. Ma è un peccato. Voglio dire, adesso a mate non ci spiega più niente, hai il tempo di studiare bene. E poi ti aiuto io."
"Uffa, Dario! Ma chi ha voglia di farsi interrogare a tre settimane dalla fine?"
"Quattro. E poi guarda che ti interroga lo stesso, ti manca un voto. Due scritti e due orali, è la regola."
"Ma magari si dimentica..."
"Eh, e poi magari decide di cambiare vita e si mette a insegnare canto. Ma dai! Quando mai si è dimenticata qualcuno, quella lì? Davvero, dovresti metterti a studiare. Tanto ti tocca. Meglio se te la giochi bene, no?"
"Credo di si. Ma non mi va. C'è il sole e fa caldo e poi la matematica mi fa venire sonno."
"Direi di cominciare dalle regole di priorità delle parentesi nelle espressioni."
"Dario?"
"Perchè tu le sbagli spesso, vero? E poi magari ripetiamo anche le regole delle frazioni, sai, le semplificazioni e i denominatori comuni..."
"Da-a-rio?"
"Cosa?" Hai chiesto rialzando la testa dal quaderno. Il mio cuscino ti ha centrato in piena faccia, un lancio da manuale.
"Allora." hai ripreso apparentemente molto calmo, avanzando verso di me con l'arma del delitto in mano "adesso ti spiego le parentesi" gli angoli ti si piegavano all'insù. Con uno scatto istantaneo mi hai atterrata, sedendoti su di me e tenendomi al suolo col tuo peso, a cavalcioni sulla mia pancia. Sorridevi mentre tentavo di liberarmi.
"Primo: le parentesi tonde." Una grossa cuscinata indolore mi si abbattè sulla faccia "hai capito nanetta? Sempre le tonde prima!" Cuscinata. "Poi le? Vediamo se lo sai?"
Faticavo a respirare dal ridere e a causa del tuo peso.
"Non lo so!"
"Risposta sbagliata!" Cuscinata. "La risposta corretta è: parentesi quadre. Fai la brava nana e ripeti!"
"Parentesi quadre! Lasciami scemo!"
"Brava!" Cuscinata.
Continuammo, anzi, continuasti per un po'. Per tutte le precedenze fra le parentesi e poi le precedenze fra le operazioni, se ben ricordo. Per quanto possa essere assurdo è una delle poche regole matematiche che non ho mai dimenticato. Alla fine del nostro atipico ripasso, eravamo stanchi per il troppo ridere e le troppe cuscinate e decidemmo di concederci una pausa. Sdraiati sul tappeto, entrambi con la testa sul cuscino da ripasso, ci passavamo una mela verde e aspra, mangiandola un morso per ciascuno.
"Sai, però, funziona come metodo. Dovrei usarlo per metterti in testa storia, prima dell'ultima verifica."
"Mah, con tutte quelle date, mi sa che più che un cuscino ti servirebbe non so, un ciocco di legno, un mattone..."
"No, Dario, non lo farei mai!" Ho risposto con tono fintamente accorato "potrebbe danneggiarti il cervello! Ah, no, è vero...non corro il rischio, eh?"
"Zitta, nanetta. Ti è andata bene che nessuno passa mai in giardino, se no ti mettevano in mano un vaso di fiori e ti appoggiavano vicino a Biancaneve!"
"Scemo di guerra."
"Nana."
"Brutto e sbiadito."
"Cretina di nascita."
"Faccia da maiale."
"Ti amo."
"Anche io."
Sorridemmo soddisfatti al soffitto per un po', immersi in un amichevole, rilassato silenzio di chi ha fatto ciò che doveva e detto ciò che pensava.
L'estate si prospettava all'orizzonte, vicinissima e brillante e sembrava ormai certo che l'argomento scuola si sarebbe chiuso il bellezza.
Molte cose invece stavano per cambiare, eravamo, in effetti, sulla soglia di qualcosa che avrebbe cambiato tutto il nostro piccolo mondo in maniera drastica e definitiva, ma, nell'inconsapevolezza di quel pomeriggio, le nostre menti e i nostri cuori si beavano di quella intensa serenità.
L'ultima settimana di maggio.
Il professore entrò in classe con il suo solito passo incerto e posò la cartellina di cuoio sulla cattedra.
Si sedette, prendendosi un momento per sistemare le sue carte, e si rivolse alla classe con un sorriso a labbra strette.
"Allora, ragazzi, oggi faremo un piccolo approfondimento sulle ultime cose che abbiamo studiato. Chi conosce il significato della parola genealogia?"
Alzai la mano.
"La genealogia è la materia che studia i rapporti familiari" risposi.
"Esattamente. Oggi approfondiremo le relazioni familiari di quelli che erano i reali italiani, cha abbiamo studiato nelle ultime settimane. Voi sapete che le famiglie regnanti, non solo il Italia ma in tutto il mondo, hanno sempre dato una grande importanza alla nobiltà. E come si acquisisce la nobiltà?"
"Non si acquisisce. Ci si nasce, nobili, no?" Disse una ragazza.
"Di nuovo esatto. Quindi, l'unico modo per essere nobili è di nascere da una famiglia di nobili. E come faceva, mettimo un re, a scegliere una moglie nobile quanto lui?"
"Sceglieva la figlia di un altro re!" Rispose un compagno.
"Sceglieva la figlia di un altro re. Infatti, le case regnanti europee hanno fatto così per centinaia di anni, finché non hanno finito per essere tutti imparentati. Re Umberto I e sua moglie Margherita, ad esempio, erano figli di due sorelle. Questo li rendeva? Me lo sai dire, Dario? In che rapporto di parentela erano Umberto e Margherita?"
"Cugini. Erano cugini." Hai risposto incuriosito.
Il professore ha annuito, con un mezzo sorriso. Per un momemto la classe è rimasta in silenzio, mentre quel concetto si faceva strada nei cervelli degli studenti.
"Ma che schifo!" Ha poi commentato uno dei nostri compagni.
"Si, prof! È una porcheria, che schifezza! Non si fa!"
Ti guardavi attorno come seguendo la palla in una partita sportiva, muovendo la testa dall'uno all'altro, mano a mano che prendevano parola.
"Mia madre dice che ti nascono dei figli deficienti se ti sposi con un parente!"
"E poi loro erano cugini primi, proprio! Se costringessero me a sposare un mio cugino, mi sparerei!"
"E faresti bene! Secondo me è anche peccato!"
"Di sicuro!"
Il professore lasciò continuare la discussione fra gli alunni per molti minuti, seguendo un commento dopo l'altro, senza intervenire.
A tratti, ci osservava con interesse, come a valutare le nostre reazioni. Me ne accorsi quasi subito e ti diedi una lieve gomitata al fianco, indicandotelo con un cenno della testa.
Il tuo viso parlava fin troppo chiaro: eri confuso, sprofondato nella totale incomprensione di ciò che ti stava accadendo attorno e, di conseguenza, arrabbiato.
Non avevo intenzione di dare a quel vecchio crudele tutta quella soddisfazione. Era chiaro che stava mettendo in scena tutta quella commedia a nostro uso e consumo e che non voleva perdersi un solo particolare dello spettacolo che avremmo offerto ai suoi occhi e a quelli degli altri. Ebbene, io non ero stata cresciuta per essere lo zimbello di nessuno.
Guardandoti negli occhi, mi ricomposi rapidamente, presi un foglio bianco dal quaderno ad anelli e, con ostentata noia, iniziai a disegnarci sopra insensati scarabocchi, alzando di tanto in tanto gli occhi, come per controllare che non ci fossero interessanti evoluzioni.
Tu hai colto al volo e ti sei appoggiato all'indietro, con fare indolente, continuando si a seguire con gli occhi le voci che si accavallavano nell'aula, ma con la bocca atteggiata ad un pigro sorriso.
"E voi, ragazzi, non volete condividere con noi la vostra opinione in merito alle nozza dei reali?"
Chiese infine, provocandoci apertamente.
Ti ti stringesti nelle spalle, sempre appoggiato all'indietro sulla sedia, chiuso in un silenzio che, io lo sapevo, nascondeva la strenua lotta per mantenere il controllo su te stesso e su quel che la tua bocca, come un animale addomesticato solo per metà, avrebbe potuto combinare se lasciata libera.
"Suppongo avessero le loro ragioni, se l'hanno fatto, come dice lei, per secoli." Ho tagliato corto io, vedendo che mi osservava in attesa di risposta.
"Vedete, ragazzi, questo genere di matrimonio si chiama endogamia. Nella maggior parte delle culture, compresa la nostra, e nella maggior parte delle religioni, compresa la nostra..." lasciò per un attimo la frase in sospeso, accennando vagamente al crocifisso appeso sopra la cattedra "l'endogamia è considerata, come voi avete appena dimostrato tanto vivacemente, immorale. E, come tale, condannabile dal punto di vista della coscienza."
Ecco cosa eravamo.
Uno "schifo". Un "meglio spararsi". Immorali. Condannabili, in coscienza. Condannabili a che cosa, poi, la lezione non lo specificò. All'inferno, probabilmente.
Come dio volle, la mattinata passò e l'ultima campanella suonò.
Senza nemmeno il coraggio di guardarci in faccia, ognuno assorto nel suo personale purgatorio da ore, raccogliemmo le nostre cose e ci dirigemmo a casa.
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