Il tragitto verso casa si svolse in un silenzio intontito. Ogni singolo commento, dei nostri compagni e dell'insegnante, mi rimbombava in testa, ripetendosi infinite volte, come inciso su un disco. Più di tutto, mi ritornava all'orecchio sempre più pungente e sgradevole il tono di quelle voci: indignate, stupite, schifate. Come se avessero appreso di una bieca perversione, di un qualcosa che violava in modo patente il fitto intrico di regole non scritte che dividono le persone civili, le brave persone, dall'universo ombroso di chi non è tale.
Moralmente inaccettabile. Condannato dalla nostra religione. Una cosa che tutti sembravano sapere, tranne noi.
Perchè mai a nessuno era venuto in mente di dircelo? Per quale motivo non ne eravamo a conoscenza? E, ancora, perchè una cosa così terribile ci appariva tanto bella e naturale? Eravamo noi ad essere immorali, nel profondo, o tutte le cose che ritenevamo immorali erano così normali, per chi non fosse a conoscenza della proibizione?
Non capivo.
Al di sopra di ogni altra cosa, urgeva in me questa ansia di comprendere, di dare un senso all'accaduto, di reintegrare questa rivelazione nel tessuto del mio pensiero e della mia realtà, prima che mi schiacciasse. Era normale per gli altri, era normale per tutti, perfino per quelli fra nostri compagni che ancora, in seconda media, leggevano sillabando le parole. Avrebbe dovuto essere normale anche per noi.
Le gambe mi portavano, pazienti come un cavallo bene addestrato, sulla solita strada, badando ad evitare persino le buche del terreno, mentre io non vedevo nulla, interamente assorta in me stessa.
Da qualche parte, alla mia sinistra, al solito posto, sentivo la tua presenza. La cadenza familiare del tuo passo e del tuo respiro accompagnava i miei pensieri, percepita ma non udita, non meno che il battito del mio stesso cuore o il fruscio dell'aria nei miei polmoni.
Prima di poter riordinare le forme scomposte che svolazzavano nella mia mente, falene attorno ad una lampada d'estate, mi ritrovai a casa, seduta al tavolo della cucina, davanti ad un pranzo che mi sembrava di non ricordare più come fare a mangiare.
Mi sentivo sempre più a disagio, come se mi stessi ammalando. Un pensiero si fece largo cin prepotenza fra gli altri: e se la mia amoralità fosse derivata da mia madre? Se questa fosse stata la prova che io ero uguale a lei nel midollo, oltre che nell'aspetto?
Quante volte l'avevo sentito dire da zia Sissi, di questa persona o di quest'altra: "certe cose ce le hai nel sangue e se ce le hai nel sangue non ci puoi fare niente: prima o poi vengono a galla."
La mia mente sovreccitata si produsse in una splendida imitazione della zia che diceva lapidaria:
"È una creatura immorale, come sua madre. Ce l'ha nel sangue."
Sussultai, come se l'avesse detto davvero. Alzai gli occhi dal mio piatto intonso e recuperai un contatto con ciò che mi circondava.
La cucina era piena di sole, allegra e ordinata, con maestosi ciuffi di verdure che sbucavano dal lavandino dove Dora le aveva messe a bagno.
Dora stessa, appoggiata con le anche allo stipetto, ci osservava pensosa. Tu, di fronte a me, torturavi il cibo con maligni colpi di forchetta e sembravi averlo sottoposto ad un'attenta dissezione anatomica. Per il resto, non pareva mancare nulla nemmeno dal tuo piatto.
I nostri occhi si incrociarono sopra al tavolo.
Eri torvo, lo sguardo fosco di metallo lucente, e la tua bocca aveva una piega amara di rabbia che le toglieva ogni dolcezza.
"Problemi a scuola, signorini?" Chiese Dora
"Niente di grave, Dodo. I soliti compagni stupidi. Oggi ce ne hanno detta una di troppo." La tua voce suonava greve di furia quanto il tuo viso.
"Voi non dovete ascoltare tutti sempre, signorini. La gente di solito parla ma non sa niente. Allora dice sciocchezze."
"Direi che hai ragione. Parlano molto di cose di cui non sanno niente."
Parlavi con Dora, ma il tuo sguardo era fisso su di me, come a cercare, frugare, tentando di strappare a viva forza dal mio volto una risposta a una domanda che non conoscevo.
La pressione era diventata eccessiva. Gli occhi di Dora pimtati alla nuca, i tuoi in faccia e tutte quelle voci crudeli che si ripetevano all'infinito all'interno. Mi semnrava di esplodere e di soffocare insieme.
Mi alzai da tavola, chiesi permesso e mi rifugiai in giardino, sotto il nostro albero. Posai la schiena al tronco come avevo fatto mille volte e raccolsi le ginocchia più che potevo, strimgendomele al petto. Vi posai sopra una fromte che sentivo pesare come il marmo e lì rimasi, sperando oltre ogni speranza che la quiete intorno mi contagiasse e mi placasse.
Mi mancavi. Dopo pochi istanti, già mi mancavi. Pensai che avrei voluto sentire il peso familiare della tua testa contro la spalla. Poi pensai che era sbagliato e che non avrei dovuto desiderarlo e una fitta di dolore mi atterrì, attraversandomi il cuore.
Cercai di piangere, ma non riuscivo.
Sentii i tuoi passi procedere sulla ghiaia e poi sul terreno elastico del giardino. Suonavano pesanti. Perfino i tuoi passi erano arrabbiati. Non alzai la testa, perchè non mi importava. Ti aspettai così, rinchiusa, senza un'idea di cosa dire nè di come affrontarti. I passi si fermarono di fronte a me. Quando parlasti, la tua voce era tanto vicina che mi sorprese.
"Quindi tu credi a loro. Giusto? Quel vecchio stronzo allestisce la scenetta, con tanto di scimmie ammaestrate che saltano a comando, e tu ti ritrovi ridotta così? Allora? Cosa vuoi fare? Eh? Dimmi. Cosa vuoi fare adesso?"
Non risposi. Che cosa avrei potuto rispondere? Non sapevo cosa fare.
"Vuoi che non ti tocchi mai più? Che non ti parli? Hai deciso di non parlarmi più? E rispondimi, porca puttana!"
Urlavi, completamente fuori controllo. Sferrasti un calcio al fusto dell'albero alle mie spalle. Alzai la testa, spaventata dalla violenza della tua reazione. Il mio silenzio sembrava ingigantire la tua rabbia.
Ti guardai. Mi guardasti.
"Allora?"
"Allora non lo so che cosa dobbiamo fare adesso. Tu si?"
"A me non mi cambia niente quello che ha detto quello lì. Per me non cambia niente. Se andava bene per re coso e la regina nonloso va bene anche per noi."
"Hai visto come hanno risposto tutti. Cosa credi che diranno a noi?"
"Andremo via."
"Ha detto che è immorale."
"Non so neanche cosa vuol dire e non me ne frega niente."
"Ha detto che dio non vuole."
"Bea, dio non esiste."
L'enormità della tua affermazione mi fermò il cuore per un secondo. Non potevi pensarlo davvero. Mi alzai in piedi, certa che fossi stravolto al punto da straparlare e preoccupata di calmarti.
"Dario, ti prego, non dire così. Non dire cose di cui poi ti penti. Lo so che sei tanto arrabbiato, lo vedo, ma..."
"Bea, sul serio. Non esiste. Non c'è nessuno lassù" e indicasti l'alto "pronto a prendere nota di quel che fai e che pensi per poi fare lo scrutinio alla fine e separare i promossi dai bocciati. Non c'è. E se c'è è un grandissimo stronzo, che ci guarda stare male e non fa niente di niente. È peggio di mio padre quando mi urla contro e poi si arrabbia se piango. È quello che ci ha messi insieme e adesso ci manda a dire che dobbiamo dividerci. No, fidati, è meglio se non c'è. "
"Dario, non dire così, dio ti punisce se..."
"Cosa? Che cosa?" Di nuovo, alzavi la voce. " che punizione ha dato a tua madre, dimmi? Dimmi, Bea? Cosa mi fa? Mi fulmina? Dai! Fulminami!"
"Dario, smettila! Basta, basta, per carità! "
"No, cazzo! Tu non mi lasci per uno che non esiste! Io esisto! Questo" mi hai preso di forza la mano e te la sei premuta contro al petto "questo qui esiste. Là sopra ci sono solo stelle e pianeti e lune e, sai, Bea? Sono tutti vuoti."
"Dario, sei impazzito. Stai dicendo delle cose brutte, non ti rendi conto!"
"Mi rendo conto benissimo! Che quel pezzo di merda è riuscito a piegarti! Che preferisci stare in pace, senza nessuno che ti dica dietro invece che stare con me! E che per metterti l'anima in pace dici che è colpa di uno che neanche esiste!"
"Smettila di dire cosi!"
Mi stringevi ancora la mano, forte, contro di te. I tuoi occhi mi hanno guardata e poi sono diventati freddi e distanti. Mi hai lasciata, allontanandoti di un passo.
"Vattene, allora. Se davvero pensi che volermi bene sia una cosa così brutta e che il tuo dio invisibile ti fulminerà se continui, vattene da me. Io non ti voglio più."
Non riuscivo a parlare. Le tue ultime parole mi avevano fatto cadere le viscere molto in fondo, in un grumo colloso, e la tua rannia prima e la tua freddezza ora mi avevano confusa ancor di più di quanto non lo fossi già prima.
"Mi hai sentito? Vai via da me. Io sono cattivo, no? Dico cose cattive. Ti ho portata sulla cattiva strada. Scappa. Vattene."
"Dario, per favore."
Mi hai voltato le spalle.
"Ha ragione mio padre alla fine. Chi se lo immaginava? In fin dei conti ha ragione lui. Le femmime sono tutte puttane."
Era troppo. Decisamente troppo per me. Senza fare rumore, sono scivolata via dietro la tua schiena e ho preso il cancello.
Volevo solo andarmene, andare via da lì, andare via da te, cercare un posto tranquillo e calmarmi. Al resto avrei pensato dopo. Appena arrivai sulla strada, dove la ghiaia non avrebbe fatto rumore, presi a correre.
Alla mia sinistra, nella direzione opposta al paese, c'era una lieva discesa e presi da quella parte.
Fuggii, sempre più lontana, senza aspettare nulla e senza pensare nulla. Fuggii.
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