Ricordo il momento in cui varcai il cancello di casa e gradualmente, quasi inavvertitamente, presi prima a trottare e poi a correre. Non guardavo dove stavo andando. Sapevo solo che volevo, dovevo allontanarmi per un po', riprendere fiato, lasciar calmare tutta quella confusione.
Non pensavo a niente. Quando un pensiero tentava di affacciarsi lo scacciavo, prepotente, come schiaffeggiandolo. Non potevo permettere alla mia mente di pensare, non in quel momento. Se avessi iniziato, avrei per forza dovuto affrontare tutto, tutto quanto, e non potevo. Non riuscivo.
Il fianco iniziò a farmi male e allo stesso modo in cui avevo iniziato a correre, ripresi a camminare, prima di fretta, come dirigendomi ad un appuntamento importante, poi sempre più piano. Ricominciai a respirare normalmente e a guardarmi attorno.
Ero quasi fuori dal paese, la strada bianca mi impolverava le scarpe di vernice nera, e l'ultima casa era parecchio indietro sulla destra.
Conoscevo quella zona, ma non c'ero venuta quasi mai. Non c'era niente di interessante, lì. Solo, davanti a me, ma non ancora in vista, lo sgocciolio limaccioso del canale e oltre, sulla sinistra, la via della discarica comunale.
Probabilmente perché avevo rallentato parecchio, i miei pensieri mi raggiunsero e capii che avrei dovuto fare qualcosa, tenermi occupata in qualche modo, per sfuggire loro di nuovo. Assurdamente, mi si presentò alla mente vivida un'immagine della primavera precedente: io e te, accovacciati sulla riva fangosa del canale, con due barattoli vuoti, a pescare girini.
Presi da quella parte, ripercorrendo i nostri passi e cercando di ricordare se fosse quello il momento buono dell'anno per prenderli.
Non avevo con me nulla per acchiapparli, né avrei avuto un solo motivo al mondo per portarteli, tanto più che mi avevi detto di non volermi più, ma non dovevo pensarci adesso, così proseguii.
La riva era più scoscesa e più fitta di vegetaziome di quanto ricordassi. Probabilmente, era il periodo sbagliato.
Lunghe canne verde chiaro spuntavano a gruppi, tutte strette per farsi compagnia, intersecando larghe foglie dal margine tagliente. Fiori dall'aspetto misero e bianco sbucavano a grappoli ovunque, appestando l'aria di un dolciastro malsano.
Era una festa di insetti, di ogni forma, colore e dimemsione, dalle libellule metalliche che volavano a scatti e restavano a lungo sospese ai nugoli di moscerini che, appena sentirono il mio sudore, mi planarono addosso.
Il canale scorreva in un velo d'acqua costante, grigio come lo sciacquo della lavatrice, che formava pozze qui e là, nel fango fondo.
Non mi piaceva quel posto.
Sapeva di sporco e di polvere e il prurito degli insetti sul corpo mi stava facendo impazzire. Avrei voluto andarmene, ma prima volevo dare un'occhiata, soltanto un'occhiata, al fondo, per vedere se ci fossero quei benedetti girini.
Mi aggrappai ad una manciata di canne, sporgendomi appena in avanti per superare con gli occhi lo schermo della vegetazione.
Non vedevo niente. Tu ci saresti riuscito, ma tu mi avanzavi, ormai, di tutta la testa. Imprecando contro la mia statura, lasciai scivolare un piede in avanti, lungo la discesa, e mi sporsi ancora.
Come da copione, le stupide canne del greto cedettero di schianto, restandomi inutili in mano mentre cadevo, faccia avanti e sbracciandomi come una pazza, verso l'acqua sporca sotto di me. Riuscii a girarmi abbastanza da atterrare con un piede sul fondo. Il limo molle ci si chiuse sopra senza rumore, ingoiandomi fin sopra la caviglia e sprigionando una puzza tremenda.
Ero in una situazione complicata. Uma delle mie gambe era ancora sulla riva in pendenza e l'altra parecchio sotto al livello dell'acqua, lasciandomi quasi in spaccata. Una sgradevole tensione mi invase i muscoli delle gambe brutalmente allungati. Qualunque movimento facessi per tentare di districarmi mi faceva perdere l'equilibrio, in avanti o in indietro e mi faceva schifo pensare di cadere in quella melma fetida con la testa e le mani.
"Come cavoli ci sono finita cosi?" Mi domandai. "Chi me l'ha fatto fare? Non potevo scappare in casa? No, io no, e che diavolo, la figlia del corsaro nero, dovevo fare, quella che fugge nella foresta. Be', eccola qui la foresta!"
Mi dicevo, strattonando con millimetrica prudenza il piede rimasto sulla riva per cercare di riunire le gambe.
"Fa schifo, la foresta! Puzza ed è piena di insetti schifosi e di fango e di schifi di vermi!"
Riuscii infine a mantenere l'equilibrio quel tanto che bastava per tirare a me l'altro piede. Che affondò immediatamente, lasciandomi impantanata fin sopra le calze e scatenando una nuova ondata di fetore rancido.
"Ecco! Meraviglioso! Perfetto!" Continuavo a sussurrare sempre più arrabbiata. "Ho avuto un aumento. Di puzza! Che meraviglia, davvero! E adesso come ci esco di qui?"
Tentai con prudenza di muovere un passo, ma sentii la scarpa scivolarmi dal piede, intrappolata dal fango colloso. Non volevo affrontare quel posto a piedi nudi, perciò ricacciai a forza il tallone nella scarpa, dove, a giudicare dalla consistenza, era entrata già un nel po'di roba.
Contrassi forte le dita dei piedi e ci riprovai. Il risultato non cambiò. Il sole sospeso su, nel cielo cristallino, mi stava cuocendo la testa e le braccia. Desideravo più di ogni altra cosa un aorso d'acqua, ma bere quella che mi circondava era fuori di discussione.
Tentai di muovere le gambe senza sfilare i piedi dal fondo, come camminando sott'acqua, e per un poco ci riuscii, sopportamdo il prezzo di un odore tremendo, come di verdura marcita al sole, che il fango liberava ad ogni movimento.
Poi, senza preavviso, qualcosa, probabilmente una radice, mi si strinse alla caviglia, facendomi drasticamente perdere l'equilibrio.
Concenteando tutti i miei sforzi sul tenere la faccia fuori dal pantano, caddi pesantemente sulle ginocchia. All'istante, le mie gambe furono prese fino alla coscia nella melma viscida. Con il viso molto più vicino alla sua fonte, l'odore immomdo parve decuplicarsi di colpo e fui scossa dai conati. Mi guardai attorno disperata: non sapevo come uscirne. Facendo forza avrei potuto alzarmi di nuovo in piedi, ma non avrei potuto sfilarmi dalla presa della radice invisibile a meno di sedermi in quello schifo. Stavo cercando di decidere il da farsi, quando un rumore, come un fruscio ritmato proveniemte dalle rbe della riva, attirò la mia attenzione.
Subito credetti che fosse un passo, ma era sbagliato, strascicato, come di un qualcosa che frugasse a intervalli regolari fra l'erba. Poi ne vidi l'avanzata. Gli steli verdi si piegavano e si scuotevano tutti, lungo un percorso zizagante. Una breve luea retta, pausa, un'altra linea retta, pausa. Dimentica della puzza, della sensazione di viscido bagnato, degli insetti che mi brulicavano addosso affogando nel mio sudore estivo, seguivo affascinata lo spettacolo buffo di quel qualcosa che mi veniva incontro. Non provavo paura, ma curiosità e anticipazione, come se fossi tornata indietro di qualche anno, alla bambina che ero.
Finalmente, dai ciuffi radi della riva, vicino all'acqua, a poche spanne da dove mi ero così miseramente arenata, emerse un animale che sulle prime non riuscii a riconoscere.
Era poco più piccolo di un gatto, con corte zampette che gli davano un'aria da bassotto e piccole orecchie arrotondate spinte all'indietro. La pelliccia lucida era bruna e si increspava in piccole onde di nervosismo alla mia vista. Poi la bestiola fece un passo avanti e, nel farlo, sfilò dall'erba una luga coda calva, grossa e repellente.
Era un ratto. Non un semplice, innocuo topolino, ma un enorme ratto scuro. E io ero intrappolata nel fango, in fondo ad un fosso, senza nessuno a portata di voce, in ginocchio e sporta in avanti, di fronte a lui.
Per un secondo sentii la pressione aumentare nella mia testa e nei miei polmoni, spingendomi fuori gli occhi. Poi, senza perdere tempo a gridare, balzai dall'acqua bassa schizzando fango ovunque e, dimentica delle scarpe, delle radici, della puzza e di tutto il resto, guadagnai la riva in tre comici balzi a gamne tese.
L'animaletto mi guardò, appiattendosi per lo spavento, ma senza recedere di um centimetro, nella mia fuga scomposta e poi tornò a fare la sua vita da ratto.
Quanto a me, decisi che ne avevo avuto abbastanza e mi avviai verso casa.
Le mie scarpe se l'era mangiate il canale, buon per lui, e forse adesso avrebbero fatto da casa ai topi. Ratti. Schifosissimi ratti con la coda calva. Rabbrividivo perfino sotto il sole cocente di fine maggio pensando a quelle bestiole.
Le mie calze erano bagmate e intrise di fango e non mi offrivano alcuna protezione dai sassi e dalle spine dissemimati sulla strada. Avevo sete e prurito ovunque ed ero tutta un graffio sulle gambe.
Dove mi ero impigliata nella radice c'era un taglio piccolo e malignamente fondo, che a ogni passo si apriva come una piccola bocca lamentevole. Il mio vestito era ridotto a una crosta di sudiciume e i miei capelli pendevano, decisi a rimanere in tono con l'abbigliamento.
Soprattutto, avrei voluto sapere che ore fossero.
Possedevo un orologio, ma dimenticavo sempre di indossarlo, anche perchè tu non dimenticavi mai nè di mettere né di caricare il tuo e, quindi, potevo sempre chiedere a te. Solo che tu non c'eri.
Mi fermai per togliere una lunga spina dalla pianta bagnata del piede e la lasciai cadere, sconsolata, a terra.
E se avessi camminato nell'erba? Accanto a me c'erano prati di un verde invitante, appena accanto alla strada. Sarebbe stato sufficiente saltare il fosso.
"Eh, no, non mi freghi." Dissi al prato tentatore che mi osservava truffaldino. "Per oggi basta avventura."
Continuai a camminare sulla strada, cercando un percorso con pochi sassi.
Era così strano. Mi era sembrato che fosse passato appena un attimo, da quando ero scappata dal giardino a quamdo ero arrivata al canale, e adesso camminavo da almeno un'ora e ancora non si vedeva la strada grande. Controllai infinite volte i miei punti di riferimento, sicura di essermi persa.
Alla fine, molto più lontana di quanto credessi, ecco l'ultima casa del paese. Poco più in là, iniziava la strada grande e da lì ci voleva poco a casa.
Casa. Ma ero proprio sicura di volerci tornare? I miei passi, già lenti, rallentarono ancora. Un noce alto gettava una pozza d'ombra accamto a me, nel mezzo di uno spiazzo erboso grande quanto una tavola da pranzo. Mi sedetti, appoggiai la schiena all'albero, grata del fresco dell'ombra e del morbido dell'erba e dell'odore pulito delle foglie.
La gita al canale e quello che ne era seguito aveva interrotto il corso dei miei pensieri, spezzandolo, e sembrava che nel frattempo la mia memte li avesse riordinati, come una brava massaia, ognuno al suo posto, perchè io potessi usarli a mio piacere.
La questione era semplice: ora sapevo cosa ne pensavano gli altri dell'amore fra due cugini. Ma io, che cosa pensavo? Niente. Per me, non cambiava niente. Non era colpa mia nè tua se eravamo nati da due sorelle. Io ti avrei amato anche se tu fossi nato all'altro capo del mondo.
Questo pensiero, nato spontaneo in risposta alla mia domanda, mi rassicurò. In fondo, davvero, che colpa ne avevamo noi se loro due erano sorelle? Eravamo nati così.
Se io fossi nata cieca, forse tu non mi avresti amata?
Sentivo nel cuore che anche in quel caso non sarebne cambiato nulla. E altrettanta colpa avevo io di essere figlia di mia madre, come se fossi nata cieca.
E poi, la questione della religione che lo proibiva.
Un'intuizione mi folgorò: possibile che re Umberto si fosse sposato in comune, davanti al sindaco, senza cerimonia in chiesa? Mai più. Nossignore. Voleva dire che delle eccezioni c'erano. E dovevano esserci per tutti, perchè dio non fa distinzione fra nobile o mica nobile. Quindi l'eccezione doveva essere per altri motivi. Una specie di permesso speciale. Ne avevo sentito parlare, di eccezioni nelle leggi della chiesa. Allora avrebbero fatto eccezione anche per noi. Di certo.
Finalmente mi sentivo bene. Libera, sgombra, come un cielo senza nubi. Posai la testa al tronco, assaporando la serenità ritrovata. E, senza rendermene conto, mi assopii.
Mi svegliai di botto, senza capire perchè. Per un attimo rimasi confusa. Dove ero? Perchè mi faceva male tutto? Poi ricordai. E con profondo orrore constatai che il cielo era rosso di tramonto.
Mi alzai rapidamente e presi a camminare più veloce che potevo.
Quando imboccai la strada di casa, lunghe propaggini violette invadevano l'aria e si levava il frinire dei grilli.
Vidi un uomo dall'aria familoare che scandagliava il crepuscolo con uma torcia. Veniva dall'altra parte, dalla direzione del paese.
Mano a mano che si avvicinava, sentii la sua voce.
Era mio padre e stava chiamando me.
"Bea! Bea!"
"Papà! "
Mi corse incontro ad una velocità che non gli avevo mai sospettato e mi abbracciò stretta.
"Dio del cielo, Beatrice, cosa ti è successo? Dov'eri?"
"Papà, ero al canale. Sono caduta e poi volevo tornare, ma avevo perso le scarpe e mi sono seduta e mi sono addormentata!"
Mi guardò, tenendomi per le spalle a braccia tese.
"Sei stata via tutto il giorno. Nessuno sapeva dov'eri! Poteva esserti successo di tutto!"
Tremando di rannia e di spavento, iniziò a colpirmi. Non mi picchiava forte, in realtà non mi lasciò neanche un segno, ma il fatto stesso che mi colpisse mi fece male. Mio padre non aveva mai alzato una mano su di me.
"Papà scusami! Non volevo! Non ho fatto apposta, scusa! Basta!"
Mi gettai su di lui, abbracciandolo forte, piangendo sulla sua morbida camicia giallo paglierino.
Mi prese in braccio, a me che ero già quasi alta come adesso, e, piangente e puzzolente di fango incrostato, mi portò in casa.
In cucina aspettava tua madre, seduta al tavolo con aria ansiosa. Quando mio padre mi depose di fronte a lei, mi sentii morire di vergogna. Mi guardò a bocca aperta, dai piedi sanguinanti ai capelli inzaccherati, senza riuscire a spiccicare parola.
"Vado a dire a Lucio che l'ho trovata." Disse mio padre "dev'essere ancora verso il parco."
La zia mi prese per la spalla e mi portò di sopra, in bagno, senza parlare. Con grande dolcezza mi aiutò a spogliarmi e rimase accanto a me mentre cercavo di ripulirmi con acqua calda e sapone.
"Bea, perchè hai fatto una cosa del genere?" Mi chiese.
"Non volevo, zia. Davvero. Volevo solo fare un giro da sola per un po'. Solo che poi mi sono addormentata..."
"Amore, poteva succederti di tutto. Cominciavamo ad aver paura che qualcuno ti avesse portata via."
"Perdonami, zia."
"Tuo cugino mi ha detto che avete litigato."
"Circa. È stato più che altro lui che ha litigato con me. Io non sono arrabbiata."
"Vedi, Bea, so che sei tanto affezionata a Dario, ma devi capire che è normale che col tempo ci si distacchi un po'. Non siete più bambini, in fondo, dovete iniziare a fare la vostra vita."
"Sai, zia, mi sa che hai ragione. Anche io la penso come te." Quella risposta le strappò un sorriso.
"Ah, allora è per quello che sei andata via oggi? Volevi stare un po'sola senza Dario?"
"Si. Ho tanto pensato. E, sai, è strano, ma ho pensato proprio a quello che dicevi tu. Che è ora che ci facciamo la nostra vita e che il resto non importa poi tanto. Alla fine, non mi importa cosa pensano gli altri. L'importante è come voglio vivere io, no?"
"Brava, Bea! Ecco, vedi, questo è proprio un discorso da personcina matura, come quelli che mi aspetto da te! E non ti preoccupare, ci parlo io con tuo padre, gli spiego io...certe cose una donna le capiace meglio."
"Grazie zia. Ma io gli vorrò sempre bene a Dario, eh?"
"Ma certo amore! È naturale!"
Mi avviai verso il mio letto, pulita dentro e fuori. Sapevo che lei era come i noatri compagni di classe, che la pensava come loro. Se quella mattina fosse stata lì, si sarebbe unita al coro. Ma non le avrei dato una scusa per dividerci. Niente doveva dividerci più.
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