giovedì 24 aprile 2014

Trentanove

Mi svegliai la mattina successiva al trillo meccanico della sveglia: l'avevi puntata tu, quando all'alba eri scivolato fuori dal mio letto, per timore che tuo padre venisse a svegliarti e ci scoprisse.
Mi vestii dei primi indumenti che mi capitarono a portata di mano e scesi gli scalini a due e a tre alla volta, per strappare un minuto in più con te alla mattinata e ti trovai seduto in cucina, intento ad affrontare con piglio deciso una quantità di colazione che avrebbe scoraggiato uomini più forti ed esperti di te. Alzasti lo sguardo verso di me e mi lanciasti un radioso sorriso a bocca piena, indicandomi con la mano di mangiare qualcosa. Per quanto avessi cercato di fare da paciere nei tuoi confronti, dopo la proposta, o meglio, l'ingiunzione di tuo padre, mi sentivo profondamente rattristata dalla tua partenza e fu solo per farti felice che, sedutami di fronte a te, presi a mordicchiare una fetta di pane tostato.
Non ci fu il tempo di dirci nulla. Appena pochi minuti e nella stanza entrò lo zio, infilandosi una spessa giacca di montone. Appariva, ai miei occhi, più monumentale che mai, con quella pelle morta indosso, le spalle larghe come una trave, il torace che gli tendeva la camicia e la statura di un gigante.
"Allora, tutti mattinieri, oggi, bene! Sei pronto, mezza tacca? Hai fatto il pieno?" Chiese a voce troppo alta, traboccante di allegria. Era davvero felice di partire con te, si vedeva, ti sorrideva con un sorriso largo, generoso, che gli avrei volentieri strappato dal viso con tutta la violenza di cui ero capace. Ti avrei voluto per me e per me sola, ogni secondo che potevamo passare insieme e lui ti portava via così, come niente fosse. Con quel sorriso da ragazzino sulla faccia mi strappava l'aria per respirare, mi toglieva il sangue dalle vene. Dopo tutto quel tempo senza potermi gustare una giornata con te, ti portava via ora che avresti potuto stare con me quattro giorni.
D'improvviso il pezzetto di pane che avevo in bocca sembrò gonfiarsi ad un volume spropositato e diventare di spugna, provocandomi la nausea. Presi il tovagliolo e, girandomi appena per nascondere ciò che facevo, fingendo di pulirmi le labbra lo sputai. Mi sentivo lo stomaco piccolo e duro come un sasso, annodato e strizzato come uno strofinaccio dopo un'energica centrifuga. Il mio gesto sfuggì forse a tuo padre, mentre si rifletteva nei vetri della cristalliera con la sua nuova giacca, ma non ai tuoi occhi acuti.
"Quasi pronto, papà. Saluto Bea, prendo la mia roba e scendo subito, due minuti."
"Ma non l'hai già salutata, questa qua?" Chiese lo zio ridendo. Fece un movimento con la mano verso di me, come ad arruffarmi i capelli, ma la ritrasse prima di toccarmi. "Va bene, ti aspetto qua nell'ingresso, muoviti."
Annuisti e, ficcatoti in bocca un ultimo boccone di cibo, ti alzasti dalla sedia, facendomi cenno con la testa di seguirti. Salimmo le scale, una volta tanto senza correre, per prendere la borsa dalla tua stanza.
"Calmati, vuoi?" Mi domandasti senza acrimonia sul pianerottolo.
"Sono calmissima."
"Non è vero, lo sai anche tu. Mi dispiace lasciarti così. Cosa posso fare per farti stare meglio?"
"Leghiamoli tutti in cantina e godiamoci il ponte." Ti risposi ironica. Cercasti di ridere, senza ottenere un grande successo e mi abbracciasti forte, dondolando appena sui piedi.
"Mi manchi già."
"Smettila, deficiente, che mi fai piangere."
"Va bene. Allora non mi mancherai per niente. Già adesso non mi manchi affatto."
"Sei stupido, lo sai?" Risi piano cintro la tua spalla e tu mi stingesti di più, schiacciandomi contro il tuo petto, impedendomi di respirare. Tentai di respingerti, sempre ridendo, ma eri molto più forte  di me.
"Oh, non respiri? Come mai? Dipenderà forse dalla tua fragilità femminile? Ti senti sopraffatta dall'emozione?" Scherzasti, pescando alcune delle più altisonanti frasi di tua madre.
"Lasciami, ritardato!" Protestai, con la voce soffocata dalla tua stretta.
"Cosa? Non si capisce niente quando parli! Cos'è, la lingua di voi pigmei? Io no capire tua lingua, piccola donna!"
Ridevamo entrambi e mi lasciasti andare, sciogliendoti dall'abbraccio lentamente e quasi con riluttanza.
"Ecco, vedi? Così va meglio, così ti voglio vedere. Non vado mica in guerra, alla fine. Torno in tempo per il pranzo di domenica." Parlavi con un tono calmo, protettivo, ma gli occhi ti luccicavano di lacrime.
Feci finta di non vederlo, in omaggio allo sforzo tremendo che stavi facendo per mantenere il controllo, e, presa la tua mano, mi incamminai verso camera tua, precedendoti di un passo.
"Ma si, hai ragione. Sai cosa? Mi sa che ne approfitterò per dormire. Sonnellino pomeridiano, a letto presto la sera e niente sveglia la mattina. Una bella cura del sonno. Che ne dici? Così, poi, mi passa anche più in fretta."
Eravamo arrivati in camera tua e tu, chino sul letto dove giaceva la tua borsa ancora aperta, ne ispezionavi il contenuto, controllando un'ultima volta di non aver dimenticato nulla. Non parlavi più e anche a me, nonostante l'impegno, vennero meno le parole quando il rumore della cerniera che chiudeva il tuo bagaglio rese evidente che era arrivato il momento di separarsi.
Scendemmo le scale in silenzio, tu davanti a me con la borsa buttata sulla spalla e io che cercavo di confezionare un sorriso convincente approfittando del fatto che mi davi le spalle. Nell'atrio ti aspettava tuo padre, già pronto, chiacchierando con tua madre, rilassato e contento. Non mi sentii di avvicinarmi e rimasi ai piedi della scala, reggendomi al pilastro del corrimano, per sostenermi.
Ti guardai infilare il tuo nuovissimo piumino amaranto e baciare sulla guancia tua madre, mentre lo zio buttava nel bagagliaio aperto della berlina la tua borsa e tornava indietro, a baciare sua moglie e a prendere te. 'Non mi ha dato neanche un bacio per salutarmi' pensai, guardando baciarsi i tuoi genitori e il mio stomaco subì un'altra strizzatina, come un povero animaletto travolto sulla strada che le ruote delle auto non riescono ad evitare. Ti girasti prima di uscire e io inalberai il mio sorriso confezionato per salutarti. Con aria indifferente, la mano già sulla porta, dicesti:
"Ah, Bea, quando torno poi riprendiamo il discorso di ieri sera." Un sorriso provocatorio ti illuminò "guarda che non mi dimentico."
"Va bene. Ma resto della mia opinione."
"Vedremo, vedremo." Dicesti, affrettandoti a chiuderti la porta alle spalle, per non perdere il privilegio dell'ultima parola. Non riuscii a restare impassibile e dovevo avere un'espressione molto singolare, perchè feci in tempo quasi a dimenticarmi della presenza di zia Sissi, prima che lei mi domandasse:
"Di cosa parlavate, ieri sera?"
"Di ragazze, zia."
"Ah. E che cosa...esattamente..."
"Ma, zia, le solite cose. Quelle che interessano a tutti i ragazzi della sua età." La assaettai, prima di correre su per la scala.
Prima di rientrare nella mia stanza per sdraiarmi e lasciare al mio povero stomaco strizzato il tempo di riprendersi, feci una rapida fermata nella tua, per rubare, da sotto il cuscino,  la giacca del tuo pigiama con cui dormire, col tuo odore addosso, quella notte.

Furono tre giornate silenziose e svogliate, che passai in gran parte rincantucciata in una delle grosse poltrone dell'atrio, con la sola compagnia del mio libro di latino, mentre mio padre, a casa anche lui per le festività, e la zia chiacchieravano vivacemente di qualsiasi argomento solleticasse la loro conversazione, qui e là per tutta la casa.
La sera del sabato me ne andai a letto trascinando i piedi, dopo aver tradotto la mia prima riga di Giulio Cesare, cercando di essere felice di sapere che 'la Gallia è divisa in tre parti' e di non pensare a te.
La mattina successiva venni svegliata da qualcosa di grosso e terribilmente pesante, che venne lanciato a tutta forza sul mio letto, schiacciandomi e togliendomi sia il fiato che la possibilità di districarmi dalle coperte. Mentre lottavo furiosamente col lenzuolo che il peso da una parte e la parete dall'altra mi avevano inchiodato addosso, col cuore in gola per il brusco risveglio, sentii la tua voce.
"Dai, che sono già le nove, posapiano!"
"Dario?" Chiesi mezzo soffocata, ancora sotto la coperta.
"Ma perchè, c'è molta gente che ti salta sopra il letto? Perchè nel caso, dovresti dirmelo!" Mi liberasti dalle coperte con un violento strattone che le fece precipitare in un unico mucchio scomposto ai piedi del letto.
"È il mio pigiama quello lì!"
"Solo il pezzo di sopra."
"Ma perchè ti sei messa...ah, ho capito. Me lo dai un bacio?"
"Cosa ci fai già qua?"
"Siamo partiti alle sei, stamattina." Rispondesti, prendendoti il tuo bacio. "Non sei felice?" E tu, felice, lo sembravi davvero, anche troppo, quasi esaltato, con gli occhi che brillavano e le guance accese di una tinta rosa del tutto inusuale.
"Allora, ti sei divertito?" Ti dimandai di malumore.
"No, ma ti assicuro che ho imparato un sacco di cose."
"Tipo?"
Dissentisti col capo, tirandomi per la mano.
"Prima la colazione.  Dai, su, sbrigati, devo dirti un mucchio di roba e mi servi sveglia!"
"Va bene, va bene, mi vesto."
Mentre racattavo un paio di pantaloni e un maglione dalla sedia accanto al comodino, tu, incapace di stare fermo, giravi per la stanza raccogliendo ora un libro, ora un abito e rimettendolo a posto con gesti meccanici, i pensieri evidentemente altrove.
"Ma lo sai che sei una gran confusionaria?" Domandasti divertito.
"Eh, Dario,  niente nuove, buone nuove!"
Fu una colazione lampo, tanto rapida che mi scottai le labbra con il caffelatte, dato che non avevo il tempo di lasciarlo raffreddare, dopo la quale venni tirata, incitata e strattonata fino a trovarmi, ora completamente sveglia e funzionante, seduta sul bordo del mio letto con te davanti, a gambe incrociate sul tappeto.
"Allora, senti, sono successe delle cose. Adesso ti racconto tutto, ma devi promettermi di non arrabbiarti e di ascoltarmi finché non ho finito."
"Dopo, quando hai finito, mi posso arrabbiare se è il caso?"
"Se pensi che sia il caso, si."
"Va bene, allora, prometto."
"Allora, siamo partiti giovedì, giusto? E il viaggio fino a su è lungo, più di due ore, ed eravamo in silenzio totale. A un certo punto, senza motivo, mio padre attacca a parlare, così,  come se fossimo a metà di un discorso, sai, una tirata tutta d'un fiato 'io e tua madre siamo preoccupati, perchè stai mettendo su una brutta cera, e poi sei sempre attaccato a quei libri e non parli più, neanche in casa. Guarda che qualsiasi cosa, tu puoi parlarne, in casa, che non succede niente, nessuno ti fa niente. Se c'è qualcosa che ti preoccupa, qualche pensiero, una qualche domanda che non sai a chi fare, a noi puoi farla. Lo so che certe volte mi tocca essere severo con te, ma sono pur sempre tuo padre' e roba cosi, sai, tutta su questo genere qua."
"E tu? Che gli hai detto?"
"Eh, io allora ho aspettato che finisse e gli ho detto: 'a essere sincero una domanda ce l'avrei, ma non so se sono cose che si domandano a'"
"Cosa vuol dire 'che si domandano a'?"
"Eh, vuol dire che lui non mi ha lasciato neanche finire e mi fa: 'a me puoi chiedermi tutto, come se fossi sotto segreto. Ti prometto che non ti sgrido'. E allora io gli ho detto: 'sicuro che non ti incazzi come al solito?'  E lui: 'sicuro, tira fuori.'"
"E tu cosa gli hai chiesto?"
Sorridevi, anzi, sogghignavi, senza guardarmi in faccia.
"Io ho preso fiato un attimo e gli ho chiesto: 'va bene, allora, a parte la questione tecnica, che la so, com'è esattamente che si fa a fare l'amore con una ragazza?'"
"Non è vero!" Gemetti io prendendomi il viso fra le mani. Proprio non ti ci vedevo a chiedere una cosa del genere, spudoratamente,  a tuo padre. Tu ridesti, buttando la testa all'indietro, e mi confermasti:
"Giuro! Non so da dove ho tirato fuori il coraggio, pensavo che mi prendessero fuoco le orecchie!"
"E lo zio cosa ti ha detto? "
"Ci credi se ti dico che si è messi a ridere come un matto? Mi fa: 'ah, avevamo un bel da preoccuparci che ti consumassi sui libri, sono questi qua i pensieri che hai? Va bene, alla fine dei conti sei figlio mio sul serio, mica solo di nome. Te lo spiego, te lo spiego.' E dopo mi ha chiesto se mi piace solo, la ragazza, o se ci sto assieme."
Mi sentii agghiacciare, ma era normale, a ben pensarci, che lui fosse convinto che tu avessi un filarino. Per quale altro motivo al mondo avresti mai dovuto fare una domanda del genere?
"E tu cosa gli hai risposto?" Ti chiesi turbata.
"Che è una cosa a metà.  Che non è la mia ragazza ufficiale, ma ogni tanto ci...appartiamo, ecco. La verità, insomma."
"Va bene. E te l'ha poi spiegato?"
"Ecco, si e no. È qui che sta la parte complicata. Senti, Bea, non ti arrabbiare."
"Te l'ho già detto che non mi arrabbio, vai avanti."
"Mi ha detto che me lo spiegava la sera. Quando siamo arrivati doveva sbrigare delle faccende e mi ha lasciato in albergo per un po'. Dopo pranzo mi ha dato un po' di soldi e mi ha detto di farmi un giro per il centro, che dopo cena dovevamo fare un discorso da uomini. E poi a cena mi ha chiesto se sapevo tenere un segreto. E io gli ho detto di si. Del resto, io e te siamo bravissimi a tenere i segreti, no?"
"Direi di si."
"Allora mi ha detto che se giuravo di tenere la bocca chiusa quella sera mi portava a trovare delle sue amiche e che dopo non avrei più dovuto chiedere niente a nessuno,  su certi argomenti. Insomma, ero curioso e ho risposto che si, a me andava bene. Allora dopo cena siamo montati in macchina e mi ha portato fuori dal centro, in un palazzo tutto di appartamenti. Ha suonato e siamo saliti. E nell'appartamento, Bea, ma era grande, c'erano solo delle donne, sai, di quelle lì.  Ci sono rimasto male anche io, credimi."
"Di quelle lì cosa?" Chiesi senza capire. Sospirasti stringendo gli occhi.
"Erano delle prostitute, Bea. Delle puttane, a voler essere chiari."
Mi sentii morire. Quel mostro, quel viscido, quello schifoso ti aveva portato da delle prostitute. E nemmeno la mia ingenuità era tale da poter credere che ti ci avesse portato per farti impartire una lezione teorica.
Sentii il sangue montarmi alla testa e, contemporaneamente, defluire dal viso, lasciandolo freddissimo.
Dovevo essere impallidita parecchio, perchè ti avvicinasti sollecito e preoccupato.
"Oddio, scusa, ci sono andato giù un tantino troppo esplicito?"
"Ti ha portato a puttane. Tuo padre."
"Eh, si."
"Lo ammazzo. Giuro su dio che lo ammazzo."
Senza dire altro mi abbracciasti la vita, in ginocchio sul tappeto, posando la testa sul mio petto. Ti passai le mani fra i capelli, cercando in me stessa una calma che sembrava sparita in via definitiva. Il seguito del tuo racconto avrebbe dovuto aspettare un poco.

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