lunedì 14 aprile 2014

Trentaquattro

L'esame venne e passò, inglobando nella sua corsa il mio compleanno, che venne festeggiato in sordina, sepolto sotto troppe ore di ripassi. In virtù dell'ordine alfabetico, come al solito, io finii le prove, con l'orale, prima di te e passai i tre giorni seguenti ad aiutarti nella tua preparazione.
Eri ansioso, ma non spaventato, e mi costringevi a lunghe ricapitolazioni di fatti storici e di dati geografici, continuando a ripetere che ti sarebbero subito scappati di mente, se non li avessi tenuti continuamente rinfrescati. Con mio grande sollievo, cinque giorni dopo il mio quattordicesimo compleanno, fu tutto finito. L'attesa degli esiti fu breve e i risultati non sorpresero nessuno: tutto era andato come previsto ed uscivamo dalla scuola media con le migliori votazioni del nostro anno. Sembrava che, finalmente, l'estate potesse iniziare.
Nel frattempo, tuo padre era in fermento per un non so quale grande cambiamento nel suo lavoro. Parlava in continuazione fitto fitto con mio padre, spiegandogli ogni dettaglio dei nuovi affari che si preparava a seguire e, credo, cercando di convincerlo ad imbarcarsi con lui nell'impresa, ma mio padre, rifiutando cortesemente, preferì andare avanti col suo solito lavoro. Noi non capivamo granché di queste lunghe conversazioni punteggiate di valutazioni dei rischi e sigarette, per mio padre, e di cifre in ascesa e di mezzi sigari, per il tuo, ma una cosa emergeva chiaramente ed era che zio Lucio avrebbe finito per passare un bel po' di tempo lontano da casa, per seguire da vicino la faccenda, in una città più a nord. Sarebbe comunque tornato spesso e per periodi più o meno brevi la vita familiare sarebbe stata la solita, ma, come diceva lui 'è l'occhio del padrone che ingrassa la bestia', e quindi le sue assenze si sarebbero protratte anche per settimane intere.
Zia Sissi non pareva turbata di questo nuovo regime, piuttosto contenta ed orgogliosa del marito che, per dirla con lei, 'non era uno che si facesse crescere l'erba sotto i piedi' ed, anzi, si mostrava più premurosa e affezionata del solito allo zio, che si beava della sua ammirazione, crogiolandosi come un sultano ad ogni suo piccolo favore.
Anche con te era più affettuoso, dopo la faccenda della litigata di quella primavera e dopo che l'avevi lasciato tanto soddisfatto per aver scelto la scuola che lui aveva scelto per te, tanto che spesso, passandoti accanto, ti posava una pacca leggera sulla schiena, a mo' di saluto. Per lui, le cose giravano nel verso giusto e si godeva la pace in famiglia e l'avanzare della carriera.
Io e mio padre, d'altro canto, ci sentivamo sempre più lontani. Non ero più una bambina e faticavo a parlare con lui dei mille piccoli crucci di una ragazza, sembrandomi impossibile che lui non solo mi capisse, ma se ne interessasse. Era sempre più attaccato alla zia, il papà, per chiederle consiglio, appoggio ed aiuto con me, con la gestione della casa e con mille altre bazzecole che lui solo non riusciva a gestire.
"Come farei senza di te" le diceva mille volte al giorno "ha avuto una bella fortuna, Lucio.", e lei arrossiva stringendo la bocca a cuore, come avesse la mia età. Detestavo questo loro modo di fare, al punto che finii per allontanarmi, stizzita, ogni volta che li trovavo in qualche angolo a parlare.
La zia era sempre più ferrea nei miei confronti e controllava tutto di me, dal mio abbigliamento, ogni volta che uscivo 'questo non è adatto, non lo vedi? Cos'hai in testa? Cosa penserà la gente a vederti così, come una stracciona?' al mio modo di parlare e perfino di sedermi e muovermi 'si direbbe che tu sia un maschiaccio, da quanto sei sfacciata! Un po'di contegno, ormai sei una donnina!'.
Non vedevo l'ora che iniziasse la scuola, per passare qualche ora lontana da lei, in un mondo in cui, forse, avrei trovato una qualche donna adulta cui mi sarebbe piaciuto somigliare una volta cresciuta; l'idea di diventare come lei mi rendeva insofferente come se avessi il mal di testa.

Le nostre sperimentazioni notturne continuavano, con rinnovato entusiasmo ora che avevamo portato a termine i nostri impegni scolastici. Tu sembravi esserti liberato del tuo contenuto pudore come un serpente si libera della vecchia pelle ed eri diventato audace, sempre pronto a tentarmi, ridaciano, curioso. Era una meraviglia vederti tanto tranquillo e a tuo agio, anche se non capivo per quale motivo fossi cambiato tanto. Mi piaceva, questo tuo nuovo modo di essere, anche se, quando venivi preso da un momento di vero desiderio fisico, ancora mi facevi un po' paura. Capivo, istintivamente, che i tuoi limiti non erano uguali ai miei e che, in quei momenti, mi desideravi come un uomo desidera una donna e non certo per portare avanti i nostri giochi. Il tuo intento, sebbene inespresso, era terribilmente serio. D'altra parte, questa stessa cosa che mi spaventava, mi lusingava moltissimo. Quando ti vedevo perso, i pensieri spenti e la tua enorme razionalità spinta bruscamente nell'angolo, in contemplazione del mio corpo o nel goderti ciò che io facevo al tuo, di corpi, mi sentivo bellissima, infinitamente potente e terribile. 'Sono io a fargli questo' mi sussurravo nella mente 'io'.
Una di quelle notti, con il caldo che ancora non si stemperava nonostante l'ora tarda, mi trovavo nel tuo letto, reduce da un furioso e a suo modo frustrante corpo a corpo, quando mi chiedesti:
"Posso chiederti una cosa?"
"Certo."
"Ti togli i vestiti?"
"Prego?" Sentii una vampa di calore salirmi al viso. Con i calzoncini lisi di mio padre e una canottiera leggera, reputavo di essere fin troppo svestita.
"Si, insomma, posso vedere come sei senza i vestiti? Per favore?"
"Ma sei scemo? No, che non puoi!"
"Perchè?"
"Perchè è una cosa che non si fa!" Risposi scandalizzata.
"Bea, ad essere espliciti, tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora, non si fa."
"Ma è diverso. È peggio."
"Ah, va bene. Puoi gentilmente spiegarmi in che modo farti vedere nuda è peggio che toccarmi l'uccello?"
"Dario!"
"Cosa?" Scoppiasti a ridere silenziosamente, di fronte al mio imbarazzo. "Cosa hai paura che ti faccia? Perchè hai tanta paura di me, me lo spieghi?"
"Non ho paura di te." Asserii in tono poco convinto.
"Si che hai paura. E anche tanta, a giudicare dalla tua faccia. Ma io non ti farei mai del male, lo sai. Allora di cosa hai paura?"
"È difficile da spiegare. Non ho proprio paura di te. Più che altro, di come mi sento quando tu...quando noi..."
"Ho capito." Annuisti "anche a me succedeva, prima. Ma tu sembravi tanto sicura, certe volte."
"Era diverso. Non potevo farci niente, era così, sul momento. Se avessi dovuto pensarci, non ci sarei riuscita. E poi ero più tranquilla, perchè mi fermavi tu. Adesso non mi fermeresti più, vero?"
"Vero. Hai ragione. Non ti fermerei. Ma non devi avere paura, davvero. Ci sono io qui con te. E ti prometto che, se vuoi, mi fermo da solo. Devi solo spiegarmi dove devo fermarmi." Mi sorridesti, rassicurante. Sapevo che non mi stavi prendendo in giro, che davvero ti saresti fermato, anche a costo di dover fare uno sforzo enorme, se e dove io avessi tracciato un confine; il mio unico problema, a quel punto, rimaneva nel non sapere dove diavolo dovessi tracciarlo, quel confine, perchè avevi ragione tu: ragionando di 'non si fa', eravamo andati tremendamente avanti nella direzione sbagliata. Quindi rimanevo solo io a dover decidere cosa volessi o non volessi fare. Indagai rapidamente dentro me stessa, alla ricerca di un qualche limite invalicabile ed esplicito, ma non ne trovai nessuno. Alla fine mi decisi per una soluzione che tu avresti certamente chiamato empirica.
"Senti, se io ti dico 'fermati', tu ti fermi?"
"Mi sembra un'ottima idea. Va bene. Quando vuoi, mi dici 'fermati'."
"Ma, Dario?"
"Si?"
"Perchè vuoi vedermi senza i vestiti?"
"Se te lo dico mi giuri che non mi prendi in giro?"
"Certo."
"L'unica donna nuda che io abbia mai visto è quella sul libro di scienze. Cioè, ho visto te da bambina, lo sai, ma adesso mi sembri piuttosto,  come dire, cambiata, no?"
"Eh, direi di si. Comunque è normale così, penso. Voglio dire, neanche io ho mai visto un uomo nudo."
"Ah, a questo rimediamo subito." Dicesti tu e ti sfilasti velocemente maglietta e mutande. Mi coprii gli occhi con le mani.
"Bea? Guarda che sono sempre io, eh? Sono solo senza vestiti." Mi dicesti piano, scostandomi le mani dal viso. Ti guardai. Eri molto bello, la pelle bianchissima e liscia e i lunghi muscoli, semiseduto sul letto, appoggiato all'indietro sui gomiti, a fissarmi. Tentando disperatamente di non guardarti il pene, mi ritrovai a fissarlo e ti guardai in faccia per capire se avevi notato che lo fissavo. Mi sentivo arrossire sempre di più e tu ti rimettesti a ridere.
"Bea, guarda che ti scoppia una vena se non ti calmi! Si può sapere dov'è il problema?"
"Non ti avevo mai visto...ecco..."
"Be', è così. Adesso hai visto. Tocca a te."
Prima di perdere coraggio, mi sfilai i vestiti, abbassando le mutandine assieme ai pantaloncini e strappandomi di dosso la canottiera, quasi con rabbia. Rimasi ferma, lasciandomi guardare e guardandoti a mia volta. I tuoi occhi mi esploravano e, stranamente, scoprii  che mi sentivo più a mio agio così, nuda di fronte a te nudo, di quanto mi sentissi prima a parlarne. Mentre mi guardavi, il tuo corpo mi manifestò in modo evidente quanto gradivi il mio aspetto.
"Ah! Allora è così che succede!" Mi sfuggì detto " me l'ero sempre chiesta!"
Sollevasti le sopracciglia stupito, come a chiedermi di cosa parlassi, poi, seguendo la direzione del mio sguardo, capisti e ti stringesti nelle spalle.
"Eh, si, succede così."
"È carino!"
Ti buttasti all'indietro, sdraiandoti, le mani sul viso.
"Carino no! Ti prego, Bea, carino no! Quello che vuoi, piuttosto dimmi che faccio schifo, ma non carino!"
"Scusa! Cosa ti dovrei dire?"
"Qualunque cosa, ma non carino! I peluches sono carini!"
"Sei bello. Mi piaci. Tutto quanto. Ma mi fai venire i cattivi pensieri."
Mi guardasti in faccia, con aria soddisfatta.
"Anche tu. Parecchi cattivi pensieri."
Mi accarezzasti il seno, seguendo con i polpastrelli il confine scuro del capezzolo e poi proseguisti nella tua corsa, tracciando una linea invisibile sulla mia pancia, attorno all'ombelico. Mi venne la pelle d'oca e mi sdraiai al tuo fianco. La sensazione della tua pelle nuda sulla mia, il profumo dolce e quasi opprimente che sprigionavamo insieme, mi travolsero e quando mi toccasti fra le gambe non ti allontanai la mano. Era la prima volta che mi toccavi così,  prima di quella notte la mia biancheria aveva sempre fatto le veci di un'inviolabile barriera, e mi eccitò moltissimo sentirti.
Mi accarezzavi, con dolcezza, mentre la tua bocca posava mille piccoli baci sul mio collo e sulle mie labbra.
Con la punta delle dita esploravi quei territori sconosciuti, imparandone al tatto la geografia. Iniziasti a premere e cercare, ma con troppo entusiasmo, e mi facesti male. Trattenni il fiato bruscamente e, altrettanto bruscamente, tu ti fermasti, rimanendo immobile.
"Scusa, scusa, scusa."
"Niente, stai calmo. Solo, fai piano."
Ti schiaristi la voce, sdraiato sul fianco accanto a me, la tua pelle sulla mia, cercando le parole per dirmi un qualcosa.
"Ma, ecco, cosa devo fare? Com'è che funziona, qui, la faccenda?"
Mi venne da ridere e risi, a lungo, girando la testa contro la tua spalla. Anche con tutta la mia volontà, non riuscivo a smettere, mi aveva preso um attacco di ridarella incoercibile. Tu ti mostrasti da prima perplesso, poi imbarazzato, ma, alla fine, venne da ridere anche a te.
"No, va bene, signorina, io in queste condizioni non posso lavorare!" Sbottasti tu scherzoso, porgendomi i miei vestiti mentre raccoglievi i tuoi.
La mia risata si andava esaurendo, in rivoli e sbuffi, e rimasi sdraiata sulla schiena, con la testa sul tuo petto, a calmarmi.
"Ti sei arrabbiato?"
"No, certo che no. Però poi me lo spieghi, un altro giorno?"
"Se riesco..."
Il tuo petto si gonfiò in un lungi respiro di rilassamento e a me venne da sbadigliare.
"Un giorno farò l'amore con te, lo sai, nanerottola?"
Mi voltai di scatto, trovamdomi a fissare il tuo mento.
"Guarda che quella cosa non ci sta, là dentro."
Questa volta eri tu a ridere, a occhi stretti, con una mano che batteva il materasso. Mi alzai su un go ito e ti fissai.
"Dico sul serio! Guarda che lo so come sono fatta, e ti dico che non ci entra!"
A questa rotolasti sul fianco, scosso dalle risate, nonostante, o forse proprio a causa, del mio sguardo di fuoco.
Presa da un'irritazione fortissima nei tuoi confronti,  ti assaltai infilamdoti le dita fra le costole, colpendoti sulle braccia, finché tu non reagisti, cercando di immobilizzarmi. E la prima luce ci sorprese ancora così, a giocare come facevamo da bambini, nella tua stanza.

Nessun commento:

Posta un commento