Appena entrata nel letto, iniziai ad aspettarti. Sapevo che avrei dovuto avere pazienza. Dopo quello che era successo fra noi, sapevo che non ti sarebbe stato facile avvicinarti. Mi sarebbe piaciuto venire da te, coprirti il viso di baci, stringere le tue mani nelle mie, curare le tue ferite, riappacificarmi con te, ma non potevo. Dopo quel che avevi detto, dovevi essere per forza tu a venire da me. Non per una forma di superbia o una pretesa di controllo, ma perchè eri stato tu a dire di non volermi più e, quindi, dovevi essere tu, da solo, a capire che era falso.
Tutto questo ragionamento non mi era così chiaro, allora, ma ne intuivo il meccanismo e tanto bastava.
Non ero nemmeno preoccupata: sapevo che, a darti tempo sufficiente, saresti arrivato.
Non mi preparavo ad un'attesa breve. Ma mi preparavo volentieri e con gioia ad accoglierti quando l'attesa si fosse consumata.
Finì che aspettai molto meno del previsto.
Come ho detto, il mio ultimo pensiero fu per te, come accadeva spesso, ma tanta era la stanchezza di quella gionata demenziale che, a dispetto dei mille doloretti che mi assediavano, caddi quasi subito preda del sonno.
Mi svegliai molte ore più tardi, nella luce della luna che penetrava dalla finestra. Dormivo sdraiata sulla schiena e, subito, mi domandai cosa mi avesse svegliata. Avevo la sensazione di non essere sola. Frugai la stanza con lo sguardo, dalla finestra alla porta e per poco non morii di paura. Il mio sussulto fu tale da scuotere tutto il letto e, d'istinto, mi ranicchiai il più possibile conto il muro alle mie spalle.
Eri tu, seduto accanto al letto, nel buio, le ginocchia strette al petto.
Alla luce della luna i tuoi capelli risultavano bianchi e i tuoi occhi brillavano tenui di un bagliore spettrale, di luce riflessa.
"Dario! Ma hai deciso di ammazzarmi? Cosa fai lì?" Ti stringesti piano nelle spalle senza rispondere e il tuo sguardo scivolò sul pavimento. "Da quanto tempo sei lì?"
"Un po'." Rispondesti a voce tanto bassa da essere a stento udibile.
Rimasi un silenzio, aspettando una spiegazione che non venne. Dopo qualche minuto, cominciai ad aver paura di parlare per timore di spaventarti, come tu fossi un animale selvatico, bello e raro, che per pura fortuna mi si era avvicinato senza avvedersene.
"Scusami se sono venuto. Vado via, adesso."
"Dai, non fare lo scemo." Dissi con voce velata di stanchezza scostando il lenzuolo "vieni a letto."
Alzasti gli occhi, occhi così indifesi da star male.
"Davvero posso?"
"Vieni. Vieni qui."
Con un movimento serpentino strisciasti dal pavimento al materasso, sempre con quell'aria spaesata, da bambino sgridato troppo a lungo e troppo forte. Mi strinsi a te. Eri gelato. Chissà da quanto tempo stavi lì seduto, nel buio, senza il coraggio di svegliarmi. Volevo farti capire che eri il benvenuto, che era tutto a posto, così ti riscaldai, con dolcezza, posando i miei piedi malconci sui tuoi freddi, accostandomi al tuo petto, passando le mani sul tuo viso.
"Pensavo che non mi volessi più vedere. Quando mi sono girato e tu te ne eri andata davvero, io, io, Bea. Sapessi quanto mi sono pentito."
Piangevi, in grandi singhiozzi muti che ti squassavano il petto, con le braccia strette ai fianchi, le labbra volte al basso, le lacrime calde che mi bagnavano la fronte.
"Zitto, zitto, è tutto passato. È tutto finito. Zitto, tranquillo." Ti sussurravo piano, accarezzandoti.
"Ti giuro che se tu non vuoi non ti tocco mai più. Mai, Bea, mai. Te lo prometto. Non ti tocco, non ti dico niente, faccio quello che vuoi tu. Solo, per favore, per favore, lasciami stare vicino a te. Non dico niente, te lo giuro, non ti dò noia. Faccio il bravo. Non devi amarmi per forza, ma non andare via. Lasciami stare con te."
Mi si spezzava il cuore. Era così disperata, la tua voce, così straziante il tuo pianto. Questo solo volevi: starmi vicino. E per questo eri disposto a farti piccolo piccolo, seguendo i dettami di quelle regole che ci volevano lontani. Una pena tanto grande mi invase, che non riuscivo a trovare le parole per dirti quello che volevo; sentivo risuonare nel mio petto ogni respiro, ogni parola, ogni palpito di quel tuo pianto senza speranze.
Ti baciai la bocca, le mani, gli occhi. Asciugai le tue lacrime con le mie dita, sperando che tu potessi sentire quello che ti dicevo senza parole, che non ero arrabbiata con te, che non mi importava di quello che ra accaduto, che avremmo dovuto lasciarci alle spalle tutte le follie di quel giono e, semplicemente, andare avanti senza più pensarci; ma quel giorno era stato troppo lungo anche per te ed ora eri a pezzi, troppo stanco per capire, troppo pieno di rimorso per vedere.
"Dario" dissi contro il nodo che mi stringeva la gola "ascoltami. Tu puoi sempre stare con me. E io ti amo sempre. Ascoltami, guardami. È tutto a posto. Sei sempre il mio ragazzo. Non mi importa niente di quel che è successo oggi, davvero. Lo so che eri solo arrabbiato."
"Ti ho detto delle cose tanto brutte. Sono cattivo."
"No. Non dirlo più. Abbracciami forte."
Le tue mani mi hanno cercata nell'ombra, aggrappandosi a me come all'ultima salvezza. Potevo sentire il tuo cuore battere, tonfi tanto forti da spezzarti la voce.
"Perdonami, perdonami, ti prego, perdonami."
"Certo, certo che ti perdono. Tranquillo, adesso. Zitto."
Hai obbedito, restando in silenzio, stretto a me, mentre le lacrime ci si asciugavano addosso e pian piano ti calmavi.
Sentivo il sonno cascarmi addosso come una coperta soffice e scura. Ti ho scostato appena per guardarti in faccia e ti ho visto mezzo addormentato quanto me.
Le parole avrebbero dovuto attendere il mattino, nel nostro letto non c'era posto per loro. Nel nostro abbraccio, nel calore dei nostri corpi e nel conforto delle mille carezze che ci scambiammo quella notte, trovammo tutto quello che il nostro cuore cercava. Scivolammo nel sonno senza rendercene conto, tu ancora con le dita attorcigliate fra i miei riccioli e io coi palmi che si muovevano ancora, pigri, sulla tua pelle.
Tornasti da scuola con la rapidità di un fulmine e salisti subito nella mia stanza, assieme ad un pesante vassoio colmo di panini imbottiti e frutta.
Lo posasti sul mio letto e iniziammo a mangiare. Mi guardavi a occhiate, come cercando di valutare il mio stato d'animo.
"Dario, perchè non mi chiedi semplicemente come sto?" Ti domandai alla fine, esasperata.
"Come stai?"
"Benino, grazie. E tu?"
"Fame."
"Dico, certe volte mi sembra che ragioni con lo stomaco, davvero! Allora. Me lo racconti cosa hai fatto ieri dopo che sono andata via?"
Posasti il cibo. Pessimo sintomo. Masticavi con lentezza l'ultimo boccone, cercando il tempo e le parole per iniziare il tuo racconto.
"Dopo che...dopo quello che ho detto, in giardino, ti ricordi, ti avevo girato la schiena. Ero talmente arrabbiato che mi veniva da piangere, ma non volevo che mi vedessi. Sono rimasto così un po', finché non sono riuscito a calmarmi. Non ti sentivo parlare, né muoverti, né niente, allora ho pensato: 'l'ho fatta grossa, stavolta' e mi sono girato per chiederti scusa. Ma quando mi sono girato non c'eri più. C'era solo il segno dove eri rimasta ferma mentre parlavamo, ma tu eri come sparita. Allora ho pensato: 'sarà qui in giardino da qualche parte', perchè credevo che ti avrei sentita se fossi uscita dal giardino, sai, che ti avrei sentita camminare sulla ghiaia del viale. Ti ho cercata. Dappertutto. Non volevo chiamarti forte perchè non volevo che i grandi venissero fuori, ti ho cercata in silenzio e dopo un po' ho capito che non c'eri. Allora mi sono affacciato alla strada e ho guardato da tutte e due le parti, ma non eri neanche lì. Sembrava un trucco di magia, Bea, davvero.
Poi ho pensato: 'vedi, le hai detto di andarsene e lei se n'è andata. Adesso se n'è andata ed è colpa tua. Così facile, è stato. Hai detto vattene e se n'è andata.' E continuavo a pensare quel pensiero, anche se non volevo. Mi sembrava quasi di averti sognata per tutto questo tempo e all'improvviso di essermi svegliato. Sapevo che era colpa mia, sai. Per quel che ti ho detto."
La tua voce stava assumendo un tono nasale e ti luccicarono gli occhi di lacrime. Ti fermasti un attimo, respirando profondamente, per riprendere il controllo.
"Non credevo che tu fossi in casa, ma ho controllato lo stesso, in camera e in cucina e poi in tutta casa vostra. E poi sono corso più veloce che potevo fino al parco dietro la scuola per vedere se eri lì. Mentre correvo, è stato mentre correvo, che ho capito che non mi importava di stare con te come...sai, come tuo ragazzo. Volevo solo che tu riapparissi. 'Signore, se la fai riapparire ti giuro che faccio come dice lei e non mi arrabbio più.' Pensavo. Poi mi sono ricordato che avevo detto che non esisteva e tutte quelle cose e ho pensato 'forse per questo me l'ha tolta. Perchè sono proprio cattivo. Non me la merito, io, la mia Bea, non se lo merita, un angelo, uno come me.'"
Ti tornavano le lacrime agli occhi, anche solo nel raccontarmelo. Ho coperto la tua mano con la mia, per consolarti e incoraggiarti.
"No, non fare così. Smettila, Bea, se cominci a fare così mi metto a piangere e non voglio. Per favore, lasciami dire. Al parco tu non c'eri, da nessuna parte, ho guardato anche nell'erba alta, nel caso, sai, che ti fossi sdraiata in mezzo, per nasconderti. Invece non c'eri. E mi è venuto male, perchè erano già le cinque passate e io era dall'una e mezza che ti avevo persa. A casa, lo sapevo, Dora ormai ci cercava e papà stava per tornare e io dovevo andare a dire a tutti che ti avevo cacciata via. Che ti avevo detto di andartene, capisci, e te n'eri andata. Sono tornato a casa, ma mi mancava il coraggio. Avevo paura. Allora sono salito dalla mamma, nella sua stanza, di sotto. E le ho detto: 'mamma, Bea non c'è più.' E lei: 'cosa vuol dire che non c'è più?' E io: 'è andata via e non so dove e non la trovo.' Allora lei mi ha fatto sedere e mi ha chiesto dove ti avevo cercata e mentre le raccontavo tutto sono arrivati mio padre e lo zio e, Bea, dovevi vedere la faccia di tuo padre! Credevo che gli venisse un'infarto, lo giuro! Ha incominciato a dire che tu certe cose non le avevi mai fatte e che di sicuro qualcuno ti aveva portato via. E diventava sempre più bianco e alla fine mio padre gli ha detto: 'senti! Comunque a star qui a frignare non viene fuori di sicuro!' E ha organizzato tutto per venirti a cercare. E poi mi ha preso da parte, fuori e mi ha chiesto perchè eri scappata. 'Cosa le hai fatto alla ragazzina? Cosa le hai fatto, mezza tacca, l'hai spaventata tu? Le hai fatto qualcosa?' E io gli ho detto che avevamo litigato e lui però ha continuato a chiedermelo. 'Si, ma prima che la trovi suo padre, meglio se me lo dici, fidati, le hai fatto qualcosa?' E io a spiegargli un'altra volta che avevamo litigato, ma solo quello. Poi però ci ho ripensato e gliel'ho detto, sai, che ti avevo detto delle cose brutte. Allora mi fa: 'dette e basta? Sicuro?' E io 'dette e basta, davvero.'. E allora sono usciti a cercarti. E mia madre mi ha mandato a letto subito subito e io ti ho sentita tornare, ma dopo, un sacco dopo."
Avevi detto tutto senza quasi fermarti a riprendere fiato, come se tentassi di finire in fretta, di mandare giù la medicina amara per non doverne sentire il sapore. Facesti silenzio, ma ti leggevo in faccia che avevi ancora qualcosa da dire, qualcosa che doveva uscire.
"Ho aspettato che dormissi di sicuro, poi sono venuto da te. Pensavo che non mi volessi vedere mai più e avresti avuto ragione, ma non potevo stare senza vederti, sai, senza vedere se stavi bene. Volevo solo vedere se stavi bene, ma poi mi sono seduto perchè eri tanto bella e volevo stare lì un po', solo un pochino, vicino a te."
"Tu ci puoi stare quanto ti pare, vicino a me." Ti ho rassicurato, porgendoti un nuovo panino trabordante di tonno e pomodori. Mi hai sorriso, di nuovo sereno e ne hai staccato un morso enorme.
"E tu? Cos'hai poi fatto, dov'eri?"
Ti ho raccontato tutto della mia piccola avventura e tu hai commentato con entusiastici versi strozzati da bocca piena.
Eravamo di nuovo in pace, di nuovo vicini, nell'anima e non solo nel corpo, nel solo modo in cui potevamo essere davvero noi stessi.
"E poi ho capito che, cascasse il mondo, io voglio stare con te e che di quel che dicono gli altri non mi importa." Ho terminato.
Ti si è illuminato il viso, come un cielo che si sgombra dalle nubi.
"Allora siamo daccordo, giusto? Restiamo insieme."
"Si. Però devo dirti due cose."
"Dimmi."
"Prima cosa che finché siamo piccoli, finché dobbiamo fare come ci dicono, per me è meglio che non lo sappia nessuno, di noi due."
"Giusto. Molto giusto. Ma appena siamo abbastanza grandi ce ne andiamo. Penso a tutto io. Andremo lontano, sai, e allora nessuno ci darà più fastidio e potremo starceme tranquilli. Se tu vuoi."
"Certo che voglio!"
"Bene. La seconda cosa?"
"La seconda cosa, Dario, è che, guardami in faccia: se mi chiami un'altra volta puttana non te la perdono più. Chiaro?"
Deglutisti e iniziasti ad annuire, senza staccare gli occhi dai miei.
"Bea, io non volevo, mi dispiace, davvero, non so come..."
"Non mi importa niente, dimmi solo se sei sicuro che hai capito bene bene."
"Ho capito. Mai più, giuro."
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