Passare di fronte a quella porta chiusa, dietro cui ti sapevo seduto rigido di appensione su una delle sedie di legno scuro, dallo schienale alto, che fronteggiavano la scrivania squadrata di tuo padre, senza aprirla per darti una parola di conforto, fu difficile. Lo feci, ad ogni modo, perchè temevo che lo zio sarebbe rientrato inatteso e, se ci avesse trovati assieme, si sarebbe di certo arrabbiato.
Entrai in camera e mi chiusi la porta alle spalle. Ero confusa e un poco intristita da quello che avevo visto in tuo padre poco prima. Mi pareva di aver appena intravisto una verità più profonda di quella che ero abituata a trattare e che avrei dovuto capirne di più, per il bene tuo e mio.
Quell'uomo, che mi aveva sempre spaventata, che si era sempre mostrato grezzo ed insensibile quanto un ciocco di legno, si mostrava più gentile con noi di quanto facesse tua madre, tenuta in gran conto da tutti per le sue virtù filantropiche, dando mostra di capire e, in un certo qual modo, di rispettare il nostro profondo legame.
Sapevo che aveva avuto una sorella, morta tanto tempo prima, e che le era affezionato tanto da non riuscire ancora a parlare di lei e sapevo anche, dal tuo racconto, che rivedeva nell'amore che ci univa lo stesso amore che aveva legato loro. E poco fa, quello stesso giorno, si era sbagliato, al parco, chiamandoci fratelli, anziché cugini. Era certamente questo il bandolo della matassa. Era questo il motivo che lo spingeva a mostrarsi più gentile che iracondo, più paterno che autoritario, quando si trovava di fronte ad evidenti manifestazioni dell'affetto che c'era fra di noi.
A quel punto non potei fare a meno di domandarmi cosa sarebbe accaduto il giorno in cui avremmo reso palese la vera natura del nostro legame, il giorno, di cui tanto spesso fantasticavamo, in cui saremmo andati lontano per vivere insieme come marito e moglie, se non per sposarci. Cosa sarebbe successo, allora, dentro lo zio?
Non prevedevo niente di buono, se davvero vedeva in noi una replica più fortunata di lui stesso e sua sorella.
Scossi la testa, rinfrancandomi al pensiero che, per lo meno, quel giorno saremmo stati lontani, ben al di fuori della portata della sua ira.
Se solo fosse stato relamente così.
Sentii la zia parlare di sotto, nel corridoio del secondo piano, e socchiusi la porta per poter ascoltare.
"Lucio, cosa ci fai qui a casa? Non dovevi andare via dopo colazione?"
"Si, parto dopo pranzo. Devo parlare col ragazzo."
"È successo qualcosa? Ha fatto qualcosa?"
"Ma no, cosa? Devo fare un discorso con lui. Roba da uomini."
"Ah. Ma Lucio..." abbassò la voce e non riuscii a sentire il seguito della sua frase, ma sentii la reazione dello zio.
"Si, si, ma va là! Che quello lì ne sa più di quel che credi, te lo dico io! Sembra tanto tranquillo, ma l'ho capito, io, è un'acqua cheta! Lasciami fare."
Sentii aprirsi una porta, probabilmente quella dello studio di tuo padre, e poi subito richiudersi. La zia camminò per qualche minuto su e giù per il corridoio e poi scese le scale, diretta al piano terra. Ero sola, al terzo piano.
Iniziai ad aspettarti, inquieta nonostante le rassicurazioni dello zio, e per passare il tempo mi misi a disegnare, con la penna a sfera, un fregio di fiori al margine di un cartoncino bianco. Terminai tutto un lato e quello successivo, ricoprendoli di ghirlande di edera e rose, prima che la porta si aprisse per farti entrare.
Mancava poco ad ora di pranzo.
Appoggiasti le spalle sulla porta, come a tenerla chiusa col tuo peso, e girasti lo sguardo per la camera, prima di fissarlo su di me, che avevo levato il viso dal mio lavoro, in una muta domanda sull'esito della vostra conversazione.
"Non si è arrabbiato." Dicesti, con l'aria stordita di chi è scampato per un pelo ad una disgrazia "ci crederesti? Mi ha fatto una filippica sterminata sul fatto che è mio dovere proteggerti da certe cose, e poi mi ha detto che è normale che io abbia certe curiosità." Ti scappò una risatina tremula. "Se sapesse di che cosa ero curioso..."
"Ci stavo appunto pensando anch'io." Ti risposi "ho idea che la prenderebbe peggio lui di tua madre."
"Perchè la mamma secindo me ha già annusato qualcosa. È da un sacco che lo penso."
"Hai ragione. È anche vero che adesso, con tutto il tempo che passa con mio padre, non ha la testa per pensare a queste cose."
Ti si incupirono gli occhi e facesti un passo avanti nella mia direzione.
"In che senso?"
"Oh, dai, in che senso? 'Ma come sei brava, Sissi, ma come sei bella, Sissi, ma come faremmo senza di te, Sissi!'" Recitai io in una spietata replica dei più smielati complimenti di mio padre. Era tanto il fastidio che mi provocava questa cosa, che la mia voce suonò acida, crudele, colma di disprezzo. Ti fermasti a metà strada fra la porta e la mia scrivania, colpito dalla mia rabbia.
"Dai, calmati. Non mi sembra un gran problema, se le fa qualche complimento, no?"
"La verità è che lei gli piace. Glielo vedo negli occhi. Vorrebbe avere sposato lei."
"Tuo padre? Dici che ha una cotta per la mamma? Per la mia mamma?" Chiedesti, incredulo.
"Si. Te lo sto dicendo."
"Ma non può! È sposata!"
"Si, bravo, e tu non puoi, è tua cugina! Allora? Cosa cambia?"
"Ma è la mia mamma!"
"Oh, che scatole che fate venire tutti! È mia moglie, e cosa faremmo senza di lei, ed è tanto buona, ed è tanto brava, ed è la mia mammina! Sarà d'oro?"
"Bea? Dico, sei impazzita? Cosa ti ha preso di punto in bianco?" Eri sinceramente preoccupato e ti avvicinasti a me, abbracciandomi le spalle.
"Niente. È solo che a volte vorrei che qualcuno dicesse qualcosa di carino anche su di me."
"Sei bellissima. E tanto buona. E tanto intelligente. E coraggiosa." Mi voltai verso di te, lentamente, mano a mano che la tua voce calma snocciolava questi complimenti, sentendo rilassarsi i muscoli delle spalle. "E tu sei gelosa." Terminasti in tono calmo, carezzandomi la schiena.
"Si." Ti risposi semplicemente.
"Più di me o di tuo padre?"
"Tutti e due."
"Allora facciamo così: io fra circa cinque anni la lascio e scappo con te. E se nel frattempo tuo padre la tocca, ci penso io a spiegargli che non è il caso." La tua voce si era fatta greve di minaccia, calcando sull'ultima frase. Ti guardai e vidi il tuo viso farsi duro, lo sguardo rivolto ad un punto indefinito, mentre continuavi ad accarezzarmi. Avresti viglilato su ogni loro mossa e su ogni loro parola, ne ero certa, con l'inesorabilità del tempo che scorre.
"Perchè la nostra famiglia deve essere così maledettamente complicata?" Sospirai, appoggiando la testa al rilievo della tua anca. Ti riacuotesti dalla tua fissità e ti stringesti nelle spalle.
"Magari da dentro sono tutte così. Che ne sai?"
"Dario?"
"Mm?"
"E se quando andiamo via smettessimo di vederli per un po'? Che ne dici?"
"Dico che una ventina di anni sarebbe l'ideale. Sai, giusto il tempo di calmare gli animi." Mi sorridesti tu, con quella luce dura ancora negli occhi.
"Mi dispiace. Non avrei dovuto dirtelo."
"No, davvero, sono felice che tu l'abbia fatto. Giusto in caso dovesse succedere qualcosa."
"Dario?"
"Dimmi."
"Le vuoi proprio tanto bene?"
"È mia madre, Bea. È naturale che io...scusa."
"Niente. Non fa niente."
giovedì 17 aprile 2014
Trentasei
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento