Arrivati in treno, cominciai ad agitarmi. Mi aspettava una bella ramanzina, una volta a casa, perchè non avevo avuto modo di avvisare che sarei arrivata in ritardo, avendo deciso di rincasare xon te solo all'ultimo momento. Era stato un gesto impulsivo, d'istinto, e non avrebbe potuto funzionare diversamente, se doveva essere una sorpresa, perchè non ero mai stata in grado di nasconderti nulla.
Anche in quel momento mentre sentivo crescere l'ansia pensando a cosa mi avrebbe detto la zia, i tuoi occhi mi scrutavano, individuando con la precisione derivata dalla profonda conoscenza il punto della questione.
Eravamo seduti l'uno di fronte all'altra, con le ginocchia che quasi si toccavano, e tu posasti la mano sulla mia, con fare protettivo.
"Gli diciamo che hai perso l'autobus, così non ti sgridano. Va bene?"
"Va bene." Ti sorrisi, sentendomi d'incanto al sicuro. Era una tua capacità innata, di dire e fare sempre quel qualcosa che prendeva i miei peggiori momenti di subbuglio e li metteva a tacere, rimettendo ogni cosa al suo posto come il tocco di una bacchetta magica.
Ti riappoggiasti all'indietro sul sedile, lasciando scorrere gli occhi sul paesaggio piano e verde fuori dal finestrino, l'aria languida, certamente effetto della fame più che di altrettanto languide considerazioni, col viso appena ombreggiato dal gioco di luce dell'esterno; tu guardavi il paesaggio sfuggire veloce, io guardavo te che lo guardavi e ti perdevi nei tuoi pensieri ed ero sicura di essere io ad avere la vista migliore.
"A cosa pensi?" Ti chiesi, per poterti ascoltare un po'.
"A niente."
"Niente su cosa?" Sorridesti appena.
"Pensavo ad Andrea."
"Oh, cavoli, una volta pensavi sempre a me...ma cos'ha lui che io non ho?" Scherzai.
"Ma non saprei...un bel fisico, un certo non so che...dai, sul serio, pensavo, sai, secondo te se n'è accorto che siamo andati via assieme? Hai detto che prima ti aveva visto, no? Secondo te ti ha visto anche dopo, con me?"
"Non saprei" mi strinsi nelle spalle "mica lo guardavo. Perchè?"
"Boh, non lo so, non mi piace l'idea che ci abbia visti. Non mi va che sappia delle cose di me."
"Vuoi che non passi più a prenderti all'uscita?"
"Non lo so, mi ha fatto tanto piacere vederti lì, ma non mi va che lui e quegli altri poi finiscano per mettersi a parlare. Vorrei che non parlassero di me. Vorrei che non sapessero niente di me."
"Ho capito."
"Adesso ti sei offesa?"
"No, direi di no. Solo, Dario?"
"Cosa?"
"Non capisco il motivo."
"Perchè ogni volta che scoprono qualcosa di me riescono a girarmela contro, a farla diventare un motivo per sfottermi. E io lo so che se si mettono a fare così su di te finisce che gli stacco la testa e la uso per giocare a pallone."
"Fine. Davvero, i miei complimenti. Posso trascriverla per i posteri?"
"Sei una scema, lo sai, si?" Ridesti tu. "Dai, che la prossima è la nostra."
Ci alzammo facendoci strada a fatica nel corridoio del treno, ingombro di zaini e cartacce e ondeggiando a ritmo con lo sferragliare ci avvicinammo all'uscita. Il breve percorso a piedi fino a casa lo passammo a scherzare, senza più parlare dei tuoi compagni di scuola e delle loro prepotenze, finché arrivammo al viale di ghiaia che attraversava il giardino.
"Bea, senti, alla fine ci puoi venire quando vuoi, alla mia scuola. Voglio dire, per quelli lì, non ti preoccupare. A me fa piacere se vieni."
"Va bene."
Annuisti una volta sola, come a sancire un contratto e riprendesti a camminare. Aperta la porta di casa, mi aspettavo di trovare la zia preoccupata, intenta a sfogare le sue angosce di tutrice oberata di responsabilità su Dora, ma, invece, ci accolse un benedetto silenzio. In cucina, sul tavolo, accanto ad un pranzo freddo, un biglietto scritto di fretta nella comunque ineccepibile calligrafia di zia Sissi raccontava di un pranzo parrocchiale sull'orlo del disastro, che aveva richiesto l'immediato intervento in forze delle donne di casa.
'Il padre di Beatrice torna verso le cinque' terminava il biglietto 'fate i bravi, rimanete in casa e non fate danni.'.
"Siamo soli." Osservai.
"Già."
"Ultimamente succede sempre più spesso, hai notato?"
"Già."
"Voglio dire, non che mi dispiaccia, ma mi sembra strano che di punto in bianco...Dario?"
"Mm?"
"Mi senti?"
"Mm. Vieni di sopra?"
"Non hai fame? Non vuoi mangiare, prima di salire?"
"No, voglio che vieni di sopra con me." Mi prendesti per mano. Sul tuo viso si leggeva chiaramente un intento molto diverso da quello di studiare.
"Dobbiamo fare i compiti."
"Dopo." Iniziasti a camminare all'indietro, tirandomi verso la porta della cucina.
"E poi, sul serio, io ho fame. Dovremmo mangiare qualcosa."
"Dopo." Sul tuo viso si era disegnata quell'espressione concentrata e un po' vacua che avevo imparato ad associare ai tuoi momenti di più intenso desiderio. Eravamo soli in casa, ma chiunque dei nostri genitori, a parte forse tuo padre, assente per qualche giorno, avrebbe potuto ritornare in qualsiasi momento. E tu ti dirigevi verso le scale, sempre tirandomi per la mano, senza prestare la minima attenzione alle mie proteste. Sentivo che la situazione mi stava sfuggendo di mano e non sapevo come riprenderne il controllo.
"Dario, se rientra qualcuno?"
"Lo sentiamo. Attenta allo scalino. A tutti e trentatré gli scalini." Sorridesti di un sorriso astuto.
"E se non lo sentiamo?"
"Li abbiamo sempre sentiti. Li sentiamo anche stavolta."
"E se..."
"E se tu la piantassi e mi dessi un bacio?" Chiedesti, chiudendo la porta della stanza. Passo a passo, domanda dopo domanda, eravamo arrivati di fronte al tuo letto. Avevo davvero un po' di paura che arrivasse qualcuno, ma, soprattutto, avevo paura perchè negli ultimi giorni le tue insistenti richieste erano cessate di colpo, come se non fossero mai esistite. Non ne conoscevo il motivo, ma conoscevo abbastanza te da sapere che non era buon segno, quando smettevi di chiedere le cose per favore. Di solito era segno del fatto che ti eri stufato di chiedere e ti preparavi a prendere.
"Dario, seriamente, cosa vuoi fare? Hai una faccia strana."
"Cos'hai paura, che ti salti addosso?" Mi chiedesti con un sorriso. Poi posasti una mano sul mio seno, sulla camicetta e accarezzasti la stoffa sopra il capezzolo, provocandomi un brivido. "O magari ne avresti voglia?"
Nella mia testa, molto in fondo, dove si trovano tutti i quadri di comando, iniziò a lampeggiare una luce rossa di pericolo. Qualcosa nella tua postura, nel tono della tua voce, mi diceva che stavolta non era un gioco, che stavolta facevi sul serio. D'improvviso sembravi più grande, più imponente, più uomo.
Iniziasti a sbottonarmi la camicetta, lentamente, con la stessa metodica precisione che avresti usato per disfare il nodo di un pacchetto e quando provai ad alzare le mani per sottrarmi, le colpisti leggermente, come si fa per scacciare un moscerino.
"Dario..."
"Zitta." Ribattesti in tono assente.
Mi accarezzasti le braccia, le spalle ed il seno, con larghi movimenti fruscianti, e senza rendermi conto del perchè, mi ritrovai impegnata a combattere contro i piccoli bottoni di madreperla della tua camicia. Non era facile slacciarli, perchè tu continuavi a baciarmi sul collo, sulla gola e sulle labbra e non riuscivo a vederli. La mia gonna a ruota rossa cadde con un mormorio di tessuto ai miei piedi e tu, improvvisamente nudo dalla cintola in su, col ventre piatto che rientrava da sopra l'ampia fibbia della cintura, mi sollevasti appena, prendendomi per la vita con le due mani, come una bambina, e mi deponesti sul letto. Il tempo di raggiungermi, di sdraiarti su di me, le labbra incollate alla mia bocca, e anche i tuoi jeans erano scomparsi, chissà come, da qualche parte sul tappeto.
A quel punto la mia resistenza era passata da debole a pressochè nulla. Il calore della tua pelle era quasi eccessivo, scottavi come di febbre, ed eri tanto bello, senza i vestiti alla luce del sole, ed erano tanto dolci i tuoi baci e tanto lisce le tue mani contro il mio corpo, che mi sentivo stordita, ubriaca, incapace di resisterti.
A dire la cruda verità, ti volevo almeno quanto tu volevi me. Baciai il tuo petto, il tuo collo e la tua bocca e ti passai piano le mani ovunque riuscissi ad arrivare, mentre tu continuavi a fare lo stesso con me. Mi ritrovai ad accarezzare il tuo pene sotto la stoffa leggera della biancheria e tu te ne liberasti con un movimento solo, lasciandomi agio di accarezzare la pelle nuda. La tua mano trovò le mie mutandine e le scostò, passando a ciò che si trovava al di sotto.
Fino a quel punto eravamo arrivati molte volte: carezze, baci, ci erano familiari, ma sapevo che quel giorno era diverso, che quel momemto era diverso. Era un momento di totale abbandono, di follia, forse portata solo dagli ormoni che ci scorrevano nel sangue, ma che noi percepivamo come il desiderio folle di chi si ama tanto da non poter accettare di vivere diviso nel corpo dall'amato, con cui divide l'anima. Non c'era niente che non avremmo potuto fare, quel pomeriggio.
Mi penetrasti con un dito, piano, senza violenza né fretta, lasciandomi il tempo di reagire, di fermarti, se lo avessi voluto. Era la prima volta che facevi una cosa del genere. La fitta di piacere che provai fu tanto intensa da strapparmi un piccolo ansito.
"Ti faccio male?"
"No. No, continua." Sentii il tuo pene gonfiarsi ancora di più e in una parte lontana e marginale della mente mi domandai come fosse possibile. Quello che stavi facendo mi piaceva e molto. Mi ritrovai a muovere appena i fianchi, al ritmo dei tuoi movimenti.
Smettesti per un attimo, per sfilarmi le mutandine, e poi ricominciasti. Non mi era mai successo di sentirmi in quel modo. A quel punto, volevo davvero fare l'amore con te e al diavolo tutto il resto.
"Dario?"
"Dimmi."
"Chiedimelo adesso."
Ti fermasti, immobile, guardandomi negli occhi con una muta domanda. Annuii.
"Possiamo fare l'amore, Bea?"
"Si."
Arrossisti, non so se di piacere o di imbarazzo, e poi mi desti un bacio piccolo, dolcissimo, da bambino.
"Cosa devo fare?" Ti domandai.
"Niente. Quello che hai fatto prima." Rispindesti, accarezzandomi i capelli. "Se vuoi che mi fermi dimmelo, va bene? Non aver paura. Niente paura."
"Va bene. Va bene."
Chiusi gli occhi e ti sentii cambiare posizione su di me, poi sentii che ti avvicinavi. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, che tipo di sensazione. La punta del tuo pene si accostò alla mia intimità e poi trovò il punto dove posarsi. Poi sentii una pressione che mi parve tremenda, eccessivamente forte, una, due, tre volte.
Mi scappava quasi da ridere e allo stesso tempo mi sentivo come se stessi per vomitare. Era come se tuo padre avesse cercato di gettare la sua macchina nel bidone dei rifiuti: semplicemente, non ci entrava. Tentasti di nuovo, con lo stesso risultato.
"Tutto bene?" Mi azzardai a chiedere.
"Ho paura di farti male." Sussurrasti "non ce la faccio a...cioè...ti faccio male, se...insomma. Hai capito." Potrà sembrare strano, ma avevo capito perfettamente. Ti sentii sospirare, deluso e un po' umiliato dalla situazione e mi tornò in mente una cosa che mi aveva raccontato Federica, una di quelle cose che avevo pensato di provare con te, prima o poi. Ti posai una mano sul petto e ti spinsi via, facendoti sdraiare accanto a me.
"Sei arrabbiata?"
"No. Ma c'è una cosa che vorrei provare a fare. Posso?"
"Oh, beh, si, credo di si. Cos'è?"
Non avevo intenzione di dirtelo. Conoscevo benissimo il nome di quello che stavo per fare, ma non avrei mai avuto il coraggio di dirlo. Ti baciai e poi scivolai in basso. Presi il tuo pene nella mano e lo guardai. La punta era rosa acceso, come una caramella di zucchero, e sembrava infinitamente liscia.
"Cosa fai?" Domandasti a bassa voce. "Cosa..."
Vi posai sopra la punta della lingua e trovai che era davvero liscia come sembrava, e cedevole, e la baciai, come baciavo la tua bocca, con dolcezza. Ti abbandonati all'indietro, mugolando, e provai a fare come avevo sentito raccontare, prendendoti nella mia bocca e baciandoti ancora. Ti sentii pulsare piano contro il mio palato e ti lasciai, accarezzandoti con leggerezza.
"Non smettere. Se ti fermi mi metto a piangere." Mi minacciasti. Così ricominciai. Era divertente, perfino tenero, a suo modo. Mi stavo prendendo cura di te.
Dopo un po' posasti la mano sulla mia testa e dopo poco ancora usasti quella stessa mano per scostarmi, prima di finire.
"Allora? Sono stata brava?" Ti domandai con orgoglio quando vidi che ti eri calmato.
"Bravissima. Molto brava. Molto bravissima. Per il mio compleanno, voglio uno di questi." Rispondesti tu ridendo. "Bea, mi dispiace per prima. Io volevo tanto farlo, ma non voglio farti del male."
"Lo so. È tutto a posto. Tutto bene."
"Ma lo sai che quello che hai fatto tu posso farlo anche io a te?" Mi domandasti con un mezzo sorriso. Mi riusciva nuova. Non capivo in che modo potesse riuscire la faccenda e te lo dissi.
"Vieni, che ti faccio vedere." Rispondesti, facendomi sdraiare. Poi mi dimostrasti ampiamemte che avevi ragione tu ed, effettivamente, funzionava anche al contrario.
Fosti così gentile da dimostrarmelo fino a che la fame ci costrinse di sotto, correttamente vestiti, al tavolo della cucina.
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