Arrivò il sabato, prima che tu venissi a trovarmi nella mia stanza, una volta spente le luci. Esitavi, incerto, guardandomi fisso in faccia e cercando il coraggio di dirmi qualcosa.
Senza parlare, ti presi la mano e rimasi distesa, tranquilla, accanto a te, le nostre spalle che si toccavano sotto la coperta, in attesa. Passasti la lingua sulle labbra più di una volta, prima di prendere fiato e chiedermi, in fretta:
"Ma quello che è successo l'altro giorno, sai, l'altro pomeriggio, pensavo, possiamo riprovare?"
Sorrisi nel buio.
"Si, Dario, certo che possiamo. Solo, non adesso."
"Perchè?" Domandasti deluso, stringendomi forte la mano "ci sei rimasta male? Ho fatto male? Ho fatto qualcosa di..."
"No, calma. Tutto a posto. È solo che non posso. Non adesso. Fra qualche giorno, magari."
Ti concessi un attimo di riflessione prima che tu, come ovvio, arrivassi a capire, e sentii il tuo corpo rilassarsi.
"Oh, va bene, allora. Scusa."
"E di che?"
Mi abbracciasti, posando il viso sui miei capelli, passandomi piano le mani sulla schiena. Un lungo respiro di rilassamento ti gonfiò il petto e poi ti lasciò molle ed abbandonato fra le mie braccia. Ti accarezzavo a mio capriccio, come fossi un grosso gatto pigro, intento a godersi il morbido tepore del mio letto.
Amavo quei momenti con un'intensità che non ho mai più provato. Eravamo tranquilli, sereni, non sentivamo il bisogno di parlare, non c'erano vuoti da riempire fra noi. C'erano solo i nostri respiri lenti che si sovrapponevano, ognuno con il suo ritmo e il suo suono, e la sensazione di totale appartenenza che ci appagava l'anima. Avrei potuto vivere, così. Non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto morirci.
Presi una delle tue meni e me la posai sul viso, beandomi della consistenza liscia ed asciutta del palmo contro la mia guancia. Avevi mani larghe, con dita forti e affusolate che terminavano in corti polpastrelli a spatola, dalle unghie larghe e cortissime, tagliate fino alla carne. Quando eri molto concentrato, avevi l'abitudine di mordicchiare l'unghia del pollice destro e lì, dove appoggiavi i denti, si era come incavata. Avevo spesso pensato che per riconoscerti fra mille, mi sarebbe bastato toccarti le mani.
La tua personale ossessione erano, invece, i miei capelli. Li avvolgevi fra le dita, ci strofinavi contro le labbra, ci affondavi il viso. Erano lunghi, allora, ben oltre la metà della schiena da asciutti, ma, ricci come sono, da bagnati mi sfioravano la cintura dei pantaloni. Avrei voluto portare un taglio più comodo, ma ogni accenno all'idea di accorciarli provocava le tue più vibrate proteste, perciò avevo rinuciato all'idea ormai da anni.
Il silenzio, la tua presenza, il tepore che si era creato fra i nostri corpi e il buio, tutti insieme, mi stavano quasi per far addormentare, quando ti sentii parlare:
"Bea?"
"Dimmi."
"Tu lo sai che ti amo, è vero?"
"Si."
"E che ti amerò sempre, fin che non muoio?"
"Morirò."
"Cosa?"
"Si dice 'finché non morirò', non 'finché non muoio'. Comunque, si, Dario, lo so. Anche io, lo sai."
"Pensavo. Ma mi vuoi anche se sto antipatico a tutti?"
"Si, Dario. Anche se i tuoi compagni di classe non sono 'tutti'. Perché me lo chiedi?"
"Non ne posso proprio più, lo sai? Mi viene voglia di dire: 'se proprio siete convinti che sia uno stronzo, allora va bene, faccio lo stronzo per davvero.' Così almeno hanno un nuon motivo per trattarmi male."
"Ma, Dario, tu non sei uno stronzo. Tu sei buono. E sei dolce e intelligente e coraggioso. E ad ogni modo, si, capisco."
"Ma se io decidessi così, sai, se decidessi di dargli quello che vogliono, tu mi ameresti lo stesso?"
"Senti, Dario, io non lo so cosa passi tu quando sei lì dentro. Mi ci rodo il fegato, a non saperlo, mi viene male a pensarci, ma non lo so lo stesso. Cosa succede e cosa ti dicono, lo sai tu e basta. Se mi venisse qualcuno a dire che hai fatto qualcosa per reagire, sono sincera, mi verrebne da pensare che hai i tuoi motivi. E poi, innanzitutto come ti comporti in classe non cambia quello che sei e, se permetti, penso di saperlo meglio dei tuoi compani di classe come sei fatto; e poi è solo la scuola, cinque anni, anzi, quattro e poco più, oramai, e poi hai tutto il resto della vita da vivere."
"Imsomma, si." Ridachiasti piano.
"Per riassumere, si." Confermai.
"Però, che tirata! Sei sicura che non vuoi fare l'avvocato? Hai un avvenire."
"Piantala, ritardato."
Ci mettesti qualche minuto a smettere di ridere e finì che contagiasti anche me. Una volta calmato, mi desti un bacio lungo e profondo.
"Senti, sul serio, grazie." Sussurrasti sollevato. "Dimmi, ma davvero ci stai male a non sapere cosa mi succede?"
"Eh, si. È normale, no?"
"Ti preoccupi troppo." Dicesti, stringendomi dolcemente "ma se ti fa stare più tranquilla, d'ora in poi ti racconto tutto, va bene?"
Annuii contro la tua spalla.
"A un patto, però." Dicesti.
"Quale?"
"Che tu la smetta di correggermi quando parlo. Mi dà fastidio, sul serio."
Era un'abitudine che avevo preso da qualche settimana, quasi senza rendermene conto, ma non avrei mai pensato che ti desse fastidio.
"Va bene, però giurami che in pubblico non attacchi le parole a caso come fai quando parli con me."
"Ma dai" sbuffasti "ho dei voti altissimi nei temi e sono bravo in orale. È logico che non parlo sempre così. Solo, non mi va di farci sempre attenzione, ecco tutto."
"Eh, me ne sono accorta, giovedì, che sei bravo negli orali." Ti risposi maliziosamente, provocandoti un nuovo accesso di risate. "Ad ogni modo va bene, cercherò di non farlo più se ti dà noia."
Raggiunto questo accordo, ci addormentammo sereni, l'uno nelle braccia dell'altra.
Le vacanze di pasqua erano alle porte, quando un giorno, rientrando, trovai la casa vuota. Solo Dora resisteva, come un reduce dimenticato, seduta al tavolo della cucina, con un'aria preoccupata sul volto.
"Beh, dove sono, tutti?" Le chiesi stupita. Lei scosse la testa con aria di disapprovazione.
"Il signore era appena tornato, che ha chiamato la scuola del signorino Dario. Sono corsi là tutti e due, anche la signora, perchè la preside gli voleva parlare."
Sentii il sangue abbandonarmi il volto e mi sedetti accanto a lei.
"Cosa gli è successo, a Dario, Dodo? Cosa si è fatto?" Domandai, prefigurandomi apocalittici scenari di infortunio ed invalidità più o meno permanenti. Doveva essere una cosa grave, se addirittura avevano chiesto di parlare subito con i tuoi.
"Si è picchiato con gli altri ragazzi. Una cosa vergognosa, alla sua età, un signorino di buona famiglia, tanta fatica per educarlo bene! E lui si picchia coi ragazzi, come uno venuto su dal nulla, come uno senza padre né madre. Una vergogna."
"Ma si è fatto male? Sai qualcosa?"
"No, non so niente. A me non dicono mai niente, nessuno mi racconta mai niente, come se non l'avessi tirato su anch'io, quel ragazzaccio." Rispose Dora, con voce turbata. Capivo il suo stato d'animo.
Era sempre stata vicina a noi, ai nostri piccoli problemi e ai nostri sogni, più di quanto avesse mai fatto tua madre. Fra le due, era lei a sapere in che modo sistemavi i tuoi libri e perché, in quali momenti era meglio lasciarmi stare o del fatto che, ancora a quell'età, non eravamo ancora capaci di rifarci il letto in una maniera decente. Era lei a consolarci con i suoi manicaretti e qualche chiacchiera frivola quando ci vedeva abbattuti, a sgridarci bonariamente quando lasciavamo troppo disordine e a capire, ad uno sguardo, quando tu avevi la febbre o ti stava per venire. Ci amava, insomma, quasi come figli suoi, e, come se fossimo suoi, si preoccupava per noi e per la nostra educazione.
Vederla in un tale stato d'ansia mise in agitazione anche me e le presi la mano, rimanendo insieme a lei in attesa del vostro ritorno.
Dopo un tempo che sembrò lunghissimo, meno di un'ora nel corso reale delle cose, sentimmo, nell'ordine, la macchina di tuo padre entrare nel vialetto, le sue urla provenire dall'interno e, in un secondo momento, le portiere aprirsi e richiudersi.
"Vai dentro, campione! Seduto! E guai a te se provi ad aprire la bocca! Ti spaccherei quella faccia da scemo con le mie mani, se non ci avesse già pensato qualcun altro!"
Entrasti in cucina con noi e ti sedesti al tavolo, mentre Dora si alzava sollecita e, precipitatasi ai fornelli, iniziava a riscaldare il pranzo. La tua faccia era un disastro. L'arco dello zigomo a sinistra era tutto sgraffiato, fino alla tempia, e al di sotto il naso e le labbra erano gonfi e rossastri. I tuoi vestiti, di solito impeccabili, ti pendevano tristemente addosso pieni di pieghe e la tua espressione vi si intonava perfettamente.
Ti scrutai, valutando i danni, sorda alla fiumana di imprecazioni dello zio, punteggiate qua e là dai 'esatto!' e 'diglielo!' di tua madre. Perfino lei era furiosa.
"Posso dire una cosa?" Chiedesti con voce piatta, approfittando di una pausa. Tuo padre ringhiò in tono di assenso. "Mi sono venuti addosso in due, cosa dovevo fare, stare fermo a prenderle? Invitarli a casa così finivano con calma il pomeriggio? Non sei tu che mi dici sempre di reagire?"
"Hai mandato una persona all'ospedale, criminale!" Urlò tuo padre con aria apoplettica "ti ho detto di reagire, non di ammazzare qualcuno! O è troppo difficile da capire per la tua testa di cazzo?"
"Lucio!"
"Papà, in due contro uno, non possono poi mica incazzarsi con me se uno finisce per farsi male! Se la sono cercata! La prossima volta vedrai che ci pensano, prima di mettermi le mani addosso."
Dovevi avere ancora un bel po' di adrenalina in corpo, perchè non dimostravi la benché minima paura rispondendo a quel modo a tuo padre. Mentre lui stava per ripremdere, partì ,a sorpresa, la zia.
"La signora preside ha detto che è tutto l'anno che hai dei problemi con quei ragazzi! In questi casi, ci si rivolge all'autorità, non ci si fa giustizia da soli! Non siamo mica nel far west! Dovevi parlarne con qualcuno, se ti davano dei problemi, non arrivare a questo punto."
"Eh, sicuro, dovevo andare a dire alla signora maestra che mi prendevano in giro. Così si che avrei risolto tutto." Rispondesti sarcastico. Tuo padre tentennò il capo con aria di comprensione.
"Fatto sta" decretò con aria definitiva "che fosse per me, ti meriteresti un mese a pane e acqua. Ma dato che questa qua" e indicò tua madre "dice che non si può, tu adesso fai esattamente quel che ha detto la tipa"
"La signora preside!" Puntualizzò tua madre da dietro la sua spalla.
"Si, quell'altra lì, e ti trovi qualcosa da fare. Lei dice uno sport. Hai tempo tre giorni per deciderlo, altrimenti decido io e zitto. E se mai ricapitasse un lavoro del genere..." si sporse su di te, piantando i pugni ai due lati del tavolo "ricordati che come ti ho fatto, io ti disfo. È chiara, la faccenda, mezza sega? Fa segno con la testa se è tutto chiaro."
Annuisti, col mento proteso in avanti in un'aria di sfida, senza distogliere gli occhi dai suoi. Era un fatto senza precedenti e anche lui se ne accorse, perchè ti rivolse un cenno secco del capo, come ad intesa fra pari.
Lo zio mi dedicò un'occhiata di sarcastico divertimento, osservando il mio corpo proteso e volto verso di te in impaziente silenzio e il mio viso. Ricambiai il suo sguardo, cercando di mantenere un'espressione il più possibile neutra e ne ricevetti in cambio un gesto di scherno, un mezzo inchino con un gesto di invito a mano tesa.
"Prego, tu, adesso puoi sfogarti a coccolartelo, il tuo tesoro. Che ne ha bisogno, proprio, di essere coccolato e accarezzato, questo buon da niente. Fattelo dire da lui, cosa ha fatto, fattelo dire! Che poi vediamo se ha avuto i coglioni di dirti la verità o se almeno ha il buon senso di vergognarsi."
Era un discorso contraddittorio, ma non mi occorrevano tue direttive per sapere che era meglio tenere la bocca chiusa e un contegno educato. La sua faccia rosso mattone e le vene in rilievo sulla sua fronte e nel bianco degli occhi dicevano già tutto quel che dovevo sapere. Era davvero fuori di sé e, probabilmente, solo il fatto che tu non dimostrassi paura né rimorso lo tratteneva dal perdere definitivamente il controllo.
Abbassai dunque gli occhi, senza proferire parola e lui si allontanò a grandi passi pesanti, continuando a parlare fra sé.
"All'ospedale, l'ha mandato, dico io, non ha cognizione, non ha, è deficiente. Roba che si fa denunciare. All'ospedale. In due contro uno e cosa mi fa, quella mezza pippa che non ha mi fatto altro che frignare? Ne manda uno all'ospedale! Da non crederci. Sissi!" Urlò infine con un ruggito tanto potente da far sussultare la zia, che era rimasta a torcersi le mani sulla porta della cucina "cosa cazzo fai, mi fai parlare da solo come i matti? Vieni qua!"
La zia ci guardò per un attimo. Sembrava che volesse dire qualcosa, ma poi si volse di scatto e a piccoli passi affrettati raggiunse tuo padre, che continuò a borbottare con lei per le scale. Sentimmo chiudersi la porta del suo studio, prima che tu emettessi in un tremulo sospiro il fiato che avevi trattenuto, evidentemente, fino a quel momento. Sembrasti afflosciarti sulla sedia, il viso pallido su cui spiccavano come trucco di teatro i segni delle botte ricevute, e ti prendesti il viso fra le mani. Passata l'esigenza di resistere di fronte a tuo padre, stavi rapidamente cedendo alle troppe emozioni della giornata.
Dora ti mise di fronte il piatto di malagrazia, in silenzio, senza toccarti, e tu ti voltasti verso di lei, con aria interrogativa.
"Il signorino adesso mangia. In fretta, per favore, che devo riordinare."
"Dodo, ma cosa c'è?" Domandasti con voce costernata.
"C'è che il signorino è a scuola per imparare, non per litigare. Dovrebbe vergognarsi."
Ti si riempirono gli occhi di lacrime. Perfino Dora ti girava le spalle. Guardasti il piatto con aria affranta e ti alzasti dalla sedia.
"Non ho fame. Vado di sopra, grazie." Dicesti, trattenendo il pianto. Mi guardasti di sottecchi. "Vieni, tu?"
"Aspetta, adesso..." iniziai. Desideravo solo chiederti di aspettare un attimo a salire, per lasciarmi prendere le mie cose, ma tu lo interpretasti come l'ennesima scena di riprovazione e, prima che potessi finire la frase, mi volgesti le spalle e ti avviasti sulle scale. Tenevi la schiena rigida, con le braccia lungo i fianchi, perfettamemte parallele al tronco. Stavi scappando, cercando di contenere ciò che provavi per il tempo sufficiente a trovarti solo. Dora si girò per guardarti uscire dalla cucina e un velo di pena le appannò il volto. Scuotendo la testa, posò su un vassoio il nostro pranzo e me lo consegnò.
"Vengo dopo, prima di andare in lavanderia, per prenderlo." Mi disse, prima di darmi una spintarella affettuosa sulla schiema in direzione della porta. "Porto io lo zaino della signorina."
Mi avviai sulle scale con il vassoio in mano ed arrivai alla porta della tua stanza. Tesi l'orecchio per un attimo e non udii che silenzio assoluto.
Appoggiando il vassoio al fianco, aprii la porta ed entrai.
Non c'eri.
Posai il vassoio e andai a cercarti in bagno. L'acqua scorreva. Non persi tempo a bussare ed entrai direttamente, strappandoti un gridolino di sorpresa. Eri a petto nudo di fronte allo specchio.
Il tuo torace era segnato da un paio di grossi lividi viola scuro e così pure i tuoi avambracci, dalla parte dell'osso. Era evidente che avevi alzato le braccia per proteggerti, senza riuscirci del tutto. Un largo graffio rosso fuoco ti segnava l'addome, dallo sterno all'ombelico, spiccando come sangue sulla pelle liscia. Lunghe lacrime argentate ti rigavano il viso, senza che tu riuscissi a frenarle.
"Cosa vuoi?" Mi chiedesti brusco.
Mi avvicinai lentamente, attenta a non spaventarti, né a fare alcun gesto che potesse esere male interpretato. Come una tigre ferita, andavi trattato con dolce prudenza. Ti posai una mano sulla schiena, sentendo la tua pelle fredda contro il palmo. Tremavi leggermente, come se i tuoi nervi fossero tesi allo spasimo. Ti posai un bacio sulla spalla e tu voltasti il viso verso di me.
"Povero Dario." Mormorai, baciandoti all'angolo della bocca, pian piano, per non farti male. "Povero il mio Darietto."
Ti tremavano le labbra. Avevi l'aria persa. Abbassasti la testa verso di me e ti baciai ancora, sopra il sopracciglio, passandoti una mano fra i capelli intrisi di sudore. Presi dalle tue mani l'asciugamano e lo passai prima sotto l'acqua, poi sul graffio che ti segnava lo stomaco.
"Cosa ti hanno fatto?"
"È stato il suo orologio. Tentava di tenermi fermo da dietro e mi era uscita la camicia dai pantaloni e allora, quando mi sono mosso..."
Finii di ripulirti e mi allungai per prendere il disinfettante da sopra lo specchio. Lo versai sul mio fazzoletto e te lo passai sul segno rosso. Ti uscì un sibilo di dolore.
"Brucia." Ti lamentasti e io soffiai dolcemente sul graffio, come faceva la zia con le nostre sbucciature da bambini. Chiusi l'acqua.
"Adesso stai fermo qui un minuto, da bravo." Ti dissi. Uscii dalla stanza, richiudendo la porta alle mie spalle, e corsi a prenderti dei vestiti puliti e a rubare, dal bagno di mio padre, la pomata che metteva lui sui lividi. Tornai da te in meno ancora del minuto che ti avevo chiesto di aspettare e ti ritrovai ancora nella stessa posizione in cui ti avevo lasciato. Iniziai a mettere la pomata sui lividi che ti segnavano il costato.
"E qui? Cos'è successo?"
"Quando sono caduto mi hanno preso a calci." Rispondesti con una vocetta piccola piccola, ancora spaventata.
Strinsi le labbra per non esplodere in una sfilza di imprecazioni sull'esempio dello zio. E avevano il coraggio di prendersela con te, se avevi reagito.
"Erano in due, allora?"
"Si."
"E per quale motivo hanno tentato di ammazzarti, se è lecito chiedere?"
"Beh, uno era uno dei due con cui ho sempre da dire. Roberto, si chiama. Mi ha chiesto se i vestiti me li sceglie la mamma. Fa sempre così, mi provoca, con qualsiasi scusa."
"E tu cosa hai risposto? Togliti i jeans, ti ho portato i pantaloni della tuta, sono più morbidi."
"Io gli ho detto che si, a me li sceglie mia madre i vestiti. E poi gli ho domandato se la sua ne trovava anche lei il tempo, fra un cliente e l'altro."
"Istruttivo. Stai fermo, che hai un livido anche qui sul ginocchio."
"Allora sembrava che volesse picchiarmi, ma è arrivato Andrea, dal nulla, e l'ha fermato. Roberto è umo dei suoi migliorissimi amicissimi del cuore, sai. Ha cominciato a fare la predica 'dai, fra di noi non dobbiamo litigare, Roberto, ma cosa ti ha preso, ma dai, ma Dario, è così che ti hanno insegnato a comportarti i tuoi?'"
"Si, ho colto l'antifona. Ma tu non gli eri antipatico?"
"Si, ma vuoi mettere, l'occasione di farsi bello facendo quello che mette pace fra tutti, anche fra uno dei suoi migliori amici e...beh, me. Allora mi sono girate le scatole. Imsomma, lui stava lì a farsi bello, tenendo quell'altro cretino che sembrava che volesse ammazzarmi. Ho pensato 'ma se ti facessi i fatti tuoi, una volta tanto?' E mi sono un po' scappati i cavalli."
"Mettiti anche la maglietta, senti, sei gelato! E cosa è successo, poi?"
"Eh, è successo che gli ho detto che invece che chiedermi dei miei, farebbe meglio a chiedere a sua mamma se suo padre è il postino o il lattaio, in caso gli servisse mai una trasfusione."
Cercai disperatamente di rimanere seria. Riuscivo ad immaginare la scena fin troppo bene: tu che per non impappinarti parlavi con quel tono piano e scandito, diritto come un fuso, nella tua splendente camicia candida ed inamidata, di fronte a quei due ragazzi arrabbiati, pronunciando le peggiori volgarità, ma senza mai dire una parolaccia. Era proprio da te.
Nonostante i miei sforzi, l'assurdità della scena mi strappò un sorriso.
"Fammi indovinare: se l'è presa a male?"
"Roba da non crederci. Prima che riuscissi a muovermi aveva già mollato Roberto, saltato il banco e mi era addosso. Ha saltato il banco! Ci credi? Mi ha dato un pugno talmente forte che sono caduto. E a quel punto, vedendomi a terra, il suo amichetto del cuore ha pensato bene di venirgli a dare una mano."
"E davvero ne hai mandato uno all'ospedale?"
"Si, purtroppo quello sbagliato. Ho rotto un braccio a Roberto."
Ti guardai in faccia, incuriosita dal tuo tono astioso.
"E com'è successo?"
"Ufficialmente, è stato un incidente. Sai, nel parapiglia... detto fra noi, dato che aveva ben pensato di tenermi fermo per farmi pestare da Andrea, gli ho preso la mano e l'ho girata fin quando non ho sentito che si è rotto qualcosa."
Deglutii a fatica. Non mi era facile far collimare l'immagine di te che facevi deliberatamente una cosa simile, con quella che conservavo nel cuore da una vita, l'immagine del ragazzo che rinuncia a fare l'amore con me perchè teme di farmi del male.
"E Andrea?" Chiesi, tanto per riempire il silenzio.
"Era già in terra." Dicesti con tono indifferente.
Eri a posto. Disinfettato, impomatato e vestito con qualcosa di morbido e caldo. Parlare ti aveva fatto bene e non avevi più quell'aria spaurita.
"Vieni, che ti ho portato in camera il pranzo." Esitasti.
"Dora..."
"Dora me l'ha preparato sul vassoio e mi ha mandato da te. Era per quello che volevo che mi aspettassi un attimo. Non è già più arrabbiata, stai tranquillo."
Definitivamente rassicurato, ti lasciasti condurre nella tua stanza con la docilità di un agnellino e ti mettesti a mangiare di buon appetito.
Di tanto in tanto mi guardavi o allungavi una mano, come per accertarti che fossi ancora lì, al tuo fianco, ancora dalla tua parte, ed io ti allungavo una carezza o un sorriso. Finito il pranzo, mentre impilavo i piatti, osai dire:
"Lo sai che non ti ci vedo a fare una cosa del genere? Devono proprio averti portato allo sfinimento, povero amore mio."
Ti stringesti nelle spalle, quasi ranicchiandoti, con le mani che pendevano fra le ginocchia.
"Un po' mi dispiace. Non credo che avrei detto una cosa del genere, se avessi saputo prima di Andrea."
"Ma cosa?"
"Lui non ce l'ha il padre. Pare che non l'abbia mai conosciuto, insomma, è figlio di una ragazza madre. Mi sa che ho toccato un nervo scoperto, come si dice."
"Eh, mi sa."
"Non lo sapevo."
"Lo so."
"Davvero."
"Dario, ti credo."
"Beh, bene, perchè sei l'unica a credermi. Tutti gli altri..."
Mi sedetti sul letto con te e, tirandoti per il tessuto della felpa, ti feci sdraiare con la testa sulle mie gambe. Iniziai a passarti le dita fra i capelli e a raccontarti a bassa voce della mia giornata, fino a che non ti sentii ritormare tranquillo.
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