Era un ragazzo attraente, Andrea, e molto. Aveva dalla sua non solo una certa bellezza quasi da fotografia patinata, ma, soprattutto, una sorta di aura al tempo stesso di ribelle e di incredibilmente candido, che gli attirava le simpatie di chiunque.
Sembravate fatti apposta per venire in conflitto.
Dove tu eri riservato, composto, formale, lui era solare, trascinante e sempre allegro. Nulla sembrava in grado di spegnere il suo sorriso, la sua voglia di scherzare, la sua vitalità quasi troppo accentuata.
Quando l'allenatore vi criticava, a volte urlando su un qualche errore troppo spesso ripetuto, tu lo ascoltavi a bracia conserte, silenzioso e ritto come un fuso. Lui gli rispondeva a tono, la palla sotto il braccio, ricacciando indietro con un soffio i riccioli scuri che gli ombreggiavano la fronte.
La competizione fra voi spiccava, evidente e crudele, senza riserva di colpi troppo bassi, ma, dove tu ti irrigidivi, sfogando in una cupa rabbia la tua frustrazione, lui si studiava di ignorare i tuoi sforzi e le tue ripicche, come se non avesse nulla contro di te e tu fossi il solo a nutrire un qualche rancore. Ti mandava in bestia e, per quanto tu avessi imparato a controllarti egregiamente, il mio occhio allenato non poteva mancare di notare le tue labbra strette né i muscoli che guizzavano come bestiole spazientite sulle tue braccia, quando serravi i pugni preso da un attacco d'ira.
Non era una semplice antipatia fra ragazzi: le vostre stesse nature cozzavano l'una contro l'altra, con lo stridore di spade che si incrociano in un duello senza quartiere.
Ed era stato proprio lui a notarmi, a notare me, che rimanevo caparbiamente ancorata alle pagine di un libro di storia mentre voi vi affannavate attorno ad una palla, ad ogni allenamento.
Spesso interrompevo un capitolo a metà per guardare affascinata le vostre evoluzioni. Eri diventato incredibilmente bravo, almeno ai miei occhi di profana, e provavo un dolce, profondo orgoglio vedendoti sfrecciare da una parte all'altra del campo, le tue lunghe gambe impegnate in una corsa che era quasi un volo rasoterra, la palla miracolosamente attaccata che ti seguiva di sua stessa volontà, o saltare, con il corpo inarcato, fino all'attimo incantato in cui la gravità si bilanciava alla tua forza e restavi sospeso, un istante, per centrare il canestro con un secco scatto dei polsi.
Eppure, nonostante la concentrazione che dedicavo all'osservare te, non potevo fare a meno di scorgere i suoi occhi che cercavano i miei. Fino a che arrivò il pomeriggio in cui vi fermaste, per ascoltare un qualche consiglio dell'allenatore e tu, vedendolo guardare in un'altra direzione, seguisti il tuo sguardo e ti accorgesti che era su di me.
"Andiamo." Dicesti seccamente avviandoti verso la stazione, appena uscito dallo spogliatoio.
Camminammo in silenzio. Procedevi a lunghe falcate e faticavo a tenere il tuo passo.
"Dario, aspettami!" Mi lamentai. Mi afferrasti il braccio e continuasti a camminare, quasi trascinandomi. Nemmeno in treno rompemmo quel silenzio pesante e freddo che ci avvolgeva, ma, una volta a casa, non riuscii a trattenermi.
"Hai intenzione di tenermi il muso perchè uno che nemmeno conosco decide di guardarmi?"
Alzasti la testa dal quaderno che avevi di fronte ed accennasti alle scale, poi ti alzasti e, sempre a passo di marcia, mi precedesti verso la tua camera.
Non avevo intenzione di ripetere la scena che avevo già vissuto per la strada, quindi salii le scale con calma e, sempre con la massima tranquillità, entrai nella tua stanza.
Tu, che eri subito dietro la porta, mi prendesti per le braccia, poco al di sotto delle spalle, e mi premesti forte contro il muro.
"Non si limita a guardarti. Gli piaci." Ringhiasti a denti stretti. Le tue dita mi stringevano sempre di più, affondando nella carne tenera.
"Mi fai male." Allentasti un poco la presa, ma senza liberarmi. "Comunque lo so, che gli piaccio." Mantenevo un tono di voce tranquillo, per non esasperare la tua rabbia. Eri sempre stato geloso, quasi all'eccesso, fin da bambino, ma l'idea che fosse lui, questa volta, ad ambire a ciò che consideravi tuo, ti aveva spinto ad un accesso di furia che non saresti riuscito a mantenere sotto controllo senza il mio aiuto.
"Cosa vuol dire che lo sai? Eh? Ti piace?"
"Non essere ridicolo."
Schiacciasti il tuo corpo contro il mio, forte, e iniziasti a baciarmi con frenetica passione, le dita fra i miei riccioli sciolti sulle spalle, strofinandoti contro di me, quasi a rimarcare il tuo possesso.
"È lui che vorresti? Dimmelo."
"No."
"Lui ti vorrebbe. L'ho visto, come ti guardava. Vorrebbe essere lui, adesso, qui."
"Ma ci sei tu. Vero?"
Ti fermasti per un momento, con gli occhi che tornavano lentamente a fuoco, il corpo che si rilassava appena contro il mio. Un piccolo sorriso volse all'insù gli angoli della tua bocca.
"Eh, si. Ci sono io." Ripetesti con voce sognante. "E tu sei felice che ci sia io, vero?" Domandasti dopo un rapido ripensamento.
"Si. Lo sai. Però adesso, Darietto, abbiamo un problema."
"Che problema?"
"Hai iniziato qualcosa che non puoi finire." Ti risposi maliziosamente, pensando ai tuoi genitori che si aggiravano liberi per casa. Il tuo sorriso si allargò, donandoti un aspetto furfantesco. Mi prendesti per la vita, sollevandomi contro il muro, fino al livello dei tuoi occhi, ed io pensai, non per la prima volta, che ben in pochi avrennero potuto supporre quanto realmente tu fossi forte. Ti strinsi con le gambe attorno ai fianchi e ti baciai di nuovo. Non pensavo sarebbe successo altro, quando sentii il lieve tintinnio della fibbia della tua cintura.
"Dario, sei impazzito?" Sussurrai preoccupata.
"Sta zitta."
"Non possiamo!"
"Lo decido io quello che possiamo fare."
"Ascolta..." avrei voluto proporti di continuare quella notte, ma non potei. Indossavo una lunga gonna color terra bruciata, che si era alzata arrotolandosi attorno alla mia vita quando mi ero abbarbicata a te e, in quel momento, solo il sottile cotone della mia biancheria ci divideva. Fu questione di un momento. Stavi già bussando alla mia porta e, nonostante le mille considerazioni razionali che mi urlavano nel cervello, io ti stavo già facendo strada.
Fu breve e bellissimo e venimmo insieme, forse per la prima ed ultima volta, contro quel muro, nella quiete domestica della stanza in cui ti avevo visto crescere per diventare ciò che eri.
"Sei mia." Mormorasti riappoggiandomi delicatamente a terra, come un soprammobile.
"Si."
"Lui ti vuole, ma tu sei mia." Sembravi alle prese con un concetto troppo grande per te, quasi riuscivo a vedere la tua mente rigirarselo, come un boccone troppo grosso.
"Esatto."
Richiudesti la cintura e mi guardasti, con tanta tenerezza da spezzare il cuore. Un lieve bacio mi si posò al centro della fronte.
"Anche se puoi avere lui, tu vuoi stare con me."
"Si, Dario."
"Grazie."
Ti abbracciai con dolcezza, posando la testa sul tuo petto e cullandoti un poco. Quando mi staccai, ti trovai illuminato da un sorriso bambinesco.
"Io ho una cosa che lui non ha..." canterellasti piano muovendo le mani a tempo.
"Io non sono una cosa, grosso scemo!" Risi.
"Io ce l'ho e lui no..." continuasti "e lui non la può avere..."
"E 'pappappero' no?" Non riuscivo a smettere di ridere, vedendoti tanto felice di qualcosa che, fino a pochi minuti prima, ti aveva stravolto. In un terribile falsetto intonasti trionfale:
"Pappappero!" E, aperta la porta, ti lanciasti lungo il corridoio, canticchiando.
Ti aveva dato una nuova sicurezza, quella considerazione, l'avere per te e per te solo un 'qualcosa', che ero poi io, che lui desiderava. Ti faceva, finalmente, sentire superiore a lui.
Da quel pomeriggio in poi ti vidi spesso guardare Andrea mentre lui guardava me, nascondendo a fatica un sorriso di scherno. Iniziasti anche ad essere meno vulnerabile alle sue piccole cattiverie. Per settimane, quando lui ti provocava, otteneva come sola reazione un sorriso strafottente e un'ottima visuale sulle tue spalle girate. Privato della distrazione principale che ti impediva di concentrati a pieno sul gioco, migliorasti velocemente. Sembrava destino che tu ne uscissi vittorioso.
Era arrivata la primavera, nel frattempo, e avevi giocato qualche minuto in un paio di partite, riuscendo ad ottenere risultati dignitosi. Speravi di entrare titolare prima della fine della stagione.
Alla fine di ogni allenamento, ti aspettavo appena dietro l'angolo, per togliermi di vista dalla porta, nel tentativo di evitare Andrea, ma, cin l'arrivo dei primi soli, mi diventò insopportabile rimanere al mio solito posto, su cui la luce batteva spietata e senza alcuno schermo di alberi né edifici. Per questo motivo, un pomeriggio di fine aprile, mi spostai qualche metro sulla sinistra, andando a cercare l'omnra di un albero solitario, che faceva da sentinella alla rastrelliera per le biciclette. Lì accanto scorreva una strada di grande traffico e mi misi a guardare le macchine nel loro andirivieni, pensando ai fatti miei, quando una voce sconosciuta mi apostrofò da vicino.
"Ah, lo dicevo, io che non eri un'allucinazione! Allora esisti sul serio!"
Mi voltai di scatto, colta di sorpresa. Andrea era a pochi passi da me, i capelli umidi e un gran sorriso accattivante, che mi fissava attendendo risposta. Da vicino vidi che aveva gli occhi verdi, con un preciso dischetto marrone attorno alla pupilla.
Rimasi impacciata, stringendomi al seno il dizionario blu di greco, senza sapere cosa dire.
"Ecco, lo sapevo, non parli. Allora sei davvero un'allucinazione. Si vede che mi ha dato di volta il cervello. È una vita che mi dicono che prima o poi deve succedermi!"
"Sono vera." Risposi trattenendo un sorriso di fronte al suo atteggiamento scanzonato.
"Ah, che meraviglia! Allora posso pensare di essere ancora moderatamente sano di mente! Grazie, mi hai tolto un peso! A chi devo tanta gratitudine?"
"Mi chiamo Beatrice."
"Ciao, Beatrice! Io sono Andrea." Si presentò porgendomi la mano con un ampio gesto. Annuii senza stingergliela.
"Lo so."
"Accidenti, ancora una volta la mia fama mi precede! Senti, scusami se sono curioso, ma come mai vieni a tutti gli allenamenti? Gioca tuo fratello? Non dirmi il tuo ragazzo, se no mi metto a piangere."
Nessuno mi aveva mai fatto la corte e rimasi interdetta. Parlava velocissimo, come un imbonitore da fiera, accompagnando ogni variazione di tono e di argomento con volto espressivo. Mi confondeva e faticavo a pensare alla risposta giusta da dargli. Esitai, sentendomi arrossire e lui sorrise abbassando lo sguardo di fronte al mio rossore. Prima che potessi aprire bocca, una minuscola auto rossa si fermò lì accanto e suonò due volte il clacson.
"È mia madre, devo andare." Disse lui di fretta. "Ti rivedo?"
Mi strinsi nelle spalle e lui rise nervosamente, avviandosi verso l'automobile.
"Me lo dirai la prossima volta!" Gridò da sopra la spalla, prima di sparire in un turbine di gas di scarico.
Scossi la resta, fra il confuso e l'infastidito, osservando l'automobilina rossa farsi trada nel traffico veloce della strada accanto.
"Abbiamo fatto nuove amicizie?" Mi sussurrò la tua voce nell'orecchio. Mi scappò un gridolino di sorpresa, non ti avevo affatto sentito arrivare. Eri scuro in volto, erto in tutta la tua altezza.
"Non ricominciamo, eh? Non gli ho chiesto io di venire qui a presentarsi."
"Lo so. Non ce l'ho con te." Rispondesti rilassando le spalle. "Con lui si, però. Cosa ti ha detto?"
"Niente di che. Si è presentato e mi ha chiesto come mai mi vede sempre qui."
"Ci ha provato?" Domandasti mordicchiandoti il labbro inferiore. Non avrei voluto dirti un esplicito 'si', per non esacerbare gli animi, ma esitai un secondo di troppo e tu annuisti, come se ti avessi risposto.
"Chiaramente. Il dono di dio alle donne, lui. Cosa gli hai detto?"
"Niente. Sono stata zitta e poi è arrivata sua madre a prenderlo." Annuisti di nuovo.
"Bene." Approvasti, chiudendo il discorso.
"Ha detto che pensava che fossi un'allucinazione. Dici che mi prendeva in giro?"
"Apparizione. Ai santi come lui arrivano le apparizioni, non le allucinazioni." Ridacchiai alla tua battuta e tu mi sorridesti rassicurato, iniziando a camminare.
"Certo che non sei male, come apparizione. Hai una carriera davanti. 'Cosa fai di mestiere?' 'Appaio ai santi!'. Dico, vuoi mettere l'effetto sui biglietti da visita?"
"E tu? Tu che fai il cow boy?"
"Cosa è che faccio io?" Mi guardasti sorpreso.
"Si, il cow boy! Il ragazzo delle vacche!"
"Piantala, scemotta!" Ridevamo camminando, piegati in avanti, appoggiandoci l'uno all'altra.
"Hyppi ai yeee! Verso il tramonto, Viola!"
"Senti, la Madonna di Fatima!"
"Non posso fare la madonna, e non posso per colpa tua, oltretutto!"
"Oddio, cos'ho fatto stavolta?"
"Pensaci: la madonna è..."
"Ver...ah! Ah! Sei un caso disperato, Bea! Questa era brutta forte!"
Arrivammo al treno appena in tempo, ancora avvolti in una nube di risate. Divenne uno scherzo abituale fra noi: io l'apparizione e tu il cow boy.
Una sera, a cena, mi venne di chiamarti in quel modo.
"Perchè cow boy?" Domandò incuriosito tuo padre.
"Bea..." mi ammonisti tu. Decisi di ignorarti.
"Non lo sai, zio, che Dario adesso fa il cow boy?"
"No, perchè?"
"Bea, guai a te!"
"Per via del suo grande amore per le vacche, zio! Ne ha perfino una tutta sua, la lega alla ringhiera del palazzetto quando si allena e lei muggisce tutto il tempo." Un panino mi sfiorò sibilando l'orecchio destro, mentre tuo padre rideva coi gomiti appoggiati al tavolo e tua madre schiamazzava per riportarci all'ordine.
"Dario, non si tira il cibo! Beatrice, ti sembrano cose..."
"Ti brucia perchè tu non hai nessuno, nanetta? Ma non te la prendere...è che guardano ad altezza d'uomo. Prova a montare su una sedia!"
"Vengo lì, sai?"
"E poi cosa, mi picchi un ginocchio?"
"Beatrice! Dario! Allora!"
Girai rapida attorno al tavolo, appoggianomi alla sedia di zio Lucio che continuava a ridere, piegato in avanti, e ti allungai un pizzicotto, forte, sulla parte interna del braccio, dove la pelle è sottile.
"Ahia, assassina!"
"Dillo adesso, se hai coraggio, quel che mi devi dire, allevatore di bestiame!"
"Stai ferma, che ti fai male!" Mi minacciasti con un sorriso afferrandomi la mano. Ti diedi un nuovo pizzicotto con l'altra, stavola sul fianco.
"Ahia! Aiuto!" Ridevi come un pazzo.
"Confessa! È una mucca o no?"
"Si, ma di razza, però!" Un nuovo scroscio di risa accolse la tua precisazione.
Tua madre si alzò in piedi, picchiando col palmo sul tavolo, scandalizzata, ammonendo lo zio di darsi un contegno e metterci al nostro posto, nell'ordine.
Tu, nel frattempo, mi avrvi afferrato per i polsi e mi spingevi veso il basso, piegandoli all'indietro.
"Smettila, scemo, mi fai male!"
Zio Lucio si schiarì la voce e ti lasciò un urlaccio:
"Lascia immediatamente stare tua sorella, che le fai male!"
Mi lasciasti andare all'istante e ci scambiammo uno sguardo vacuo, non sapendo cosa dire. L'aveva detto nuovo, gli era scappato, quel 'sorella'.
Lo guardai da sopra la spalla. Ci sorrideva ancora, divertito, conscio che il nostro era solo un gioco, un prenderci in giro accettato da entrambi e che non feriva nessuno dei due.
"Sono sua cugina, zio." Gli ricordai nel tono più sommesso possibile, mentre tu lo guardavi serio.
"Quello che è." Rispose lui scrollando le spalle "fatto sta che adesso la piantate di comportarvi come due bestie selvatiche e vi sedete da personcine educate. Dai, veloce!"
Mi sedetti al mio posto e finii di mangiare, avvolta nel più totale silenzio. Tua madre tirava su con il naso con aria sdegnosa, tuo padre, al solito, mangiava chino sul piatto senza guardare nessuno. Incrociai una volta i tuoi occhi e li trovai perplessi almeno quanto mi sentivo io.
Quella notte, ranicchiati nel buio del mio letto, discutemmo a lungo dell'abitudine dello zio di chiamarci fratelli. Si vedeva che non era una cosa intenzionale, da parte sua, e questo dava alla faccenda una tinta ancor più inquietante.
"Il giorno che spariremo assieme gli verrà un colpo." Pronosticasti tu con angoscia.
"Eh, mi sa che gli ci vorrà un pochino per abituarsi all'idea."
"E se non volesse più rivederci? Se non lo accettasse mai?"
"Dario, per me non importa, ma, dopotutto, è tuo padre, non il mio."
"Gia, adesso che ci penso, secondo te lo zio come la prenderà quando lo verrà a sapere?" Chiedesti incuriosito. Riflettei qualche secondo.
"Non dico che approverà, ma alla fine non credo che darà di matto. Lo sai com'è, mio padre. Tutto lo interessa, ma niente lo tocca."
"Beato lui." Commentasti laconico.
Mancavano pochi giorni ad una nuova partita. Si svolgevano sempre la domenica pomeriggio e, di solito, ero solo io a venirti a vedere, a volte con Federica, ma più spesso da sola. Per la maggior parte del tempo, in realtà, quel che facevo era fissarti mentre restavi seduto con aria nervosa a bordo campo, salvo scattare come una molla ad un ordine secco dell'allenatore quando decideva di lasciarti entrare, verso la fine.
Per quanto tu avessi provato a spiegarmi tutto e nonostante mi paresse di aver capito le regole, il gioco in sé non riusciva a coinvolgermi. Rimanevo seduta ad osservare azioni che facevano urlare selvagge salve di incoraggiamento dalla tifoseria e rimanevo seduta anche quando in molti si alzavano, per festeggiare um canestro. Semplicemente, non mi riusciva di emozionarmi di fronte a dieci individui che si contendevano un pallone.
Quella domenica avreste giocato più tardi del solito e, certamente, sarebbe finita al tramonto. Già mi pregustavo il piccolo piacere di camminarti accanto nella penombra della sera e, forse, di qualche passo abbracciata a te, se ce lo fossimo potuti concedere. Ero serena.
Cominciò come tutte le altre volte, con te seduto a bordo campo che osservavi teso i tuoi compagni giocare, nella speranza di entrare, sul finale. Ma, poi, uno dei tuoi compagni di squadra ebbe la bella pensata di cadere, correndo, in mezzo alle due squadre che correvano compatte come un sol uomo. Non tutti riuscirono ad evitarlo e rimediò qualche brutta pedata addosso. Dovette uscire dal campo.
Sassi si avvicinò all'allenatore e gli parlò veloce e convinto, accennando a te con la testa. Lui annuì e ti chiamò in campo.
Non avevi mai giocato a quel punto della partita, in cui tutto era ancora da decidere. Quasi ti vidi entrare in quello stato di caparbia concentrazione che ti contraddistingueva quando decidevi che qualcosa fosse 'una cosa da fare'.
Iniziasti a correre e parve che non dovessi fermarti più. Eri ovunque, come se spuntassi dall'impiantito della palestra, gli occhi fissi su Sassi, a seguire ogni suo cenno di indicazione.
Rimanesti fino alla fine della partita e vinceste di una vittoria piena e soddisfacente, senza troppe angosce.
Alla fine, più di uno dei tuoi compagni venne a batterti la mano sulla spalla, a significare che avevi fatto un buon lavoro. Andrea escluso, ovviamente.
Ti vidi entrare nello spogliatoio raggiante di orgoglio, con un sorriso trionfale sulle labbra. Ce l'avevi fatta, alla fine, a diventare abbastanza bravo da guadagnarti le loro simpatie.
Mi misi esattamente di fronte alla porta, per poterti vedere subito, appena fossi uscito. Ero fiera di te e piena di gioia per quel tuo piccolo successo tanto sudato. L'unico dispiacere era quello di non poterti accogliere con un bacio.
Appoggiai le spalle alla parete di cemento e presi ad osservare il cielo giallo cupo, che già si stemperava in uno scuro violaceo dalla parte opposta, tingendo le poche nuvole fioccose di tinte scioccanti.
"Ciao. Ci si rivede." Andrea. Di nuovo. Non volevo che rovinasse la tua bella serata, ma cosa si dice ad un ragazzo per tagliare corto? 'Vattene' mi suonava troppo autoritario.
"Già."
"Senti, è da prima quando ti ho visto fra il pubblico che volevo parlarti. Posso?" Sembrava meno irruento della volta precedente.
"Devi proprio?" Domandai il più educatamemte possibile.
"Dai, stammi a sentire, non ci metto tanto. Ti chiedo solo di starmi a sentire, niente altro." Parlava in fretta, con voce convinta, volgendo le spalle alla porta per starmi esattamente di fronte, un pallone sotto il braccio.
"Dimmi, allora."
"Senti, io è da un po' che ti guardo."
"Me ne ero accorta."
"Sembri sempre sola, nessumo che ti parli mai, nessuno vicino..."
"Quindi?"
La porta si aprì e si richiuse, ne uscì un gruppetto di ragazzi. Fra di loro, spiccava la tua testa bionda. Ti avvicinasti senza rumore alle sue spalle ed io ti guardai supplichevole, domandandoti scusa. Sorridendo, mi facesti cenno con la mano di lasciarlo proseguire, rimanendo a braccia conserte, esattamente dietro di lui.
Andre non si rese conto di questo armeggio, ma attese che riportassi su di lui la mia atrenzione prima di parlare di nuovo.
"E quindi. Sembri tanto diversa dalle altre ragazze, tanto misteriosa. Insomma, mi piaci davvero tanto." Fece una pausa, ma io rimasi in silenzio, vedendo, ai margini del mio campo visivo, il tuo sorriso che si allargava sempre di più. "Penso di non aver mai visto una ragazza che mi piacesse tanto. Pensavo...ci usciresti con me?"
"No." Risposi tranquilla. Le sue spalle si abbassarono un poco.
"Lo sapevo, hai il ragazzo, vero? Ma guarda che non ti faccio niente, eh? Vorrei solo conoscerti. Ah! Mi dimenticavo!"
Mi porse il pallone che aveva sotto il braccio ed io lo fissai interrogativa.
"La palla della partita. Appena rubata, apposta per te. Allora? Adesso ci esci con me? A titolo puramente amichevole?"
"No." Ribadii.
"Ma..."
Gli battesti un colpetto sulla spalla, delicatamente, quasi gentilmente, e lui indietreggiò di un mezzo passo, trovandoti così vicino.
"Cosa vuoi?" Ti apostrofò con malgarbo.
"Dimmi, Andrea, ti ho mai presentato la mia cuginetta?" Gli domandasti in tono mellifluo, aggirandolo per venirti a trovare al mio fianco. "Sai, ci vogliamo tanto, ma tanto bene, io e Beatrice." Terminasti, passandomi un braccio attorno alle spalle. Ti sorrisi, vedendo un sorriso folle sul tuo viso.
"Per questo, non esce con te." Toccasti il pallone che avevo in mano. "E questo? La palla della partita? Posso?" Lo prendesti con una mano sola dalle mie, portandolo davanti al viso. "Lo tengo volentieri, è un bel ricordo, visto che Sassi mi ha detto che da settembre entro titolare."
Andrea sembrava essere stato colpito da un fulmine e spostava lo sguardo ora su di te, che lo guardavi sogghignando, ora su di me, circondata dal tuo braccio e stretta al tuo fianco.
Due fiori rosso intenso gli sbocciarono sulle guance. Ti sporgesti appena verso di lui e, passatami la palla, gli afferrasti con due dita il mento.
"Non ti arrabbiare, Andrea. Nella vita non si può mica avere tutto quel che si vuole." Si liberò dal tuo tocco con un gesto furibondo e tu ti avviasti, tenendomi sempre stretta a te.
Dopo pochi passi, frullasti le dita dietro la spalla, in un ironico saluto, senza girarti. Io, invece, lo guardai. Era ancora davanti al muro di cemento, con la testa voltata verso di noi, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Avevi decisamente vinto.
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