Fu un'estate splendida e tranquilla, di quelle che si ricordano fino negli anni della vecchiaia e che, quando si ricordano, appaiono circonfuse di un'aura dorata, come nell'effetto di luce di un qualche film sentimentale.
La tanto promessa vacanza che tuo padre minacciava sempre ci sfiorò, questa volta, ma , di nuovo, ci passò accanto lasciandoci indenni. E noi potemmo finalmente lasciarci alle spalle anche qull'ultima preoccupazione e godere a pieno delle lunghe giornate di sole.
Molte volte, partivamo la mattina, a piedi, e non rientravamo fino a sera. Lo facevamo ogni volta che i nostri genitori erano fuori per tutta la giornata e questo accadde spesso, in quei mesi.
Mio padre, preso da una sorta di compassione nei confornti di zia Sissi, la portava con sé nei suoi spostamenti, quando non doveva allontanersi troppo, per 'lasciarla svagare', come diceva lui.
La zia tornava da quelle gite di un giorno coi capelli scompigliati e il viso rosso di una ragazzina, portando sulle braccia borse e borsine rigurgitanti di piccoli tesori, come fosse stata all'estero, poi ne parlavano insieme, fino allo sfinimento.
Non ci importava.
Eravamo orami persi l'uno nell'altra, pressochè ignari di quello che ci accadeva intorno e tremendamente felici. Ognuna di quelle giornate era una benedizione per noi e tu, una mattina, chiudesti l'argomento con una scrollata di spalle e un lapidario:
"Sono affari loro.".
Nella luce strana del primo mattino, appena l'auto di mio padre varcava il cancello, correvamo in cucina a mendicare da Dora qualcosa per il pranzo e poi, col cuore in gola e la bocca gonfia di risate, un po' correvamo e un po' camminavamo fino a che anche l'ultima casa non spariva dalla vista.
Nei campi distesi, spellati dal sole, fra l'erba secca che scrocchiava ai nostri piedi e le cavallette che si alzavano in volo mostrando il rosso delle ali, andavamo in cerca di un posto riparato, nascosto, una piccola casa per noi due soli, che ci accogliesse fino al tramonto.
Erano case di terra e di rovi, col tronco lungo e diritto dei noci selvatici attorno, e l'odore di polvere arsa che ci impregnava la pelle, ma erano belle e le amavamo.
Stesi su una vecchia tovaglia, col viso al cielo, la tua testa posata sul petto, parlavamo di mille sciocchezze, ridevamo senza motivo e trovavamo ogni modo per evitare argomenti penosi.
Era incredibile come trovassimo tante cose di cui parlare, giorno dopo giorno, nonostante ogni attimo della nostra esistenza lo passassimo insieme. Eppure, non accadde mai che rimanessimo senza nulla da dirci.
A volte ci calavamo in un silenzio amichevole, affettuoso, e tu ti prestavi ad ogni mio capriccio, lasciandoti coccolare come un gatto domestico, solleticare, riempire di fiori raccolti dai campi i capelli e i fori della cintura.
Ogni volta che avevamo della frutta, ne staccavo la polpa calda e dolce a piccoli morsi, che ti passavo nella bocca dalla bocca, come nutrendo un pulcino, perchè non amavi la buccia.
Alle volte, non spesso, per la verità, nell'ora più calda del giorno, quando l'aria sembrava vetro bollente ed ogni cosa pareva dormire, mi circondavi con le braccia, attirandomi a terra, e facevamo l'amore, stringendoci nonostante il calore opprimente, sussurrando l'uno all'altra ciò che sapevamo che ci piaceva sentire, fino ad arrivare all'apice del piacere, mormorando, con la voce coperta dal canto ossessivo delle cicale. Eri diventato quasi infallibile, ormai, nel portarmi dove volevi, e non era più un problema, fra noi, che tu ti lasciassi andare. Sapevi che non ci sarebbe stato alcun giudizio da parte mia, né tanto meno condanna.
Ti volevo per quello che eri, in tutto e per tutto, senza alcuna esclusione ed era bello, la cosa più bella, sentire che era lo stesso per te.
Sembravano non dover finire mai, quelle giornate vischiose in cui i vestiti ci si attaccavano addosso prima ancora di colazione e si dormiva più nudi possibile, sdraiati sopra il lenzuolo a costo di farci ammazzare dalle zanzare, pur di respirare, e che per noi erano come un paradiso.
Eri sempre innamorato della tu moto e i tuoi unici momenti lontano da me erano dedicati a lei, perchè di una lei si trattava, questo l'avevi messo in chiaro da subito.
Me ne parlavi come se si trattasse di una bella ragazza, scatenando le mie proteste scherzose, e passavi qualche ora ogni settimana in giro, senza meta, cercando di acquisire più esperienza possibile alla guida.
"Non vorrai mica che finisca per cadere la prima volta che ti porto a scuola!" Ti giustificavi tendendo le mani, al ritorno.
Io ridevo e ti prendevo in giro, dandoti del feticista, ogni volta in cui ti lanciavi in lunghe tirate sulle sue caratteristiche tecniche, che per me restavano un misterioso elenco di numeri. Non mi infastidiva, quel tuo amore viscerale per quell'oggetto sfacciatamente pacchiano, bianco come il ghiaccio e rosso come il fuoco, rumoroso come un'intera sfilata carnevalesca. Mi inteneriva, vederti tanto entusiasta, mi pareva di vederti tornare bambino, prima ancora della scuola, quando un nuovo gioco scatenava in te giorni interi di assidua ammirazione.
Sapevo benissimo che, in realtà, volevi goderti da solo il tuo nuovo giocattolo e che ne andavi fiero come di niente altro al mondo. Stavi sempre attorno, a lisciarla, lustrarla, pulirla con la pignoleria quasi ossessiva che ti aveva sempre contraddistinto. Vestito solo di un paio di pantaloncini da ginnastica e di una maglia di cotone bianca, passavi le serate nella rimessa, immerso in queste occupazioni, mentre io, seduta a gambe incrociate su un tavolaccio, ti guardavo indulgente.
Fu tutto idilliaco, fino ai primi di settembre. Dopo il caldo infernale di quegli ultimi due mesi, iniziava a rinfrescare e si sentiva già nell'aria il sentore del ritorno alla dura realtà quotidiana, che ci avrebbe ripreso nel suo ingranaggio di lì a poco, strappandoci al sogno di quei giorni insieme.
Passavi sempre più tempo a girare per le strade di campagna sulla tua moto, dato che si avvicinava il ritorno a scuola e che, a prezzo di un'insistenza quasi eccessiva, abevi estorto ai nostri genitori il permesso di usarla per il tragitto e, per di più, di portare anche me. Prendevi molto sul serio la faccenda, come se si trattasse della massima responsabilità di potessi essere investito, e mi inteneriva quando mi portavi avanti e indietro, all'infinito, sulla strada di casa, cercando di spiegarmi come avrei dovuto muovermi assieme a te.
"Guarda che non è un'astronave, Dario. Ho capito!" Ti dissi una sera, esasperata "mi hai preso per cretina?"
"No" rispondesti abbassando il viso, con aria timida "voglio solo essere sicuro. Sai, dato che porto qualcosa di valore..." mi sorridesti guardandomi di sbieco e non potei fare a meno di assecondarti. Non ero mai stata capace di oppormi a te, quando decidevi davvero qualcosa.
Un pomeriggio, come solito, andasti fuori per uno dei tuoi soliti giri senza meta. Ascoltai dalla finestra della mia stanza il rumore del motore allontanarsi, dissolvendosi poco a poco nell'aria e, come ogni volta, mi sentii un poco sola e desiderai che tu tornassi presto.
Stavo riprendendo in mano i libri di scuola, in quei giorni, per dare una rinfrescata alla grammatica greca, ma dopo qualche minuto appena decisi che era un peccato sprecare gli ultimi giorni di sole e che sarebbe stato più saggio andare a studiare in giardino, sotto il solito albero.
Stavo scendendo le scale quando sentii suonare il campanello della porta.
Era una cosa inusuale, a casa nostra, dove le poche, ben selezionate, amiche di tua madre erano le uniche persone a farci visita con una qualche regolarità e venivano puntualmente attese sulla porta, risparmiando loro la fatica di suonare.
Incuriosita, mi soffermai nell'atrio, alle spalle di zia Sissi, che, certamente presa alla sprovvista quanto me, aveva dimenticato di chiedere a Dora di aprire e lo stava facendo lei stessa.
La voce che sentii era l'ultima al mondo che mi sarei aspettata di sentire.
"Buonasera, signora, sono un compagno di Dario, mi chiedevo se Beatrice è in casa." Domandò educatamente Andrea.
La zia fece un mezzo passo indietro, spalancando la porta, e non feci in tempo a sgattaiolare via.
"Oh, eccola lì. Bea, c'è un vostro amico qui, cerca te."
Impossibile fare scene davanti a lei, tanto meno tagliare corto dicendogli in faccia di andarsene. Sarebbero state troppe le domande a cui rispondere, prima fra tutte cosa mai mi avesse indotta a tanta maleducazione. Mi avvicinai.
"Cosa posso fare per te?" Chiesi nel tono più freddo che riuscii ad escogitare. Andrea sorrise come se l'avessi salutato con calore.
"Passavo giusto da queste parti e ho pensato di venire a offrirti un gelato.Che ne dici?"
"Che idea carina!" Cinguettò zia Sissi.
"No, grazie." Risposi algida.
"È per modo di dire. Se preferisci possiamo bere un qualcosa."
"Vai pure, cara." Mi concesse la zia. La fulminai con un'occhiata e lei inarcò le sopracciglia, come a chiedere cosa avesse mai detto di male. Mi voltai e vidi Andrea che sorrideva, coprendosi la bocca con una mano. Indossava una maglietta rossa che gli stringeva sul torace e un paio di pataloni chiari e leggeri, che contrastavano mirabilmente con il colore dorato della sua abbronzatura estiva. Cosa pensasse di lui la zia era evidente, gli angoli della bocca continuavano ad arricciarlesi all'insù, nonostante l'espressione composta del resto del volto. Sbuffai dal naso.
"Con te non ci voglio uscire e lo sai benissimo."
"Ti prego. Sono venuto a porgerti le mie scuse. Non vorrai umiliarmi costringendomi a farlo qui, davanti a tutti." L'aveva capita al volo, il piccolo intrigante.
"Non vuoi che aspettiamo Dario?" Lo provocai. Inaspettatamente, lui si rivolse alla zia, che si stava ancora godendo la scena sulla soglia.
"La prego, signora, interceda lei per me. Questa ragazza è spietata."
La zia arrossì e mi pose la mano nel centro della schiena, spingendomi leggermente in avanti. Mi voltai per dirle qualcosa, ma, prima che potessi aprire bocca, sentii chiudersi la porta.
"Sei un grandissimo pezzo di cacca!" Sibilai. Andrea rideva piano, a testa china, guardandomi da sotto i riccioli scuri che gli cadevano sulla fronte.
"Adesso io mi siedo qui e aspetto che torni Dario. Poi, se non te ne vai te la sbrighi con lui." Minacciai.
"Se è questo che vuoi, sei libera di farlo. Ero serio, sai? Davvero sono venuto per scusarmi. Per quello che è successo questa primavera. Se devo farmi ammazzare di botte per farlo, sta a te deciderlo."
"Ma cosa vorresti da me, scusa?"
"Un'ora. Anche meno. Due parole, magari senza incontrare il cuginetto. E basta." Voltai la testa verso casa e vidi muoversi appena la tendina bianca della finestra dell'atrio. Zia Sissi ci stava ancora guardando. Con un sospiro di stanchezza, mi avviai verso il cancello e lui mi fu subito al fianco.
"Bada bene: un'ora massimo."
"Sissignora."
"E se dici un'altra mezza parola sbagliata su Dario, stavolta ti prendo a pugni in faccia. Ti avviso che dico sul serio."
"Chiarissimo."
Camminammo in silenzio fin oltre il cancello.
"Ma sul serio io non ti piaccio neanche un po'?" Mi chiese.
"Sul serio."
"Di solito alle ragazze piaccio."
"Allora vai a rompere le scatole a loro."
"Quanto sei cattiva."
"Disse la volpe all'uva." Terminai io. Si mise a ridere, con la risata schietta e aperta di chi non ha un pensiero al mondo e, per un attimo, lo invidiai.
"Sai che avete una casa bellissima? Sembra un palazzo. E quella di prima è tua madre?"
"La sua. Io la mamma...non la vedo."
"Io mio padre. Mai visto."
"Ti dispiace?"
"No. E a te di tua madre?"
"Certe volte. Ma non spesso."
"E ci siete solo voi due? Dico, di figli."
"Solo noi."
"Chi è il maggiore?"
"Lui. Di diciassette giorni."
"Cazzo, siete praticamente gemelli! Per questo gli sei tanto attaccata?"
"Per questo e altro."
"Tipo?"
"Tipo che è il mio migliore amico. E per me c'è sempre stato. E poi è buono e gentile e si farebbe ammazzare pur di non farmi stare male. E poi mi fa i compiti di mate, da quando avevo dieci anni. Cose così."
"Ci credi se ti dico che non riesco a vedercelo nella parte del buono gentile e generoso?"
"Ci credi che dicevo sul serio quando ti ho promesso quel pugno in faccia?"
"No, va bene, scusami. Casco sempre male quando parlo di lui, vero? Anche l'altra volta, davanti alla scuola. Sul serio, non volevo farti piangere. Volevo solo avvisarti di una cosa."
"Che sto buttando via la mia vita a voler bene a Dario?"
Scosse la testa sconsolato.
"No. Ho sbagliato a dirti così, non avrei dovuto. Mi dispiace. Volevo solo dire che io, noi, i suoi compagni di scuola, lo vediamo molto diverso da come lo vedi tu. E che forse sarebbe il caso che tu provassi a guardarlo anche da quella prospettiva."
Eravamo in paese, ormai. Ci sedemmo sullo scalino di un marciapiede, all'ombra dell'edificio dirimpetto.
"Senti, Andrea." Provai a parlargli con calma "devi capire che, anche se lui fosse la più brutta persona del mondo, per te, per me sarebbe sempre e solo Dario." Era una realtà tanto evidente e scontata, per me, che rimasi stupita vedendo che mi guardava stranito.
"Anche se ti dimostrassi che è davvero una brutta persona?"
"Non penso che tu riesca a dimostrarmi una cosa del genere. Ti è antipatico. Pace, non possiamo essere simpatici a tutti, no?"
Annuì stringendo le labbra.
"E se io fossi il suo più caro amico, invece, avrei qualche speranza con te? Perchè io vorrei ancora conoscerti meglio."
"Sinceramente, Andrea, no. Se voi andaste daccordo, forse riusciresti a conoscermi meglio. Ma non mi piaci, in quel senso, e non mi piacerai mai. Senza offesa. Voglio solo farti capire che tutto questo, tutto quello che stai facendo, è inutile."
"Non è inutile, se ti fa vedere la verità. Se poi io non ti piaccio, è un altro discorso. Posso sopportarlo." Mi sorrise. Non sapevo bene cosa pensare.
"Ti è andata bene che non l'hai trovato a casa." Scossi la testa.
"Bene un corno. Era più di un'ora che aspettavo di vederlo uscire per venire a suonare." Rise francamente.
"Accidenti, che cuor di leone!"
"Non è che io sia un vigliacco." Rispose tornando serio "è che quello lì è pericoloso."
"Come no. Vedi, come sono spaventata."
"Dico sul serio, Bea."
"Beatrice, se non ti secca. E quel pugno ce l'ho ancora, non l'ho buttato via."
"Allora, mettiamola cosi, facciamo una scommessa. Se ti dimostro, dimostro proprio, obiettivamente, che ho ragione io, cosa mi dai?"
"Niente. Non sono mica io che ho deciso di scommettere."
"Ce la scommetti una pizza?"
"Su Dario? Si, va bene. Anche la vita, ci scommetterei, su di lui."
Andrea mi posò la mano sulla spalla, alzandosi.
"Meglio una pizza, fidati."
Ci riavviammo verso casa e mi accompagnò fino all'incrocio con la strada grande, per poi sparire in lontananza.
Già quando vidi la tua moto nella rimessa aperta, capii che si preparava un mare di guai.
Ero uscita così come mi trovavo, o meglio, mi ero trovata chiusa fuori casa, e non avevo le chiavi con me. La nostra era una di quelle porte che non hanno maniglia, all'esterno, e per rientrare usai la porta della rimessa.
Salii le scale diretta alla mia stanza e, arrivata in corridoio, mi bloccai, di fronte ad una scena a dir poco stravagante.
Zia Sissi era fuori dalla porta di camera tua, ferma, a fissare la porta chiusa. Dietro di lei, zio Lucio, anche lui intento a fissare la porta, appena rientrato, con ancora indosso i pantaloni scuri e le scarpe lustre che usava al lavoro. Dalla stanza non veniva un suono un fiato, come fosse vuota. Mi avvicinai in silenzio.
Quando mi vide, la zia, pallida e preoccupata, mi fece cenno di avvicinarmi. Con voce appena udibile sussurrò:
"Dario si è..." da dietro la porta si levò un ruggito, tanto simile a quelli di zio Lucio nei momenti di rabbia che, se non l'avessi avuto accanto, avrei giurato fosse lui, a gridare.
"Vi ho detto di andare via!" Tale e quale. Come se la porta nemmeno esistesse. Guardai lo zio. Sul suo viso si mescolavano rabbia, preoccupazione e una profonda comprensione. Si strinse nelle spalle.
"Ha dato di matto. Capitava anche a me, alla sua età. Meglio se lo lasciamo sbollire in pace." Qualcosa di pesante piombò sulla porta dall'interno, facendola tremare e la zia fece un mezzo passo indietro. Io scrollai le spalle e feci per entrare nella stanza, ma lo zio mi trattenne.
"No, davvero, è meglio se si dà una calmata, prima, credimi."
"Ma smettila." Sbuffai, girando la maniglia.
Entrai nella stanza e richiusi la porta alle mie spalle. Eri pallido come un cencio, perfino le labbra ti si erano sbiancate, e tremavi, con le narici dilatate che palpitavano come quelle di un cavallo imbizzarrito.
"Hai finito di fare il matto?" Ti chiesi irritata. In due lunghi passi ti portasti di fronte a me, gli occhi che sembravano vuoti come specchi.
"Già di ritorno? Ti sei divertita?" Chiedesti scandendo le parole come se parlassi una lingua aliena.
"No. Non particolarmente. Cosa ti prende, dì un po', a fare queste scenate?"
"Dove sei stata?"
"Lo sai benissimo dove sono stata."
"Lo voglio sentire da te." Scandisti a voce bassa e monotona.
"Sono stata a portare via Andrea in maniera che non finiste per picchiarvi. Ecco dove sono stata."
"Andrea lo stesso che non volevi più che ti si avvicinasse? Lui? E poi lo proteggi da me?"
"Dario, devi capire che..."
"No, Dario invece non deve capire proprio niente!" Mi urlasti in faccia con quanto fiato avevi in gola. Deglutii. Mi sentivo la gola secca. Non mi ero resa conto di aver fatto tanto male.
"Senti, guarda che hai pubblico. Se devi proprio, dimmi quel che vuoi, ma fallo a voce bassa." Guardasti la porta, sempre con quel viso senza espressione, quegli occhi vuoti, e continuasti a voce bassa e tagliente.
"Io non devo capire niente. Non voglio capire, perchè ti comporti così. Prima mi dici che non lo vuoi mai più vedere, che posso anche ammazzarlo, se proprio voglio, poi ti comporti così? No, non voglio capire. Se no, guai a te."
"Se no guai a me? Ma cosa pensi che abbia fatto, Dario? Cosa pensi che ci sia sotto, una tresca? Me lo son trovata davanti, non volevo che ti mettessi nei guai e l'ho portato via. Basta."
"Basta? Basta? Cosa credi che ne pensi, lui? Vuoi saperlo? Che può fare quel che vuole, con te. Che ti può far fare quel che vuole." Ti piegasti verso di me, portando i tuoi occhi al livello dei miei "e magari è anche vero, no?"
"Smettila. Lo sai che..."
"Io non so più niente."
"Allora te lo dico io."
"No. Tu adesso stai zitta. Zitta, hai capito?" Mi colpisti con la punta delle dita in mezzo al petto, come se mi stessi spingendo via, con durezza. Quel gesto conteneva in sé tanta rabbia e tanto disprezzo che mi salirono le lacrime agli occhi.
"Io non..."
"Ho detto zitta. Non ti voglio sentire." Non sapevo più che dirti. Chinai il capo e le mie lacrime presero a cadere sul pavimento e sui miei pantaloni, come piccole gocce di pioggia salata. Tu iniziasti a camminare avanti e indietro per la stanza, con le spalle in avanti, i pugni stretti, il viso pallido e teso. Sembrava che ad ogni passaggio ti caricassi sempre di più, procedendo a pieno regime verso un'esplosione apocalittica.
Dovevo fermarti, in qualche modo, sviare la tua mente, arrestare quel ciclo di autodistruzione. Allungai una mano e ti sfiorai, mentre passavi. Ti voltasti verso di me, con la bocca atteggiata ad una smorfia sprezzante.
"Non mi toccare." Ti guardai in viso, supplicandoti in silenzio. Mi volgesti le spalle.
"Dario..."
"Ho detto zitta."
"Dario..."
"Cosa vuoi, da me? Si può sapere? Cosa?" Replicasti furibondo.
Scivolai a sedere, lì, a terra, sentendo le energie che mi avevano sostenuto che colavano via da me come acqua. Mi sentivo come se avessi appena visto morire il sole.
Niente, ecco cosa volevo in quel momento, niente. Non volevo dire nè fare più nulla. Per strano che fosse, quella sensazione mi riuscì familiare. Cercai di ricordare dove e come l'avevo già provata, ma, per quanto avessi la sensazione che la risposta fosse lì, appena oltre la mia portata, non arrivavo a prenderla. Rimasi seduta, lasciando che le lacrime mi colassero sul viso, cercando senza riuscirci di acchiappare la coda di quella sensazione. Tu rimanevi immobile, girato di spalle, con le mani posate di piatto sul tavolino. Passò il tempo.
Sentivo il tuo respiro pesante che riempiva la stanza, come il suono della risacca. Quasi morii di paura quando, senza alcun preavviso, desti in una specie di grido di guerra.
"Perchè devi sempre farmi incazzare così?" Ruggisti, assestando un calcio con tutta la tua forza alla sedia accanto a te. Era una vecchia sedia e la traversa su cui posavi i piedi da bambino si spezzò con uno schiocco secco, come un colpo di pistola. Iniziasti a piangere sommessamente.
Col cuore che mi galoppava in gola, mi strinsi le ginocchia al petto, sentendomi molto piccola e molto sola. Sapevo che a quel punto avrei potuto parlare, ma non avevo più nulla da dire.
Rimanemmo così, io a terra e tu in piedi, con le mani sul viso, fino a che il tuo pianto non si calmò.
Quando ti accovacciasti di fronte a me, d'istinto mi ritrassi, nascondendo il viso dietro le gambe ripiegate.
"Eh?" Chiedesti in un tono più normale "Perchè devi farmi arrabbiare, me lo dici?"
Non risposi. Non potevo.
"Bea?" Chiamasti, ora un poco preoccupato "Beatrice?"
Mi rendevo conto che ti stavi calmando. Ora il problema era che non ero affatto calma io. Quel tuo ultimo gesto violento, ancor più della fredda rabbia di prima, mi aveva precipitata in quella strana sensazione e in quel senso di incompleta reminiscenza. Pensai che volevo mio padre, pensai che desideravo averlo accanto più di ogni altra cosa. Tu continuavi a parlare, ma le tue parole erano solo un'eco smorzata. Papà sarebbe arrivato a casa, prima o poi. Papà avrebbe sistemato ogni cosa.
Mi chiamavi con insistenza, scuotendomi per le braccia.
"Oh, mi vuoi rispondere?"
"A cosa?"
"Dimmi perchè sei andata con lui. Devo saperlo. Non la cazzata che mi hai raccontato prima. Il motivo vero. Perchè non l'hai mandato via e basta?"
"Ha detto che voleva chiedermi scusa."
"Per questo? E tu gli hai creduto?"
"Si."
"Ti fidi troppo della gente."
"Scusa."
"Va bene."
"Scusami."
"Si, va bene. Scuse accettate."
"Non farmi più male." Rimanesti immobile per un attimo e una sottile linea verticale ti si disegnò fra le sopracciglia.
"Ti ho fatto male?"
"Molto." Annuisti.
"Anche tu."
"Scusa."
"Va bene. Alzati, dai."
"No."
"Cosa vuol dire no?"
"No."
"Bea? Ma stai bene?"
"No."
"Dai, alzati."
"No."
Ti alzasti in piedi. Mi fissavi e chinai di nuovo la testa, posando la fronte sulle ginocchia. Ti sentii aprire la porta. Fuori doveva esserci ancora qualcuno, perchè sentii qualche parola a bassa voce, scambiata come di passaggio. Tornasti dopo un minuto, con un bicchiere d'acqua.
"Per favore, Bea, alzati. Per piacere." Allungai la mano verso il bicchiere fresco e bevvi. Ti sedesti accanto a me.
"Cos'è, ti ho fatto paura?"
"No. Mi hai fatto tornare in mente una cosa che non mi ricordavo più."
"Ah, si? Cosa?"
"Com'era la mia mamma quando si arrabbiava." Vidi il tuo pomo d'adamo salire e scendere freneticamente.
"Perdonami."
"Non hai fatto apposta. Non lo sapevo neanche io, figurati."
"È che quando sono tornato a casa e non ti ho trovata..."
"Lo so. Hai ragione tu, ho fatto male. Farò in modo di farmi perdonare."
"Va bene, amore. Non sono più arrabbiato."
"Si che lo sei."
"Allora, non sono più tanto arrabbiato. Va bene?"
Annuii. Ancora non trovavo la forza di alzarmi da terra, mi sentivo come ci si sente svegliandosi il primo giorno dopo una febbre alta. Mi circondasti con un braccio e rimanemmo seduti insieme per un po', in silenzio.
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