Ieri sera ho visto, in una rivista, la foto di un uomo che ti somiglia. O almeno io credo che potrebbe somigliarti, a te, come sei ora. Non tanto per il fatto di essere snello e chiaro di capelli, come in effetti è, ma soprattutto per un qualcosa nella postura, nell'espressione del viso e degli occhi. Una sorta di guardinga indifferenza, di serietà che sembrava sempre posata con mani malferme sul ribollire delle mille emozioni e dei mille pensieri che vi si agitavano sotto.
L'ho strappata dalla rivista, era una stupida foto pubblicitaria di non so nemmeno cosa, e l'ho messa nel cassetto della scrivania, dove la posso vedere, nascondendolo anche a me stessa, ogni volta che cerco qualcosa.
Non ho molte foto tue, tue davvero, solo tre. In una soltanto siamo insieme, avevamo quasi diciassette anni, nel giardino di casa tua, io seduta sulla bassa panchina di pietra accanto alle rose di tua madre e tu sull'erba della bordura, con le spalle e la testa appoggiati alle mie gambe. Entrambi avevamo un libro in mano, era un pomeriggio d'estate, e guardavamo l'obiettivo, dietro cui si nascondeva mio padre, con gli occhi strizzati e un sorriso un po' folle.
In una delle altre fotografie sei solo, nel salotto di casa, e mi sorridi con il tuo sorriso astuto e monellesco, portando negli occhi la promessa di un bacio, mentre, nell'ultima, sei seduto fuori della palestra, dove ti allenavi a pallacanestro, mentre parli con i tuoi amici.
Perché anche tu, dopo quel che era successo con Roberto, avevi finito per avere degli amici. Due, per la precisione, e ricordo di averti preso in giro più di una volta per i loro nomi, che per uno strano caso facevano rima. Gregorio e Vittorio, con al centro Dario, sembrava più una macchietta che la realtà, con quel 'rio' finale ripetuto tre volte. Tre volte, come in 'trio'.
Santo cielo, ti ho fatto diventare pazzo con questa storia delle rime, durante l'estate in cui abbiamo compiuto quindici anni.
Fu allora che li conobbi, per il tuo compleanno, entrambi; me li presentasti con la fierezza e l'orgoglio di un allevatore che presenta i suoi esemplari migliori.
Li ricordo bene, quei due.
Vittorio ottuso, dagli occhietti porcini, che arrivava a capire tutto un minuto più tardi e ammirava di sincera e sconfinata ammirazione la tua mente brillante. Ti voleva bene davvero, quel povero ragazzo che non sapeva altro, nella sua vita, che lavorare duramente per riuscire a tenere la testa fuori dall'acqua, appena al pelo della sufficienza, in una scuola impostagli da genitori con aspettative forse troppo alte.
Eppure, nonostante quell'affetto sincero e quella evidente ammirazione, era Gregorio il tuo favorito e non lui. Gregorio, tozzo, squadrato nelle forme di tutto il corpo, squadrata la testa, il torace e perfino le mani, Gregorio che mostrava più furbizia di quanta da lui ci si aspettasse, che rideva sempre troppo forte alle tue battute, che fissava sempre un attimo di troppo tutto quel che tu possedevi. Lo odiai fin dal primo momemto. Lo trovavo repellente. Ma con lui, almeno, potevi parlare e tu non dubitasti mai della sincerità della sua amicizia.
Per me, invece, divenne da subito Gregorio il gregario.
Si, devo averti davvero fatto ammattire coi miei giochi di parole, quell'estate.
Si era agli ultimi giorni di scuola e l'estate era già iniziata, in pieno, nel caldo e nel sole. Il tuo compleanno sarebbe caduto di martedi, perciò avevi deciso di festeggiarlo il sabato pomeriggio, per non dover dividere il tempo fra divertimenti e doveri.
Sabato sarebbe stato, infatti, l'ultimo giorno di scuola.
Ricordo ancora la tua espressione raggiante, il tuo sorriso da primo premio, quando, al tavolo della cena, hai domandato ai tuoi genitori:
"Posso invitare a casa i miei amici, per il mio compleanno?"
Tuo padre fermò la forchetta a mezz'aria, nell'atto di portarla alla bocca, e fissò tua madre, all'altro capo del tavolo, che saettava con lo sguardo da me a te, da te a me, come a trovare conferma che quelle parole non fossero uno scherzo. Tu ridevi sotto i baffi, godendoti la scena. A loro non avevi mai parlato delle tue recenti amicizie, credo proprio per il gusto di sorprenderli con una domanda del genere.
"Ah" rispose dopo un momento di sguardi imbarazzati tua madre, con tono leggero "si, ma sicuro! In quanti sarete?"
"Solo io e altri due. A meno che Bea non voglia presentarci finalmente questa benedetta Federica!"
A quel punto fu mio padre a sporgersi in avanti per guardarmi in faccia. Fu solo in quel momento che mi resi conto che anche io non avevo fatto parola a nessuno fuorché a te del fatto di avere un'amica a scuola.
"Ho qualcosa sulla faccia?" Chiesi a mio padre, che si limitò a scuotere il capo, con le sopracciglia inarcate. Tu nascondesti una risata dietro la mano. "Comunque si, grazie, mi farebbe piacere invitarla."
"Quindi" riprese tua madre "avete fatto amicizie! Ma lo trovo meraviglioso! E come mai non ci avete raccontato niente?"
"Mah, così, non è capitato." Rispondesti tu ricominciando a mangiare.
"E che tipi sono?" Domandò tuo padre osservandoti con attenzione.
"Normali." Replicasti con un'alzata di spalle.
"Non vuole dire un cazzo, normali. Ti ho fatto una domanda."
"E io ti ho risposto, papà. Tanto sabato li vedi, così ti fai un'idea, no?" Dicesti con tono indifferente. Lo zio aggrottò le sopracciglia, guardandoti in un modo strano.
"E la tua ragazza non la inviti?" Ti chiese dopo un attimo riabbassando gli occhi sul piatto. Sentii la zia trattenere il fiato a quelle parole. Riprese a respirare un attimo dopo, quando tu rispondesti piccato:
"Io non ce l'ho la ragazza. "
"Ah, davvero?" Chiese mellifluo lo zio.
"Davvero."
"Sicuro?"
"Se non lo so io, scusami bene..."
Lo zio lasciò cadere l'argomento e, poco dopo, zia Sissi iniziò a discutere tutti i dettagli della festa, da sola, decidendo e contraddicendosi, fino ad arrivare ad un brillante accomodamento per cui avremmo festeggiato entrambi i nostri compleanni il sabato ancora successivo, invitando quelli che lei ottimisticamente definì 'tutti i nostri amici', espressione che mi parve esagerata per tre persone in tutto.
La cena finì su queste piacevoli note e iniziammo ad alzarci da tavola, ma, quando tu facesti per scostare la sedia, tuo padre, che era rimasto pensoso di fronte ad un grazioso bicchierino sfaccettato pieno di un qualche liquore, ti mise la mano sul braccio, fermandoti.
"Aspetta un momento, ragazzino, che ti devo chiedere una cosa."
Lo guardasti interrogativo ed io mi fermai sulla soglia, attirando lo sguardo dello zio.
"Solo io e lui, stasera. Cose da uomini. Vai, su, fila via!"
Incrociai i tuoi occhi chiedendo loro come procedere e tu muovesti la testa di una frazione, 'vai pure, tutto a posto'. Uscii. Ma non andai di sopra, mi trattenni, per un momento, dietro la porta. Sentii la voce dello zio chiederti, in tono morbido:
"Allora, te la sei scopata?"
Un brivido di freddo mi attraversò da capo a piedi, nonostante il caldo della sera appena iniziata. Il tuo silenzio suonava pesante come passi arrabbiati.
"Cosa?" Ti sentii domandare alla fine con voce strozzata.
"Oddio, potrà essere anche brutta, ma 'cosa' mi sembra un po' eccessivo. Allora? Te la sei scopata?"
"Non so di cosa parli."
"Ascoltami bene, mezza sega. Ti conosco. Sei mio figlio e mi ricordo delle cose di te che non ti ricordi neanche tu. E sei sempre stato un cagasotto. No, lasciami finire. Te lo dico senza cattiveria, credimi. Non ce l'ho con te, sei sempre stato cosi, da quando non camminavi ancora. Bastava farti la faccia cattiva e ti mettevi a piangere come se ti stessero ammazzando. E poi d'improvviso ti metti a spaccare la faccia a quelli che ti rompono i coglioni a scuola, ti fai degli amici e incominci a rispondermi come hai fatto oggi. Tutto in un colpo. Allora, dato che sono stato un ragazzo anch'io, te lo chiedo un'altra volta: quella ragazzina che mi dicevi quando siamo andati via assieme, alla fine, te la sei scopata, vero? È questo?"
"La ragazza che...ah, ecco...beh, potremmo dire di si."
Riuscivo quasi a sentirti afflosciare sulla sedia per il sollievo. Io da parte mia dovetti scappare in bagno, correndo, prima che fosse troppo tardi. Per un attimo, un bruttissimo attimo, avevamo creduto che sapesse qualcosa di noi.
Rimasi ferma contando fimo a cento, dopo che tutti furono andati a dormire, tentando di far passare un attimo prima di precipitarmi da te, ma non riuscii ad arrivare in fondo alla mia conta, perchè tu scivolasti prima nella mia stanza, silenzioso come un'ombra. Mi vedesti, in piedi accanto al letto, e ti precipitasti fra le mie braccia, stringendomi tanto da sollevarmi da terra per un secondo.
"Signore, che paura" mormorasti in fretta "che maledetta fifa! Quando tu sei uscita, mio padre..."
"Lo so" ti interruppi accarezzandoti il viso ed i capelli "ero dietro alla porta. A momenti morivo."
"Hai sentito tutto?"
"Solo fino a che non è stato chiaro che non parlava di noi due. Poi sono dovuta scappare."
"Allora ti sei persa il meglio. Il motivo della discussione."
"Sarebbe?"
Mi premesti in mano una manciata di quadretti di stagnola, piccole confezioni di un qualcosa che sul momemto non riuscii ad identificare.
"Sono preservativi. Mi ha detto 'non voglio bastardi per casa' e mi ha dato una bella pacca sulla spalla, prima di raccomandarmi di divertirmi. Di 'divertirmi finché sono giovane', per la precisione. Sensato, per uno che per rilassarsi va a puttane, vero?"
"Oh, capisco. E come si usano, lo sai?"
"Si. Perchè? Vuoi provare?"
"Dario!"
"Perchè io vorrei."
"Se ne può discutere."
Ti risposi seria. E ne discutemmo, in effetti. Se ben ricordo, ne discutemmo pochi minuti più tardi. Non avevamo più tentato di fare l'amore, dopo la prima volta, e quella notte fu meglio. Sentii addirittura un po' di piacere. Soprattutto, mi piacque di non doverci bruscamente interrompere, ma il poter prendere con calma la faccenda. Era bello, sentire che stavo dividendo il mio corpo con te, bello sapere che ti stavo regalando piacere, bello il sentirti così vicino. Una sola cosa ti rattristava ed era il fatto di non riuscire a farmi provare ciò che provavi tu.
"Mi dispiace" mi dicesti quella notte, prima di addormentarti "io faccio del mio meglio."
"Lo so. Ma in fondo non sarà poi una perdita tanto grave, no?"
"Eh, insomma. Se non lo provi non puoi saperlo."
"Per adesso" risposi baciando la tua faccia preoccupata "mi va bene così. Poi vedremo."
Annuisti serio serio, prima di accomodarti nella solita posizione. Oramai, i nostri corpi trovavano a memoria l'incastro perfetto, per garantirci un sonno tranquillo.
Arrivò il tuo compleanno, che festeggiammo fra noi, e poi, come prevedibile, arrivò anche il sabato della nostra festa. La nostra prima vera festa di compleanno, si potrebbe dire.
Tua madre aveva fatto le cose per bene, senza esagerare più di quanto le fosse strettamente indispensabile, e la sala ed il giardino erano stati assegnati a noi ed agli 'ospiti' come dominio incontrastato.
La prima ad arrivare fu Federica, che ti strinse la mano gardandoti con gli occhi stretti a fessura, prima di portarsi accanto a me, con un mezzo sorriso. Stava per dirmi qualcosa, quando fu interrotta dall'arrivo dei due 'rio', Gregorio e Vittorio, che fecero irruzione nella stanza con grandi schiamazzi e richiami a voce alta.
"Vi presento la mia cuginetta." Dicesti, accompagnando la frase con un regale gesto del braccio nella mia direzione.
Vittorio si presentò formalmente, mentre Gregorio ti rimase accanto, sorridendomi con aria di superiorità.
"E quanti anni ha?" Ti chiese.
"La tua età. E sa parlare." Risposi io infastidita. Tu mi fosti subito accanto, chiedendomi di non arrabbiarmi, con aria tenera, e lui mi fissò un secondo di più del normale, da dietro le tue spalle. Avrei imparato col tempo che era un atteggiamento abituale, per Gregorio, quello di occhieggiare da dietro di te con aria cupida. Per quel pomeriggio, mi limitai a notare che bastò quel tuo cenno al fatto che mi davi un grande valore, per renderlo amichevole e quasi deferente nei miei confronti. Mi allontanai dal vostro terzetto, sentendomi a disagio in sua compagnia, e venni subito raggiunta da Federica nel giardino.
"Sai che è proprio carino, tuo cugino? Ce l'ha la ragazza?"
Un istintivo moto di gelosia mi irrigidì la schiena e il mio stupore fu enorme quando lei, visto questo, scoppiò a ridere come per uno scherzo ben riuscito.
"Lo sapevo che era lui, il principe azzurro! Ho ragione o no?"
"Zitta, per l'amor di dio!"
"Depravata!"
Mi sentivo la faccia im fiamme, non sapevo che dire, che fare, cosa sarebbe accaduto. Mi pizzicavano gli occhi.
"Per favore, non lo dire a nessuno." La supplicai senza fiato. Lei mi guardò per un attimo attonita.
"Ma certo che no! Per chi mi hai preso, scusa? Dai, non volevo mica ridurti così, guarda che scherzavo!" Disse seriamemte in ansia di fronte alla mia aria desolata.
La abbracciai, d'impulso. Mi sembrava di non aver mai voluto così bene ad uma persona che non fosse te. Era bellissimo sapere che non mi giudicava male, che mi avrebbe protetta con il suo silenzio, nonostante avesse capito tutto ciò che da anni mi sforzavo di nascondere.
"Grazie." Le dissi, un po' imbarazzata.
"Tutto a posto. Ma adesso mi devi raccontare bene: davvero non lo sa nessuno? Cosa pensate di fare, andare avanti così tutta la vita?"
Respirai a fondo e poi ci immergemmo in una lunga chiacchierata, che durò ore.
Nel frattempo ti vedevo con i tuoi amici, svettare fra loro come un papavero fra le erbacce, tenendo banco, beandoti delle loro risate, muovendoti e parlando con una fierezza che non ti avevo mai visto prima.
Ti si erano avvicinati perchè avevi avuto il coraggio di affrontare qualcuno che temevano e la forza di batterlo e tu ne eri diventato il capo indiscusso, un minuscolo dittatore di uno stato di tre abitanti in tutto.
Tua madre si affacciava di quando in quando alla porta e posava lo sguardo ora su di noi, intente a parlare fitto all'ombra degli alberi, ora su di voi che ridevate rumorosi appoggiati sulle scale e un sorriso dolce le illuminava il viso.
A tratti, i nostri occhi si incontravano e un piccolo cenno si staccava dalla tua mano per volare verso di me e dalla mia testa per posarsi su di te. Mi mancavi e ti vidi un paio di volte girarti verso il punto in cui di solito stavo io, alla tua destra e una spanna sotto, e una lieve increspatura muoverti la fronte prima di trovarmi con lo sguardo di fianco alla mia amica.
Era strano e nuovo per noi, tutto questo, e prima di sera ci eravamo già seduti ancora uno accamto all'altra, tentando di coinvolgere i presenti in un qualche tipo di gruppo che, anche negli anni a venire, non avrebbe mai funzionato.
La conversazione non languiva, fra loro: si estingueva.
Ma non saremmo riusciti a stare soli con qualcum altro più di così.
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