Lentamente, faticosamente, ti abituasti all'attività fisica. Ci vollero settimane prima che, tornato dagli allenamenti, tu riuscissi a continuare la giornata senza almeno un'ora di riposo, poi, quando iniziarono le prime partitelle di allenamento, ci vollero ancora giorni e giorni prima che tu riuscissi a mantenere la calma, una volta a casa. Continuavi ad imprecare contro Andrea, che, nonostante tutto, sembrava riuscire con una grazia naturale ad aggirarti, rubarti la palla, provocarti fino a farti commettere qualche errore.
"E ogni volta che mi arrabbio, dopo che ha passato tutto il tempo a far fare la figura del cretino a me, che non riesce neanche più a segnare, tanto ci si impegna, quando mi vede davvero in pressione, molla tutto, mi viene vicino e incomincia: 'ma non ti arrabbiare, è solo un gioco, nessuno è bravo all'inizio, tutti dobbiamo imparare, dai, ti faccio vedere come ho fatto a fermarti, come ho fatto a prenderti la palla, come ho fatto a scartarti, come ho fatto a...' a farmi girare le palle, quel brutto stronzo con quell'aria da santarellino! Ci si diverte, lo vedo, glielo vedo negli occhi, ci gode a umiliarmi così. Lo sa che non posso rispondere. Ma prima o poi..."
E terminavi con un gesto eloquente delle mani, come a rompere qualcosa in due.
E che prima o poi sareste di nuovo arrivati allo scontro non lo dubitavo affatto, con tutta la rabbia che stavi accumulando, giorno per giorno, nei suoi confronti. Era la tua spina nel fianco, quel ragazzo che pareva sempre tanto mellifluo e gentile, sempre contornato di amici pronti a farsi avanti al posto suo, a litigare per lui, che, da parte sua, badava bene a fare le parti del paciere, quando non era occupato a non vedere quanto accadeva.
Questo era lo schema, da sempre: non c'era stata volta, tolto quell'epico scontro in cui avevi spezzato il braccio al suo amico del cuore, in cui Andrea, o, come lo chiamavi tu, il 'santissimo Vasirani' si esponesse in prima persona. Provocava, magari, ma con l'aria di chi parla con le migliori intenzioni. Arrivava ad un passo dall'insulto, ma di quel passo si teneva sempre indietro. Elargiva con generosità la sua luce riflessa sui suoi prediletti, che, ammaliati dal privilegio di essere considerati quanto lui, lui che era tanto bravo in ogni cosa senza sforzo apparente, lui che veniva chiamato ad esempio dagli insenanti, lui che scatenava le pigolanti risatine delle compagne con le sue azzardate facezie, erano sempre pronti a scagliarsi come un sol uomo contro chi, sottoposto a quel regime di insinuante insolenza, decideva di ribellarsi.
Era anche vero, però, che non ti saresti sognato di attaccare lite con lui agli allenamenti. Andrea era, come logico, uno dei pupilli dell'allenatore, mentre tu eri il nuovo arrivato, ma non era questo il vero motivo. Il motivo più profondo era che la pallacanestro cominciava a piacerti e parecchio.
Non solo ti stava davvero aiutando ad imparare il controllo di te e della tua natura iraconda, in questo realmente aiutato dal duro tirocinio a cui ti sottoponeva Andrea, ma avevi scoperto di essere quasi infallibile nella parte centrale della questione: non c'era verso che sbagliassi il canestro, per quanto sfinito, agitato o di fretta tu fossi. L'avevi scoperto dopo pochi allenamenti e ti aveva piacevolmente stupito che anche tu potessi 'riuscire a far bene qualcosa senza doverci sudare sangue'. Per tutta la vita ti avevo visto faticare per essere bravo, in tutto quel che facevi. Non ti eri mai risparmiato, non avevi mai lesinato energie né trascurato i dettagli e, così, eri sempre riuscito ad ottenere i tuoi successi; ma il fatto di vedere che un qualcosa, un qualunque qualcosa, potesse riuscirti semplice e naturale, senza costringerti ad un duro lavoro di conquista, ti aveva reso euforico.
Il più anziano appartenente alla tua squadra era Marco Sassi, di anni diciotto, capitano, che ti aveva da subito preso a ben volere. Credo che avesse capito molto più di quanto fosse usuale che gli altri capissero, di te. Era rapidamente salito nella tua stima, per trasformarsi in qualcosa di simile ad un esempio da imitare. Se Andrea era la parte dura ed amara della tua vita fuori casa di allora, certamente, Marco ne rappresentava la parte felice ed entusiasmante. Era gentile, con te, e ti aveva detto più di una volta, esplicitamente, che riteneva che tu avessi talento. Quando arrivò ad assicurarti che avrebbe trovato modo di convincere l'allenatore a farti giocare, fosse pure per cinque minuti, in partita prima del nuovo anno, fece decisamente centro nel tuo cuore e per almeno una settimana non ti sentimmo parlare d'altro.
Oltretutto, anzi, soprattutto Sassi aveva una moto. E non un uno smilzo cinquantino dal rumore di insetto, ma una vera moto, di quelle da sterrato. La ammiravi quanto avevi ammirato, tamti anni prima, la bicicletta di quel ragazzino che, al parco dietro la scuola, si esibiva nelle sue acrobazie.
La moto di Marco arrivò ad accompagnare i nostri pasti, le chiacchiere in cucina e le pause nello studio, fino a che, una sera, tuo padre si prese la testa fra le mani e ti gridò di mal garbo:
"Se ti prometto che se entri titolare te ne compro una anche a te, la pianti di rincoglionirci con questa cazzo di moto?"
Vidi i tuoi occhi dilatarsi, farsi rotondi come una tazzina, lo stesso sguardo di reverente stupore che avevi da bambino la mattina di natale.
"Davvero?" Mormorasti senza fiato.
"Si, rompipalle di un figlio, si. Adesso posso stare in pace senza sentir parlare della moto, della morosa, della mamma, della zia e della sorella di questo benedetto Marco?"
"Si."
Non ce la feci, con tutto il mio impegno, a restare seria. Scoppiai a ridere senza ritegno. La sera prima, pur di ottenere esattamente quello a cui ora mirava tuo padre, io ero ricorsa a mezzi più fisici i quali, devo dirlo, avevano sortito un efficace ed istantaneo risultato.
Mi guardasti da sopra i piatti fumanti e nei tuoi occhi passò lo stesso ricordo. Iniziasti a ridere anche tu, arrossendo fino alle orecchie.
"Va bene, ho capito, ho un po' esagerato, giusto? La smetto."
I nostri sguardi si intrecciarono ancora, scambiandosi la promessa di un nuovo incontro, e i tuoi occhi mi chiesero che fosse presto, molto presto, il più presto possibile ed io ti sorrisi appena, in un modo speciale, riservato a te solo, che ti rassicurò: anche io non vedevo l'ora.
Così finì la tua 'fase Sassi', come la definiva mio padre, e lentamente riprendesti a comportarti come al solito, passati i primi bruschi turbamenti della novità. Continuavi comunque ad ammirarlo molto e a provare perfino un certo tipo di diffidente affetto nei suoi confronti, che ti spingeva ancora di più ad amare quella nuova attività che si era presentata nella tua vita come un'imposizione.
I tuoi amici fidati, Gregorio e Vittorio, avevano semplicemente aggiunto questa tua nuova particolarità al novero delle cose da ammirare di te e ti seguivano, come pubblico, agli allenamenti.
Io sfruttavo quel tempo reso vuoto dalla tua assenza perfezionando le mie abilità di latinista, resa frenetica dalla promessa, da parte della professoressa di lettere antiche, di propormi come 'eccezione alle regole sull'età' al certamen dell'anno venturo.
Federica, per quanto non condividesse il mio folle entusiasmo per la materia, passava volentieri qualche ora del suo pomeriggio ad aiutarmi, china sui libri a mettermi alla prova su infiniti elenchi di verbi irregolari e gerundi ribelli. Mio padre era al colmo dell'entusiasmo e spesso, dopo cena, mi domandava di leggere per lui qualcosa di quello 'a cui stavo lavorando in quel momento'. Io, lusingata dalla sua attenzione, ritrovata dopo mesi di cortese indifferenza, traducevo a vista seduta di fronte a lui, alla tavola sparecchiata di fresco dalle pietanze. Sceglievo brani semplici, per essere certa di non sbagliare, ma lui pareva non accorgersene mai e mi premiava con lodi ed esclamazioni di gratificante stupore, chiamando la zia a sentire 'cosa sapeva fare la sua brava bambina'.
Devo ammettere che anche lei si mostrava debitamente impressionata dalla faccenda e che, più di una volta, mi posò una carezza affettuosa sulla testa, facendomi i complimenti e pronosticando una carriera di tutto rispetto per me.
Tu guardavi queste scene dalla soglia della sala, con una spalla appoggiata allo stipite, le braccia e i piedi incrociati, sorridendo mite di fronte alle mie imprese letterarie. Eri fiero di me, te lo leggevo negli occhi, e il tuo sorriso tranquillo e soddisfatto era ai miei occhi il più prezioso dei complimenti.
Una di quelle sere, dopo che ebbi chiuso il libro, entrasti nella stanza e, appoggiando le mani allo schienale della mia sedia, annunciasti:
"Sabato passano a trovarmi i miei amici, dopo la scuola. Ha detto Sassi che viene anche lui, così mi fa vedere meglio i passaggi corti."
Girai la testa per guardarti in faccia: eri emozionato ed un lieve rossore ti coloriva le guance, memtre ti mordicchiavi il labbro inferiore nell'attesa della risposta di tua madre.
"Certo, caro. Devo preparare qualcosa?"
Scuotesti la testa.
"Per te va bene, allora?"
"Si, anzi, credo che siamo tutti curiosi di conoscere questo ragazzo, oramai."
Sorridesti brevemente e poi mi toccasti leggero la spalla.
"Vieni su?"
Salutai mio padre e la zia e ti seguii. Passammo un'ora a parlare di quello che sarebbe accaduto il sabato e venne l'ora di dormire. Veniva buio presto, era già dicembre, e il cielo fuori dalla fimestra sembrava quello di notte fonda.
"Mi sa dire anche se l'ha convinto a farmi provare in partita." Mi confidasti in un sussurro da cospiratore. "Io spero di si. Però ho un po' paura."
"Se lo dice lui, che può funzionare, perchè devi avere paura?"
"E se mi blocco?"
"No, sono sicura di no."
"Perchè?" Mi guardavi attento, col corpo sporto in avanti verso di me.
"Primo perchè ti vengo a vedere e quindi ci sono anche io, poi perché non ci credo che accetteresti di fare una figura del genere davanti ad Andrea." Risposi con semplicità.
"Giusto. Vieni davvero?"
"Io verrei volentieri a tutte le partite, se mi vuoi."
"Si, che voglio! Pensavo che non volessi tu!"
Ci sorridemmo, felici del semplice fatto di desiderare la stessa cosa, e la porta si aprì, lasciando entrare tua madre. La zia decretò lo spegnimento delle luci e ci inviò a letto, prima di andare ad occuparsi delle sue faccende.
I tre giorni che ci separavano dal sabato passarono rapidi e quel pomeriggio arrivò.
Ero davvero curiosa di vedere questo Sassi di cui mi avevi tanto parlato e quasi rimasi delusa nel veder arrivare un adolescente d'aspetto comune, con i capelli color sabbia e quasi senza mento, alto pressappoco quanto te.
Era un ragazzo pacato e simpatico, che fu gentile con me e con i tuoi due amici, trattandoci senza alcuna sufficienza o superbia. Si vedeva che aveva stima di te e che tentava di esserti amico. Tu non riuscivi a liberarti dalla tua faccia 'da scuola', ma ascoltavi quello che diceva, tutto quello che diceva, fosse pure un 'buongiorno', con un'attenzione estrema.
Usciste in giardino a provare quel che dovevate provare e mi ritrovai da sola, in sala, con Gregorio e Vittorio.
Ero lì proprio per quello, in realtà, per non lasciarli soli mentre tu eri occupato, e tentai di trovare un qualunque argomento di conversazione. Mi era difficile parlare tranquillamente con loro. Vittorio era semplicemente troppo lento per i miei gusti, per quanto fosse un ragazzo di straordinaria educazione, mentre Gregorio continuava ad essermi repellente. Aveva preso ad imitare il tuo modo di vestire, in quel periodo, e le camicie chiare e i jeans e i pantaloni stirati e quasi formali, che su di te prendevano l'aria di vesti nobiliari, esaltando la slanciata grazia del tuo corpo, riuscivano a far apparire le sue forme tozze e abbozzate come quelle del più anziano cresimando del circondario. Si vedeva che non erano i suoi panni e, oltretutto, lo stesso tipo di cinture per cui tu stavi sviluppando un'insana passione, larghe strisce di cuoio grezzo coronate da lustre fibbie vistose, tendevano a conficcarglisi nell'addome generoso, quando si sedeva, costringendolo a complicate contorsioni per non interrompere il flusso di sangue fra la parte superiore ed inferiore del corpo.
"Beh, e tu ce l'hai il ragazzo, Bea?" Mi chiese dopo qualche tempo, con aria paternalistica.
"Non sono affari tuoi." Gli risposi, seccata dal fatto che mi chiamasse come sentiva te chiamarmi.
"Oh, mamma mia! Era solo una domanda. Mi chiedevo solo se dovevamo aspettarci di vedervi uscire in quattro."
Vittorio rise di quella che, suppongo, avrebbe dovuto essere un qualche tipo di battuta, ma a me si fermò il respiro in gola come fosse una lisca di pesce. Composi il volto ad un'espressione annoiata e chiesi:
"In quattro con chi?"
"Eh, con Dario e Viola, no?"
Inarcai un sopracciglio.
"Dai, non te ne ha parlato? Pensavo che foste molto in confidenza, voi due! Certo, magari di queste cose non si parla con la propria sorella..."
"Non sono sua sorella, Gregorio. Sono sua cugina."
"Ah, beh, ma è quasi la stessa cosa, no, dato che siete cresciuti così. Secondo me, lui ti vuole bene come fossi sua sorella." Disse, concedendomi il più grande dei favori che riuscisse ad immaginare. Annuii cortesemente.
"Ma dai, ragazzi, non me lo volete proprio dire chi è Viola? Adesso sono tanto curiosa! Ha la ragazza? Si è innamorato e magari si vergogna, poverino..." sorridevo e mi sembrava di stare per vomitare o urlare.
"Eh, innamorato non lo so, ma..." iniziò Vittorio. Lo gratificai di un sorrisetto incuriosito. "Insomma, si divertono parecchio!"
"Oh, ti sembra modo di parlare con una signorina?" Domandò Gregorio con una risata allusiva.
Non resiravo più, mi sentivo oppressa al petto da un peso indescrivibile. Non potevo più rimanere lì a fingere. Chiedendo scusa, mi alzai e mi affacciai alla porta.
Tu, nello spiazzo ghiaiato, discutevi di qualcosa a voce bassa con Sassi e, vedendomi sulla soglia, mi rivolgesti un breve cenno di saluto. Vittorio mi raggiunse.
"Ti sei offesa? Ho detto qualcosa di scortese?" Domandò premuroso. Era un ragazzone grosso, anche se non grasso, dagli occhi stretti e lento, ma gentile d'animo.
"No. Avevo solo bisogno di un po' d'aria."
"Ci sei rimasta male perchè non ti ha raccontato niente?" Chiese ancora. Non risposi. Non potevo davvero. "È che ha ragione Gregorio, non sono cose che si raccontano in famiglia, quelle che fanno loro due. Non devi starci male. È più un discorso che si fa con gli amici, quello lì."
"Perchè cosa fanno?" Domandai mentre mi si rivoltava lo stomaco.
"Eh, sai. Sai, lei non è come te. È una ragazza un po' più..."
"Se la scopa." Concluse Gregorio alle sue spalle. "Non sei una bambina, alla fine, no? Lo sai cosa vuol dire. È una che la dà e lui se la scopa."
Sentii un sorriso tirarmi la faccia, mentre tutto il mio sangue pareva scomparire, lasciandomi addosso um freddo infernale.
"Ah, bastava dirlo." Commentai, prima di ritirarmi di nuovo in sala e sprofondare in una poltrona.
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