Di nuovo di fronte ad una pagina bianca, di nuovo col buio fuori della finestra. Questa scena si è ripetuta tante volte, negli ultimi tempi, che mi sembra di aver vissuto un unico, lunghissimo giorno senza inizio e senza fine, una notte senza mai alba.
A volte, ripensando a quei giorni tanto lontani nel tempo, rivivendoli, risentendo nel cuore e sulla pelle ogni emozione ed ogni brivido di quei momenti, mi concedo un piccolo pianto.
Sono come temporali estivi, brevi, fitti e intensi, poi subito mi rimetto al lavoro. È diventata tanto familiare, per me, la sensazione delle lacrime che mi pungono gli occhi, battendo i pugni contro la mia volontà per uscire, che nemmeno mi dà più fastidio. Mi faccio il mio pianterello e poi riprendo a fare quel che stavo facendo.
Anche al dolore ci si abitua, quando ci accompagna per un tempo sufficiente.
Questo è diventato il mio compagno, da tanti, troppi anni, al posto tuo. Lì, dove prima c'eri tu, resta solo un sordo dolore.
È una cosa che non riuscirò mai a spiegare a nessuno, lo spazio vuoto che c'è accanto a me, quello spazio che non potrà mai essere riempito. Mai, a meno che tu, per un qualche caso o miracolo, non riappaia.
Fino ad allora, suppongo di poter paragonare il mio stato a quello di chi perde un braccio o una gamba. Si dice che per tutta la vita si continui a sentire, nei momenti più impensati, un crampo o un prurito, una sensazione, comunque, arrivare dalla parte del corpo che non c'è più.
La stessa cosa capita a me.
Di tanto in tanto, quando meno me lo aspetto, mentre sono assorta con la mente in un qualche compito banale, mentre riordino o apro la posta, mi volto verso di te, per trovare che sono sola. Oppure quando vedo qualcosa o sento qualcosa e la mia mente mi suggerisce senza esitazione il commento arguto o la netta sentenza che tu useresti a chiosa del fatto, e mi sale svelta la risposta alle labbra. E devo serrarle in fretta, per non parlare da sola.
Eppure, sono passati anni, ormai.
Eppure, a volte nemmeno gli anni possono davvero separare le persone. A volte, quando sono unite nel profondo, nel punto dove siamo immortali, separarle del tutto è impossibile.
Il nuovo anno scolastico ci travolse come un turbine.
Ti allenavi con il doppio dell'impegno, o forse anche di più, fino a sfinirti, al punto da non riuscire nemmeno a ricopiare quella parte dei compiti che ti facevo io. Finii per scriverli direttamente sui tuoi quaderni e, casomai qualcuno li vedesse, lo facevo imitando la tua scrittura come da bambina.
Non era un modo di viziarti, né una tua negligenza. Semplicemente, ti tremavano talmente tanto le mani, dopo due ore di prese, tiri e passaggi, che dovevi aspettare qualche ora prima dei compiti scritti e non saresti riuscito a fare anche quello. Spesso la stanchezza ti provocava dei momenti di scoramento, in cui ti sembrava di non riuscire più a fare tutto. Posavi la testa sulla mia spalla e rimanevi lì, immobile, a occhi chiusi, fino a che non lasciavo perdere i libri e ti dedicavo qualche attenzione. Con la tua smania di voler fare sempre tutto alla perfezione, di non voler tralasciare nulla, di non volere mai da te stesso nulla di meno dall'eccellenza, ti stavi rapidamente consumando.
Quanto a me, iniziavo fim da quei primi mesi di scuola a prepararmi per il certamen, che si sarebbe tenuto a primavera.
La professoressa Guidi, la mia professoressa del ginnasio, aveva smosso mari e monti per farmi ammettere nonostante le norme sull'età, che avrebbero voluto che io potessi accedervi solo all'ultimo anno e mi aveva minacciata di serie rappresaglie in caso di pessima figura. Perciò, oltre ai normali compiti, che erano diventati già di per sé un carico notevole, ora che ero in prima liceo, mi ritrovavo a dover seguire anche il programma speciale di traduzioni che lei aveva stilato per me.
Fra una cosa e l'altra, spesso finivamo per terminare il lavoro a casa dopo cena, ben oltre il solito orario, appena prima di andare a dormire.
Eravamo talmente stanchi, mano a mano che l'inverno avanzava, che quando scivolavo nel tuo letto nel mezzo della notte, facevo appena in tempo ad abbracciarti prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni, da cui mi riscuotevi prima dell'alba, tempestandomi con una miriade di piccoli baci.
Era quasi natale e gli alberi scheletriti e neri levavano rami sottili come ragnatele verso un cielo bianco e uniforme.
Da giorni il tempo prometteva neve e facevamo di nuovo il tragitto da casa a scuola e ritorno in treno, dopo settimane di libertà sulla tua motocicletta, spezzate solo dai giorni di allenamento, quando il volume della sacca sportiva ci impediva di usarla.
Il venerdì uscivo un'ora dopo di te, come succedeva a te il martedì. Così come io venivo a prenderti quel giorno, il venerdì tu venivi a prendere me.
Quel venerdì, invece, una bidella passò alla prima ora per avvisarci che il professore che avrebbe dovuto farci le ultime due ore era malato e, per un qualche miracolo, ci avrebbero lasciati uscire prima.
La notizia mi rese oltremodo felice. Avrei avuto un'ora intera per fare una parte del lavoro del pomeriggio e poi avrei potuto sorprenderti facendomi trovare all'uscita della tua scuola.
Col cuore leggero, dopo aver finito di litigare con Tacito, uscii da scuola a lunghe falcate. Avevo tempo, ero in anticipo di una decina di minuti e più, per venirti a prendere. Pregustavo con un sorriso l'espressione che avresti fatto vedendomi.
Svoltai l'angolo per arrivare alla tua scuola e, persa nei miei pensieri, mi accorsi appena di un ragazzo appoggiato al muro, proprio all'incrocio.
"Pianeta terra chiama Beatrice. Rispondi, Beatrice!" Mi voltai stupita per ritrovarmi faccia a faccia con Andrea. Era tempo che non mi trovavo faccia a faccia con lui. In una qualche maniera, ero riuscita ad evitarlo a tutti gli allenamenti, complice il fatto che tu gli domandassi, con aria compita e occhi da pazzo, se avesse avuto altri problemi con le scale, ogni volta che lo trovavi a fissarmi.
"Cosa vuoi ancora?" Chiesi di malgarbo.
"Abbiamo in ballo una scommessa, ti ricordi?"
"Ma tu a scuola non ci vai mai?" Scrollò le spalle.
"Cosa vuoi, c'è che deve per forza sgobbare come un pazzo per tenersi al passo e chi invece ci riesce anche così." Il riferimento a te era tanto evidente che provai l'immediato e intenso desiderio di picchiarlo.
"Vai a quel paese te e la tua scommessa." Risposi, riprendendo a camminare veloce.
"Ah, allora te la ricordi!" Mi sorrise, camminandomi accanto.
"Vattene. Non ho tempo da perdere con te. E poi, scusa, come facevi a sapere che oggi uscivo prima?"
"Hai passato un'ora in biblioteca a studiare. In quell'ora gli altri sono usciti e li ho incontrati. Ho pensato di approfittare dell'occasione."
"Beh, torna pure al bar o dov'eri prima, non mi interessa."
"Lo sapevo io, che sotto sotto neanche tu ci credi, che ho torto sul cuginetto."
"Vattene."
"Hai solo paura di vedere che ho ragione."
"Ho solo paura di arrivare in ritardo."
"Perchè? Tanto lui neanche lo sa che sei già fuori. Non puoi essere in ritardo, se non ti aspetta."
"Crepa."
"Ma dove pensi che ti voglia portare, io? Da lui, ti voglio portare."
"Spero che prima o poi ti ammazzi."
"Cos'è, ha dato di matto quella volta che sono venuto da voi? Si è messo a piangere, poverino? O ti ha sgridata?" Mi fermai nel mezzo del marciapiedi.
"Si può sapere perchè ce l'hai tanto con me?"
"Non ce l'ho con te. Voglio solo che mi ascolti un attimo. E se per farmi ascoltare devo provocarti, allora ti provoco."
"Beh, smettila!"
"Allora ascoltami." Replicò calmo "hai fatto un patto con me. Abbiamo scommesso una pizza, adesso ti offro qualcosa di meglio. Ti giuro che se fai quello che mi avevi promesso, io smetto di stuzzicarlo. Faccio finta che non esista, per sempre."
Riflettei. Se davvero Andrea avesse smesso di comportarsi come una spina nel fianco, di montarti contro i compagni di classe e di provocarti durante gli allenamenti, forse saresti stato meno stanco. Per lo meno, ti sarebbe stato tolto lo sforzo costante costituito dal controllarti per non venire alle mani con lui.
"La smetti di provocarlo a scuola e fuori?"
"In cielo, in terra e in ogni luogo." Scherzò lui.
"E anche di aizzargli contro le persone?" Lo vidi sgranare gli occhi.
"Ma io questo non l'ho mai fatto!"
"Si che l'hai fatto. Me l'ha detto lui."
"Ah, se l'ha detto il cuginetto...va bene, giuro che non parlerò neanche di lui agli altri." Rispose inarcando un sopracciglio con aria scettica.
"E tutto questo solo se vengo con te?"
"Esatto."
"Devi promettermi anche che non faremo niente che possa fargli male."
"Voglio solo che tu lo guardi. Che lo guardi e basta, senza farti vedere. Dici che è abbastanza sicuro?"
"Solo questo? Sai, io lo guardo spesso."
"Solo questo. Che guardi com'è, cosa fa quando pensa che tu non ci sia." Fu la mia volta di scrollare le spalle.
"Se si tratta solo di questo, va bene. Ma ricorda, hai giurato."
"Me lo ricordo, me lo ricordo. Andiamo."
Percorremmo la strada che mi era familiare per un lungo tratto, poi, poco prima della scuola, lui mi fece cenno di seguirlo e voltò a destra, in una laterale che non conoscevo. Poco dopo voltò ancora e mi resi conto che ci trovavamo dietro il liceo. Una lunga striscia d'erba con due panchine affondate nell'erba stenta, una di fronte all'altra, ombreggiate da un alberello polveroso e contornate da due fasci di rami che in primavera dovevano fiorire, costituiva una sorta di parchetto incastrato nello slargo della strada fra due palazzi alti.
Andrea mi spinse nel portone di uno dei palazzi, da cui godevamo di jna vista perfetta. Sembrava un palcoscenico allestito, in attesa degli attori.
"Qui è dove il principe tiene corte, quando la tiene. E si dà il caso che io sappia per certo che oggi si tiene corte." L'astio nella sua voce mi sorprese. Davvero non gli andavi a genio.
"Com'è che tu sai sempre tutto?" Gli chiesi.
"Sono amico di tutti. Quasi. Adesso fai silenzio, però. Guarda." Mi indicò l'imnocco del parco e fu con una certa emozione che ti vidi entrare in scena.
Il piumino arancio pallido slacciato, i jeans stinti e il tuo colorito di alabastro ti davano, nell'insieme, un'aria quasi sovrannaturale. Era diverso davvero guardarti così, spiarti, senza che tu lo sapessi. Trovai che eri bellissimo e che sembravi molto solo. Posasti con cura lo zaino a terra ed incrociasti le braccia sul petto, come aspettando qualcuno o qualcosa, e nel mio cuore si diffuse la paura di vederti con un'altra. Ma, no, Andrea non mi avrebbe certo portata fin lì per assistere ad una scena d'amore.
Fu questione di attimi, poi arrivarono Gregorio e Vittorio. Fra di loro, chiacchierando con aria nervosa e un po' spaventata, stava un ragazzo che non conoscevo, alto pressappoco come Gregorio, paffuto, con un'aria come bambinesca nei movimenti del collo tozzo, che rideva ansiosamente.
Era arrivato quasi di fronte a te, quando ti vide, e rinculò precipitosamente, con gli occhi che diventavano grandi come tazzine.
La sua reazione mi stupì: tu sembravi meravigliosamente calmo e accennavi perfino ad un sorriso, con la testa inclinata verso di lui.
Gregorio e Vittorio gli si strinserio alle spalle, tagliandogli la ritirata, e dalla sua gola si levò uno squittio di sorpresa. Erano straordinariamente coordinati, come se avessero eseguito quella manovra molte volte.
"Matteo! Vieni, avvicinati, speravo proprio di poterti parlare." La tua voce aveva un tono mellifluo che non gli conoscevo. Il tuo sorriso si allargò, mentre, sospinto dalla mole dei tuoi amici, il ragazzo si faceva avanti fino ad un passo da te.
"Allora, mi hanno detto che hai delle cose da dirmi. Dimmele. Sono qui."
"Non ho niente da dire."
"Ma davvero?" Chiedesti in tono svagato, posando la ma o sulla sua spalla. Lui si ritrasse come se la mano scottasse. "Pensa che invece mi hanno riferito che fai un gran parlare di me. Com'era, aiutami a ricordare?" Con un movimento fluido gli sfilasti di spalla lo zaino e lo gettasti alle tue spalle, come fosse di carta. "Ah, si. Che qualcuno dovrebbe dirmi in faccia quello che tutti pensano di me, giusto? Illuminami, amico mio. Cosa pensano di me?"
Avanzasti di un passo. Le punte dei vostri piedi si sfiorarono. Lo guardavi dall'alto e il tuo sorriso continuava, inverosimile, ad allargarsi.
Il ragazzo nicchiava, senza guardarti in faccia.
"Allora, cosa devi dirmi? Eh? Cos'è che mi devi dire in faccia, fighetta?" Senza alcun preavviso lo afferrasti per il collo della giacca, costringendolo ad alzare il viso verso il tuo, su cui era calata jna maschera di fredda superiorità.
"Non ce li hai i coglioni per dirmele in faccia, le cose?" La tua voce si era fatra bassa, profonda, cadenzata. Mi si gelò il cuore: la stessa voce di zio Lucio, le stesse parole che ti eri sentito rivolgere un milione di volte. Era la replica perfetta delle sgridate che dava lui a te.
"Allora? Neanche il coraggio di guardarmi in faccia, hai? Sei una merda! Vero?" Lo scrollasti. "È vero o no?"
Le lacrime mi scorrevano sul viso. Non per quel ragazzo, ma per te. Perchè quel che vedevano i miei occhi eri tu, che strapazzavi quel ragazzino, ma quel che vedeva la mia mente era tuo padre, che faceva la stessa cosa ad un Dario tanto piccolo da arrivargli appena al petto.
Andrea mi toccò appena il braccio e con voce da cospiratore chiese:
"Pensi ancora che sia un bravo, gentile, generoso ragazzo?"
Penso che in quel momento persi, per un attimo, il lume della ragione. Gli davo le spalle, sporta in avanti per vedere quel che accadeva, e lui non poteca essersi accorto delle mie lacrime. Probabilmente, se se ne fosse accorto non avrebbe detto una cosa così stupida. Chi può saperlo? Fatto sta che lo fece e che quella fu la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
Mi voltai e lo colpii in faccia, caricando lo schiaffo con la spalla e tutto il movimento del corpo. Risuonò come un colpo di pistola nell'aria fredda e tu ti accorgesti immediatamente della nostra presenza.
Non avevo tempo per occuparmi di te. Il mio unico pensiero era di ricoprire di calci e colpi ogni punto del corpo di Andrea su cui mi riusciva di arrivare.
"Sei impazzita?" Gridò alzando le braccia per proteggersi il viso.
"Schifoso! Brutto bastardo! Come ti sei permesso?"
"Bea!" Ti sentii ansimare dietro di me.
"Tienilo fermo, lo ammazzo!" Ti gridai. Uno spallaccio dello zaino cedette e lo zaino cadde a terra. Lo raccattai ed iniziai a colpirlo con quello.
"Bea, piantala!" La tua voce riuscì a penetrare la nebbia densa della mia ira e mi fermai, con il fiato grosso. Andrea si raddrizzò con aria sconvolta, l'impronta rossa della mia mano sulla guancia.
"Non ti azzardare mai più a umiliarlo di fronte a me." Gli intimai "e ringrazialo. Mi ha fermata lui."
Ci guardò, prima uno poi l'altra, con disgusto palese.
"Siete proprio fatti l'uno per l'altra."
"Bravo, ben detto." Replicai. La tua mano mi si posò leggera sulla spalla. Ti guardai. Eri rosso come un papavero, ma trovasti co j qie la forza d'animo di accennarmi col capo di tacere. Tacqui.
"Mi fate schifo." Concluse. Gli allungai un manrovescio, torcendo la schiena per imprimergli maggiore energia, e gli bittai la testa all'indietro.
"Vasirani, è meglio se vai. Guarda che se continui a parlare non ce la faccio, a tenerla." Gli dicesti tu con tono piatto.
Si voltò e se ne andò a grandi passi, voltandosi indietro a tratti. Ci guardava come fossimo insetti velenosi.
"Bea, quello che hai visto..." mi dicesti arrossendo ancora di più.
"Andiamo a casa. Ti prego, Dario, voglio andare a casa."
Annuisti con aria imbarazzata e raccogliesti il mio zaino da terra. Ci avviammo verso l'uscita del parco per trovarci, dopo pochi passi, di fronte a Gregorio e a Vittorio, ancora dietro le spalle del ragazzo di prima, che ti fissava tremando. Ti fermasti, passandoti una mano sul viso.
"Ma siete ancora qui? Via, sciò, tu, vedi di non fare più il cretino, per cortesia." Dicesti rivolto al ragazzo. "A domani, ragazzi." Salutasti poi.
Camminammo per un po', fianco a fianco, coi passi che risuonavano sincroni sotto la volta dei portici.
"Però, gliele hai date eh?" Commentasti dopo qualche tempo.
"Gli è andata bene che non sono forte come te."
"Bea?"
"Eh?"
"Ce l'hai con me? Sai, per quello che stavo facendo?"
"Hanno smesso di trattarti male, tutti quanti?"
"Insomma, si. Direi di si."
"Allora va bene."
"Ah."
"Cioe, non va bene, lo sai anche tu. Ma non ce l'ho con te. Promettimi solo che non fai male sul serio a nessuno."
"No, li spavento solo un pochino. Come oggi." Annuii e infilai il braccio sotto al tuo. Le spalle mi facevano un male d'inferno, dopo la sfuriata con Andrea.
"Bea?"
"Mm?"
"Com'è che ogni volta che volto gli occhi tu vai in giro con Vasirani?"
"Mi sa che è l'ultima. A meno che non voglia prenderne ancora."
"Ma cosa ci facevi..."
"Con lui, lì?"
"Eh!"
"Voleva farmi vedere che brutto cattivo che sei. Mi ha promesso che se andavo con lui smetteva di farti arrabbiare."
"Capito."
Salimmo in treno. Ti guardavo, abbandonato sul sedile, dolce e bello come sempre e quello a cui avevo assistito mi appariva sempre meno reale.
"Dario, una domanda."
"Dimmi."
Avrei volito chiederti se ti rendessi conto di usare le stesse parole, gli stessi gesti, perfino di imitare in un certo modo la voce di tuo padre, ma lo sguardo limpido premuroso dei tuoi occhi mi fermò. Conoscevo già la risposta: non lo sapevi. Era un veleno che ti era entrato dentro ed agiva senza che tu potessi accorgertene.
"Dici che il mio zaino si ripara?"
"Ah, questo? Si. Tranquilla."
Posai la mano sulla tua e attesi di arrivare a casa.
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