martedì 20 maggio 2014

Cinquantacinque

Tanto più vado avanti, nello scrivere la nostra storia, tanto più difficile mi riesce scrivere.
Ti rivedo, con gli occhi della mente, come eri in quegli anni, bello come un giovane dio, arrogante, dell'arroganza che solo può avere chi davvero è innocente e all'oscuro delle cose del mondo e convinto di avere il mondo ai suoi piedi, e dolce, terribilmente dolce, con la  dolcezza goffa di chi ama con tutto il  cuore, senza che nessuno  gli abbia mai insegnato ad amare.
Eri dolce con me, nei tuoi piccoli gesti di ogni giorno. Quando ti mettevi sulle spalle il mio zaino, oltre al tuo, sulla via per la stazione, quando mi riavviavi una ciocca ribelle incastrandola con cura dietro il mio orecchio, quando alzavi d'improvviso gli occhi dai libri per regalarmi un sorriso, senza altro motivo che quello di farmi piacere.
Alle volte, senza una ragione apparente e nei momenti più strani, mentre studiavo china sul tavolo o mentre attraversavamo l'atrio diretti alla cena, ti accostavi al mio orecchio e mi dicevi in un soffio:
"Ancora tre anni.".
Tanto mancava al momento in cui saremmo spariti dalla faccia del mondo, per vivere la nostra vera vita insieme. Ne parlavamo in continuazione, descrivendoci a vicenda i minimi dettagli di quel che avremmo fatto, detto, della casa in cui avremmo abitato, dei pigri sabato mattina che avremmo passato a letto, nella luce gloriosa del giorno che, entrando dalle finestre, ci avrebbe illuminati insieme.
"Voglio fare l'amore con la luce accesa per almeno vent'anni." Mi dicevi sorridendo, la notte, mentre le nostre voci si intrecciavano nel buio. "E ogni singola giornata di sole voglio andare in centro, al mercato, in mezzo alla folla, e baciarti, davanti a tutti."
Erano questi i nostri sogni, ben poca cosa, eppure lontani ed esotici, per noi, come fossero favole di un altro universo.
Era dura vedere le coppie, molte della nostra stessa età, camminare mano nella mano per le strade o  scambiarsi baci più o meno furtivi, all'uscita delle scuole. Per noi, era solo immaginazione. Eppure, quanti di loro avrebbero potuto dire di amare tanto quanto noi ci amavamo?
Questi ricordi, anche ora, sono tanto vivi per me che è quello che ho attorno a stemperarsi in colori pastello, per lasciare vivida l'immagine di quei giorni, per noi tanto felici, ognuno dei quali ci avvicinava di un passo alla fine.

Tuo padre era tanto entusiasta dei tuoi successi sportivi che sembrava non stare nella pelle.
Quando seppe che saresti stato ammesso fra i titolari, nel settembre successivo, prese a pacche sulla schiena mio padre, fino a fargli perdere l'equilibrio.
"Allora, non è poi mica un buono a niente, hai visto? Qualcosina gli riesce anche a lui. Oh, magari non riesce a parlare in latino, ma, hai visto? Che roba! E in meno di un anno, eh?"
Mio padre gli sorrideva con aria felice, annuendo. Li vidi discutere animatamente a bassa voce per un paio di giorni, su un qualcosa che a noi non era dato sapere. Non appena entravamo nella stanza, calava il silenzio e i loro visi prendevano un'epressione di assoluta indifferenza, falsa quanto una moneta da trecento lire.
Nel frattempo, le cose andavano avanti nel solito modo. Era maggio, oramai, e stavano per chiudesrsi sia l'anno scolastico che la stagione sportiva.
Mi  era diventato abituale passare a prenderti all'uscita nel giorno in cui finivi più tardi di me, così come assistere ai tuoi allenamenti. Di nuovo, le sole ore che passavamo lontani erano quelle di lezione e anche quelle sembravano eterne.
Il mese stava volgendo al termine quando, mentre aspettavo che suonasse per te l'ultima campanella, seduta su una panchina ombreggiata dalla parte opposta della strada, venni raggiunta da Andrea, che si sedette accanto a me, posando lo zaino fra i piedi.
"Oh,  ma ciao. Sempre in paziente attesa del cuginetto?" Mi  salutò con un sorriso. Mi riusciva difficile guardarlo in faccia, dopo l'ultimo incontro fra voi, un mese prima, ma lo feci ugualmente, per mascherare la pena che provavo per lui.
"Non dovresti parlarmi, lo sai?" Chiesi in tono serio.
"E perchè? Perchè se no il cuginetto si arrabbia? Lasciamolo arrabbiare, dico io!" Rise lui amaro.
"No, perchè non mi piace essere usata per fare dispetto a qualcuno. In particolare se il qualcuno è Dario. Ora, tu ti fermi a parlare con me per farlo arrabbiare e questo, se permetti, non mi va e non sono obbligata a lasciartelo fare."
"Insomma, come ho detto io: se no il cuginetto si arrabbia. Dimmi, ma è solo con me che non puoi parlare o hai una lista?"
"Ti ho detto di piantarla. E poi, non mi piace essere presa in giro. Sei un maleducato. Vattene!"
"È una panchina pubblica." Rispose lui sistemandosi più comodamente contro lo schienale. Mi alzai rapida e mi allontanai. Avevo fatto appena qualche passo, quando mi raggiunse al piccolo trotto.
"Guarda che non voglio prenderti in giro. E tantomeno ti parlo solo per fare dispetto a lui. Sai quanto me ne frega, di lui. È solo che mi dispiace vederti così. Insomma, sei una ragazza in gamba e..."
"Così come, di grazia?"
"Beh, dai, ma ti vedi? Sempre da sola, sempre in un angolo ad aspettarlo, neanche fosse  un principe, con la proibizione di parlare a chi ti pare. E poi? Che altro? Gli spazzi la camera, gli lavi la biancheria? Non sei mica il suo vassallo, no? Di quelli ne ha anche troppi là dentro." Terminò, accennando alla scuola. Mi sentii offesa e ingiuriata.
"Ma che cazzo ne sai, tu, di me? Cosa vuoi? Volevi uscire con me, bene, ti ho già detto di no. Cosa vuoi, adesso, cosa credi di ottenere con questi discorsi del cazzo?" Gli sibilai contro.
"Di te so che sei in gamba,  brava, tanto che forse ti passano al certamen di latino con due anni di anticipo, e scusa se è poco. E so anche che vai daccordo un po' con tutti alla tua scuola e che saresti piena di amici se non fosse per quello lì." Rispose duro indicando l'edificio in cui ti trovavi "e se non ti dispiace, quando vedo una cosa del genere penso che sia mio dovere morale almeno provare a  fare qualcosa!" Feci un passo indietro, confusa.
"Come le sai tutte queste cose?"
"Capita che un nostro compagno, di un paio di anni più grande, sia il fratello della tua amica Federica. Non ti fa strano che io lo sappia e tu no? Lei parla sempre di te,  ti vuole bene. E tu invece passi tutto il tempo con quel coglione di tuo cugino e non ti fili nessuno. Ti sembra normale?"
"Fatti i cazzi tuoi." Risposi seccamente.
"Quando la ragazza che mi piace sbatte la vita nel pattume per un coglione arrogante e prepotente solo perchè ci è cresciuta insieme, sono fatti miei. Dimmi, se non fosse stato per lui tu ci saresti uscita con me? Dai, sii sincera."
"No!"
"E perchè?"
"Perchè sei uno stronzo, uno che..."
"Che? Finisci, dai. Cosa hai tu, ma tu Beatrice, personalmente, contro di me?"
Stava di fronte a me, con aria ferita, ma calma, aspettando una risposta. Glielo leggevo in faccia, che era convinto che quella risposta non sarebbe venuta. Ero tanto arrabbiata con lui, che avrei voluto poterlo picchiare, e ferocemente,  fino a ridurlo ad un ammasso di sangue. Lo odiavo. Una lacrima di rabbia mi bagnò la guancia.
"Gli hai fatto male. Ce l'hai con lui, senza un motivo, e senza un motivo hai deciso che ti piaccio io. Ma tu non sai niente di me. Vuoi solo usarmi per fargli male di nuovo. E io non voglio."
"Non volevo farti piangere."
"Sei uno stronzo, sei peggio di uno stronzo, e se sapessi la parola la userei."
"Però guarda che non è vero che ce l'ho con lui senza un motivo. I miei motivi ce li ho." Scossi la testa tanto forte da sentire male al collo, ma lui continuò a parlare, lentamente, con una calma infinita, come rivolgendosi ad un bambino piccolo. "Quello che cercavo di dirti, Beatrice,  è che lui non è una bella persona. Lo capisco, che tu ci sei cresciuta insieme e quindi gli vuoi bene,  ma ti assicuro che non è una brava persona e ti sta rovinando la vita. Magari, pensaci, un osservatore distaccato vede le cose un po' meglio di una persona che c'è in mezzo da tutta una vita, no?"
"No, perchè tu non sai niente di lui" e ripetei il suo gesto, indicando la scuola "né di me, anche se hai preso informazioni. Io lo conosco da tutta una vita, ci passo insieme ogni giorno, ogni ora, da quando ancora non sapevamo leggere. Gli ho visto cambiare i denti da latte,  l'ho visto imparare ad andare in bicicletta e il giorno che siamo andati a scuola la prima volta era lui che mi teneva la mano, lui. Quindi se mi permetti penso di conoscerlo un po' meglio di te, che non fai altro che provocarlo dal giorno che l'hai incontrato. O credi di saperne più di me, su di lui?"
"No. Non credo di conoscerlo meglio. Ma credo di vedere meglio come vanno le cose adesso. Perchè tu lo guardi e non lo vedi, com'è adesso. Lo vedi come l'hai sempre visto."
"Smettila."
"Non ti sei mai chiesta perchè capitino sempre tutte a lui? Perchè vada in giro con quei due che non fanno un cervello intero, ma  sono grossi come dei camion? Perchè, nonostante sia così bravo a scuola, non c'è un professore, neanche uno solo, che gli si sia affezionato? Perchè quando sei con lui nessuno ti si avvicina e, invece,  quando sei da sola hai un sacco di gente con cui chiacchierare?  Non te le sei mai chiesta, queste cose, Beatrice?"
"Ti ho detto di smetterla!"
"No che non la smetto. Tu devi vederle, queste cose. Devi vederle, perché è lui che ti usa, non io. Lui."
"Non è vero!"
"Sai cosa mi ha chiesto, ieri? Mi ha chiesto se mi brucia ancora che tu sia roba sua. Roba, Beatrice. Questo sei per Dario. Roba."
"Non è vero!" Quasi gridai. "Lui mi...lui mi vuole bene."
Andrea annuì. Era pallido ed aveva l'aria di chi è diagustato di ciò che ha fatto, ma anche sollevato per aver compiuto un compito ingrato. Io, ormai, piangevo forte, col viso nascosto fra le mani.
"Pensaci. Pensa a quello che ti ho detto." Concluse, guardandomi con aria di compassione. "Adesso è meglio che vada. Oggi ho saltato la scuola, per venirti a parlare."
"Crepa!"
Deglutì, facendo un passo indietro.
"Tu mi piaci sempre. L'ho fatto per te, credimi. Mi dispiace di averti dovuto parlare così."
Non gli risposi. Sentivo suonare la campanella dell'uscita e desideravo solo trovarmi fra le tue braccia, raccontarti tutto e lasciarmi consolare.
Andrea scosse ancora la testa e si guardò alle spalle, mentre i primi ragazzi scendevano la scala, uscendo di scuola. Avrebbe voluto andarsene, ma non poteva. Fece un passo verso il viale, alle sue spalle, poi di nuovo un passo verso di me. Si umettò le labbra e aprì la bocca per dire ancora qualcosa, ma poi, lanciato uno sguardo verso il portone della scuola, si voltò recisamente e prese a camminare verso casa.
Aveva visto te, ne sono sicura, perchè fu quello che vidi anche io alzando lo sguardo. Mi sentivo umiliata, arrabbiata, come se mi avesse aggredita fisicamente, e, vedendoti, non potei fare a meno di chiamarti, perchè desideravo il conforto della tua presenza più di ogni altra  cosa. 'Se ci fosse stato lui, vicino a  me, non avrebbe osato.' Pensavo.
Quindi alzai la voce per farmi sentire sopra le voci dei tuoi compagni, gridai, come se  fossi in pericolo, il tuo nome.
Ti vidi alzare la testa di scatto e spiccare la corsa senza né guardare né riflettere e un secondo grido mi gonfiò la gola, vedendoti balzare in strada davanti ad un auto, che, pre fortuna, riuscì a frenare in tempo,  in uno starnazzare di clacson. E poi eri da me, ansante di spavento, guardandomi piangere, carezzandomi la schiena.
"Bea, cosa è successo? Che ti sei fatta?"
"Non mi sono fatta niente." Ti risposi singhiozzando.
"Cos'è stato, cos'hai?"
"È stato Andrea. Mi ha aspettata qui e mi ha detto...mi ha detto delle cose che...mi ha fatto star male."
"Ti ha fatto qualcosa? Ti ha toccata?" Sentivo la tua rabbia montare come un'onda. Scossi la testa e tu, incurante delle apparenze, mi stringesti contro il tuo petto.
"Ti ha detto delle cose su di me, vero?" Anuii "cosa ti ha detto?"
"Dice che io...che tu. Che non devo starti vicino perchè non sei una brava persona. E che mi consideri una cosa. E che io ti faccio da serva. Vassalla, ha detto lui. Dio, mi ha fatto così arrabbiare! Non se ne voleva andare."
Quasi tutti gli studenti erano andati, alcuni, passandoci accanto, ci avevano guardati con curiosità. Rimanevano i tuoi due amici, ad una certa distanza, dietro di te.
Continuavi a passarmi le mani sui  capelli e sulle spalle, cercando di calmare il mio pianto, mentre i tuoi muscoli si irrigidivano  sempre  di più,  ad ogni particolare che aggiungevo al mio racconto.
"Quindi tu ti staresti rovinando la vita perchè mi vuoi bene? È questo il succo? Dando per scontato che io sono un prepotente coglione e arrogante, come ovvio."
"Avrei voluto essere grande come te, gliel'avrei fatta vedere io! Avrebbe scoperto, poi, chi è il cattivo in famiglia!" Dissi, asciugandomi gli occhi nel fazzoletto piegato ed immacolato che era comparso come per magia fra le tue mani.
"Lo so, stellina, lo so."
"Non deve permettersi! Ed è andato anche a domandare su di me in giro, quello psicopatico!"
"Lo so, lo so. Tutto a posto."
"No che non è tutto a posto!"
Rivolgesti lo sguardo alle tue spalle e mamdasti un cenno di commiato a Vittorio e Gregorio,  che si dileguarono, come inghiottiti dalla terra. Mi prendesti per mano e mi  portasti a sedere sulla stessa panchina dove mi aveva trovata Andrea.
"Dimmi un po' una cosa." Dicesti sommesso, tenendo le miee mani fra le  tue. "Tu cosa ne pensi di quello che ti ha detto? Insomma, voglio sapere, sai, gli credi? Credi che sia così?"
"Ma sei deficiente?" Quasi ti urlai in faccia. "Non potevo rispondergli più di tanto perchè non potevo dirgli cosa c'è fra noi due. Cosa potevo fare, dirgli 'no, guarda, con te non ci uscirei comunque perchè sono innamorata di lui?' O magari rispondergli un bel  'no, non gli lavo la biancheria, però ci faccio sesso quasi tutti i giorni e mi impegno moltissimo, è uguale?' Che ne dici, genio? Dovevo rispondergli così a quello stronzo?" Ti sfuggì una risatina.
"Eh, hai chiarito il concetto. Allora dimmi che cosa c'è che non va ancora bene."
"Voglio che tu faccia una cosa per me." Ti dissi seria. Mi osservasti concentrato. "Ma se mi dici che la farai, poi devi farla davvero."
"Sono mai venuto meno a quel che dico?"
"No. Bene. Voglio che la prima volta che ne hai occasione senza metterti nei guai, tu lo convinca a non venirmi più vicino. Stavolta mi è bastata per il resto della vita."
"Potrebbe farsi male, mentre lo convinco." Dicesti con aria esitante.
"Ammazzalo, se serve. Mi basta che non ti metti nei guai tu. E che non ti fai male, ovviamente."
Avevo visto troppe volte l'espressione che ti affiorò sul volto a quelle parole per sbagliarmi. Gli occhi socchiusi, le labbra corrucciate e un gran respiro che ti gonfiava il petto: era piacere quello che stavi provando. Un piacere mentale, ma non per questo meno intenso. Mi sorridesti e ti portasti alle labnra la mia mano, come un cavaliere dei tempi antichi.
"Consideralo fatto." Mormorasti dolcemente, alzandoti in piedi. Ti caricasti di entramni gli zaini e andammo a prendere il treno.
Durante il viaggio di ritorno, seduta di fronte a te, in silenzio, sentivo la rabbia svanire, calmarsi, e mi pentii di quel che ti avevo chiesto di fare. Sapevo di averti praticamente aizzato contro di lui e sapevo di aver dato un'ulteriore motivazione, una spinta, forse l'ultima che mancava, per scatenare il tuo odio e la parte più incontrollabile della tua natura violenta.
Non volevo che tu diventassi uma persona peggiore a causa mia.
D'altra parte, rimangiarmi ciò che avevo detto, chiederti di ignorare la mia richiesta, avrebbe insinuato dentro di te il dubbio che io volessi in qualche modo proteggerlo, che avessi sviluppato un qualche tipo di affetto nei suoi confronti, e questo ti avrebbe ferito. Forse non saresti più riuscito a fidarti di me come facevi ora.
Tu lo odiavi e io ti avevo dato un'ottima scusa per dare sfogo al tuo odio.
Pregai mentalmente che non ti accadesse nulla di male, che quello che mi era uscito dalla bocca in un momento di ira non rappresentasse per te il principio di una catena di guai, non ora che tutto sembrava andare per il verso giusto.
Con tutto quel che era accaduto, avevamo preso il treno successivo al nostro solito e camminammo di buona lena per guadagnare almeno qualche minuto.
Arrivammo a casa in ritardo di nemmeno mezz'ora.

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