Rimanemmo per un attimo fermi a guardarci l'un l'altra, fra la curiosità e l'imbarazzo, cercando di capire cosa fare e cosa dire. Sembrava strano, improbabile, ciò che era appena accaduto.
Mi sedetti fra le lenzuola e sentii una pulsazione di dolore, che cercai di ignorare. Tu deglutivi a ripetizione, senza riuscire a spiccicare parola. Alla fine allungasti goffamemte un braccio e mi strofinasti la schiena, per poi abbracciarmi con un abbraccio tenero, lieve, di chi tocca qualcosa di troppo fragile per essere maneggiato senza darsene pensiero.
"Stai bene?"
"Insomma, si. Direi di si. E tu?"
"Chi, io? Ah, bene, si. Ti ho fatto molto male?"
"Un po', ma poi è passato. Adesso mi fa male, invece."
"Oddio. Mi dispiace. Posso...devo...fare qualcosa?"
"No. Direi di no."
"Senti, Bea"
"Si?"
"Pensavo, mi chiedevo...ti è, ecco, sai, piaciuto?" Domandasti abbassando lo sguardo.
"Cosa?" Chiesi senza pensarci. Arrossisti terribilmente. "No, scusa. Scusami."
"Non fa niente" rispondesti tu con aria abbattuta "ho capito."
"No, no, davvero, mi dispiace. Non avevo capito bene il senso della domanda. Io...è stato..."
Alzasti la testa veso di me inarcando le sopracciglia, con aria scettica. Avrei voluto, e forse anche dovuto, in un certo senso, mentire, cercare un modo di darti la risposta che chiedevi che potesse salvaguardare il tuo ego, ma, di fromte al tuo sguardo e con l'animo in subbuglio, non ne fui capace.
"Senti, Dario, non te la prendere, ma no. Mi ha fatto male e avevo paura e non mi mi è piaciuto un granché. Ma credo che dopo, quando non sentirò più male e non dovrò più aver paira di sentirne, andrà meglio, che dici?"
"Va bene. Mi dispiace."
"Scusa."
"Tutto a posto, non ti scusare." Rispondesti senza guradarmi in faccia. Scostasti le coperte per scendere dal letto e immediatamente le lasciasti cadere. Uno sguardo allarmato mi mandò il cuore in gola.
"Senti, Bea, adesso non ti agitare, ma stai sanguinando. Mi avevano detto che poteva succedere, ma non ci ho pensato, è colpa mia, ma tu non ti agitare, va bene? Daccordo?"
Il mio stomaco si rivoltò pigramente, cullato dalla mano viscida di un attacco di nausea. Non sopportavo che tu dovessi vedermi cosi, nuda e sanguinante, come se avessi il mio ciclo, e, oltre a questo, l'idea di aver fatto qualcosa per cui stavo perdendo sangue non rese più attraente ai miei occhi ciò che era avvenuto fra noi.
"Girati, per favore." Ti chiesi con quel poco di voce che riuscii a tirare fuori. Tu eseguisti senza discutere ed io mi scoprii. Alcune macchie di sangue vermiglio, grandi come monete, spiccavano accusatorie sulle lenzuola candide di bucato. Io ero un disastro. Sembrava che qualcuno avesse pasticciato su di me con una lama spuntata. I miei vestiti erano sul pavimento, fradici ed inservibili, e la mia stanza mi sembrava appartenere ad un altro mondo. Avevo sempre più voglia di vomitare e non avevo idea di cosa fare. Mi stava tornando freddo.
Grosse lacrime di sgomento iniziarono a cadermi addosso, senza che riuscissi a frenarle ed un attimo dopo stavo singhiozzando senza ritegno, nuda, seduta sul tuo letto irrimediabilmente macchiato del mio sangue, cin le mani sugli occhi per non vedere nulla. Ti sentii muoverti, al suono del mio pianto.
"Se ti giri ti strozzo!" Ti minacciai, senza scoprirmi il viso.
"Va bene, calma. Non mi giro, promesso, ma tu fai come ti dico? Per favore?"
"Cosa? Cosa c'è da fare, adesso?" Sospirasti.
"Se scendi dal letto, sulla sedia di fianco al comodino ci sono dei pantaloncini e una maglietta. Mettiteli addosso."
"Non posso." Piansi disperata "sono...sono...sporca!"
"Smettila, adesso, su. Stai sanguinando, non sei sporca. Nin è una vergogna. E poi qualcosa devi metterti, quindi, se non mi lasci girare per vestirmi e andarti a prendere qualcosa in camera, mettiti i pantaloncini e la maglietta. Avanti, da brava."
Il tono della tua voce era paziente, raziinale, il tono di qualcuno che sa cosa fare ed ha il controllo della situazione. Era esattamente quello che mi serviva in quel momento, in cui mi sentivo annullata e confusa. Mi alzai, ancora singhiozzante, e trovai i vestiti dove avevi detto. Li indossai.
"Posso girarmi adesso?"
Mi guardai, per controllare che non ai notasse nulla di strano su di me. Mi sembrava impossibile che non si vedesse, in un qualche modo, qualcosa di diverso, ma, invece, i tuoi pantaloncini blu, che sulle mie gambe, decisamente più corte, arrivavano al ginocchio e la tua maglietta, che arrivava a metà coscia, mi coprivano come al solito, senza fuggire oltraggiati dalla mia presenza.
"Si, puoi adesso."
In un umico movimento scendesti dal letto e lo aggirasti, stringemdomi comtro il tuo petto nudo. Mi cullasti piano, lentamente, memtre mi spiegavi cosa fare.
"Adesso tu vai in camera, ti prendi dei vestiti asciutti, e poi vai in bagno a metterti in ordine. Qui ci penso io. Poi fai la brava bambina, torni in camera tua e ti sdrai tranquilla a letto, che io arrivo subito, anzi, magari mi trovi già lì. Hai capito?" Annuii. Era un sollievo, per me, potermi affidare alla tua razionalità in um momemto simile.
"Bravissima." Dicesti dandomi un bacio "sei proprio bravissima."
Uscii dalla stanza e feci esattamente ciò che mi avevi detto: attraversai il corridoio, presi dei vestiti puliti dalla mia camera, andai nel bagno di casa mia, dove ero attrezzata per le mie piccole emergenze, e mi presi tutto il tempo per cancellare ogni traccia dell'accaduto.
Mano a mano che spariva il sangue, che aveva già quasi cessato di uscire, mi sentivo meglio, meno stravolta, più me stessa.
Come avevi promesso, tornando nella mia stanza ti trovai seduto sul letto. Mi sedetti accanto a te e posai la testa sulla tua spalla.
"Di là tutto a posto?"
"A posto." Rispondesti, circondando i con il braccio.
"Come hai fatto?"
"Ho tirato su le coperte e, tenendo ben presente dove erano le macchie, ci ho versato sopra una noccetta di inchiostro di china nero. È passato fin sul materasso. Non si vede più niente. Poi ho preso lenzuola e coperta e sono andato a Dora a confessare. Ha detto che sono 'veramente terribile' e mi ha cacciato di sopra. E poi sono venito qui. Facile, no? E tu, piuttosto, tutto bene?"
Ti guardai ammirata.
"Io ti giuro che non so come fai a stare così calmo."
"Calmo?" Mi fissasti stranito e poi afferrasti la mia mano, posandotela sul petto. Il battito del tuo cuore era talmente veloce che si avvertiva solo un lieve sfarfallio, come una vibrazione continua.
"Calmo, eh? Calmissimo." Ripetesti con un sorriso strano. "È da quando mi hai detto che non dovevo fermarmi che fa cosi. Mi sa che se continua ancora un po' mi prende un colpo secco."
Ti strinsi forte a me. Non sapevo cosa dire e nemmeno oggi lo saprei. Volevo solo che continuassimo a tenerci stretti, senza lasciarci mai più.
"Bea?"
"Si?"
"Mi vuoi ancora bene?"
Capivo il motivo della tua domanda. Ti conoscevo abbastanza bene da sapere che l'idea di avermi fatto del male, anbastanza male da farmi sanguinare, ti inquietava profondamente e il fatto di aver provato piacere mentre io sentivo dolore non poteva che farti sentire in colpa. Potevo solo risponderti sinceramente, sperando che tu avvertissi che le mie parole erano dettate da ciò che avevo nel cuore e non da un senso di pietà nei tuoi confronti.
"Ti amo, Dario. Ti amo tantissimo. Solo te. Sempre."
"Anch'io. Sempre. Non lasciarmi mai, amore."
"No. Mai."
Ci stringemmo ancora di più, aggrappati l'uno all'altra, avvolti dalle braccia l'una dell'altro, lasciando che nei nostri cuori tornasse la calma. Rimanemmo così, senza lasciarci, per molto tempo. Fuori della finestra, il temporale che ci aveva respinti in casa e che aveva fatto da sottofondo alla nostra prima volta, era finito. La luce grigia del cielo nuvoloso iniziava ad affievolirsi, lasciando la stanza in penombra.
Stavo decisamente meglio. Mi sentivo calma, tranquillizzata dalla tua presenza, dal tuo affetto e, forse, anche dalla tua paura, in cui vedevo riflessa la mia. Il tuo cuore, che sentivo attraverso il tessuto leggero della maglia di cotone, era tornato ad un ritmo normale e tu iniziavi a respirare del respiro lento e pesante di quando stavi per addormentarti.
"Dario?"
"Mm?"
"Ma voi non fa male, vero? Cioè, tu non hai sentito male, giusto?"
"Giusto. Nessun male."
"Ti devo chiedere una cosa, però mi vergogno."
"Dai."
"Ma andava bene? O devo fare qualcosa?"
"Mi stai facendo una domamda che suona molto tipo: 'ti è piaciuto? Sono stata brava?'"
"È un problema?"
"No, controllavo di aver capito bene. Andava benissimo, per me. A me è piaciuto. Almeno, la parte che mi ricordo."
"In che senso?"
"Ero un filino emozionato, se non l'hai notato. Mi dispiace tanto che non sia piaciuto anche a te. Io speravo di si."
"È che appena cominciava a piacermi...beh, è finito tutto."
"Ho capito. Beh, magari possiamo lavorarci. Che ne pensi?"
"Penso di si. Ma come funziona, per te? Cioè, in che senso lavorarci?"
Ridesti piano, con la faccia fra i miei capelli.
"Senti, amore, lascia fare a me. Sono dettagli tecnici, questi qua. Non pensarci."
"Mi piace quando mi chiami amore."
"Se ti dico una cosa non ridi?"
"Mm."
"A me piace quando mi chiami Darietto. Mi fa sentire bene."
"Ma tu sei il mio Darietto."
"E tu sei il mio amore. Il mio unico amore."
"Senti, cosa vorresti fare, adesso?"
"Adesso in questo momento?"
"Mm."
"Vorrei tantissimo mangiare qualcosa. Scusa." Mi venne da ridere. Solo tu, al mondo, potevi usare tanta disarmante, innocente grossolanità. Mi alzai e ti presi per mano, per accompagnarti in cucina; lasciarti andare solo era fuori discussione, dopo aver contrariato a tal punto Dora, e riuscivo a sentire il tuo stomaco che brontolava.
lunedì 5 maggio 2014
Quarantasei
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