Fu una delle estati più belle della nosra vita e volò via in un lampo, come fosse un unico, sfolgorante giorno di sole.
Toccavi ormai il metro e ottantacinque ed io, che da adulta arrivo al metro e sessanta, ti toccavo appena la spalla con la testa. Quando mi abbracciavi, coi tuoi grandi abbracci da bambino innamorato, mi sentivo avvolta e nascosta nel più sicuro dei rifugi, nella più invulnerabile delle armature.
I nostri nuovi amici partirono per le vacanze a fine giugno, Federica fra le braccia del suo Nando e i tuoi vassalli ognuno per una meta diversa, lasciandoci liberi di godere l'uno dell'altra, senza obblighi verso nessuno.
Tuo padre passava sempre più tempo via da casa. Nel suo nuovo lavoro l'edilizia giocava un ruolo importante e l'estate, di conseguenza, era un momento di grande lavoro per lui. Prometteva solennemente, ad ogni ritorno, che vi avrebbe portato da qualche parte per natale, quasi scusandosi con la zia per l'ennesima stagione calda da passare a casa.
Avrebbe ben potuto risparmiarselo. Zia Sissi divideva le sue giornate fra le attività caritatevoli della parrocchia e le linghe, lamguide chiacchiere con mio padre, che sequestrava non appena aveva varcato la porta di casa.
Parlavano di molte cose, di libri, di luoghi che mio padre aveva visitato e lei avrebbe tanto voluto vedere, di quadri celebri e di famose sculture, di opera lirica e amministrazione domestica. Tante volte, nel crepuscolo che si prolungava all'infinito, quasi che il sole si tenesse con la punta delle dita all'orlo della terra, sentivamo le loro voci arrivare dal giardino attraverso la finestra della mia stanza. Mentre le tue lunghe dita mi accarezzavano la gola e mi scendevano sul seno, afferrandolo e stringendolo contro la tua bocca e mentre sentivo il tuo sapore contro i denti, mordendoti le spalle ed il petto, sentivamo gorgheggiare la voce di tua madre, che con identico tono di ragazzina ripeteva 'quante cose interessanti, che sai, tu! Racconta ancora.'.
Fu quella l'estate che ci vide diventare amanti a pieno, che segnò in via definitiva il mutamemto dei nostri rapporti in una dipendenza reciproca, un'ossessione che colorava, come i tuoi inchiostri colorati coloravano l'acqua pura, ogni momento delle nostre giornate.
Ci guardavamo al tavolo della colazione e passava nei nostri occhi il ricordo della notte precedente, strappandoci un sorriso.
Mi addormentavo sul lumgo divano dell'ingresso di casa mia, vimta dal caldo, e mi risvegliavo sentendo percependo la tua presenza, trovandoti al mio fianco.
Passeggiavamo insieme, lunghe passeggiate mattutime, prima che il sole scottasse l'erba e impolverasse le strade sterrate, e spesso ci buttavamo all'ombra di una macchia d'alberi, quando eravamo abbastanza lontani, mie gambe ripiegate che ti facevano da cuscino, le tue braccia levate ad accarezzarmi senza sosta i capelli, e parlavamo anche noi, per ore, di quello che avremmo voluto fare, di quello che pensavamo e, a volte, anche dei nostri genitori.
"Non mi piace" dicesti una mattina d'agosto "non mi piace proprio, tutto quel tubare che fanno quei due lì. Insomma, non vorrei che si facessero venire delle idee strane."
Ti si erano incupiti gli occhi, mentre parlavi, e le tue parole suonavano dure.
"Beh, ma non fanno mica niente di male, no? Parlano. Lasciali parlare."
"Si, Bea. Ma secondo loro anche noi parliamo e basta. Tu cosa ne dici?"
Riflettei per un attimo sulla situazione. Sapevo che fra mio padre e tua madre c'era un'intimità, una confidenza, maggiore di quanto, forse, volesse la consuetudine, ma, allo stesso tempo, non potevo credere che mio padre avrebbe fatto una cosa del genere. Non tanto per rispetto del matrimonio come istituzione, quanto per affetto nei confronti di zio Lucio, che era, da anni, il suo più caro amico. E poi non ce la vedevo, zia Sissi, a rischiare tutto, casa, famiglia, tenore di vita e rispettabilità per l'avventura di un'estate. Scossi la testa.
"No, Darietto, secondo me parlano e basta. Pensa a quello che rischierebbero."
"Pensa a quello che rischiamo noi." Rispondesti tu con una scrollata di spalle.
"Beh, noi tanto per cominciare non rischiamo di ritrovarci senza un tetto sulla testa. Anche se ci scoprissero, intendo. Alla fine, cosa potrebbero mai farci?"
Fu la tua volta di riflettere qualche tempo, prima di darmi risposta.
"Secondo me le conseguenze sarebbero peggio di quello che immagini, sai? Non ti dimenticare che mio padre è mezzo matto e il tuo è quello che ha piantato tutto e cambiato città nel giro di un mese, quando ha deciso che gli importava di più di vivere tranquillo che di tenere assieme la sua famiglia. Quanto credi che ci metterebbero a dividerci, magari anche mamdare uno o tutti e due lontano, che ne so, in collegio dalle suore tu e da qualche altra parte io?"
"Esagerato! Non siamo mica più nell'ottocento."
"Il casino, Bea, è che questo loro non lo sanno. Pensaci un attimo e vedrai se non ho ragione."
"Non lo so. Mi fa stare male anche solo pensarci."
"Anche a me. Ma a volte bisogna pensarci lo stesso. Va fatto, e basta. Ascolta, tu cosa faresti se ti portassero via?"
"Mi ammazzerei, credo."
Ti alzasti a sedere e mi afferrasti per le spalle, scuotendomi leggermente. "Neanche per scherzo, devi dirle, certe cose. Va bene? Neanche per scherzare. Per favore, amore."
"Va bene, scusa. Non lo so cosa farei, allora. Tu?"
"Se ci dovesse mai capitare una cosa del genere" dicesti tu, guardandomi a fondo negli occhi "devi solo aspettarmi. Come dicono di fare se ti persi in un bosco. Ti siedi e mi aspetti, capito? Io, dovessi metterci anche degli anni, ma ti vengo a prendere."
Ricordo perfettamente il tempo ed il luogo di quella frase, pronunciata con totale serietà dalle tue labbra, con la tua voce più ferma.
So, per averti guardato negli occhi mentre la pronunciavi, che credevi fin nel profondo del tuo essere a ciò che stavi dicendo.
Le tue mani mi stringevano le spalle con forza, senza procurarmi alcun dolore, e ne sentivo il caldo contatto sulla pelle delle spalle, lasciata nuda dal vestito estivo.
Ricordo tutto, fin nel minimo dettaglio, il frinire delle cicale, tanto forte da farmi impazzire, l'erba secca che ci pungeva attraverso il cotone leggero, gli alberi di noce alle nostre spalle, contornati da sterpi che neppure il sole di agosto aveva potuto domare. Negli anni, questa scena, le tue parole, sono tornate ad ossessionarmi nel sonno e nella veglia, in ogni mio momento di debolezza e ,se hanno spillato lacrime ai miei occhi, lo si deve al solo fatto che le ferite dell'anima non gocciolano sangue.
Continuo a vedere l'acqua chiara del tuo sguardo, ferma e invincibile, mentre il suono della tua voce ripete, infinite volte, come in una perversa diapositiva sonora: 'io ti vengo a prendere'.
E, allora, mi prende infinita ed infida la voglia mortale di sedermi, come una bambina dispersa nella boscaglia di una fiaba, aspettando di sentire il tuo passo o la tua voce che mi chiama. Sento rinascermi in cuore quell'erbaccia infestante che è la speranza. E vorrei non muovermi più, nell'attesa del tuo arrivo, lasciare che la polvere mi cada addosso e mi veli perfino gli occhi, e che il ragno tessa su di me una tela trasparente.
Perchè tu, nonostante tutto, a prendermi non sei venuto più.
Fu un momento speciale, quello, fra di noi. Sentivo la tua forza, la forza di ciò che provavi infrangermisi addosso ad ondate, come acqua sulla riva, e non potevo distogliere lo sguardo da te, abbacinata, perduta nella tua immagine. Sarei morta per te, ad un tuo minimo cenno.
Vidi mutare la tua espressione e, nel tuo sguardo addolcito, nelle tue labbra semichiuse, c'era il riflesso di ciò che anche io provavo.
Ci eravamo persi l'uno nell'altra, come a volte ci capitava e ci sarebbe capitato, fino a che saremmo stati vicini. Non facevamo nulla, non dicevamo nulla; solo, ci guardavamo, smarrendo noi stessi nell'altro, sentendo sempre più lontana ed insensata la nostra identità, con le sue vicende ed i suoi problemi ed avvicinandoci invece, galleggiando come nubi, alla più pura e semplice indifferenza per ogni cosa all'infuori di noi.
Era bello, era terribile ed era folle.
Era una qualche forma di sesso dell'anima.
Un rumore ci interruppe, un fruscio, come di movimento, fra l'erba sotto gli alberi.
Sussultammo entrambi, io guardandomi attorno, mentre tu ti voltasti subito verso la fonte del suono. Il fruscio si ripeté ed in me sorse, subitaneo e fulminante, il ricordo del giorno in cui ero scappata al canale, sola, ed il mio incontro, quasi viso a viso, con un ratto.
Quel rumore somigliava, in modo inquietante, al rumore che faceva quella schifosa bestiola proocedendo verso di me, bloccata nella fanghiglia fetida, prima che l'erba fosse tanto rada da permettermi di vederla. Ti afferrai un braccio, alzandomi a metà.
"È un topo!" Sussurrai spaventata. Mi guardasti inarcando le sopracciglia.
"Eh, dal tono sembra che tu abbia detto 'è un lupo mannaro'. Guarda che anche se è un topo non ci mangia mica, sai?"
"Andiamo via, per favore?"
Mi guardasti divertito.
"Ma sei seria? Perché hai sentito un rumore che potrebbe essere una bestiolina grossa cento volte meno di te? Dai, vado a vedere, così ti metti tranquilla."
"No! Non andare, dai, andiamo via!"
Scuotesti la testa e ti alzasti in piedi. Allo stesso tempo il rumore si ripeté una terza volta ed io ti guardai incerta. Seduta di fronte a te in piedi, dovevo reclinare la testa all'indietro, se volevo vederti in faccia.
"Guardami. Ti pare che possa vincere il topo? Dammi un'occhiata. Credi che mi ammazzi?"
Detto questo, scuotendo di nuovo la testa con aria divertita, facesti un paio di passi verso la fonte del suono, che subito cessò. Ti chinasti nell'erba alta, frugandola con le mani nude e un brivido mi scosse la schiena. Ancora qualche passo, da accovacciato, verso gli alberi, e ti sentii dare in un esclamazione. Saltai in piedi, convinta che l'animale ti avesse aggredito, mordendoti.
"Vieni a vedere!" Mi chiamasti. Ridevi. "Guarda cosa ho trovato, Bea!"
Mi avvicinai incuriosita. Ti stavi alzando, tenendo fra le mani a coppa qualcosa di molto piccolo, a cui sorridevi dolcemente. Quando arrivai accanto a te dischiudesti le mani lentamente, fino a svelare una creaturina marrone, arrotolata approssimativamente nel cavo della tua mano. Le zampette rosee si muovevano senza sosta, così come il naso. Era un minuscolo porcospino, grande appena come il mio pollice, dagli aculei come piccole spine elastiche.
"Ma che carino!" Escamai intenerita.
"Hai visto? Chissà cosa ci fa in giro a quest'ora senza la sua mamma! Ti sei perso, sciocchino? Eh? Ti sei perso la mamma?" Lo accarezzasti piano con la punta dell'indice.
Mi guardai attorno, cercando curiosa il punto in cui avevi trovato il cucciolo. I miei occhi vennero attratti da una macchia scura sul fogliame rado fra gli sterpi.
Ti lasciai intento a chiacchierare con il piccolo di porcospino e mi avvicinai per capire cosa fosse.
Era la made del piccolo, preda di qualche animale notturno, che giaceva, senza più sentire né il sole né il caldo, fra i rami degli arbusti.
"Dario..."
"Mm?"
Senza parlare ti indicai la carcassa. In un gesto istintivo di protezione, tu copristi il piccolo con la mano, come ad impedirgli di vedere. Avvicinasti le mani accostate al petto.
"Va bene, losco creaturo" mormorasti accostando le labbra alle mani chiuse a coppa "adesso lo zietto ti porta a casa con lui."
"Vuoi portarlo a casa?"
"E cosa faccio, lo lascio qui? Lo ammazzano anche a lui, no?"
Annuii.
"Sai come si tiene un porcospino?"
"No, ma so leggere. E ho um sacco di libri e una meravigliosa tessera della biblioteca."
"Va bene, non ti scaldare. Ti aiuto, se vuoi."
"Davvero?" Ti si illuminarono gli occhi.
"Davvero, davvero."
Ci avviammo verso casa, tu sempre con l'animaletto fra le mani e io accanto, che lo sbirciavo dagli spazi fra le tue dita. Sembrava aver stabiloto che non costituivi un pericolo, perchè dopo pochi minuti aveva smesso di tentare di appallottolarsi ed ora stava sulle quattro zampe, nel centro del tuo palmo, guadrandosi attorno curioso e muovendo il naso.
"Come lo vuoi chiamare?" Ti chiesi.
"Chiamare?"
"Si, se vuoi tenerlo dovremo dargli un nome, no?"
"Eh, si, se vuoi, si."
"Allora, come lo chiamiamo?"
"Non saprei, è difficile. Luigi?"
"Che nome è Luigi, per un porcospino?"
"Perchè, come si chiamano i porcospini che conosci tu?" Mi domandasti ridendo.
"Mah, non lo so, un nome più da animale, dai! E poi, scusa, è maschio o femmina?"
"Vuoi che ci guardi? Aspetta. Femmina. Una porcaspina."
"Porcospina, casomai. Che umorismo sublime! Cosa ne pensi di Stella?"
"Non mi piace. Aspetta, ci sono! Perla!"
"Eh, Perla mi piace, è proprio carino, come lei! Bravo! Come ti è venuto in mente?"
"Eh, stsvo pensando 'per la miseria, come si chiama un porcospino e per giunta femmina?' E mi è venito in mente di chiamarla così. Per la miseria, abbreviato in Perla per comodità."
"Tu lo sai che non sei normale, si, Dario?"
Ridevi, tanto da far fatica a camminare, del tuo scherzo.
Nel frattempo, parlando del nome a dare a Perla, eravamo arrivati a casa. Qui sarebbe iniziata lamparte difficile, perché tua madre era sempre stata categosrica ed inflessibile: qualsiasi tipo di forma animale non era ben accetta, men che meno permessa. Se arrivava a tollerare i cani giocattolo delle sue amiche, quando venivano in visita, non sarebbe mai arrivata a permetterci di tenere un animale selvatico, per quanto grazioso, nella sua proprietà.
Fu Dora a salvare la situazione, ancora una volta, e fu una fortuna incontrare lei per prima, quando arrivammo a casa con il nostro ritrovamento.
"Ma è bellissima!" Squittì estasiata. "Adesso io vado a prendere una cassetta della verdura e voi la portate in giardino all'ombra."
Venne fuori che Dora ne sapeva un bel po' di come si cura una bestiola selvatica, per fortuna nostra e di Perla.
Fu lei a proibirci di farla soggiornare in casa, perchè si sarebbe ammalata per lo spavento, lei a tritare verdure e carne assieme per darle da mangiare e sempre lei ad allestirle una cuccia nascosta e sicura con una cassetta di plastica blu, di quelle in cui arrivavano le verdure, rovesciata in giardino, nel punto più ombroso, e un piattino d'acqua.
Tua madre arrivò quando ormai era tutto sistemato, attratta dal trambusto.
"Non penserai mica di tenere questa bestia qui in mezzo ai fiori?"
Domandò inorridita. Ti vidi raddrizzarti, mentre ti combattevano dentro il desiderio di tenere quella piccola creatura, che da subito aveva conquistato le tue simpatie, al sicuro e l'abitudine ad obbedire e prevenire ogni desiderio della zia.
Prima che tu potessi aprir bocca, fui fulminata da un'intuizione tanto chiara, di come far collimare le due cose, da lasciarmi esterrefatta. Non potevo proprio tacere, sprecando così un colpo di genio di tale portata.
"Dai, zia, solo per stasera, vorrei tanto farla vedere a papà. Sii buona, a lui piacciono tanto gli animaletti selvatici!"
"Davvero?" Domandò lei inclinando il capo.
"Ma certo. Te l'avrà raccontato tante volte, di quando passava l'inverno, da ragazzino, a spargere il mangime sulla neve perchè gli dispiaceva tanto per le lepri, che non trovavano l'erba tenera!"
Tralasciai di dire che papà raccontava questo aneddoto come esempio della durezza di suo padre, che una volta scoperto il modo in cui sprecava il mangime per conigli lo aveva preso a bastonate. La parte in cui lui bambino cospargeva la neve di mangime per le creature del bosco era più che sufficiente ai miei scopi.
"Beh, allora, se è solo per farla vedere a tuo padre..." cedette la zia.
"Ah, sarà tanto felice! Lo dice sempre, lui, che chi è buono con le bestie è buono anche con le persone." Diceva anche che chi tratta le bestie da persone e le persone da bestia avrebbe dovuto essere rinchiuso in un pollaio, ma decisi che non fosse necessario terminare nemmeno quel discorso. Dopotutto, era bene che lasciassi qualche cosa da dire anche a lui.
La zia sospirò scuotendo le mani in aria in un complicato gesto di modestia e poi ci inviò a ripulirci prima del pranzo.
Perla sarebbe rimasta, complice mio padre.
E rimase, infatti, nella sua cassetta rovesciata, per più di un mese. Ogni giorno le portavi cibo e acqua e passavi qualche tempo con lei, tanto che, dopo una settimana, non era rimasta nel suo comportamento alcuna traccia di timidezza. Mangiava dalla tua mano e si lasciava accarezzare come il più salottiero dei cagnolini. Tu non dimenticasti mai di passare a trovarla, neppure un giorno.
La amavi davvero, quella cosina spinosa, e le mormoravi un sacco di sciocchezze mentre lei ti mordicchiava le dita e ti camminava sui pantaloni.
Per questo fu una grossa sorpresa, per me, arrivare, ai primi di settembre, in giardino e trovare la cassetta di perla vuota e te seduto lì accanto, con la testa fra le mani.
"È scappata?" Domandai in ansia.
"No. L'ho lasciata andare io, ieri notte. Ho lasciato la cassetta sollevata perchè potesse uscire." Avevi una voce molto triste.
"Ma Dario, come mai l'hai fatto?"
"Stava diventando grande, Bea. Non aveva più bisogno di me, la tenevo solo perché a me piaceva stare con lei. Ma non è giusto, no? Che la tenessi in trappola solo perché a me piaceva stare con lei?"
"Ma non era in trappola, noi..."
"Quando ha trovato la porta aperta, se n'è andata. Qualcosa vorrà dire, giusto? È meglio così, sai. È un animale selvatico. Non poteva stare bene lì dentro."
Mi sedetti accanto a te e ti circondai con un abbraccio.
Insieme guardavamo la cassetta blu, rovesciata sul piattino dell'acqua, vuota.
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