In un qualche modo, riuscii a resistere fno al momento in cui ttti dovevano andarsene. Telefonò il padre di Gregorio, che li aveva accompagnati, per chiedere ai tuoi genitori se, per favore, potevano riportare loro la truppa a casa, a causa di un qualche contrattempo, e, non appena li vidi uscire dalla porta, fuggii nella mia stanza.
Il senso di malore fisico che aveva accompagnato la notizia dell'esistenza di Viola e dei vostri rapporti, si era lentamente calmato, lasciando il posto ad uno sco finato paesaggio di rabbia e di dolore.
Non volevo vederti, nom volevo parlarti. Più di ogni altra cosa, mi vergognavo per aver avuto im te una fiducia tanto profonda e totale. Mi vergognavo della mia stupidità.
Per qualche minuto, ti odiai, per avermi fatto sentire vergogna di me stessa.
Rimasi nel mezzo della stanza, con le mani fredde come il ghiaccio, senza sapere che fare, intrappolata in quello che provavo. Avrei voluto allo stesso tempo scappare lontano e urlarti in faccia, nascondermi da te e inseguirti. Prevalse il desiderio di nascondermi, di allontanarmi. Ma dove mai avrei potuto trovare rifugio? Ovunque io potessi andare, tu mi avresti trovata, se era ciò che volevi.
Non riuscivo a controllare il mio respiro, mi sembrava che non ci fosse aria a sufficienza e ne ingoiavo grandi boccate. Sentivo freddo al viso, freddo al cuore, ma non vedevo modo di rimediare. Ero resa folle dal dolore che provavo e dalla fatica fatta per nasconderlo per tutto quel tempo.
Fu nel nel mezzo di tutto questo che tu entrasti, come nulla fosse, in camera mia e ti mettesti a raccontarmi di quello che vi eravate detti tu e Sassi.
"E ha detto che prima dell'anno nuovo no di sicuro, ma a gennaio ci sono ottime possibilità." Sentii, in coda al discorso. Eri alle mie spalle e chiacchieravi serenamente, chinandoti a tratti per riporre un libro trovato a terra. Chiacchieravi, come nulla fosse. Come avevi fatto nelle ultime settimane. Mentre un'altra ti toccava, ti baciava, faceva con te quello che solo io avrei dovuto, ogni volta che eri lontano da me.
Era quello il pensiero, il grido che mi cresceva dentro.
"Bea?" Mi chiamasti, non ottenendo risposta alle tue parole.
"Fuori di qui. Vattene."
"Bea?" Ripetesti avvicinandoti "che succede?"
"Stai lontano e non mi toccare. Tu non mi devi toccare più."
"Oh, ma stai bene?" Mi sfiorasti un braccio per indurmi a voltarmi e, quella volta, fui io a perdere il controllo. Mi volsi di scatto e ti fronteggiai, sentendomi sempre più invasa dal freddo e dalla rabbia.
"Ho detto di non toccarmi, ci senti? È una cosa difficile da capire?" Feci un passo avanti e tu, d'istinto, indietreggiasti. Credo non mi avessi mai vista così. Protendesti le mani, col palmo verso l'alto.
"Stai calma, ehi, cosa ti è successo?"
Schiaffeggiai le tue mani protese, per fartele abbassare e tu, cercando di calmarmi, mi toccasti sulla spalla. Esplosi. Ti diedi un pugno sul petto, diritto davanti a me, con tutta la mia forza, e ti feci male.
"Ti ho detto di non toccarmi, stronzo! Lo capisci o no?" Ti ringhiai. Ti colpii di nuovo, in alto sul braccio, e tu mi afferrasti i polsi per fermarmi.
"Piantala!" Dicesti con tono scandalizzato. Per tutta risposta tentai di darti un calcio, mentre mi divincolavo per liberare le braccia.
Comprimendo le labbra ad una linea netta, mi girasti i polsi dietro la schiena, stringendomi a te per immobilizzarmi. Eri forte, moto più forte di quanto mi aspettassi, reso dalle sttimane di allenamento ancor più simile al groviglio di molle metalliche cui già somigliavi prima, e non riuscii ad opporre resistenza.
"Lasciami!"
"Quando ti calmi, ti lascio." Rispondesti in tono duro. Mi divincolai.
"Lasciami andare, stronzo puttaniere, sei uno schifoso, come tuo padre! Sei uguale a lui!" Vidi la rabbia calarti sul volto come un'ombra e spingesti i miei polsi verso l'alto, mentre mi stringevi tanto da mozzarmi il respiro. Sentii una fitta attraversarmi le spalle e mi sfuggì un gemito. Ero tanto stretta a te che nemmeno la luce passava fra di noi e mi fu facile accorgermi che iniziavi ad eccitarti.
"Cosa c'è, ci godi, adesso, a farmi del male? Ti piace? Anche questo hai imparato, dallo zio?"
"Non ti azzardare." Sibilasti. "Non ti permettere mai più."
"Se no cosa? Cosa mi fai, grand'uomo?" Con uno sforzo visibile, respirasti a fondo per riprendere il controllo.
"Bea, mi fai stare male, così. Dimmi cosa è successo, per cortesia." Parlavi con la voce dei momenti peggiori, scandendo le parole quasi con pedanteria.
"Vatti a far consolare da Viola, se stai male, schifoso maiale di un puttaniere!"
I tuoi occhi si dilatarono in un'espressione di stupore.
"Viola?"
"Si, Viola. Ti dice qualcosa il nome? O non gliel'hai chiesto, prima di 'scopartela', come pare si usi dire fra i tuoi pari?"
Chiudesti gli occhi per un attimo e un'inequivocabile espressione di sollievo ti si dipinse sul viso, lasciandomi interdetta. Approfittai comunque della tua distrazione per tentare di svincolarmi, ma tu con un rapido conmtrarsi dei muscoli mi riportasti alla posizione di partenza, strappandomi un sibilo a denti stretti. Mi facevi male.
"Quale dei due imbecilli ha avuto la brillante idea?" Domandasti.
"Perchè, vuoi metterlo in punizione per averti rovinato il giochino?"
"Ascoltami."
"No!" Tentai ancora di liberarmi e tu accentuasti ancora la presa, strappandomi uno schicco sommesso dall'atricolazione dei polsi e mandandomi a sbattere il naso contro il tuo petto.
"Adesso tu stai zitta e mi ascolti, chiaro?" Ordinasti seccamente. "Non ci ho fatto niente con Viola."
"I tuoi cagnolini la raccontano diversamente."
"Ho detto zitta." Mi scrollasti. "La raccontano così perchè loro la sanno così. Gli ho mentito."
Torsi il collo all'indietro per guardarti e tu me lo lasciasti fare, senza muoverti. Sembravi sincero ed iniziai ad avere dei dubbi.
"E perché gli avresti detto una bugia?"
"Bea, tu lo sai che giorno ho ginnastica a scuola?"
"Il lunedì."
"Bravissima. E lo sai che per fare ginnastica prima ci si cambia, e per cambiarsi ci si spoglia, si?" Annuii. Non vedevo io nesso logico con quello di cui stavamo discutendo.
"E secondo te, quando io mi spoglio e sono pieno dei segni che mi ha lasciato qualcuno che passa il sabato notte a morsicarmi, cosa dovrei dire? Dovrei dire 'oh, niente, mia cugina fa sempre così prima di succhiarmelo, è una specie di abitudine'? Dì, dovrei dire questo?" Mi chiedesti in un tono sarcastico, scollandomi nuovamente.
Mi sentii arrossire. Non ci avevo mai pensato, ma, effettivamente, sulla tua pelle tanto bianca ci voleva ben di meno, per lasciare un segno, di quello che ti facevo io. Certo, non erano segni profondi, ma non mi pareva strano che ti restassero per un paio di giorni.
Mi guardavi con le sopracciglia inarcate, l'aria furibonda, in attesa della mia risposta.
"Davvero?" Chiesi rilassando i fra le tue braccia.
"Davvero. Per chi mi hai preso? Credevo che mi conoscessi, almeno tu."
"E allora chi è Viola?" Domandai, di nuovo sospettosa.
"È una. Ha un anno più di noi ed è sempre in cerca di compagnia. Pare che io non le dispiaccia. È comoda, per questo genere di balle."
"E tu non ci hai fatto niente?"
"E io non mi sono nemmeno presentato, Bea. Hai presente?"
Eri ancora arrabbiato, mentre io sentivo il sollievo indebolirmi le ginocchia.
"Ho capito."
"Avresti almeno potuto chiedermelo, prima di credere al peggio che ti raccontano."
"Mi dispiace."
"Mi hai fatto male." Ripetesti. Mi protesi verso l'alto per baciarti e tu reagisti con un bacio tanto forte da essere doloroso. La tua lingua saettava dentro e fuori della mia bocca, dandomi una chiara idea di quello che desideravi in quel momento, non fosse stato sufficiente ciò che sentivo contro l'addome.
"Non ti azzardare mai più a trattarmi un quel modo." Mi dicesti, quando ci staccammo. Le tue labbra portavano una piega di sfida, la linea della mandibola tesa spiccava come un coltello sotto la pelle, e mi guardavi severo.
Era strano, ma anche il mio corpo stava reagendo piuttosto violentemente alla situazione ed un senso di caldo desiderio si insinuava velocemente in me. Eri così forte, mi stringevi talmente tanto ed era tanto evidente il tuo desiderio, che l'insieme mi lasciava stordita. Il tuo viso aveva un'espressione dura che scoprii fare un effetto molto particolare su di me.
Allungai il collo per chiedere un altro bacio e mi strofinai dolcemente sulla tua erezione. Un sorriso beffardo ti curvò le labbra.
"Cos'è, ne hai voglia, adesso?" Mi baciasti, sempre con violenza, invadendomi come un esercito in armi. Mi girava appena la testa.
I tuoi occhi erano una distesa di acqua chiara, con due pozzi neri al centro, in cui affondai senza riuscire ad opporre alcuna resistenza. Ero come sotto un incantesimo, come quel giorno lontano dopo aver litigato sui libri, in cucina. La tua rabbia si stava trasformando in qualcosa di diverso e ti dava un odore vischioso e dolce che mi ubriacava.
Mi lasciasti i polsi e mi afferrsti invece dietro la nuca, fra i capelli, mentre con l'altra mano ti insinuavi sotto il mio maglione posandoti sul seno. Accarezzasti i miei capezzoli ritti e poi ne premesti uno, strofinandolo col pollice.
Socchiusi gli occhi, abbandonandomi contro il tuo corpo. D'improvviso mi sentivo quasi svenire di desiderio, pervasa da un calore irresistibile e dolcissimo.
"Eh, si" sussurrasti, abbassando lentamente la mano per accarezzarmi l'addome "lo so che adesso vorresti fare l'amore con me. Vero?"
Annuii contro il tuo petto, cercando i bottoni della tua camicia. Ti volevo più di ogni altra cosa al mondo, più di quanto avessi mai avuto fame o sete nella mia vita.
"Però stavolta non te la cavi così, sai?" Dicesti sempre a voce bassa, tirandomi la testa all'indietro, per guardarmi in faccia. Eravamo abbracciati, io che ti passavo le braccia attorno al corpo e tu che mi tenevi per la nuca e per la vita, come se fossi un qualche genere di animaletto pericoloso. "Sei stata molto sgarbata con me." Proseguisti in tono lento e strascicato, fissandomi negli occhi. "Perciò adesso mel lo devi chiedere gentilmente."
Il tuo modo di parlare e la tensione del tuo corpo mi avvisavano che stavi mantenendo il controllo a fatica. Quasi potevo avvertire lo sforzo che facevi per apparire calmo. Sapevo di averti malamente ferito, non concedendoti neppure il beneficio del dubbio, né di parlare in tua difrsa prima di condannati, e avrei fatto qualsiasi cosa per te, qualsiasi cosa tu mi chiedessi, pur di porre rimedio a quel che avevo fatto, ma la tua richiesta suonava incomprensibile alle mie orecchie.
Ti guardai corrugando le sopracciglia, in una muta richesta di spiegazioni. Sorridevi, ma non c'era niente si sereno nel tuo sorriso; non riuscivo a capire se prevalesse in te la rabbia o il desiderio.
"Devi dire 'Dario, per favore, scopami.' È quella la parola che hai usato, no? Puoi usarla ancora."
Mi sentivo le guance in fiamme. Mi stavi chiedendo qualcosa di molto al di fuori della nostra abituale portata. Aprii la bocca e la richiusi. Ti guardai supplichevole, chiedendoti mentalmente di dirmi che era solo uno scherzo, ma, no, non stavi scherzando affatto. Il tuo respiro si era fatto più breve e mi fissavi, sempre scuro in volto, in attesa. Tentai di avvicinarmi, ma tu mi trattenesti bruscamente e dissentisti col capo, sinistra, destra, poi di nuovo immobile, senza staccare gli occhi dai miei.
"Dillo."
"Dario..."
"Si?"
"Dario, per favore..."
"Si?"
"Per favore."
"Manca solo una parola. So che la sai dire, perchè me l'hai detta prima. Avanti, allora. Da capo."
Per un attimo ci fissammo in silenzio ed io provai di te una paura sconfinata ed, in sieme alla paura, crebbe in me il desiderio.
"Dario, per favore..." inarcasti le sopracciglia invitandomi a proseguire e io presi fiato "scopami."
Chiudesti gli occhi, inspirando a fondo, come se stessi provando un intenso piacere fisico. Un brivido ti corse sottopelle, come succede agli animali, e io mi avvicinai, senza incontrare, questa volta, alcuna resistenza e ti diedi un bacio. Sentivo il tuo cuore battere contro le costole in tonfi regolari e terribili, come un maglio meccanico e capii che quella frase significava, per te, molto di più di quanto sembrasse. Non era una forma di rivalsa per quel che ti avevo detto, ma una corda profonda del tuo io, un qualche anfratto oscuro in cui il mio sguardo non era mai penetrato, quello che stavo vedendo. E scoprii che, come tutto ciò che ci riguardava, anche esso trovava nella mia anima una perfetta corrispondenza: ero pronta ad accoglierti in me, fin da quel momento.
Volevo vederlo succedere ancora, volevo sentirti ancora vibrare a quel suono. Raccolsi la voce e lo ripetei, sussurrandolo in punta di piedi al tuo orecchio.
"Dario, per favore, scopami."
E fu come se qualcosa, una diga di pietra o una muraglia, si fosse spezzata d'un tratto, lasciando il passo alla ruggente marea che conteneva. Passasti un braccio dietro la mia schiena e l'altro sotto le mie natiche e mi sollevasti, senza sforzo apparente, come fossi una bambola di pezza. Fu in quel modo che mi portasti al letto e lì mi posasti, inginocchiandoti fra le mie gambe.
Ti baciai, ci baciammo, con furia crescente. Bruciavo, avevo il fuoco addosso, torrenti di fiamme dove prima era il gelo.
Riuscisti a slacciare i primi due bottoni della camicia prima di incastrarti sul terzo e, con un mugolio di frustrazione, afferraee semplicemente i lembi e scostarli. Sentii i bottoni atterrare qui e là come grandine.
Mi sfilai il maglione e scivolai frettolosa fuori dai jeans, prima che tu mi afferassi per la vita e mi gettassi, ancora come se non avessi peso, all'indietro sul materasso. Eri sul letto, sempre in ginocchio, e ti curvasti non senza gentilezza sul mio corpo, per baciare e toccare.
Ci separammo di nuovo, per liberarci degli ultimi strati di stoffa e poi tu fosti su di me, così caldo da bruciarmi la pelle, coi tuoi baci che mi scendevano ovunque come una pioggia bollente.
Entrasti dentro di me subito, senza alcun riguardo, in pochi brevi affondi scattanti, ma andava bene, era quello che anche io volevo.
Quella volta il piacere mi invase subito, istantaneamente, appena ti sentii dentro il mio corpo.
Della tua impacciata tenerezza, che aveva sempre distinto il nostro fare l'amore di quei mesi, non c'era più alcuna traccia: ti muovevi con forza, in secchi movimenti nervosi, così come ti avevo sempre visto muoverti quando facevi qualsiasi altra cosa, e forse fu quello che mi spinse, finalmente, a riconoscerti.
Per quanto mi sembrasse impossibile, sentivo il piacere aumentare, crescere in me come una cosa viva, invadendo ogni anfratto del mio corpo, fino a che credetti che non l'avrei più potuto sopportare.
Mi sentii pervadere da una tensione quasi angosciante e mi pareva di non respirare. Ebbi un moto di spavento.
"Fermati, Dario, basta, muoio!"
Abbassasti lo sguardo verso di me e vidi che, incredibilmente, sorridevi, di un sorriso quasi dolce, adesso.
"Non muori." Rispondesti laconico, riprendendo con rinnovato vigore. E poi la tensione, che era andata aumentando, esplose.
Ti strinsi forte, forte come non credevo di saper fare, mentre dietro le palpebre chiuse sprazzi di luce bianco violetta mi accecavano.
Venni del mio primo orgasmo, gridando a voce bassa infinite volte il tuo nome e, ogni volta, tu mi rispondesti con un 'si'.
Avevamo dimenticato o, meglio, era stato completamente spazzato via dalla nostra mente il pensiero di utilizzare uno dei preservativi gentilmente fornitici da tuo padre, così dovemmo separaci piuttosto bruscamente, ma poco dopo mi attirasti sul tuo petto, colmandomi di carezze.
"Brava bambina" mi sussurravi dolcissimo tempestandomi di piccoli baci "che brava bambina."
Alzai gli occhi verso il tuo viso, quando mi sentii pronta.
"Dario?"
"Mm?"
"Ma quella cosa che mi è successa"
"Si chiama orgasmo, amore."
"A te succede tutte le volte?"
"Eh, si."
"Così? Tutte le volte così?"
"Esatto."
"Capisco."
"Beh, almeno adesso so come devo fare, con te. Pensa che ero convinto che ti saresti arrabbiata..." ridesti piano stringendomi contro di te.
"Ma tu puoi rifarlo?"
"Cosa?"
"Puoi farlo succedere di nuovo?"
"Ti assicuro che avrai il massimo del mio impegno." Rispondesti con aria zelante. Mi allungai su di te come un gatto su un cuscino. Entro pochi minuti avremmo dovuto rivestirci, prima che i tuoi tornassero.
"E, Dario?"
"Dimmi."
"Ma tu ogni quanto puoi fare...ecco...ogni quanto si può fare l'amore?" Sorridesti al soffitto.
"Ho creato un mostro!"
"Dai, rispondimi!" Ti incalzai dandoti una manata sul fianco.
"Non ci vuole molto, per poterlo rifare. Diciamo stanotte?"
Iniziammo a rivestirci e ti vidi guardare con tristezza la tua camicia senza più bottoni. Mi stavo allacciando i jeans quando mi balenò in mente una parte della nostra conversazione.
"Cosa vuol dire che tu a quella Viola non le dispiaci?"
"No, eh? Non ricominciare!"
"Le piaci? Ti viene dietro?"
"Viene dietro a tutti, Bea. A qualunque cosa porti un paio di pantaloni. A volte si sbaglia e si attacca a qualche ragazza, se porta troppo spesso le braghe."
"È della tua scuola?"
"No, è dell'artistico, perchè?"
"Allora, dove la incontri?"
"Suo fratello gioca con me e lei viene a qualche allenamento. Per aspettarlo, sai?"
"Bene, allora vengo anche io."
Mi sorridesti ed era tornato ad essere il tuo solito sorriso luminoso.
"Sei gelosa? Hai paura che mi tocchi?"
"Se ti tocca la faccio sanguinare e poi verso l'aceto in tutti i buchi."
"Oplà, non male." Ridesti.
"Ridi pure, ma dalla prossima settimana agli allenamenti ci vengo anche io. Torno in treno con te."
"Va bene." Ripondesti tu.
giovedì 15 maggio 2014
Cinquantadue
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