venerdì 28 febbraio 2014

Cinque

Quel tuo gesto di coraggio provocò più di una conseguenza. Quando tornammo a casa quel giorno, io coperta di lividi e con le tracce del pianto ancora evidenti sul viso e tu con i vestiti malamente stazzonati, fummo sottoposti ad un vero interrogatorio.
Prima Dora, spaventata dal nostro aspetto, poi tua madre, mandata a chiamare d'urgenza appena fu chiaro che ci eravamo battuti con degli altri bambini.
La zia Sissi, come ovvio, impazzì di preoccupazione e avrebbe voluto di spogliarci per, come disse lei, "valutare la vastità dei danni".
Mille volte ci chiese i nomi dei nostri aggressori, ma non riuscì a strapparceli. A dire la verità,  io li avrei denunciati volentieri,  per vederli puniti, ma, visto che tu non volevi dirlo, rimasi in silenzio.
Alla fine, quando si fu convinta che non avrebbe recuperato quell'informazione, almeno per il momento,  passò a chiedere l'esatta dinamica dell'accaduto e a tartassarci di domande a scopo diagnostico, convinta che si sarebbe resa necessaria per lo meno una visita al pronto soccorso più vicino,  dopo una simile disavventura.
Tu sembravi oltremodo imbarazzato per tutte quelle premure e non riuscisti a trattenerti da gridare
"Ma dai, insomma! Sono loro che si sono fatti male! Non mi serve un dottore,  mamma! Lascia stare che devo fare i compiti!"
La zia si ritrasse a quello sfogo, come avesse ricevuto un colpo in piena faccia.
Senza aggiungere altro, ci fece preparare un bagno da Dora e si ritirò,  sbuffando dal naso, nella sua stanza.
Erano ormai tre anni che non ci era permesso di fare il bagno insieme, da precisi ordini di tua madre, ma Dora non doveva aver compreso a pieno il significato di quel cambiamento: tua madre, quando diceva "siete troppo grandi per fare ancora il bagno assieme", intendeva inculcarci il senso del pudore che impedisce ad un uomo e ad una donna di assistere l'uno alla nudità dell'altra; Dora, invece,  aveva capito "siete diventati troppo grossi e troppo lunghi per infilarvi assieme nella vasca", cosa per altro verissima. Per questo ci permetteva di rimanere nella stanza ognuno mentre l'altro si lavava, a chiacchierare tranquilli aspettando di poter uscire dalla stanza.
Anche quel pomeriggio andò così.
Come sempre, il primo turno era il tuo. Quando Dora ti fece uscire e iniziò a riempire la vasca di acqua pulita e calda per me, io mi sono spogliata.  Tu ti asciugavi semisommerso in un monumentale telo da bagno, seduto sul gabinetto chiuso. Non avevamo alcun pudore nel lavarci nella stessa stanza, anche se saremmo morti di vergogna a farci vedere nudi dall'altro in qualsiasi altra occasione.  Come è strana,  a volte, la forza delle abitudini.
Quando mi tolsi la sottoveste che andava sotto quel vestito, troppo leggero per essere portato da solo, ti sentii trattenere il fiato.
Non capendo il perchè mi voltai verso Dora e l'espressione del suo viso mi disse molto sulla stato del mio corpo. Facendomi forza, mi abbasai per togliere le mutandine. Sembravo un'aurora boreale.
Sulla mia pelle chiara e delicata, ogni pugno, spinta e calcio aveva lasciato il suo segno.  Dove ero atterrata cadendo, sulla spalla sinistra, poco sotto la scapola, si stava diffondendo una vasta ombra bluastra. Le braccia, che avevo alzato a protezione del volto, erano gonfie e rosso scuro appena sotto i gomiti, dove era arrivato un calcio quando ero già a terra. Altre ombre, gialle e verdi, si diffondevano e si intrecciavano sul petto e sulla pancia.
Ti sentivo respirare forte.
Alzai il mento con aria fiera, rifiutandomi di piangere e mi immersi nella vasca.
"Tu l'hai difesa da quelli che le hanno fatto questo,  signorino?" Chiese Dora con voce quieta senza voltarsi.
"Si, Dodo" abbiamo risposto entrambi.
"Tu li hai picchiati, signorino?"
"Li ha fatti neri Dodo, lo dovevi vedere!" Ho declamato entusiasta.
"Bene." Commentò secca "anche troppo poco"
Hai sorriso con orgoglio. Eri asciutto, così ti sei vestito e lei ti ha mandato a fare merenda da basso, in cucina, riservandosi qualche momento in più per prendersi cura di me. Una volta finito il bagno,  mi fece uscire e tolse il tappo alla vasca.
"Se io vado giù tu ti vesti senza fare danni?" Mi ha chiesto con un sorriso.
"Certo, Dodo, arrivo subito subito"
Quando dora aprì la porta per scendere, sentii delle voci concitate venire da sotto. Mi sembrò di sentire la voce di tuo padre e così aprii un poco la porta,  avvicinando il viso per ascoltare.
"Hai fatto a botte? E con chi? Me lo devi dire con chi, cazzo!"
"Lucio non usare quel linguaggio col bambino"
"Me lo deve dire, hai capito? E poi voglio sapere perché hai fatto sta cazzata. Quante volte te l'ho detto che bisogna mantenere il controllo?  Che un uomo vero si conosce dal controllo? Eh? E tu cosa mi fai? Mi vai in giro a fare a botte! A fare le risse, come i pezzenti figli dei pezzenti!"
"Lucio lascia stare il bambino che è sconvolto. "
"Il bambino un cazzo! C'è da chiedersi come abbia mai trovato le palle di fare una cosa del genere,  con te che te lo tieni attaccato alla gonna come un poppante! O ti ci hanno tirato in mezzo?  Eh? Le hai prese, anche? Eh?"
Era troppo. Troppo da sopportare per me, dopo quella giornata infernale,  troppo per te, che non rispondevi una sillaba. Ti  conoscevo abbastanza da sapere che tutte le tue forze erano concentrate sullo sforzo di non piangere e che di lì a poco avresti ceduto, provocando nello zio un accesso di rabbia apoplettica.
Ancora nuda sotto l'asciugamano, sono corsa di sotto, con tutta la velocità che riuscivo a spremere dal mio corpo dolorante.
Sono piombata in cucina, uno scricciolo di bambina sotto un'enorme massa di riccioli bagnati, tremante di freddo e di rabbia,  senza la più pallida idea di cosa fare una volta arrivata.
Gli zii si sono come congelati al mio apparire improvviso.
Fissavo la faccia di zio Lucio gonfia di rabbia,  gli occhi a una fessura, la postura aggressiva.
Le parole mi morirono in gola.
Tu stavi seduto accanto a tua madre, composto e accostato al tavolo e i tuoi occhi si facevano sempre più grandi, chiedendo aiuto, scattando da me a lui, da lui a me, senza riposo.
Avrei voluto spiegare allo zio quello che era successo,  quello che avevi fatto per me, avrei voluto fargli capire che quel giorno, più che mai, eri stato il figlio che lui aveva sempre voluto.
Ma la paura mi rendeva muta.
Il mio cervello sembrava incapace di formulare una sola parola.
Fu una cosa di secondi,  lo so, ma parve durare un'epoca intera. Io non avevo il tuo coraggio.
Alla fine, disperata,  lasciai semplicemente cadere a terra il lungo asciugamano che mi copriva.
Rimasi lì,  tremando,  esposta al suo sguardo, che si dilatò di colpo in um'espressione di stupore.
"Cristo." Disse a mezza voce.
"Per questo l'ha fatto, zio. Per questo. Non lo devi sgridare più.  Li ha mandati via tutti e tre. Perché loro hanno fatto questo. "
"Gesuccristo" ripeté.
La zia si alzò di corsa, mi ricoprì e mi portò di sopra in braccio. Appena in tempo: grossi singhiozzi presero a scuotermi e fu per pura fortuna se arrivai in bagno prima di farmela addosso.
Mentre mi asciugava e mi aiutava ad infilarmi il pigiama, mi disse che ero stata molto coraggiosa.
"Ma zia, non sono riuscita neanche a parlare."
"Ci sono molti tipi di coraggio" commentò laconica, accarezzandomi i capelli.

Più tardi, quella stessa notte, hai passato ore a raccontarmi di come tuo padre, dopo la mia scena madre, avesse cambiato radicalmemte atteggiamento,  facendosi raccontare per filo e per segno come avevi sgominato tre avversari, facendosi perfino mimare i colpi che avevi usato.
"Mi ha detto che sono stato bravo a difenderti, che noi dobbiamo difendere sempre le donne della famiglia." Sorridevi pazzo di gioia per le attenzioni che ti aveva riservato.  "Ha anche detto che non avrebbe dovuto sgridarmi. È quasi come se avesse chiesto scusa, ci credi?"
"Ci credo. È vero, non doveva sgridarti senza neanche chiederti niente."
"Bea?"
"Eh?"
"Ma alla fine stasera eri tu che hai difeso me."
"Eh, ma lui non se n'è accorto."
"Speriamo" hai sospirato mettendoti comodo.
È calato il silenzio. Stavo iniziando ad addormentarmi quando:
"Bea?"
"Cosa?"
"Senti male?"
"Stavo meglio prima."
"La vuoi sapere una cosa?"
"No. Voglio dormire."
"Ah."
"Uffa, dimmi."
"Se ci riprovano li uccido"
"Piantala."
"Davvero."
"Non si uccide."
"Ma io li uccido lo stesso. Così poi non lo fanno più per sempre."
"Non si uccide, non ci vai a catechismo? Non si può.  Vai in prigione e poi all'inferno. Non voglio che uccidi nessuno. "
"Neanche se ti fa male?"
"Neanche."
"Perché? A me non mi fa paura la prigione e poi mi confesso e all'inferno non ci vado."
"Ma se vai in prigione non ci possiamo vedere più."
"Ah. Giusto."
"Eh."
"Allora non li uccido, dai. Buonanotte. "
"Buonanotte."

giovedì 27 febbraio 2014

Quattro

Ricordo quei pri, i anni come un caleidoscopio di giochi e di segreti infantili, piccoli rituali che ci apparivano, allora, colmi di misteriosa importanza e sono, con gli occhi di oggi, sciocchezze tenere e innocue che ci proteggevano dal resto del mondo.
Si era infatti delineata fin da subito una realtà importante, quella del nostro isolamento, pressochè totale, dai coetanei dei dintorni.
Tuo padre sosteneva che non avremmo dovuto giocare con tizio, perchè i genitori lo invidiavano, o con Caio, perchè era "figlio di nessuno" espressione che mi riusciva incomprensibile, ma suonava, per il tono e la smorfia che l'accompagnava, come una condanna capitale.
Se anche avessimo voluto disobbedire, l'atteggiamento dei tuoi genitori, e di conseguenza di mio padre, che a loro veniva assimilato,  nei confonti dei vicini e dei compaesani ci dava fama di superbi, vanagloriosi e disonesti, tale da spingere gli altri bambini ad evitare noi almeno quanto noi evitavamo loro.
Tutto questo era una vera manna per tua madre, che aveva così la triplice soddisfaziome di poter giocare alla bella castellana, di averti tutto per sè, senza che tu fossi traviato dalle cattive compagnie che certo ti avrebbero allontanato da lei e, infine,  di procedere alla mia trasformaziome in "una vera signorina".
In tutto questo, noi avevamo la compagnia l'uno dell'altra e due intere stanze piene di giochi.
Nulla che tu chiedessi ti veniva mai negato, per quanto costoso o inutile e, quanto a me, sospetto che il senso di colpa di mio padre per le sue molteplici assenze abbia contribuito a rendermi più viziata del dovuto.
Zia Sissi, presa dalla mania di crescere due piccoli nobili, ci mandava a scuola con vestiti tanto curati quanto improbabili.
In un'epoca in cui i jeans erano visti come la base di qualsiasi abbigliamento, tu indossavi pantaloni scuri con piega a coltello, cinture lustre e camicie dal colletto inamidato, mentre io potevo contare su una riserva apparentemente infinita di vestiti al ginocchio, corredati da calzini in tinta.
Fu in quel periodo che la nostra amicizia, già salda, assunse l'aspetto dell'esclusiva ossessione che sarebbe diventata in seguito.
Snobbati dai compagni, presi in giro e ostracizzati, circondati da ogni lato da quella che allora ci sembrava una folla nemica, ci stringemmo sempre di più, fino ad escludere per anni, o forse per sempre, chiunque altro dalle nostre confidenze e dai nostri affetti.
Si era vicini alla fine della scuola, i primi di giugno, poco prima del tuo compleanno, quando la situazione arrivò al punto di rottura.
L'ultima campanella era suonata, per quel giorno, e i bamnini sciamavano fuori dall'aula in un'onda di baccano.
Come ogni giorno mi attardavo, rimettendo nello zaino le mie cose, per aspettarti.
Di comune accordo, genitori ed insegnanti avevano deciso di metterci in sezioni separate, per darci modo, a loro dire, di socializzare anche con altri coetanei. Così ogni giorno io ti aspettavo nell'aula sempre più vuota, per tornare a casa insieme.
Com'era nostra abitudine, uscendo ci siamo presi per mano. Lo facevamo senza pensarci, automaticamente. Probabilmente se qualcuno ce l'avesse fatto notare ce ne saremmo perfino stupiti.
Siamo arrivati fin nell'atrio della scuola, ormai vuoto, prima che iniziassero i guai.
"Ma guarda che carini! " ci canzonò una voce alle nostre spalle "si amano...o magari sono troppo stupidi per trovare la strada da soli"
Ti sei voltato appena, per vedere chi fosse e poi mi hai tirato leggermente la mano -continua a camminare- significava -ignorarlo-.
"Secondo me hanno paura che lei s'inciampi nella vestina" ora la voce era a lato. Ed era un'altra voce. Erano due.
"Allora, bambine, andate a casa a giocare con le bambole?" Tre. Da dietro lo stipite della porta sbucò uno dei ragazzini della tua classe, sbarrandoci la strada.
Gli altri due arrivavano da lato, in un rozzo accerchiamento.
Si avvicinavano ridendo fra loro, facendo versi di risucchio con le labbra che dovevano sembrare volgari baci.
Al momemto non provavo paura, ma fastidio e rabbia. Ero convinta che volessero solo prenderci in giro.
Quando sono arrivati a distanza di tocco, tu mi hai lasciato la mano. La tua espressione era tesa e viglile, come se avessi notato in loro un qualcosa che a me era sfuggito, una sorta di pericolo immediato.
"Lasciateci stare" hai detto loro, con voce ferma.
"Oh, avete sentito il piccolo? Lasciatelo stare, mi raccomando!" Ti fece il verso quello che sembrava il capo.
"Ci vuoi fare paura? Eh? Pensi di farci paura, Casper?" Era quello alla tua sinistra, che parlando si era avvicinato ancora di più,  fino a trovarsi a pochi centimetri da te. Detestavi quel nomignolo che ti avevano affibbiato, a causa del tuo pallore e dei tuoi capelli chiari, ma hai resistito alla provocazione, rimanendo immobile, a piè fermo,  fronteggiandolo.
Quello che stava davanti alla porta si era avvicinato, non visto, mentre tu ti voltavi verso l'altro e ora ti diede una spinta, caricandola con tutto il peso del corpo. Hai barcollato, ma non sei caduto.
"Lasciateci stare, ho detto."
Un colpo a mano chiusa ti arrivò sulla spalla, appena sotto la clavicola.
"Se no? Cosa fai, Casper? Cosa fai se non ti lascio stare?"
Per istinto, ti eri girato per fronteggiare i due che ti stavamo provocando. Io assistevo a quello scontro senza sapere cosa fare, sentendo che dire la cosa sbagliata avrebbe fatto precipitare la situazione. Mi guardavo attorno, cercando di vedere ovunque allo stesso tempo, alla disperata ricerca di un adulto che li facesse smettere.
Purtroppo, ci eravamo scordati del terzo ragazzo.
Mi afferrò di colpo alle spalle, stringendomi le braccia poco sopra i gomiti e tirandole all'indietro,  come per farmi cadere.
"Non mi toccare!" Gridai con tutta la mia voce "voi non siete nessuno, capito? Nessuno! Toglieteci le mani di dosso a tutti e due, brutti stupidi fifoni, nessuno figli di nessuno!" Nella rabbia, avevo usato l'insulto peggiore che usavano gli adulti attorno a me. Come ho detto, non avevo la più pallida idea di cosa significasse,  ma evidentemente ce l'avevano i nostri aggressori, perchè questo li provocò oltre la mia immaginaziome.
Mi piombarono addosso, tutti e tre, in un lampo, colpendomi alla pancia, al viso, alle gambe e ovunque riuscissero ad arrivare.
Mi spingevano e sono caduta a terra.
Ti ho visto lanciarti su di loro una prima volta e venire bruscamente respinto, finendo a qualche metro di distanza per il tuo stesso slancio.
Poi uno dei tre, non ricordo quale, tentò di alzarmi il vestito.
"Vediamo se ha anche le mutande uguali." Disse ridendo. I suoi compagni si unirono alle risate. Era un tipo di umiliazione che non potevo sopportare e mi misi a piangere forte.
In quel momento ho sentito un urlo di rabbia.
"Non ti permettere di toccarla!"
Sei arrivato di corsa, con le mani intrecciate alte sopra la testa, come un martello e le hai calate sul collo di uno dei tre, lasciandolo steso a terra.  Gli altri due hanno esitato un attimo, certo non si aspettavamo una reaziome così violenta, e tu ne hai colpito uno, con tutta la forza, dal basso in alto al mento.
Quando il terzo è scappato, attraverso il portone ancora aperto, ti sei chinato su di me con dolcezza, mi hai presa per mano e, una volta rialzata, ti sei avviato come niente fosse verso casa.
"Mi hai salvata"
"Si." Mi hai guardata in modo buffo,  senza voltare la testa, solo con gli occhi.
"Sei stato fortissimo. Come un supereroe."
"Davvero?"
"Ma scherzi? Da solo contro tre! Li hai distrutti! Io non lo sapevo che eri così forte."
"Io, se vuoi, ti salverò sempre."
Qualcosa di grande, come un palloncino troppo gonfio, mi cresceva nel petto. La giornata era di um azzurro perfetto, reso sonnolento dal ronzio delle api sulle siepi fiorite.
"La zia dice che sempre non si dice perché è troppo lungo."
Ho riposto piano. Forse avevi un palloncino nel petto anche tu, perchè hai respirato forte un po' di volte prima di parlare.
"Ma tu lo vorresti o no?"
"Io si."
"Senti."
"Cosa?"
"Ho fatto come il cavaliere del tuo libro. "
"Si."
"Allora tu adesso sei come la principessa del libro."
"Ma, credo di si."
"Allora. Devi darmi un bacio, no?"
"Ah, va bene" ho risposto ridendo e ti ho posato un bacio sulla guancia.
Ti sei fermato, accanto al cancello di casa. Per arrivare c'era ancora il viale, la cui forma sinuosa ci nascondeva alla vista.
"No, Bea, non così.  Così. " hai detto,  posamdomi un bacio leggero sulle labbra.
Quante volte ci eravamo baciati fino ad un paio di anni prima? Centinaia, forse. Per fare pace dopo una scaramuccia, per augurarci la buonanotte,  fino al giorno in cui tua madre ci aveva detto che eravamo troppo grandi e dovevamo baciarci sulla guancia.
Forse era per quello, per ciò che ci aveva detto tua madre,  che sentivamo che quel bacio era diverso. Fatto sta, che c'era ben più di uma traccia di rossore sul tuo viso e, penso, anche sul mio.
"Adesso sta a te" hai detto poi con un sorriso astuto.
"Ma così sono due!" Ho protestato ridendo.
"Si, ma giovedì compio nove anni."
Al momemto mi apparve un argomento incontrovertibile e ti posai sulle labbra il mio piccolo bacio.
Soddisfatto, ti avviasti verso la porta accogliente della cucina, facendomi cenno di seguirti.

martedì 25 febbraio 2014

Tre

Zia Sissi ci voleva molto bene, a tutti e due. Lo zio Lucio, tuo padre, invece era un uomo strano. E probabilmente lo è ancora. Passavamo tutti i giorni insieme, quel primo anno, dalla mattina alla sera, noi due soli.
La mattina mio padre, quando era a casa, mi dava la colazione e poi mi portava in bagno.
"Più veloce fai a lavarti, prima vai a giocare!" Era l'invito scherzoso che mi rivolgeva ogni mattina.
Poi attraversavamo quella casa troppo grande e troppo vuota e venivamo nella cucina di casa tua, dove ci aspettava Dora, quella che tua madre chiamava "la collaboratrice".
Era una donna piccola e soffice, con la carnagione del colore del pane abbrustolito e i capelli folti e scuri.
Veniva dalle filippine e quando facevamo troppo baccanno, o troppo disordine, schioccava la lingua contro il palato in un verso di rimprovero da uccellino.
Quando ripenso a quel primo anno, non posso non ripensare a Dora, eravamo costantemente affidati alle sue cure.
La zia aveva sempre da fare e trascorreva con noi solo qualche ora. Aveva sempre qualcosa da fare, quella zia tanto cara che stava poi sempre a casa: doveva sorvegliare la donna a ore che stirava, doveva potare le rose inglesi a cui solo lei si poteva avvicinare e telefonare ad un numero infinito di signore. Dora ci mandava a giocare fuori, se il tempo era bello e ci richiamava solo per mangiare.
Un giorno tuo padre tornò a metà mattina, sulla sua lunga berlina nera.
Ne uscì fuori e iniziò a chiamarti forte.
Mi sorprese di vedere che la tua prima reazione fu di indietreggiare e non di rispondere al richiamo. Io avevo sempre avuto fiducia totale in mio padre e mi sarei gettata anche nel fuoco se lui mi avesse chiamato ad entrarci, ma tu ti insaccasti nelle spalle indietreggiando di un passo.
Fu questione di un momento, prima di uscire sul piazzale per andare da lui, ma lo ricordo e ricordo il mio sconcerto.
Zio Lucio era un uomo grande, con le braccia forti e due spalle da toro. Avava i tuoi colori, chiari come l'acqua, ma di lui non avevi preso altro, minuto e sottile com'eri, e questo sembrava dispiacergli.
"Vieni qui, scricciolo, che papà ti ha portato un bel regalo!"
Tolse dal baule una bicicletta fiammante, nuova, rossa come il sangue. Aveva la sella lunga e le sospensioni, come andava di moda allora.
Di fronte a te, alla tua figura stretta di bambino, lui e il suo regalo sembravano enormi.
Perfino io potevo vedere che quella bicicletta era sproporzionata a te. La sella oblunga, lustra di plastica protettiva, arrivava a sfiorarti lo sterno.
"Allora, piccoletto, eh? Cosa si dice?"
La voce di zio Lucio sembrava forare il silenzio dorato di quel giorno estivo, eccessiva come lui, come il suo regalo.
La zia Sissi venne sulla porta e si portò una mano sul petto, in un gesto di paura. E ne aveva davvero, lei che ti proibiva anche di usare i pattini a rotelle, era certo terrorizzata da quel mostro su ruote.
"Ti ringrazio, papà. È molto bella" rispondesti.
"E allora? Cosa aspetti, l'invito? Vai, e montaci sopra!"
"Io non so andare in bicicletta, papà"
"E come credi di imparare? Ci monti e poi vai. Così impari. " si chinò su di te "è così che si impara tutto nella vita"
Esitavi. Sapevi di certo che saresti caduto all'istante.
Zio Lucio iniziava a spazientirsi. Si vedeva dalla sua postura e dal ritmo del suo respiro, che diventava sempre più pesante.
Guardavo te, che ormai eri il mio migliore ed unico amico, quella bicicletta incongrua e la zia, pietrificata sulla soglia in un fermo immagine muto.
Sotto le onde di disapprovazione dello sguardo paterno,  prendesti la tua risoluzione.
Senza tradire alcuna paura apparente, il viso atteggiato ad una tranquilla serietà, montasti sulla bici.
"Allora grazie, papà!"
"No, D.! No, no, Lucio, fai scendere il bambino, è pericoloso!" La zia si era finalmemte scongelata.
"Ma lascialo, che me lo fai diventare una femminuccia!"
"Ti prego Lucio, no, ti prego, cade"
"E basta! E cos'è di vetro che non può cadere sto bambino? Sai che croste avevo io alla sua età, che bei ginocchi rossi che mi facevo?"
"Lucio, si fa male, togligliela, per carità!" La voce bassa e preoccupata della zia si perdeva nel suono prepotente di quella del marito.
Nel frattempo tu, senza dire nè ascoltare nulla, eri partito su quel traliccio con le ruote e riuscivi perfino, a una qualche maniera, a tenerti su. Mentre loro continuavano a discutere, io, piena di ammirazione, ti correvo intorno salutando con salti di gioia le tue pedalate esitanti.
Quel giorno sei caduto molte volte e mai ti ho visto versare una lacrima o lamentarti.
Cercavi con gli occhi tuo padre, che, seduto su una delle sedie a riccioli sotto l'albero alto davanti a casa, parlava ininterrottamente al telefono e sfogliava mille carte.
Poi, quando i vostri sguardi si incrociavano, rimontavi in sella e ripartivi.
Ora so che volevi disperaramente la sua approvazione, che avresti dato quasi qualunque cosa, allora e per molti anni ancora, per vederlo fiero di te.
Quella prima volta, il tuo tributo alle sue aspettative fu di non piangere, non fermarti, continuare a tentare di domare quella bicicletta fino al tramonto.
Quella sera, mentre la zia ti toglieva i frammenti di ghiaia bianca di sotto la pelle delle gambe, ero io a piangere disperata.

Dormivo da voi quella notte, come succedeva ogni volta che mio padre doveva stare fuori per qualche giorno.
C'era un lungo corridoio al terzo piano, dove si trovavano le camere da letto.
La tua stanza, di una strana forma allungata come un vagone ferroviario, si trovava alla porta accanto quella del bagno. Quella in cui dormivo io, sulla parete opposta, poco di lato.
Dopo che tutte le luci vennero spente, rimasi nel mio letto sveglia per un po', senza pensare nè guardare niente.
Passò così un tempo che non saprei definire, prima che sentissi aprirsi la porta.
Mi spaventai e mi ranicchiai più che potevo nel letto. Cos'era entrato? Non vedevo nulla, la porta era un rettangolo più scuro sul muro nell'ombra.
Poi tu hai scostato il lenzuolo leggero che mi copriva e ti sei infilato nel letto accanto a me.
"Non riesco a dormire. Mi fa tanto male."
Nel buio ho cercato il tuo viso ed era bagnato di lacrime.
"Ma non puoi andare a dormire con gli zii?"
"Papà non vuole. Dice che sono un ometto e che sono troppo grande."
"Piangi?"
Ti sentii sospirare. "Si. Non glielo dici vero?"
"Ma, scusa, tutti piangono quando hanno male?"
"Non glielo dici?" Hai ripetuto
"No."
"Non riesco a dormire" hai detto di nuovo. Provavo pena per te. E uno strano senso quasi materno, come davanti ad un cucciolo. E allo stesso tempo ti ammiravo, per quello che eri riuscito a fare il pomeriggio.
Ti ho preso la mano e tu me l'hai stretta forte.
"Chiudi gli occhi lo sresso, così ti riposi" ti ho detto,  come mio padre diceva a me.
Abbiamo chiuso gli occhi assieme, mano nella mano, e così abbiamo dormito la notte intera.
Quella di scivolare nel mio letto nel mezzo della notte sarebbe diventata, nel tempo, un'abitudine, ancor di più quando, per ragioni di comodità, i nostri genitori hanno fatto aprire una porta nel tramezzo che divideva in due la casa. A quel punto io sarei stata in fondo al corridoio, oltre la porta, spesso in una casa vuota.
Ma questo era ancora lontano, almeno tre anni nel tempo.

lunedì 24 febbraio 2014

Due

Ricordo come se fosse lo spezzone di un vecchio film, ormai logoro per essere stato rivisto troppe volte, il giorno in cui mio padre mi portò nella casa nuova. Avrò avuto quattro o cinque anni,  di certo non andavo ancora a scuola.
Mio padre e mia madre si erano appena lasciati, o per meglio dire, io e mio padre eravamo appena riusciti a liberarci di lei e io mi sentivo molto piccola, molto sola e molto fragile. La nonna aveva un soprammobile di porcellana fine sulla mensola,  una pastorella tutta fiocchi e gale, che non si poteva mai toccare perchè si sarebbe di certo rotta. Era a quella pastorella che pensavo, quando la gente mi chiedeva come stavo, prima di stringermi nelle spalle mormorando un "bene" strascicato.

Arrivando dalla strada la casa era parecchio indietro e c'era una stradina di ghiaia bianca per arrivarci, che passava in mezzo al giardino di tua madre.
Dal parabrezza impolverato dell'alfa di mio padre, la prima visione della nuova casa mi fece una grande impressione: più alta della nostra precedente abitazione, sembrava avere una larghezza quasi eccessiva, come per un effetto ottico dovuto al gran caldo di quel giorno.
C'erano false colonnine e svolazzi che nella mia mente di bambina l'assomigliavano ad un castello.
Era, come logico, nient'altro che una di quelle vecchie case ottocentesche che, costruite all'epoca con una notevole mania di grandezza, erano state nei nostri tempi convertite a più razionali esistenze bifamiliari. Dato che mio padre viaggiava sempre per lavoro, aveva pensato di vivere lì, accanto ai parenti, per non lasciarmi sola.

Io ricordavo ben poco della zia. La sorella di mia madre, ma diversa da lei come la pioggia dal sole.
Di mia madre io ho preso i ricci mori, la bocca generosa dalle labbra spesse e i grandi occhi gialli, da gatta, come dice mio padre.
La donna che aspettava davanti alla porta era invece dritta e sottile, coi capelli appena mossi ben tirati all'indietro e l'aria signorile che giustificava a pieno il buon matrimonio che le era capitato.
Anche se mia madre era sua sorella, zia Sissi non apprezzava il suo comportamento e si era schierata smacxatamente a favore mio e di papà.
Mi accolse con un sorriso buono e un abbraccio.
"Tu non ti ricorderai di me, disse, ma io sono la tua zietta. Starwmo sempre vicine e ci divertiremo tanto"
Io restavo là disorientata dal gran sole e dal caldo e dal posto nuovo e mi sentivo diventare sempre più fragile, sempre più siimile alla pastorella infiocchettata della nonna, mentre i grandi discutevano fra loro, senza rivolgermi uno sguardo.

Poi un bambino è scivolato fuori dal portone in ombra, riparandosi gli occhi con le mani mentre mi studiava a suo piacere.
Non avevo mai visto uma persona così chiara. Chiari i capelli lisci, di un biondo quasi trasparente. Chiara la carnagione, anche più della mia che pure è bianca come cera, si stemperava appena sul naso in um arcipelago di lentiggini minute.
Mi avvicinai incuriosita a questo piccolo sconosciuto, notando con piacere che aveva circa la mia età. 
Mi sorrise. Mi sorridesti e per la prima volta ti guardai negli occhi. Rimasi sbalordita dal loro colore, di un azzurro slavato e liquido e ti fissai senza parlare, mentre tu mi osservavi con identica curiosità.
Evidentememte passammo l'esame entrambi, perchè di lì a poco mi tendevi la mano con aria dignitosa.
"Io mi chiamo D. Andiamo a giocare, che ho un aereo nuovo e due pistole che sparano l'acqua?"
Potevo forse io resistere a tanto invito?
Non so quanto tempo abiamo passato quel giorno a giocare insieme prima che gli adulti se ne accorgessero.
Ci presentarono l'uno all'altra, ridendo contenti per come andavamo daccordo. Ci spiegarono che eravamo -siamo- cugini.
Molti anni dopo, sarebbe stata unicamente quella parola a rovinare tutto.
Quella notte,  invece, mi addormentai tranquilla per la prima volta da mesi, sentendomi al sicuro, meno simile alla porcellana e più ad una bambina di carne, pensando al mio nuovo amico.

domenica 23 febbraio 2014

uno

Pensate di amare profondamente qualcuno, riamati. Pensate a questo sentimento che cresce, mentre voi crescete insieme, mette radici a fondo nella vostra mente, nella vostra anima, nel vostro modo di parlare, muovervi, vestirvi, per arrivare a completarvi e compenetrarvi così intimamente e profondamente da essere, ai fatti, una sola persona.
Vedervi lentamente, o meglio, fin troppo velocemente prima bambini, poi adolescenti, poi quasi adulti.
Il primo bacio, la prima sigaretta, la prima volta: tutto questo con la stessa persona.
Ma non vi è permesso di stare insieme.
Vi dividono, vi strappano letteralmente dalle braccia l'uno dell'altra, vi portano lontano, con la condanna che vi pesa nel cuore: non vi rivedrete più.
O, se mai vi rivedrete, saranno pasati tanti anni da nin potervi più ritrovare, voi che vivevate, respiravate, mangiavate uno accanto all'altra da tutta una vita.
Questo in nome di una legge che non vi conosce, che non conoscete, che non conosce revoche.
Questa è la nostra storia.
Non la racconto nè per fare teatro, nè per fare compassione, tanto più che gli anni passati da quel giorno infame in cui mi hanmo strappata, come carne viva e sanguinante, dalle braccia del mio amato, sono stati sufficienti a trasformare la ragazzina di allora nella donna di oggi.
Devo, devo raccontare perché non posso tacere e parlare non è possibile. Allora scrivo.
Perché in barba a questi molti, troppi anni, ancora oggi non c'è giorno che io non pensi a lui, che la mia memoria non lo accarezzi, che la mia bocca non si pieghi a baciare il suo nome.
E se mai leggerà queste parole, questa storia che riconoscerà per sua, lo saprà.