Quel tuo gesto di coraggio provocò più di una conseguenza. Quando tornammo a casa quel giorno, io coperta di lividi e con le tracce del pianto ancora evidenti sul viso e tu con i vestiti malamente stazzonati, fummo sottoposti ad un vero interrogatorio.
Prima Dora, spaventata dal nostro aspetto, poi tua madre, mandata a chiamare d'urgenza appena fu chiaro che ci eravamo battuti con degli altri bambini.
La zia Sissi, come ovvio, impazzì di preoccupazione e avrebbe voluto di spogliarci per, come disse lei, "valutare la vastità dei danni".
Mille volte ci chiese i nomi dei nostri aggressori, ma non riuscì a strapparceli. A dire la verità, io li avrei denunciati volentieri, per vederli puniti, ma, visto che tu non volevi dirlo, rimasi in silenzio.
Alla fine, quando si fu convinta che non avrebbe recuperato quell'informazione, almeno per il momento, passò a chiedere l'esatta dinamica dell'accaduto e a tartassarci di domande a scopo diagnostico, convinta che si sarebbe resa necessaria per lo meno una visita al pronto soccorso più vicino, dopo una simile disavventura.
Tu sembravi oltremodo imbarazzato per tutte quelle premure e non riuscisti a trattenerti da gridare
"Ma dai, insomma! Sono loro che si sono fatti male! Non mi serve un dottore, mamma! Lascia stare che devo fare i compiti!"
La zia si ritrasse a quello sfogo, come avesse ricevuto un colpo in piena faccia.
Senza aggiungere altro, ci fece preparare un bagno da Dora e si ritirò, sbuffando dal naso, nella sua stanza.
Erano ormai tre anni che non ci era permesso di fare il bagno insieme, da precisi ordini di tua madre, ma Dora non doveva aver compreso a pieno il significato di quel cambiamento: tua madre, quando diceva "siete troppo grandi per fare ancora il bagno assieme", intendeva inculcarci il senso del pudore che impedisce ad un uomo e ad una donna di assistere l'uno alla nudità dell'altra; Dora, invece, aveva capito "siete diventati troppo grossi e troppo lunghi per infilarvi assieme nella vasca", cosa per altro verissima. Per questo ci permetteva di rimanere nella stanza ognuno mentre l'altro si lavava, a chiacchierare tranquilli aspettando di poter uscire dalla stanza.
Anche quel pomeriggio andò così.
Come sempre, il primo turno era il tuo. Quando Dora ti fece uscire e iniziò a riempire la vasca di acqua pulita e calda per me, io mi sono spogliata. Tu ti asciugavi semisommerso in un monumentale telo da bagno, seduto sul gabinetto chiuso. Non avevamo alcun pudore nel lavarci nella stessa stanza, anche se saremmo morti di vergogna a farci vedere nudi dall'altro in qualsiasi altra occasione. Come è strana, a volte, la forza delle abitudini.
Quando mi tolsi la sottoveste che andava sotto quel vestito, troppo leggero per essere portato da solo, ti sentii trattenere il fiato.
Non capendo il perchè mi voltai verso Dora e l'espressione del suo viso mi disse molto sulla stato del mio corpo. Facendomi forza, mi abbasai per togliere le mutandine. Sembravo un'aurora boreale.
Sulla mia pelle chiara e delicata, ogni pugno, spinta e calcio aveva lasciato il suo segno. Dove ero atterrata cadendo, sulla spalla sinistra, poco sotto la scapola, si stava diffondendo una vasta ombra bluastra. Le braccia, che avevo alzato a protezione del volto, erano gonfie e rosso scuro appena sotto i gomiti, dove era arrivato un calcio quando ero già a terra. Altre ombre, gialle e verdi, si diffondevano e si intrecciavano sul petto e sulla pancia.
Ti sentivo respirare forte.
Alzai il mento con aria fiera, rifiutandomi di piangere e mi immersi nella vasca.
"Tu l'hai difesa da quelli che le hanno fatto questo, signorino?" Chiese Dora con voce quieta senza voltarsi.
"Si, Dodo" abbiamo risposto entrambi.
"Tu li hai picchiati, signorino?"
"Li ha fatti neri Dodo, lo dovevi vedere!" Ho declamato entusiasta.
"Bene." Commentò secca "anche troppo poco"
Hai sorriso con orgoglio. Eri asciutto, così ti sei vestito e lei ti ha mandato a fare merenda da basso, in cucina, riservandosi qualche momento in più per prendersi cura di me. Una volta finito il bagno, mi fece uscire e tolse il tappo alla vasca.
"Se io vado giù tu ti vesti senza fare danni?" Mi ha chiesto con un sorriso.
"Certo, Dodo, arrivo subito subito"
Quando dora aprì la porta per scendere, sentii delle voci concitate venire da sotto. Mi sembrò di sentire la voce di tuo padre e così aprii un poco la porta, avvicinando il viso per ascoltare.
"Hai fatto a botte? E con chi? Me lo devi dire con chi, cazzo!"
"Lucio non usare quel linguaggio col bambino"
"Me lo deve dire, hai capito? E poi voglio sapere perché hai fatto sta cazzata. Quante volte te l'ho detto che bisogna mantenere il controllo? Che un uomo vero si conosce dal controllo? Eh? E tu cosa mi fai? Mi vai in giro a fare a botte! A fare le risse, come i pezzenti figli dei pezzenti!"
"Lucio lascia stare il bambino che è sconvolto. "
"Il bambino un cazzo! C'è da chiedersi come abbia mai trovato le palle di fare una cosa del genere, con te che te lo tieni attaccato alla gonna come un poppante! O ti ci hanno tirato in mezzo? Eh? Le hai prese, anche? Eh?"
Era troppo. Troppo da sopportare per me, dopo quella giornata infernale, troppo per te, che non rispondevi una sillaba. Ti conoscevo abbastanza da sapere che tutte le tue forze erano concentrate sullo sforzo di non piangere e che di lì a poco avresti ceduto, provocando nello zio un accesso di rabbia apoplettica.
Ancora nuda sotto l'asciugamano, sono corsa di sotto, con tutta la velocità che riuscivo a spremere dal mio corpo dolorante.
Sono piombata in cucina, uno scricciolo di bambina sotto un'enorme massa di riccioli bagnati, tremante di freddo e di rabbia, senza la più pallida idea di cosa fare una volta arrivata.
Gli zii si sono come congelati al mio apparire improvviso.
Fissavo la faccia di zio Lucio gonfia di rabbia, gli occhi a una fessura, la postura aggressiva.
Le parole mi morirono in gola.
Tu stavi seduto accanto a tua madre, composto e accostato al tavolo e i tuoi occhi si facevano sempre più grandi, chiedendo aiuto, scattando da me a lui, da lui a me, senza riposo.
Avrei voluto spiegare allo zio quello che era successo, quello che avevi fatto per me, avrei voluto fargli capire che quel giorno, più che mai, eri stato il figlio che lui aveva sempre voluto.
Ma la paura mi rendeva muta.
Il mio cervello sembrava incapace di formulare una sola parola.
Fu una cosa di secondi, lo so, ma parve durare un'epoca intera. Io non avevo il tuo coraggio.
Alla fine, disperata, lasciai semplicemente cadere a terra il lungo asciugamano che mi copriva.
Rimasi lì, tremando, esposta al suo sguardo, che si dilatò di colpo in um'espressione di stupore.
"Cristo." Disse a mezza voce.
"Per questo l'ha fatto, zio. Per questo. Non lo devi sgridare più. Li ha mandati via tutti e tre. Perché loro hanno fatto questo. "
"Gesuccristo" ripeté.
La zia si alzò di corsa, mi ricoprì e mi portò di sopra in braccio. Appena in tempo: grossi singhiozzi presero a scuotermi e fu per pura fortuna se arrivai in bagno prima di farmela addosso.
Mentre mi asciugava e mi aiutava ad infilarmi il pigiama, mi disse che ero stata molto coraggiosa.
"Ma zia, non sono riuscita neanche a parlare."
"Ci sono molti tipi di coraggio" commentò laconica, accarezzandomi i capelli.
Più tardi, quella stessa notte, hai passato ore a raccontarmi di come tuo padre, dopo la mia scena madre, avesse cambiato radicalmemte atteggiamento, facendosi raccontare per filo e per segno come avevi sgominato tre avversari, facendosi perfino mimare i colpi che avevi usato.
"Mi ha detto che sono stato bravo a difenderti, che noi dobbiamo difendere sempre le donne della famiglia." Sorridevi pazzo di gioia per le attenzioni che ti aveva riservato. "Ha anche detto che non avrebbe dovuto sgridarmi. È quasi come se avesse chiesto scusa, ci credi?"
"Ci credo. È vero, non doveva sgridarti senza neanche chiederti niente."
"Bea?"
"Eh?"
"Ma alla fine stasera eri tu che hai difeso me."
"Eh, ma lui non se n'è accorto."
"Speriamo" hai sospirato mettendoti comodo.
È calato il silenzio. Stavo iniziando ad addormentarmi quando:
"Bea?"
"Cosa?"
"Senti male?"
"Stavo meglio prima."
"La vuoi sapere una cosa?"
"No. Voglio dormire."
"Ah."
"Uffa, dimmi."
"Se ci riprovano li uccido"
"Piantala."
"Davvero."
"Non si uccide."
"Ma io li uccido lo stesso. Così poi non lo fanno più per sempre."
"Non si uccide, non ci vai a catechismo? Non si può. Vai in prigione e poi all'inferno. Non voglio che uccidi nessuno. "
"Neanche se ti fa male?"
"Neanche."
"Perché? A me non mi fa paura la prigione e poi mi confesso e all'inferno non ci vado."
"Ma se vai in prigione non ci possiamo vedere più."
"Ah. Giusto."
"Eh."
"Allora non li uccido, dai. Buonanotte. "
"Buonanotte."