martedì 25 febbraio 2014

Tre

Zia Sissi ci voleva molto bene, a tutti e due. Lo zio Lucio, tuo padre, invece era un uomo strano. E probabilmente lo è ancora. Passavamo tutti i giorni insieme, quel primo anno, dalla mattina alla sera, noi due soli.
La mattina mio padre, quando era a casa, mi dava la colazione e poi mi portava in bagno.
"Più veloce fai a lavarti, prima vai a giocare!" Era l'invito scherzoso che mi rivolgeva ogni mattina.
Poi attraversavamo quella casa troppo grande e troppo vuota e venivamo nella cucina di casa tua, dove ci aspettava Dora, quella che tua madre chiamava "la collaboratrice".
Era una donna piccola e soffice, con la carnagione del colore del pane abbrustolito e i capelli folti e scuri.
Veniva dalle filippine e quando facevamo troppo baccanno, o troppo disordine, schioccava la lingua contro il palato in un verso di rimprovero da uccellino.
Quando ripenso a quel primo anno, non posso non ripensare a Dora, eravamo costantemente affidati alle sue cure.
La zia aveva sempre da fare e trascorreva con noi solo qualche ora. Aveva sempre qualcosa da fare, quella zia tanto cara che stava poi sempre a casa: doveva sorvegliare la donna a ore che stirava, doveva potare le rose inglesi a cui solo lei si poteva avvicinare e telefonare ad un numero infinito di signore. Dora ci mandava a giocare fuori, se il tempo era bello e ci richiamava solo per mangiare.
Un giorno tuo padre tornò a metà mattina, sulla sua lunga berlina nera.
Ne uscì fuori e iniziò a chiamarti forte.
Mi sorprese di vedere che la tua prima reazione fu di indietreggiare e non di rispondere al richiamo. Io avevo sempre avuto fiducia totale in mio padre e mi sarei gettata anche nel fuoco se lui mi avesse chiamato ad entrarci, ma tu ti insaccasti nelle spalle indietreggiando di un passo.
Fu questione di un momento, prima di uscire sul piazzale per andare da lui, ma lo ricordo e ricordo il mio sconcerto.
Zio Lucio era un uomo grande, con le braccia forti e due spalle da toro. Avava i tuoi colori, chiari come l'acqua, ma di lui non avevi preso altro, minuto e sottile com'eri, e questo sembrava dispiacergli.
"Vieni qui, scricciolo, che papà ti ha portato un bel regalo!"
Tolse dal baule una bicicletta fiammante, nuova, rossa come il sangue. Aveva la sella lunga e le sospensioni, come andava di moda allora.
Di fronte a te, alla tua figura stretta di bambino, lui e il suo regalo sembravano enormi.
Perfino io potevo vedere che quella bicicletta era sproporzionata a te. La sella oblunga, lustra di plastica protettiva, arrivava a sfiorarti lo sterno.
"Allora, piccoletto, eh? Cosa si dice?"
La voce di zio Lucio sembrava forare il silenzio dorato di quel giorno estivo, eccessiva come lui, come il suo regalo.
La zia Sissi venne sulla porta e si portò una mano sul petto, in un gesto di paura. E ne aveva davvero, lei che ti proibiva anche di usare i pattini a rotelle, era certo terrorizzata da quel mostro su ruote.
"Ti ringrazio, papà. È molto bella" rispondesti.
"E allora? Cosa aspetti, l'invito? Vai, e montaci sopra!"
"Io non so andare in bicicletta, papà"
"E come credi di imparare? Ci monti e poi vai. Così impari. " si chinò su di te "è così che si impara tutto nella vita"
Esitavi. Sapevi di certo che saresti caduto all'istante.
Zio Lucio iniziava a spazientirsi. Si vedeva dalla sua postura e dal ritmo del suo respiro, che diventava sempre più pesante.
Guardavo te, che ormai eri il mio migliore ed unico amico, quella bicicletta incongrua e la zia, pietrificata sulla soglia in un fermo immagine muto.
Sotto le onde di disapprovazione dello sguardo paterno,  prendesti la tua risoluzione.
Senza tradire alcuna paura apparente, il viso atteggiato ad una tranquilla serietà, montasti sulla bici.
"Allora grazie, papà!"
"No, D.! No, no, Lucio, fai scendere il bambino, è pericoloso!" La zia si era finalmemte scongelata.
"Ma lascialo, che me lo fai diventare una femminuccia!"
"Ti prego Lucio, no, ti prego, cade"
"E basta! E cos'è di vetro che non può cadere sto bambino? Sai che croste avevo io alla sua età, che bei ginocchi rossi che mi facevo?"
"Lucio, si fa male, togligliela, per carità!" La voce bassa e preoccupata della zia si perdeva nel suono prepotente di quella del marito.
Nel frattempo tu, senza dire nè ascoltare nulla, eri partito su quel traliccio con le ruote e riuscivi perfino, a una qualche maniera, a tenerti su. Mentre loro continuavano a discutere, io, piena di ammirazione, ti correvo intorno salutando con salti di gioia le tue pedalate esitanti.
Quel giorno sei caduto molte volte e mai ti ho visto versare una lacrima o lamentarti.
Cercavi con gli occhi tuo padre, che, seduto su una delle sedie a riccioli sotto l'albero alto davanti a casa, parlava ininterrottamente al telefono e sfogliava mille carte.
Poi, quando i vostri sguardi si incrociavano, rimontavi in sella e ripartivi.
Ora so che volevi disperaramente la sua approvazione, che avresti dato quasi qualunque cosa, allora e per molti anni ancora, per vederlo fiero di te.
Quella prima volta, il tuo tributo alle sue aspettative fu di non piangere, non fermarti, continuare a tentare di domare quella bicicletta fino al tramonto.
Quella sera, mentre la zia ti toglieva i frammenti di ghiaia bianca di sotto la pelle delle gambe, ero io a piangere disperata.

Dormivo da voi quella notte, come succedeva ogni volta che mio padre doveva stare fuori per qualche giorno.
C'era un lungo corridoio al terzo piano, dove si trovavano le camere da letto.
La tua stanza, di una strana forma allungata come un vagone ferroviario, si trovava alla porta accanto quella del bagno. Quella in cui dormivo io, sulla parete opposta, poco di lato.
Dopo che tutte le luci vennero spente, rimasi nel mio letto sveglia per un po', senza pensare nè guardare niente.
Passò così un tempo che non saprei definire, prima che sentissi aprirsi la porta.
Mi spaventai e mi ranicchiai più che potevo nel letto. Cos'era entrato? Non vedevo nulla, la porta era un rettangolo più scuro sul muro nell'ombra.
Poi tu hai scostato il lenzuolo leggero che mi copriva e ti sei infilato nel letto accanto a me.
"Non riesco a dormire. Mi fa tanto male."
Nel buio ho cercato il tuo viso ed era bagnato di lacrime.
"Ma non puoi andare a dormire con gli zii?"
"Papà non vuole. Dice che sono un ometto e che sono troppo grande."
"Piangi?"
Ti sentii sospirare. "Si. Non glielo dici vero?"
"Ma, scusa, tutti piangono quando hanno male?"
"Non glielo dici?" Hai ripetuto
"No."
"Non riesco a dormire" hai detto di nuovo. Provavo pena per te. E uno strano senso quasi materno, come davanti ad un cucciolo. E allo stesso tempo ti ammiravo, per quello che eri riuscito a fare il pomeriggio.
Ti ho preso la mano e tu me l'hai stretta forte.
"Chiudi gli occhi lo sresso, così ti riposi" ti ho detto,  come mio padre diceva a me.
Abbiamo chiuso gli occhi assieme, mano nella mano, e così abbiamo dormito la notte intera.
Quella di scivolare nel mio letto nel mezzo della notte sarebbe diventata, nel tempo, un'abitudine, ancor di più quando, per ragioni di comodità, i nostri genitori hanno fatto aprire una porta nel tramezzo che divideva in due la casa. A quel punto io sarei stata in fondo al corridoio, oltre la porta, spesso in una casa vuota.
Ma questo era ancora lontano, almeno tre anni nel tempo.

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