domenica 23 febbraio 2014

uno

Pensate di amare profondamente qualcuno, riamati. Pensate a questo sentimento che cresce, mentre voi crescete insieme, mette radici a fondo nella vostra mente, nella vostra anima, nel vostro modo di parlare, muovervi, vestirvi, per arrivare a completarvi e compenetrarvi così intimamente e profondamente da essere, ai fatti, una sola persona.
Vedervi lentamente, o meglio, fin troppo velocemente prima bambini, poi adolescenti, poi quasi adulti.
Il primo bacio, la prima sigaretta, la prima volta: tutto questo con la stessa persona.
Ma non vi è permesso di stare insieme.
Vi dividono, vi strappano letteralmente dalle braccia l'uno dell'altra, vi portano lontano, con la condanna che vi pesa nel cuore: non vi rivedrete più.
O, se mai vi rivedrete, saranno pasati tanti anni da nin potervi più ritrovare, voi che vivevate, respiravate, mangiavate uno accanto all'altra da tutta una vita.
Questo in nome di una legge che non vi conosce, che non conoscete, che non conosce revoche.
Questa è la nostra storia.
Non la racconto nè per fare teatro, nè per fare compassione, tanto più che gli anni passati da quel giorno infame in cui mi hanmo strappata, come carne viva e sanguinante, dalle braccia del mio amato, sono stati sufficienti a trasformare la ragazzina di allora nella donna di oggi.
Devo, devo raccontare perché non posso tacere e parlare non è possibile. Allora scrivo.
Perché in barba a questi molti, troppi anni, ancora oggi non c'è giorno che io non pensi a lui, che la mia memoria non lo accarezzi, che la mia bocca non si pieghi a baciare il suo nome.
E se mai leggerà queste parole, questa storia che riconoscerà per sua, lo saprà.

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