Ricordo come se fosse lo spezzone di un vecchio film, ormai logoro per essere stato rivisto troppe volte, il giorno in cui mio padre mi portò nella casa nuova. Avrò avuto quattro o cinque anni, di certo non andavo ancora a scuola.
Mio padre e mia madre si erano appena lasciati, o per meglio dire, io e mio padre eravamo appena riusciti a liberarci di lei e io mi sentivo molto piccola, molto sola e molto fragile. La nonna aveva un soprammobile di porcellana fine sulla mensola, una pastorella tutta fiocchi e gale, che non si poteva mai toccare perchè si sarebbe di certo rotta. Era a quella pastorella che pensavo, quando la gente mi chiedeva come stavo, prima di stringermi nelle spalle mormorando un "bene" strascicato.
Arrivando dalla strada la casa era parecchio indietro e c'era una stradina di ghiaia bianca per arrivarci, che passava in mezzo al giardino di tua madre.
Dal parabrezza impolverato dell'alfa di mio padre, la prima visione della nuova casa mi fece una grande impressione: più alta della nostra precedente abitazione, sembrava avere una larghezza quasi eccessiva, come per un effetto ottico dovuto al gran caldo di quel giorno.
C'erano false colonnine e svolazzi che nella mia mente di bambina l'assomigliavano ad un castello.
Era, come logico, nient'altro che una di quelle vecchie case ottocentesche che, costruite all'epoca con una notevole mania di grandezza, erano state nei nostri tempi convertite a più razionali esistenze bifamiliari. Dato che mio padre viaggiava sempre per lavoro, aveva pensato di vivere lì, accanto ai parenti, per non lasciarmi sola.
Io ricordavo ben poco della zia. La sorella di mia madre, ma diversa da lei come la pioggia dal sole.
Di mia madre io ho preso i ricci mori, la bocca generosa dalle labbra spesse e i grandi occhi gialli, da gatta, come dice mio padre.
La donna che aspettava davanti alla porta era invece dritta e sottile, coi capelli appena mossi ben tirati all'indietro e l'aria signorile che giustificava a pieno il buon matrimonio che le era capitato.
Anche se mia madre era sua sorella, zia Sissi non apprezzava il suo comportamento e si era schierata smacxatamente a favore mio e di papà.
Mi accolse con un sorriso buono e un abbraccio.
"Tu non ti ricorderai di me, disse, ma io sono la tua zietta. Starwmo sempre vicine e ci divertiremo tanto"
Io restavo là disorientata dal gran sole e dal caldo e dal posto nuovo e mi sentivo diventare sempre più fragile, sempre più siimile alla pastorella infiocchettata della nonna, mentre i grandi discutevano fra loro, senza rivolgermi uno sguardo.
Poi un bambino è scivolato fuori dal portone in ombra, riparandosi gli occhi con le mani mentre mi studiava a suo piacere.
Non avevo mai visto uma persona così chiara. Chiari i capelli lisci, di un biondo quasi trasparente. Chiara la carnagione, anche più della mia che pure è bianca come cera, si stemperava appena sul naso in um arcipelago di lentiggini minute.
Mi avvicinai incuriosita a questo piccolo sconosciuto, notando con piacere che aveva circa la mia età.
Mi sorrise. Mi sorridesti e per la prima volta ti guardai negli occhi. Rimasi sbalordita dal loro colore, di un azzurro slavato e liquido e ti fissai senza parlare, mentre tu mi osservavi con identica curiosità.
Evidentememte passammo l'esame entrambi, perchè di lì a poco mi tendevi la mano con aria dignitosa.
"Io mi chiamo D. Andiamo a giocare, che ho un aereo nuovo e due pistole che sparano l'acqua?"
Potevo forse io resistere a tanto invito?
Non so quanto tempo abiamo passato quel giorno a giocare insieme prima che gli adulti se ne accorgessero.
Ci presentarono l'uno all'altra, ridendo contenti per come andavamo daccordo. Ci spiegarono che eravamo -siamo- cugini.
Molti anni dopo, sarebbe stata unicamente quella parola a rovinare tutto.
Quella notte, invece, mi addormentai tranquilla per la prima volta da mesi, sentendomi al sicuro, meno simile alla porcellana e più ad una bambina di carne, pensando al mio nuovo amico.
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