giovedì 27 febbraio 2014

Quattro

Ricordo quei pri, i anni come un caleidoscopio di giochi e di segreti infantili, piccoli rituali che ci apparivano, allora, colmi di misteriosa importanza e sono, con gli occhi di oggi, sciocchezze tenere e innocue che ci proteggevano dal resto del mondo.
Si era infatti delineata fin da subito una realtà importante, quella del nostro isolamento, pressochè totale, dai coetanei dei dintorni.
Tuo padre sosteneva che non avremmo dovuto giocare con tizio, perchè i genitori lo invidiavano, o con Caio, perchè era "figlio di nessuno" espressione che mi riusciva incomprensibile, ma suonava, per il tono e la smorfia che l'accompagnava, come una condanna capitale.
Se anche avessimo voluto disobbedire, l'atteggiamento dei tuoi genitori, e di conseguenza di mio padre, che a loro veniva assimilato,  nei confonti dei vicini e dei compaesani ci dava fama di superbi, vanagloriosi e disonesti, tale da spingere gli altri bambini ad evitare noi almeno quanto noi evitavamo loro.
Tutto questo era una vera manna per tua madre, che aveva così la triplice soddisfaziome di poter giocare alla bella castellana, di averti tutto per sè, senza che tu fossi traviato dalle cattive compagnie che certo ti avrebbero allontanato da lei e, infine,  di procedere alla mia trasformaziome in "una vera signorina".
In tutto questo, noi avevamo la compagnia l'uno dell'altra e due intere stanze piene di giochi.
Nulla che tu chiedessi ti veniva mai negato, per quanto costoso o inutile e, quanto a me, sospetto che il senso di colpa di mio padre per le sue molteplici assenze abbia contribuito a rendermi più viziata del dovuto.
Zia Sissi, presa dalla mania di crescere due piccoli nobili, ci mandava a scuola con vestiti tanto curati quanto improbabili.
In un'epoca in cui i jeans erano visti come la base di qualsiasi abbigliamento, tu indossavi pantaloni scuri con piega a coltello, cinture lustre e camicie dal colletto inamidato, mentre io potevo contare su una riserva apparentemente infinita di vestiti al ginocchio, corredati da calzini in tinta.
Fu in quel periodo che la nostra amicizia, già salda, assunse l'aspetto dell'esclusiva ossessione che sarebbe diventata in seguito.
Snobbati dai compagni, presi in giro e ostracizzati, circondati da ogni lato da quella che allora ci sembrava una folla nemica, ci stringemmo sempre di più, fino ad escludere per anni, o forse per sempre, chiunque altro dalle nostre confidenze e dai nostri affetti.
Si era vicini alla fine della scuola, i primi di giugno, poco prima del tuo compleanno, quando la situazione arrivò al punto di rottura.
L'ultima campanella era suonata, per quel giorno, e i bamnini sciamavano fuori dall'aula in un'onda di baccano.
Come ogni giorno mi attardavo, rimettendo nello zaino le mie cose, per aspettarti.
Di comune accordo, genitori ed insegnanti avevano deciso di metterci in sezioni separate, per darci modo, a loro dire, di socializzare anche con altri coetanei. Così ogni giorno io ti aspettavo nell'aula sempre più vuota, per tornare a casa insieme.
Com'era nostra abitudine, uscendo ci siamo presi per mano. Lo facevamo senza pensarci, automaticamente. Probabilmente se qualcuno ce l'avesse fatto notare ce ne saremmo perfino stupiti.
Siamo arrivati fin nell'atrio della scuola, ormai vuoto, prima che iniziassero i guai.
"Ma guarda che carini! " ci canzonò una voce alle nostre spalle "si amano...o magari sono troppo stupidi per trovare la strada da soli"
Ti sei voltato appena, per vedere chi fosse e poi mi hai tirato leggermente la mano -continua a camminare- significava -ignorarlo-.
"Secondo me hanno paura che lei s'inciampi nella vestina" ora la voce era a lato. Ed era un'altra voce. Erano due.
"Allora, bambine, andate a casa a giocare con le bambole?" Tre. Da dietro lo stipite della porta sbucò uno dei ragazzini della tua classe, sbarrandoci la strada.
Gli altri due arrivavano da lato, in un rozzo accerchiamento.
Si avvicinavano ridendo fra loro, facendo versi di risucchio con le labbra che dovevano sembrare volgari baci.
Al momemto non provavo paura, ma fastidio e rabbia. Ero convinta che volessero solo prenderci in giro.
Quando sono arrivati a distanza di tocco, tu mi hai lasciato la mano. La tua espressione era tesa e viglile, come se avessi notato in loro un qualcosa che a me era sfuggito, una sorta di pericolo immediato.
"Lasciateci stare" hai detto loro, con voce ferma.
"Oh, avete sentito il piccolo? Lasciatelo stare, mi raccomando!" Ti fece il verso quello che sembrava il capo.
"Ci vuoi fare paura? Eh? Pensi di farci paura, Casper?" Era quello alla tua sinistra, che parlando si era avvicinato ancora di più,  fino a trovarsi a pochi centimetri da te. Detestavi quel nomignolo che ti avevano affibbiato, a causa del tuo pallore e dei tuoi capelli chiari, ma hai resistito alla provocazione, rimanendo immobile, a piè fermo,  fronteggiandolo.
Quello che stava davanti alla porta si era avvicinato, non visto, mentre tu ti voltavi verso l'altro e ora ti diede una spinta, caricandola con tutto il peso del corpo. Hai barcollato, ma non sei caduto.
"Lasciateci stare, ho detto."
Un colpo a mano chiusa ti arrivò sulla spalla, appena sotto la clavicola.
"Se no? Cosa fai, Casper? Cosa fai se non ti lascio stare?"
Per istinto, ti eri girato per fronteggiare i due che ti stavamo provocando. Io assistevo a quello scontro senza sapere cosa fare, sentendo che dire la cosa sbagliata avrebbe fatto precipitare la situazione. Mi guardavo attorno, cercando di vedere ovunque allo stesso tempo, alla disperata ricerca di un adulto che li facesse smettere.
Purtroppo, ci eravamo scordati del terzo ragazzo.
Mi afferrò di colpo alle spalle, stringendomi le braccia poco sopra i gomiti e tirandole all'indietro,  come per farmi cadere.
"Non mi toccare!" Gridai con tutta la mia voce "voi non siete nessuno, capito? Nessuno! Toglieteci le mani di dosso a tutti e due, brutti stupidi fifoni, nessuno figli di nessuno!" Nella rabbia, avevo usato l'insulto peggiore che usavano gli adulti attorno a me. Come ho detto, non avevo la più pallida idea di cosa significasse,  ma evidentemente ce l'avevano i nostri aggressori, perchè questo li provocò oltre la mia immaginaziome.
Mi piombarono addosso, tutti e tre, in un lampo, colpendomi alla pancia, al viso, alle gambe e ovunque riuscissero ad arrivare.
Mi spingevano e sono caduta a terra.
Ti ho visto lanciarti su di loro una prima volta e venire bruscamente respinto, finendo a qualche metro di distanza per il tuo stesso slancio.
Poi uno dei tre, non ricordo quale, tentò di alzarmi il vestito.
"Vediamo se ha anche le mutande uguali." Disse ridendo. I suoi compagni si unirono alle risate. Era un tipo di umiliazione che non potevo sopportare e mi misi a piangere forte.
In quel momento ho sentito un urlo di rabbia.
"Non ti permettere di toccarla!"
Sei arrivato di corsa, con le mani intrecciate alte sopra la testa, come un martello e le hai calate sul collo di uno dei tre, lasciandolo steso a terra.  Gli altri due hanno esitato un attimo, certo non si aspettavamo una reaziome così violenta, e tu ne hai colpito uno, con tutta la forza, dal basso in alto al mento.
Quando il terzo è scappato, attraverso il portone ancora aperto, ti sei chinato su di me con dolcezza, mi hai presa per mano e, una volta rialzata, ti sei avviato come niente fosse verso casa.
"Mi hai salvata"
"Si." Mi hai guardata in modo buffo,  senza voltare la testa, solo con gli occhi.
"Sei stato fortissimo. Come un supereroe."
"Davvero?"
"Ma scherzi? Da solo contro tre! Li hai distrutti! Io non lo sapevo che eri così forte."
"Io, se vuoi, ti salverò sempre."
Qualcosa di grande, come un palloncino troppo gonfio, mi cresceva nel petto. La giornata era di um azzurro perfetto, reso sonnolento dal ronzio delle api sulle siepi fiorite.
"La zia dice che sempre non si dice perché è troppo lungo."
Ho riposto piano. Forse avevi un palloncino nel petto anche tu, perchè hai respirato forte un po' di volte prima di parlare.
"Ma tu lo vorresti o no?"
"Io si."
"Senti."
"Cosa?"
"Ho fatto come il cavaliere del tuo libro. "
"Si."
"Allora tu adesso sei come la principessa del libro."
"Ma, credo di si."
"Allora. Devi darmi un bacio, no?"
"Ah, va bene" ho risposto ridendo e ti ho posato un bacio sulla guancia.
Ti sei fermato, accanto al cancello di casa. Per arrivare c'era ancora il viale, la cui forma sinuosa ci nascondeva alla vista.
"No, Bea, non così.  Così. " hai detto,  posamdomi un bacio leggero sulle labbra.
Quante volte ci eravamo baciati fino ad un paio di anni prima? Centinaia, forse. Per fare pace dopo una scaramuccia, per augurarci la buonanotte,  fino al giorno in cui tua madre ci aveva detto che eravamo troppo grandi e dovevamo baciarci sulla guancia.
Forse era per quello, per ciò che ci aveva detto tua madre,  che sentivamo che quel bacio era diverso. Fatto sta, che c'era ben più di uma traccia di rossore sul tuo viso e, penso, anche sul mio.
"Adesso sta a te" hai detto poi con un sorriso astuto.
"Ma così sono due!" Ho protestato ridendo.
"Si, ma giovedì compio nove anni."
Al momemto mi apparve un argomento incontrovertibile e ti posai sulle labbra il mio piccolo bacio.
Soddisfatto, ti avviasti verso la porta accogliente della cucina, facendomi cenno di seguirti.

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