giovedì 21 maggio 2015

68

Poche ore più tardi erano di nuovo nella stanza in cui li avevano sistemati al loro arrivo, definitivamente in tre. Alessandro se ne stava placidamente disteso sul petto di Beatrice, i piccoli pugni accostati al viso, e pareva godersi il tepore della nottata di fine estate e il lungo ritmo lento del respiro di sua madre. Non dormirono quasi per nulla, nonostante fossero sfiniti. Passarono ore a parlare a voce bassa, nascondendo perfino i sorrisi dietro la mano, come per paura che qualcuno potesse portar via lpro la felicità strana ed incosciente che sentivano.
Durante la loro assenza, che scoprirono con stupore essere durata nemmeno tre ore, quando a loro erano sembrate trascorrere interi giorni, un'altra coppia aveva occupato il secondo letto presente. Anche loro osservavano con aria un po' basita un bambino, piccolo quanto il loro, e parve stranissimo a Beatrice che potessero osservarlo con tanta tenerezza nonostante fosse evidentemente più brutto di Alessandro.
Lo guardò ancora una volta, con una sorta di amorevole timore, per essere sicura del raffronto. Alessandro aveva la pelle rosa come quella di un porcellino, quasi rossiccia sul naso e sulla fronte, incredibilmente delicata, che si arricciava in una miriade di grinze sottilissime sulle mani e attorno agli occhi. Li teneva tenacemente chiusi, quasi a protezione dal mondo esterno, ma, quando lo aveva aperti, lei aveva potuto scorgere, con un balzo di gioia, un celeste chiaro come l'acqua, trasparente come l'iride di un gatto, che sembrava ancor più luminoso di quello di Dario. Una delle infermiere, ridendo alla sua espressione rapita, l'aveva avvisata che il colore degli occhi, nei neonati, cambia facilmente, ma lei aveva scosso il capo, sicura. I suoi occhi non sarebbero cambiati. La testolina mirabilmente tonda non presentava altro che una sottile peluria quasi incolore, più simile alla lanugine che ricopre un pulcino che non ad una capigliatura, e quasi invisibile, che gli dava l'aria di essere calvo. Il naso minuscolo prometteva di diventare sottile come quello del padre e la piccola bocca imbronciata aveva la stessa pienezza di quella che lei aveva baciato tante volte. In breve, pareva una miniatura perfetta di Dario, quella che teneva stretta al suo cuore.
Si tirò un po ' più in alto, sui cuscini che la sostenevano, facendo attenzione a non svegliarlo, e riguardò l'altro bambino. Pareva una scimmietta grinzosa sormontata da un ciuffo scomposto di capelli scuri.
Soddisfatta del suo esame, si adagiò più comodamente e riprese la mano di Dario, momentaneamente abbandonata sul lenzuolo candido.
"Direi che ci è andata piuttosto bene, con le consegne, no?" Le sussurrò lui, a livello di pianissimo, seguendo il suo sguardo. "Il nostro è parecchio più carino. E poi è anche più grosso."
"Non penso che conti, la cosa della grandezza, ma, si, è più bello il nostro, sembra anche a me." Confermò lei.
"Amore?" Le chiese poi Dario, carezzandole il palmo con le dita "stai bene? Sei sicura? Cioè, senti ancora male o..."
"Oddio, Darietto, ho passato anche giorni migliori." Rispose Bea con un sorriso di compassione alla sua aria ansiosa. "Ma direi che il peggio è passato. Piuttosto, adesso cosa facciamo? Con questo qui." Gli domandò preoccupata, accennando col capo al bambino che le dormiva ranicchiato addosso. Le sembrava un peso insostenibile, l'avere la responsabilità perfino della sopravvivenza di un altro essere umano. Un pensiero le martoriava la mente, girandosi e rigirandosi dentro lei senza posa come un succhiello manovrato da una mano instancabile ed era l'idea agghiacciante che un solo giorno della sua assenza, una sola sua distrazione, potessero marcare per quell'esserino il discrimine fra la morte e la vita. Le pareva che si esigesse troppo da lei, chiedendole di portarlo fino al punto in cui avrebbe potuto provvedere da solo a se stesso. In fondo al cuore, non era certa di essserne in grado nemmeno lei, di provvedere a se stessa. Si schiarì la voce, cercando di mantenere il controllo. "Insomma, ci hai pensato?" Si rivolse a Dario con aria di attesa e lui si allungò sulla sedia, fino a posare la testa sul cuscino, accanto alla sua, in una strana posa stiracchiata ed obliqua, che pareva tuttavia riuscirgli comoda. La fissò diritto negli occhi e, come non capitava da molto tempo, si persero, per un momento, l'uno nell'altra. Il contorno di luci soffuse ma sempre accese, di odori pungenti ed intonaco giallastro, il lieve squittio delle scarpe di gomma delle infermiere e il brusio continuo delle molte vite intorno a loro, tutto il normale contestom insomma, di cui è composto un ospedale, sembrò svanire, sfumando in una lontananza sfocata. Il braccio di Dario si posò lieve come una farfalla di traverso su di lei, includendo nel suo cerchio magico anche il bambino.
"Torneremo a casa. E a casa staremo insieme il più possibile. Come adesso. Insieme. Vicini così."
"Si." L'idea le parve immediatamente rassicurante e Beatrice vi si cullò, facendola sua.
"Quando lui avrà bisogno di qualcosa, saremo lì tutti e due. E se tu non riuscirai, ci sarò io. E se io non riuscirò ci sarai tu."
"E se mi scordo qualcosa di importante? Tipo di fare qualcosa che a lui serve?" Dario emise una risatina sommessa dal fondo della gola.
"A quanto ho sentito, ha dei bei polmoni, no? Vedrai che ce lo ricorda anche lui. E poi, possiamo prevenirlo. Farò una tabella e anche una check list."
"Sei assurdo." Sorrise Bea, immaginando la scena: Dario di fronte ad una culla tutta pizzi e balze, impegnato a spuntare una per una le voci della lista di manutenzione giornaliera, con tanto di blocco per i fogli e matita di scorta dietro l'orecchio. Era davvero da lui.
"Mi sembra un'ottima idea, invece. E sai cosa? Lo renderemo felice, questo qui. Felice felice." Era impossibile resistere alla convinzione granitica contenuta in quelle parole.
"E immagino che tu abbia delle idee anche su come fare questo." Il sorriso di Dario fu improvviso e luminosissimo.
"Come no? Devo ancora organizzare bene le cose, ma direi che potremmo partire da qua. Passeremo un sacco di tempo così, come adesso. Deve sapere che può toccarci. È bello quando..." si interruppe, come cercando una parola.
"Quando ti coccolano? Ti accarezzano e ti abbracciano e ti fanno sentire al sicuro?" Gli suggerì Bea. Dario annuì convinto.
"Esatto. Coccole. Montagne di coccole. Nanna con le coccole, sveglia a suon di coccole e tutto il resto. E quando sarà più grande lo farò giocare come un matto. Tutto il tempo che posso, lo passeremo a giocare."
"Ah, si? E poi?" Beatrice iniziava a sentirsi insonnolita. Era stanchissima ed aveva avuto molta paura. Ora, col dolore sceso ben al di sotto dei livelli di guardia, al caldo, circondata dalle premire di Dario e cullata dalla sua voce, iniziò a scivolare nel sonno. Lo ascoltava fare progetti per Alessandro, considerando divertita, nel retrobottega della mente, come nessuno di quei progetti includesse alcun tipo di dovere: erano tutti incentrati esclusivamente sulla descrizione di giochi da imparare, cibi da guastare e luoghi da vedere.
La voce di Dario le sembrava ondeggiare, facendosi più vicina, quasi consistente e poi, d'un tratto, dive tando una sottile cantilena in lontanaza. Perse gradualmente contatto col mondo intero, scivolando dalla visione delle sue iridi chiare che sembravano riempire ogni angolo visibile e sprofondò in un sonno tranquillo.

Dario sonnecchiò a tratti, la testa posata sul cuscino di Bea, svegliandosi ad ogni minimo movimento di Alessandro. Quando il piccolo diede segni di insofferenza, quasi all'alba, producendo una sorta di sfiatato miagolio che nelle sue intenzioni pareva essere un pianto, lo sollevò con ogni cura fra le mani. Beatrice aprì immediatamente gli occhi e lo fissò con uno sguardo un po' folle, fino a che lui non la rassicurò in un mormorio e la rimise a dormire. Poi si prese tutto l'agio di studiare da vicino il nuovo venuto, mentre lo cambiava. Supponeva che in molti si sarebbero dimostrati stupiti nel vederlo maneggiare con tanta confidenza un neonato, ma per qualche motivo gli riusciva alquanto naturale. Certamente aveva il suo peso anche il breve tirocinio effettuato anni prima con il figlio della sorella di stella, ma si sarebbe volentieri lasciato maltrattare da tutto il peraonale del reparto piuttosto che dire una cosa del genere a Beatrice. Una delle infermiere passò a controllare il suo lavoro ed il contenuto del pannolino e se ne andò soddisfatta. Dario osservava suo figlio. Era lungo due palmi, quasi esatti, e pesava poco più di una bottiglia d'acqua. Sembrava tranquillo e nie te affatto a disagio, mentre lo manipolava con attenzione e ne osservava i dettagli. Aveva le unghie molto più lunghe di quanto si sarebbe aspettato e si fece un appunto mentale di spuntagliele appena possibile, poi si chinò su di lui, i gomiti piantati ai due lati del bambino, affondati nella superfice soffice del fasciatoio, e il viso sospeso sopra al suo, posato sui palmi. Alessandro aprì gli occhi e ricambiò il suo sguardo con aria sognante ed interessata insieme.
"Sono tuo padre. Mi chiamo Dario Malatesta." Aggrottò le sopracciglia per un momento e decise di partire dalle basi. "Tu ti chiami Alessandro Malatesta. Sei sulla Terra, uno dei pianeti del sistema solare, via lattea. Io sono quello che ha fornito metà del tuo codice genetico. E che ti ha appena tolto dalla merda, per puntualizzare l'ovvio." Gli parlava sentendosi quasi ridicolo, come se stesse parlando ad unvaso di fiori. Il piccolo sembrava intento e concentrato nel compito di sporgere e ritrarre la punta della lingua fra le labbra. Allungò la mano destra, non più grande le polpastrello del suo pollice, in un movimento casuale, e gli sfiorò il viso. Dario trattenne il fiato. Alessandro decise che era interessato al viso sospeso davanti a lui e tentò di nuovo di sfiorarlo, senza successo, fino a che Dario gli prese delicatamente la mano se se la condusse contro la guancia.
"Se hai bisogno di aiuto, sono qui. Come norma generale, intendo. Sempre, anche in futuro." La mano minuscola si contraeva e rilassava ritmicamente contro la sua pelle. Quasi senza premeditarlo, Dario si concesse di accarezzarlo con un dito lungo la curva del viso.
Non sapeva, non si rendeva minimamente conto di essere osservato. Nessuna strana sensazione o capelli dritti sulla nuca. Quando, voltandosi per riportare Alessandro a letto, vide sua madre sulla porta, la sorpresa quasi gli strappò un grido. Si ricompose all'istante e posò il bambino accanto a Beatrice, lasciandolo al caldo ed al sicuro sotto il lenzuolo, fra il corpo di lei e la sponda alzata del letto, prima di rivolgersi alla madre.
"Cosa fai tu qui? Chi ti ha detto che eravamo qui?" Sissi, le cui labbra tremavano di commozione, ignorò per intero la sua domanda e la sua indignazione.
"Era come rivedere te e tuo padre, il giorno che sei nato." Gli disse a bassa voce, poandogli una mano sul petto. Dario la prese per le spal,e e la costrinse ad i dietreggiare fuori della camera.
"Non me ne frega niente neanche se ero identico al padre nostro che è nei cieli, mamma. Dimmi solo come sapevi che eravamo qui e poi torna a casa." La sua presenza, dopo quello che gli avevano raccontato Beatrice e Dora, gli era quasi insopportabile, nonostante, o forse proprio a causa, dell'acuta nostalgia che a volte provava di lei.
"Ma, Dario, queste sono cose che...si vengono a sapere, insomma. Avresti dovuto avvisarci, sai? Siamo venuti tutti appena l'abbiamo saputo." Dario avrebbe voluto continuare il suo interrogatorio fino a scoprire chi avesse avuto la bella pensata di dare la notizia a sua madre, ma quel 'tutti' lo colpì come una sassata.
"Tutti? Tutti chi?" Sissi gli sorrise, allo stesso modo in cui gli sorrideva quando era bambino, come intenerita dalla sua domanda ingenua.
"Ma tutti, è chiaro. Io, tuo zio e tuo padre." Gli ripose quasi ridendo, indicando dietro di sé.
All'angolo del corridoio aspettavano discorrendo a voce bassa, l'uno appoggiato al muro con aria indolente e l'altro ben piantato sulle gambe come un soldato a riposo, Rodolfo e Lucio. Avanzarono verso di lui come un sol uomo, confezionando un sorriso, e per un istante un panico cieco, il terrore dell'animale in trappola, si impossessò di Dario.
Un istinto antico, infinitamente più saggio di lui, gli fece dare un'ultima occhiata alle sue spalle. Nella pozza di luce azzurrata della lampada da notte, dietro una tenda ben tirata contro la luce crescente del primo mattino, Alessandro e Beatrice dormivano sereni. Il loro sonno era profondo e placido, pensò Dario, perché confidavano in lui, nel fatto che lui li avrebbe difesi. Era l'unico in grado di farlo, al momento. Non avevano nessun altro, quei due, una tanto debole da non reggersi in piedi e l'altro tanto piccolo da stargli sul palmo delle mani. Era il loro unico ed ultimo baluardo fra la stanza silenziosa e qualsiasi cosa decidese di far loro del male.
Quando voltò il viso verso la famiglia riunita, la sua espressione era tanto algida da fermare il passo di entrambi gli uomini e far arretrare sua madre di una spanna.
"Due cose." Scandì con voce monocorde. "Chi cazzo vi ha detto cos'era successo, primo. Andate via subito, secondo."
"Dai, non fare il coglione, voglio vedere mio nipote." Gli ripose secco Lucio. "No. A mio figlio tu non ti avvicini. E guarda che non te lo sto chiedendo, è un dato di fatto."
"Dario, capiamo che è stata una nottata ricca di emozioni, ma..."
"Fuori dalle palle, tu, bestia infida." Ringhiò quasi, fulminando Rodolfo con lo sguardo."
"E perché, si può sapere, non potrei vedere mio nipote?" Chiese Lucio ignorando l'interruzione.
"Si, dario, per quale motivo fai così? Mi sembra del tutto normale che vogliamo conoscere il nuovo arrivato. Dovresti essere feloce di avere una famiglia unita e..." Sissi stava imbastendo un discorso che lui non aveva alcuna voglia di ascoltare e la interruppe senza ripensamenti.
"Perché? Facile. Perché, fosse stato per voi, quel tipo là dentro non sarebbe mai nato. A momenti ci ammazzavate per separarci, tu" proseguì puntando l'indice verso Sissi, ce sussultò come se si trattasse di un'arma "hai quasi fatto impazzire Bea mentre lei stava male a casa di sua madre con le tue belle visitine di cortesia, tu" e il suo indice si rivolse a Rodolfo "l'hai buttata via come se non valesse un cazzo e non ti sei neanche girato indietro, e potendo mi avresti tolto dalle palle anche a me, e non credere che non lo sappia. E avete il coraggio di chiedermi perché non potete entrare? Voi tre dalla mia famiglia state lontani, finché ci sono io. Non vi permetto di dire o fare proprio niente. Neanche come si chiama, dovete sapere. Finché ci sono io, a loro non gliene fate, del male, chiaro? Fuori dai coglioni." Rodolfo lo fissava senza alcuna espressione, come uno schermo vuoto, ma si affrettò a comporsi a compassione prima che gli atri lo guardassero. Sissi pareva scandalozzata, la mano posata sulla gola, intenta con ogni evidenza a formulare la replica a quel discorso. Solo Lucio gli si avvicinò e, scosse la testa, per nulla impressionato.
"Poveri noi, abbiamo preso l'insufficienza e la nota sul registro. Adesso che hai fatto la sceneggiata, posso enrare?" Commentò sarcastico e fece per aggirarlo. Dario gli posò la mano aulla spalla e lp spinse indietro con forza. Lui stesso rimase stupito quando lo vide barcollare, quasi perdere l'equilibrio, a quella spinta.
"Ho detto che alla mia famiglia tu non ci vai vicino. Nè tu ne qualcuno degli altri stronzi qui presenti. Domande?"
"Sei serio?" Chiese Lucio per tutta risposta.
"Serissimo. Fuori dalle palle. Altrimenti chiamo la polizia." Rodolfo allargò le braccia, esasperato, e girò sui talloni, volgendo loro la schiena. Fece l'atto di andarsene e venne prevedibilmente trattenuto da Sissi, che iniziòa parlargli fitto a voce bassissima.
Lucio si volse verso Dario. Portava sul viso una smorfia strana, come se stesse cercando di mettere a fuoco una scritta in piccolo.
"Dimmi solo una cosa e porto via tutto il circo."
"Dai, vediamo."
"È maschio o femmina?" Dario non avrebbe voluto dirgli nemmeno questo, ma ritenne opportuno cedere, per ottenere indietro la tranquillità sua e di Beatrice.
"Maschio." Gli sibilò a dentri stretti. Lucio gli si fece vicino, stringendogli il braccio sopra il gomito e accostò la bocca al suo orecchio.
"Attento a quello che fai, allora. Vediamo di...di non...stai attento a quel che fai, col bambino. Ci siamo capiti?" Dario guardò per un momento suo padre. Una ruga verticale gli apparve fra gli occhi e, in qiel momento, le loro espressioni furono talmente similo da suscitare stupore. Poi annuì.
"Sto attento. Promesso." Lucio annuì di rimando e raggiunse Rodolfo, assestandogli una pacca sulla schiena.
Si avviarono insieme per il corridoio ancora deserto, a quell'ora del giorno, mentre Sissi saltellava loro dietro con passettini da uccello.
Dario rientrò nella camera silenziosa dove nulla era cambiato. Scostò con estrema dolcezza un ricciolo che era caduto sulla fronte di Beatrice e posò di nuovo il capo accanto al suo, sul cuscino. Quando allungò la mano verso Alessandro, il lieve senso di calpre che gli rimandava il piccolo corpo lo pervase come un preambolodi beatitudine.
Aveva fatto la cosa giusta, lo sentiva, e li avrebbe difesi, ancora ed ancora, da ogni cosa, ad ogni costo. Non era necessario che loro lo sapessero. Era sufficiente che nulla di male li toccasse.

domenica 17 maggio 2015

67

Per un lungo attimo tutto parve rimanere sospeso, come se perfino la lancetta dei secondi, sul quadrante del grande orologio bianco appeso in faccia alla scrivania, stesse trattenendo il fiato.
Dario si alzò lentamente in piedi, la mano posata sul davanzale, apparendo per un momento molto più vecchio dei suoi anni, uno spaventato e smarrito guscio di se stesso, prima di ritrovare la voce.
"È il bambino. Sta arrivando." Beatrice lo flulminò con gli occhi.
"Grazie, genio, non c'ero arrivata, proprio." Abbassò di nuovo lo sguardo su se stessa con un'espressione arcigna che poteva essere dettata solo da una grande paura. "È troppo presto, Dario. Ci avevano detto che arrivava più tardi." Non sentiva alcun dolore e, in quel momento, le pareva di essere come distaccata da se stessa, unita a ciò che stava accadendo solo da un filo sottilissimo ed infinitamente lungo. La sua mente galleggiava in un quieto stupore, ai margini estremi della paura, domandandosi come diavolo avrebbe fatto con quell'esame e riepilogando in sottofondo il contenuto della borsa che, ormai da un paio di settimane, portavano con loro ovunque andassero, già pronta per una simile evenienza. In tutti quei mesi era stata si consapevole che quel momento sarebbe arrivato, ma di una consapevolezza asettica, morta, come lo è la consapevolezza della vecchiaia quando ancora si è molto giovani. Ora non poteva più ignorare quello che stava accadendo e, al tempo stesso, la sua mente non riusciva ad elaborarlo. Alzò lo sguardo su Dario e vide che stava riprendendo il controllo con un visibile sforzo. Gliene fu grata. In tutti le occasioni di emergenza che avevano trascorso insieme, all'infuori di quelle emergenze che era lui stesso a provocare, aveva sempre inconsapevolmente contato sul suo modo spiccio e razionale di affrontare i fatti, smembrando e sezionando qualsiasi situazione fino ad ottenerne una serie di compiti semplici e per nulla paurosi.
"Va bene, amore, con calma, non succede niente di male. È già da un mese che il dottore ti ha detto che se il bambino nasce non corre pericolo, quindi stai calma. Adesso chiamo l'ospedale e chiedo cosa dobbiamo fare. Tu ce la fai a darti una ripulita? Ti serve...ecco...aiuto?"
"No. Ce la faccio. Però prima voglio sentire cosa ti dicono, posso?" Dario annuì appena. Gli sembrava che tutto fosse troppo, stranamente quieto e, d'un tratto, mentre cercava e componeva il numero, mentre si portava il telefono all'orecchio, ebbe l'assurda sensazione di star vivendo la vita di qualcun altro, anzi, se ne sentì certo. Non poteva essere lui, quello che stava in una casa tranquilla ed amata, sulla soglia di una placida sera di fine estate, accanto alla moglie ed in trepida attesa dell'arrivo del figlio.
Non poteva appartenere alla sua vita disordinata, spiegazzata e calpestata, tutto quel tesoro di persone da avvisare, che sapeva sarebbero intervenute all'istante se solo loro l'avessero chiesto.
Fu solo in quel preciso istante che si rese conto, in pieno, come svegliandosi da un incubo ansioso e frammentato, di essere riuscito a raggiungere ciò che aveva voluto, bramato per una vita intera: la sicurezza ed il calore di una vera casa, costruita non solo e non tanto di solidi muri, quanto della profonda coscienza che la solitudine e la disperazione non erano che un ricordo lontano e cupo, che non l'avrebbe potuto più toccare. Trasse un respiro che suonò tremulo e posò lo sguardo su Bea.
"Ti rendi conto, amore?" Le chiese, dividendo con lei quell'illuminazione che l'aveva folgorato "ti rendi conto che va tutto bene? Che finalmente va tutto bene?" Beatrice ricambiò la sua lunga occhiata con una luce singolare negli occhi.
"Va tutto bene?" Gli chiese.
"Si amore."
"Sono seduta in una pozzanghera di schifo appiccicoso, questo stronzo di tuo figlio mi farà saltare un esame per cui ho studiato fino ad essere talmente stanca da vomitare e una persona, una persona, Dario, sta per venire al mondo passando attraverso la mia figa. Va tutto bene? Se non chiami in fretta l'ospedale lo vedi, se va tutto bene!" Dario inclinò il capo all'indietro, valutandola dall'alto. Aveva parlato in un tono di bassa ed astiosa minaccia e lui decise che sarebbe stato più opportuno sbrigarsi a contattare l'ospedale, prima di farle perdere del tutto le staffe. Aveva paura, certo, lo vedeva benissimo, la sua reazione era dettata da quello, ma questo non la rendeva meno pericolosa, anzi, forse ne aumentava il rischio. L'espressione con cui lo stava fissando gli ricordava da vicino quella di suo padre quando era sul punto di esplodere in una delle sue crisi d'ira. Parlò rapidamente e chiaramente all'ostetrica che gli rispose dopo che lo ebbero dirottato sulla giusta linea telefonica e poi coprì il ricevitore con la mano, rivolgendosi a Bea.
"Dicono di farti una doccia e di metterti tranquilla. Possiamo andare là con calma."
"Che stiano calmi loro, quei deficienti." Replicò lei caustica. Dario annuì e porse alla persona dall'altro capo del telefono un breve saluto.
"Ti accompagno in bagno, vieni." Beatrice si alzò in piedi con evidente cautela, come temesse di doversi rompere da un momento all'altro.
"No, non mi serve aiuto. Stai qui." Dario le si avvicinò sollecito.
"Tesoro, ascolta, sul serio, è meglio se ti lasci aiutare. Stai tremando." Le fece notare con dolcezza. Era vero, il corpo di Bea tremava contro il braccio con cui l'aveva circondata, alla stessa maniera in cui avrebbe tremato se fosse stato percorso da una lieve corrente elettrica.
"Ti ho detto di no! Cos'è, sei diventato sordo? Ce la faccio da sola a farmi una doccia, cazzo." Dario compresse le labbra e sollevò un sopracciglio, senza accennare a sciogliere il loeve abbraccio con cui la circondava. Le si rivolse con voce bassa e tenera.
"Amore mio, lo vedo che stai morendo di paura e, credimi, darei il braccio destro per poterti dare il cambio e fare io questa cosa, tanto per fartela passare." Bea accennò ad una replica e lui le schioccò le dita davanti al viso, zittendola bruscamente. "Ma dato che non posso, adesso ti dico cosa faremo. Ti starò vicino tutto il tempo e farò in modo che vada tutto bene. E tu la pianterai di comportarti come se fossi posseduta dallo spirito del vecchio stronzo, chiaro?" I suoi occhi celestini mandarono un cupo bagliore metallico. "Hai capito, amore?" Bea chiuse il viso in un'espressione testarda.
"Io non ho paura."
"Certo, come no. Bea, tu ti stai cagando addosso e lo posso capire, sinceramente, davvero. Ho paura anch'io e io ho un ruolo marginale, in questa faccenda, quindi, figurati se non capisco. Ma devi piantarla di fare la stronza, va bene?" Le sopracciglia di lei si aggrottarono ancora di più, diventando un'unica linea tempestosa sopra gli occhi.
"Ti ho detto che non ho paura" disse ancora con voce sicura, calcando la voce sulla negazione "e che non mi serve nessun aiuto." Dario non si smosse di un millimetro.
"A chi la stai raccontando, a me o a te questa cazzata? Hai paura e hai bisogno di parecchio aiuto. E verrai aiutata, che ti piaccia o no. Adesso..." si interruppe di colpo, sentendola trattenere il repiro ed irrigidirsi. Gli occhi le si dilatarono in una muta domanda.
"Cosa?" Sembrò chiedergli per un attimo. Poi una luce di comprensione le attraversò il volto. "Ah, no, ma siamo matti? Qua si muove tutto!" Era tanto evidente il suo profondo stupore, che sarebbe stata perfino comica se non fosse stata tanto palesemente terrorizzata.
Dario la costrinse a girare su se stessa e la accompagnò lentamente, a piccoli passi verso il bagno a pian terreno. Mentre Bea continuava a protestare il suo sdegno per ciò che stava accadendo al suo corpo, che le pareva del tutto fuori controllo, l'aiutò dolcemente a svestirsi, fino a che si accorse che tentava di coprirsi, girandosi e nascondendo il corpo con le mani. La guardò attonito.
"Bea, cosa fai?"
"Non voglio che tu mi veda così." La sua voce ora non era più cupa e decisa, ma piccola, come quella di una bimba. "È tutto uno schifo e un pasticcio e sono..." lui le si inginocchiò di fronte, sul pavimento di piastrelle color crema, e le posò le mani aperte sulla pancia sporgente attraversata di vene azzurrine.
"Sei tu, Bea. Sei sempre tu." Le disse. In quel momento una nuova contrazione le mozzò il fiato, strizzandole fuori dei polmoni la risposta che avrebbe voluto dargli insieme con tutta l'aria. Dario sentì distintamente i muscoli muoversi sotto le sue dita. "Fa male?" Le chiese.
"Si. Non tantissimo. Come un crampo." Lui si sporse appena in avanti e le posò un bacio leggero sul ventre gonfio.
"Ah, smettila, scemo. È una cosa disgustosa."
"Sei tu. Tu non sei disgustosa, sei bella."
"Io non..."
"E ti amo." Il nodo che aveva serrato la gola di Bea fin dal primo istante in cui si era resa conto di ciò che stava accadendo si sciolse di colpo e lei si ritrovò a singhiozzare col viso nascosto fra le mani.
"Io non voglio." Mugolò fra le lacrime.
"Che ti ami?"
"Non voglio farlo. Non posso, non ci riesco. Non me lo possono chiedere!"
"Temo di si, amore. Mi sa che non possiamo farci niente, a questo punto."
"Io neanche lo volevo, un bambino! " Dario aprì l'acqua della doccia e ne saggiò la temperatura col palmo, prima di condurla dolcemente sotto il getto tiepido. Si tolse in pochi movimenti rapidi i vestiti di dosso e si infilò sotto l'acqua con lei, attirandola conto il suo petto.
"Lo so, tesoro, lo so." La rassicurò a voce bassa.
"Non è stata colpa mia, non volevo!"
"Lo so, amore."
"E adesso guarda che pasticcio, io non voglio! Non lo voglio fare!"
"Bea, amore, mi dispiace da morire, ma devi proprio. Non ci si può fare niente, adesso." Le mosse dolcemente le mani sulla pelle nuda, lavandole via di dosso il lezzo acre di adrenalina che la circondava, lasciandola singhiozzare contro il suo cuore. Sul serio gli dispiaceva e si sentiva in un qualche modo colpevole di averla messa in quella situazione, ma doveva rendersi conto che non aveva modo di evitare quanto stava accadendo. "Che tu lo voglia o no, sta succedendo. È così che funziona e anche a volerlo con tutto il cuore non c'è niente che si possa fare. Lo capisci, questo?"
"Dario..." gemette lei, come appellandosi al suo buon cuore. Lui la prese con infinita delicatezza per le spalle e la scostò quel tanto che le occorreva per guardarlo in faccia.
"Succederà lo stesso, Bea. Lo sai, si?"
"Si. Ma io..."
"Non vuoi, ho capito. E non è colpa tua, lo so. Ma, vedi, tesoro, in questo caso non conta niente. Anche se piangi fino a cavarti gli occhi, anche se ti metti a bestemmiare finché non ti va via la voce, succede lo stesso. Voglio solo capire se questa cosa la sai, la sai davvero, o no. Me lo dici Bea? Vuoi?"
"Lo so. Ma, Dario e se non ci riesco?"
"Stiamo andando in un ospedale. Se non ci riesci, ti aiutano loro."
"E se mi fanno male? Se si sbagliano e mi fanno male?"
"Tu me lo dici e io li uccido. Giuro su dio che te li ammazzo davanti." Scosse le spalle e ruotò gli occhi. "Tanto non mi arrestano, sonp ufficialmente matto. Alla peggio mi cambiano i farmaci." La risata in cui aveva sperato non venne, anzi, il tenue bagliore di interesse, di legame con la relativa che si era andato formando negli occhi di lei parve incupirsi d'un tratto.
"Me lo prometti? Se mi fanno del male..." lui annuì gravemente, lentamente.
"Sono morti. Gli rompo il collo, fosse pure cristo in terra." Bea respirò più liberamente.
"E se si sbagliano e fanno male a...al bambino?" Gli chiese ancora. Le tremava la voce, al ricordo delle storie orrende che ogni persona il cui occhio cadesse sulla sua pancia si era sentito in dovere di raccontarle.
"Se fanno male a mio figlio" disse ancora Dario, pronunciando con una certa difficoltà, per la prima volta, quelle parole "ti assicuro che se ne pentono. Per tanto, tanto tempo, se ne pentono."
"Promesso?"
"Promesso, Bea."
"E starai con me?"
"Tutto il tempo. Non mi ci mandano, via. Non mi allontano di un passo." Chiuse l'acqua, mentre terminava la frase e l'aiutòad uscire dalla doccia, avvolgendola in un grande asciugamano soffice, fino a che ne spuntarono solo le gambe e la testa. Una nuova contrazione le tese il corpo e lui le rimase accanto.
"Dario?"
"Cosa?"
"E se poi vedi qualcosa di...sai, di schifoso e non mi vuoi più, dopo?" Dario sfregò la faccia sull'asciugamano, producendo un suono che era per metà una risata di scherno e per metà un mugolio esasperato.
"Ma in nove mesi di tempo, tutte adesso, le domande? Bea. Ti guarderò in faccia, va bene? In faccia."
"Okay." Si rivestirono prendendosi tutto il tempo che parve loro necessario ed uscirono nella calda serata, sotto un cielo che iniziava appena a tingersi di un delicato violetto all'orizzonte. L'auto di Dario sembrava aspettarli, conscia della sua missione, col parabrezza infiammato di riflessi rossastri.
Quando furono partiti, Dario chiamò Andrea, raccomandandogli Swiffer. Gli aveva fornito una copia delle chiavi settimane prima, in previsione di quel momento.
"È fantastico, socio! Fammi sapere appena si conclude il fattaccio, voglio venire subito a rassicurare l'erede che ha anche una parte di famiglia sana di mente!" Rise al telefono, entusiasta. "Non vedo l'ora di vedere in faccia...a proposito, com'è che lo volete chiamare? Non me l'hai mai detto, lo sai?" Dario strabuzzò gli occhi dietro al volante.
"Senti, piattola, ne parliamo in un'altro momento di ste cazzate. Devo andare a far nascere mio figlio."
"Eh, mamma mia, quanto sei..." Dario non seppe mai cos'era. Chiuse la chiamata bruscamente, troncando la voce di Andrea e si girò per un attimo verso Beatrice, approfittando di un semaforo rosso.
"Bea amore?"
"Dimmi." Le mani di Beatrice eŕano strette sulla cintura come quelle di un naufrago e i suoi occhinfissavano la strada davanti a lei senza vederla. Quei ritmici stravolgimenti che la strizzavano come una spugna iniziavano a farsi dolorosi davvero.
"Come lo chiamiamo, il bambino?" Lei si voltò di scatto, facendo scricchiolare il collo, per quanto lo teneva rigido.
"Oh, merda, merda, merda! Io lo sapevo che ci stavamo scordando qualcosa! E adesso? E adesso? Come cazzo lo chiamiamo?"
"Bea, calmati. Un nome lo si trova."
"Ma deve essere già pronto, il nome, quando nasce!" Quasi gridò lei.
"Dai, un nome qualunque!" A quel punto davvero Beatrice gridò, in parte per l'ansia che la pervadeva ed in parte per il dolore.
"Cosa vuol dire un nome qualunque? Ti sembra il modo di cominciare, questo, disgraziato che non sei altro?"
L'arrivo in ospedale li rassicurò alquanto. Tutto il personale sembrava assolutamente tranquillo e rilassato e salutava gli scoppi di dolore di Bea come segnali di normalità. Quando furono sistemati, in una stanza che sembrava loro fin troppo grande, ricominciarono a discutere del nome.
"Non vorrai chiamarlo Lucio, vero?" Gli chiese lei con sincero terrore.
"Sei scema? Piuttosto lo chiamo Anonimo. Anonimo Malatesta, suona anche bene." Le rispose secco Dario. "Direi...non lo so, che ne dici di Marco? O Marcello, magari?"
"Dico che fanno cagare. Il nome di Cicerone...per carità di dio." Parlavano sommessi, interrompendosi di tanto in tanto per assecondare una contrazione o cambiare posizione, infervorandosi semprepiù nel discorso.
"Potremmo chiamarlo Lucrezio." Sorrise Bea.
"Come no? E poi gli compriamo un bel set di magliettine con scritto 'sfigato' per quando imcomincia la scuola. Non se ne discute, niente Lucrezio. Linus?"
"Come quello della coperta?" Chiese sconvolta Bea, pensando ad uno scherzo. Dario schioccòla lingua disgustato.
"Come Linus Pauling, vincitore di due premi Nobel, ignorante!"
"Io non ce lo chiamo mio figlio come un personaggio di Snoopy! "
"Uffa, e va bene. Dante? Sai, Dante, Beatrice..."
"Sii serio, cretino! Mi farai ammattire! Dante! Pensa te! Ci sono! Ce l'ho! Possiamo chiamarlo Adriano, come l'imperatore!" Dario riflettè a lungo, provando a pronunciare nome e cognome assieme, assaporandone il suono.
"Che tipo era questo Adriano?" Chiese alla fine.
"Era fantastico." Replicò Bea sicura. "Fece costruire il vallo, un muro che c'è ancora oggi, e poi era un grande amante dell'arte. E aveva una casa meravigliosa, con una miriade di statue che erano le più belle del mondo. In un sacco c'era raffigurato il suo amante e pensa che per secoli..."
"Alt! Il suo amante? Il suo amante maschio?"
"Dario!"
"No. Mi dispiace, escludiamo Adriano."
"Dario! Ma se..."
"No, ho detto. No e basta. E se facessimo, che so, Maxwell? Sarebbe un cognome ma..."
"Io non glielo dò un nome inglese, rassegnati."
"Eh, come sei provinciale!"
"Ha parlato quello che il viaggio più lumgo che ha fatto è stato a Torino."
Visitarono Beatrice e li spostarono in una delle sale parto. Gli occhi di Bea si fecero immensi posandosi sul letto particolare che vi campeggiava nel mezzo e sugli strumenti discretamente posati su un carrello mobile, nell'angolo, che lucevano maligni come ferri di tortura alla luce cruda dei neon. Dario vide il suo sconcerto e si affrettò a frapporsi fra lei e quella vista, ricominciando a parlare.
"Se no potremmo chiamarlo come tuo padre."
"Ma ti sei drogato troppo o troppo poco, spiegami?" Scattò lei come una vipera. "Come cazzo ti viene in mente una stupidaggine così enorme?"
"Mah, dicevo per dire."
"E dicevi male!"
"Dì, appassionata di storia, ma il tuo personaggio storico preferito è sempre Mazzini?" A quel punto delle cose Bea era parecchio impegnata e si limitò ad annuire.
"Com'è che faceva di nome, poi?"
"Giuseppe." Fu la risposta tronca.
"Ah, che nome antico, no. No, no. Ma non era un nome storico anche il mio?" Dario stava sudando. Grosse gocce gli scendevano lungo l'incavo delle tempie e gli sparivano nel colletto. Si sentiva sussultare ad ogni gemito, ad ogni lamento di Beatrice e avrebbe voluto allintanre tutti da lei, urlare minacce a quelle persone che la toccavano in un momento tanto fragile e allo stesso tempo si sentiva sperduto ed impotente ogni volta che se ne andavano. Aveva giurato di uccidere chiunque le facesse del male e l'aveva fatto in piena serietà, con l'intento di mantenere alla lettera la sua promessa, ma la verità era che non avrebbe saputo capire se quello che facevano era male o bene, neppure se gli avessero puntato una pistola alla tempia. Avrebbe preferito mille volte avere una pistola puntata addosso, in ogni caso, che dover assistere a quello strazio.
Beatrice sembrava non essere più nemmeno con loro. Era evidentemente concentrata in ciò che le stava accadendo, al punto che perfino la paura sembrava essere stata spinta da parte, brutalmente, da un istinto più forte e più antico. Di tanto in tanto sollevava su di lui, che teneva il viso accosto al suo quanto più poteva, uno sguardo perso e vacuo, e lui si affrettava a trovare qualcosa da dire, qualcosa che la distraesse.
Passarono alcuni minuti a quel modo, prima che Bea lo cogliesse di sorpresa, rispondendogli con voce gutturale.
"Era un re persiano. Un gran figo. Ha preso a calci i greci per un pezzo."
"Bello. Mi piace, mi piace molto. E suo figlio come si chiamava." Ancora qualche tempo di attesa prima della risposta.
"Serse. E toglitelo dalla testa, Serse è orribile come nome." Dario migliorò la presa sulla mano di lei, che continuava a scivolare fra le sue, unta di sudore. Avrebbe voluto dirle molte cose. Avrebbe voluto potersi mettere il cuore sulle labbra per parlarle.
"Ci sarà stato uno più figo di Dario, no? Uno che ha preso a calci in culo più gente di lui?" Bea si era fatta palloda come cera.
"Alessandro. Alessandro di macedonia sconfisse anche i persiani." Gli rispose poi, in un mormorio affrettato. Dario si illuminò.
"Alessandro! Come Volta! Mi piace!" Bea spalancò la bocca più di quanto lui ritenesse possibile e gridò,  facendolo sussultare e voltare con aria minacciosa verso l'ostetrica, che ricambiò lo sguardo costernata.
"Sta nascendo." Gli spiegò con calma.
Poco dopo, un paio di mani posarono su Beatrice un groviglio di arti minuscoli e sporchi che si sarebbe rivelato essere loro figlio.
Beatrice lo guardò a lungo, con gli occhi e con le mani. Non aveva mai voluto un figlio, ma era davvero felice di avere lui.
"Tu non sei un bambino, vero? 'Un' non ci sta proprio con te, Alessandro. Ciao." La sua voce era appena udibile, ma il groviglio parve riconoscerla e tentare di raggiungerla, con deboli sforzi confusi. Dario non ebbe il coraggio di intromettersi. Guardava suo figlio negli occhi socchiusi e lo vedeva irrimediabilmente brutto e incredibilmente perfetto insieme. Seppe, al di là di ogni dubbio e di ogni considerazione razionale, che era suo, suo in un modo che la biologia non avrebbe mai spiegato e, allo stesso modo, che era suo, suo di se stesso, più di quanto sarebbe mai stato loro. Stringeva nella mano ridicolmente piccola la punta dell'indice di Bea e sembrava stanco.
Quando altre mani lo portarono via da loro, entrambi protestarono.

mercoledì 6 maggio 2015

66

Giorno dopo giorno, inavvertitamente, senza alcun clamore, come accade di norma per ciò che è davvero importante, le cose iniziarono a sistemarsi.
Come un animale selvatico che sia fuggito, allontanandosi a lunghi balzi elastici, spaventato da una minaccia o un rumore improvviso, e lentamente torni sui suoi passi al calare della tranquillità fino ad acquietarsi di nuovo, Beatrice riprendeva confidenza in Dario. I lunghi sguardi di sospetto che si erano insinuati nel loro quotidiano si ridussero, erosi dal trascorrere dei giorni, dalla sua presenza costante, quieta, inamovibilmente paziente, fino a non lasciare che un'esitazione nel parlare di quel periodo, quasi si trattasse di un incidente ancora greve di imbarazzo. Dario aveva triplicato le sue premure ed aveva preso l'abitudine a passare, come nei giorni lontani della loro adolescenza, il tempo libero seduto a terra nello studiolo di Bea, la schiena contro il muro e le lunghe gambe ritratte fin quasi al petto, con un libro o una rivista posata sulle ginocchia, rimanendo silenzioso al suo fianco. Di tanto in tanto, come in risposta ad un qualche stimolo che solo loro potevano idire, entrambi alzavano gli occhi dalla propria occupazione ed i loro sguardi si incontravano.
'Ci sei?' Domandava quello sguardo all'altro.
'Sono qui.' Invariabilmente rispondeva.
Gli occhi si lasciavano, strascicando ancora per un momento quel contatto, giallo nell'azzurro, come due mani che lascino con un certo rimpianto la stretta che le unisce, e ognuno tornava alle sue faccende.
La cucina si riempì di nuovi odori, di insolite, creative sperimentazioni arricchite da qualunque ingrediente si offrisse alla curiosità e al desiderio di Dario. Non c'era ricetta che non tentasse, con la tenace pignoleria di chi tenti un esperimento da cui dipenda la sua sorte, e che gli arrivasse dalla matrona incontrata casualmente al mercato o dai più raffinati volumi sulla cucina straniera pareva non fare alcuna differenza. Da principio, il suo riprendere in mano pentole e padelle, che aveva negletto per mesi, venne dettato solo dal desiderio di tentare il palato di Beatrice e di vederla così mangiare una quantità di cibo che si potesse reputare adeguta, a suo parere, ad una donna nel suo stato; poi, tanto rapidamente e subdolamente che nemmeno lui riuscì a capire come, ritrovò il gusto di mescolare, di scaldare, di osservare gli elementi fondersi, profumarsi a vicenda e trasformarsi in qualcosa di più e di diverso dalla somma delle parti. Sempre di più cucinare gli pareva un atto vicino non al creare di un artista, ma all'accudire di un amante, che trasforma l'oggetto del suo amore con le sue cure indefesse in qualcosa di migliore.
Non era infrequente, mentre Bea si ingrossava sempre più e il caldo dell'estate soppiantava una primavera piovosa, che Dario telefonasse a qualcuno dei loro amici all'ultimo minuto, quasi in uno stato di quieta esaltazione, chiedendo cavie per questo o quel nuovo piatto che doveva assolutamente provare, né gli veniva oppsto un rifiuto. La sua abilità cresceva di pari passo con l'esercizio e in qualche settimana era sufficiente a far annullare ogni impegno per la cena da parte degli appartenenti alla sua cerchia più stretta.
Ultimo, ma non certo meno importante, effetto del suo ritrovato amore per quella che Viola chiamava, canzonandolo, l'arte della padella, fu il suo riavvicinamento a Dora.
Dario non l'avrebbe mai sospettato, ma fu lei la persona più dura da riconquistare, dopo che le cose si furono definitivamente appianate con Bea.
Andrea era tornato ad essere il compagno di sempre dopo quella che definiva 'la loro ultima litigata' ed Elena, dopo qualche giorno di estrema diffidenza ed un paio di velate minacce espresse con ammirevole garbo, aveva deciso di perdonargli anche lei. Poi Viola, che pareva formare una sorta di linea di strenua resistenza spalleggiata da una Liliana che affettava un fiero sdegno, era stata dolcemente convinta a venire a patti con la lpro ritrovata quiete domestica da Vittorio e Bea, che avevano unito i loro sforzi fino a quando non l'avevano costretta a riprendere a visitare la casa anche con Dario presente. Liliana a quel punto, teovandosi virtualmente sola a sostenere la resistenza, si era lasciata lusingare dall'avvenuta riconciliazione e dalle lu ghe serate in buona compagnia.
Dora, invece, la sua Dodo, che lui aveva creduto, in fondo al cuore, che gli avrebbe perdonato sempre, qualunque cosa, se solo si fosse mostrato pentito e abbattuto, gli aveva riservato una freddezza straziante. Non lo evitava come aveva fatto Viola e neppure gli esprimeva a parole la sua disapprovazione come Liliana né, men che meno, si sarebbe mai sognata di appioppargli una sonora lavata di capo come aveva tentato di fare Andrea. Gli parlava ancora, quando si incontravano per casa, ma badando a specificare di essere venuta in visita a Beatrice e solo nei limiti strettamente imposti dalle norme di cortesia. Non aveva più per lui, che per tutti quegli anni, dal giorno della sua nascita, era stato il suo bambino e il suo favorito, neppure un gesto di spontaneo affetto o un materno rimprovero. Perfino la sua guancia, quando gliela porgeva per il rituale bacio di arrivederci, gli appariva rigida e quasi infastidita di quel breve contatto. Addolorato da quella situazione, Dario tentò ogni mezzo per riconquistare il suo affetto, dai regali, che lei accettò con educato distacco, al bersagliarla con un'aria pentita e contrita ogni volta che si trovavano nella stessa stanza, che lei ignorò con consumata abilità, al mandare Beatrice e perfino Liliana ad intercedere in suo favore. Entrambe tornarono a mani vuote, congedate con calma fermezza e la dichiarazione che non ci fosse alcunché da siatemare fra lei e Dario.
Arrivato al punto di perdere la speranza, lui decise di agire di astuzia. Attese che Bea si stendesse per quello che era diventato il rituale pisolino pomeridiano, in una calda domenica di metà estate, ed iniziò a fare un certo chiasso in cucina.
Dora si trovava in sala, immersa nel suo programma preferito del pomeriggio, ma non sarebbe riuscita a resistere ad una simile curiosità nemmeno con la ferrea volontà che l'aveva sempre caratterizzata; i piatti che di volta in volta Dario le aveva presentato l'avevano colpita per l'abilità di esecuzione e per l'eleganza semplice ed essenziale con cui li presentava, che rispecchiava fedelmente l'ordine schematico del suo modo di ragionare. Come facesse ad impadronirsi di tante nuove ricette ed in che modo esattamente ne gestisse la preparazione era una domanda che aleggiava sulla tavola, mai espressa chiaramente, e lui se n'era accorto senza sforzo.
Ascoltò i passi leggermente strascicati della donna avvicinarsi e fermarsi sulla porta della cucina con un sorrisetto astuto che gli si andava arricciando agli angoli della bocca. Rimase curvo sul piano di lavoro, dando mostra di non averla sentita affatto, e continuò a preparare il battuto di erbe aromatiche a cui stava lavorando, le dita che si muovevano agili e leggere sul tagliere di legno spesso. Allungò la mano per afferrare ancora qualche foglia di timo e dalle sue spalle sentì provenire un debole grugnito di disapprovazione.  Il sorriso che rivolgeva agli ingredienti si allargò fino a lasciar spuntare un brillio di denti candidi, prima di cancellarsi in un'espressione di compresa concentrazione.
"Qualche consiglio?" Chiese con voce misurata, senza girarsi.
"Mm." Due sentimenti contrastanti stavano lottando nel vecchio petto di Dora. Da un lato sentiva che la punizione che stava somministrando a Dario non aveva ancora sortito l'effetto che desiderava, ma, dall'altro, ogni fibra del suo essere si ribellava al rimaere a guardare in silenzio mentre lui esaggerava con quelle che, per lei, sarebbero sempre rimasti quegli 'odori di moda', il cui gusto, a suo modesto parere, non faceva altro che nascondere e intorbidare l'onesto sapore delle pietanze. Alla fine, la cuoca prese il sopravvento sull'educatrice, così come Dario aveva sperato. "La usi per condire la carne?"
"La metto direttamente dentro alla carne, Dora. Faccio una tasca nei filetti e li farcisco."
"E dov'è, adesso, la carne?" Chiese ancora lei con falsa indifferenza.
"Sta marinando, in frigo." Finalmente Dora coprì la distanza che la separava dal piano di lavoro e tolse con un gesto impaziente dalle mani di Dario le foglioline tenere che stava per usare.
"La carne è buona quando sa di carne. Qui c'è profumo abbastanza per farcire tutto quello che vuoi. E poi non devi mettere a marinare in frigorifero. Diventa dura, la carne." Dario le rivolse uno sguardo sgomento.
"Ma sulla ricetta..." Protestò, indicando il lunro di cucina incastrato, aperto nel leggio di fronte a lui. Dora sbuffò.
"La ricetta, la ricetta. Quelli che scrivono i libri devono scrivere i libri e stare lontani dalle cucine, dico io. Tira fuori quella carne, vai." Lo spronò agitandogli una mano davanti al viso, mentre prendeva un pizzico del battuto di erbe e lo annusava sospettosa. Reprimendo a stento un ghigno soddisfatto, Dario eseguì e tornò mentre lei stava aggiungendo senza risparmio rosmarino ed aglio alla farcitura dei filetti.
"Hem...non avranno un sapore un po'...ordinario, in quel modo?" Chiese inarcando un sopracciglio. Lei scrollò le spalle.
"Ordinario, dici tu. Normale, da cristiani, dico io. Tu sei cresciuto con del mangiare ordinario" lo rabbuffò, sputando quella parola come fosse amara "e guarda come sei diventato grande, no?" Dario ridacchiò.
"Il tuo mangiare non ha niente di ordinario, Dora. È semplice e geniale."
"Mm. Si, si, tu mi puoi lisciare finché vuoi, ma intanto non cambia." Dario compresse le labbra in una linea sottile. La sua voce si abbassò fino ad un bisbiglio confidenziale.
"Ma sei davvero tanto arrabbiata, con me?" Dora chiuse gli occhi e fece un profondo respiro.
"Passami il sale grosso, signorino." Rispose poi.
"Perché io preferirei che tu non fossi arrabbiata." Continuò lui, passandole il sale ed iniziando a togliere la carne dalla marinatura.
"Tu, signorino, ti sei comportato come se fossi stupido come tuo padre." Il tono di Dora rivelava la profonda amarezza che provava nel pronunciare quelle parole, mentre le sue mani continuavano a lavorare. "E cattivo come tua madre."
"Questo per parlare chiaro." Chiosò lui, colpito dai suoi giudizi lapidari e per nulla lusinghieri. Non l'aveva mai sentita parlare male di nessuno, prima di quel momento. Dora finì il suo lavoro e, con un abile movimento, fece scivolare il misto di erbe e sale in una ciotola pulita.
"Qualcuno deve farlo, vero? Nessuno ti dice mai le cose. Tutti pensano che non serve, che sei fatto così, ma io ti ho preso in braccio che non avevi neanche un giorno intero e lo so che non è vero. Se ti dicono le cose, tu capisci. E se non vuoi capire, allora io ti faccio capire per forza." Dario aggrottò la fronte. Non si aspettava un discorso tanto schietto. Finì di togliere i filetti dalla marinatura e li dispose a riposare, prima di tagliarli per la farcitura. Si voltò verso Dora asciugandosi le mani nel gembiule.
"Senti, ho fatto un casino. Lo so. Ma adesso con Bea siamo a posto e fra due mesi nasce nostro figlio. Vorrei che arrivasse in una famiglia unita, non in una casa in cui tu fai finta di non conoscermi. Ho imparato la lezione, non farò più lo scemo, va bene?" Dora si voltò verso di lui, fronteggiandolo coi pugni sui fianchi.
"Fra due mesi nasce tuo figlio, signorino. Diventi un padre. Se lui ti vedesse trattare la sua mamma come hai fatto stavolta..."
"Te l'ho detto. Non si ripeterà. Qualsiasi cosa accada." Lei tentennò il capo.
"Diventi un padre."
"Lo so, Dora."
"Devi stare attento, signorino. Tu sai cosa può fare un padre se non fa attenzione." Dario sussultò, come colpito in faccia.
"Anche per questo mi serve che la smetti di evitarmi e mi dai una mano, Dora." Le rispose, fissando il lavandino pulito. A quelle parole, anche l'ultima resistenza della donna si sciolse. Senza dire altro, allungò la mano e gli posò sul braccio una carezza.
Qua do Beatrice li raggiunse in cucina, una mezz'ora più tardi, li trovò spalla a spalla, a scherzare   amichevolmente, chiacchierando di cucina come due vecchie comari. Quella vista le fu tanto gradita da farle salire lacrime di sollievo agli occhi e lei le nascose destramente, deviando in silenzio verso il bagno. Si sentiva sciocca, ma nelle ultime settimane le pareva che qualsiasi cosa, quelle belle in particolar modo, la facessero sciogliere in lacrime incontenibili e quello che aveva visto era bello davvero.  Le sembrava, ora che anche quell'ultimo contrasto si era appianato, di essere un po' meno sperduta, un po' più a casa.

Man mano che le settimane si susseguivano e la curva del ventre di Bea si accentuava, fino a rende pesante la sua figura abitualmente esile, la sua decisione di preparre e passare l'esame finale del corso di specializzazione si trasformava, lentamente, in una vera e propria ossessione.
Dario ricominciò a trovarla addormentata sui libri, col capo posato sul palmo, come ai tempi della loro adolescenza, quando il suo desiderio di spiccare per bravura la teneva sveglia ben oltre il punto in cui le sue forze la sorreggevano. Nel tempo, iniziò a preoccuparsi di questa sua corsa contro il tempo: pareva, ai suoi occhi, che lei stesse cercando di sistemare ogni cosa prima dell'arrivo del bambino, come se si aspettasse non un nuovo inizio come famiglia, ma la fine stessa della sua vita.
Più di una volta, mentre la sollevava a fatica fra le braccia per portarla a letto, le chiese il motivo di questa sua angoscia.
"Bea, ma cos'hai in testa? Guarda che non vai mica a morire, eh, diventi solo una mamma. Passi di grado, come dire." Il capo di lei ciondolava mollemente sulla sua spalla, vinto in una stanchezza inesprimibile.
"Ma devo dare l'esame prima che arrivi il bambino." Mugolava contro la stoffa leggera della maglietta di lui.
"Ho capito, ma se non ce la fai lo puoi dare anche dopo, non c'è problema. Per una volta tanto sarai in ritardo con un esame, sai che roba." Bea sospirava.
"Darietto, ma è diverso, dopo. I bambini fanno rumore."
"Ce la fai, non ti preoccupare. Ti aiuto io. Nonserve che ti sfianchi in questa maniera. Non ti fa mica bene, sai?"
"Ma devo. Devo dare l'esame prima che..." ripeteva, inamovibile.
"Ho capito, amore, ma se non ce la fai, puoi darlo dopo. È un bambino, quello che arriva, mica un leone. Non è che incomincia a saltare per casa suonando la fisarmonica."
"Neanche i leoni lo fanno." Mugugnava lei, mentre Dario la posava con cura sul letto e l'aiutava a raggiungere quelle scarpe che sembravano allontanarsi di giorno in giorno.
"Vero, neanche loro. Io vorrei sapere perché tu ti sei intestardita fino a questo punto su quell'esame, solo questo. Me lo vuoi dire, Bea? Amore?" Ma solo il respiro lento e profondodi Beatrice gli rispondeva. Lei si addormentava nel momento stesso in cui toccava il letto, senza riuscire in alcun modo ad evitarlo.
Dopo molti tentativi di quel genere, tutti terminati allo stesso modo, Dario decise di lasciar perdere il suo intento dissuasivo e di darsi da fare per aiutarla, capendo che nulla al mondo l'avrebbe smossa dal suo intento.
Tornava a casa dal lavoro e mentre, come ogni sera, si prendeva cura di Swiffer e preparava la cena, faceva da uditore a Beatrice che ripeteva ciò che aveva studiato quel giorno una, due, mille volte, fino a ficcarselo in testa. Arrivò al punto da riuscire a farle un paio di domande ogni sera, prima di dormire, su quanto avevano studiato nei giorni precedenti, perché le nozioni finivano per radicarsi anche nella sua memoria, dopo tante ripetizioni.
Dario guardava con sollievo l'avvicinarsidei primi giorni di settembre, quando finalmente avrebbe avuto luogo la sessione e quella specie di documentario mobile che era diventata sua moglie avrebbe ripreso la vita normale, nella settimana o poco più che la separava dalla data presunta del parto.
Era l'ultimo giorno di agosto ed avevano appena finito di ripassare le tecniche fisiche di recupero del materiale di supporto, quando tutti i loro piani e le ultime due settimane di paziente lavoro finirono a gambe all'aria.
Il caldo aveva allentato la sua morsa, quella sera, e si stava piuttosto bene seduti accanto all'ampia finestra dello studio di Dario. L'ambiente, che nella sua precedente abitazione era stato caratterizzatoda un assoluto e totale uso del bianco, qui era ingentilito dal pavimento di legno rossiccio e dalle ampie librerie non verniciate, pur mantenendo il suo aspetto asettico e quasi irreale. Non un granello di polvere si scorgeva sulle superfici, né un solo foglio sporgeva dal sottomano, crudamente illuminato dalla luce candida dei neon al soffitto, ma la luce del crepuscolo incipiente arrossava i loro visi racchiudendoli in un riverbero tiepido e l'aria si muoveva appena, portando dentro un profumo di erba tagliata e di povere calda dai giardini del vicinato.
Era un bello spettacolo quella serata quieta, quasi nostalgica, in cui si avvertiva ancora l'estate e già se ne sentiva la fine incombente, e loro lo osservavano in silenzio, senza sentireil bisogno di parlare, ciascuno sapendo che l'altro notava e sentiva le medesime cose che lo colpivano: gli schiamazzi di un gruppo di ragazzini che passavano in strada, che parevano avere addosso l'ansia di godersi fino all'ultimo barlume di luce in quei giorni precedenti il rientro in classe; il richiamo insistente di una bambina, perché la madre la guardasse fare un qualcosa che loro non potevano vedere, dalla loro finestra; l'abbaiare roco di un cane che seguiva un ciclo regolare di pause e brusche accelerate, come in un disco che si ripetesse all'infinito. Una sera di fine estate che loro guardavano, udivano, ma cui non partecipavano veramente, rimanendo come spettatori affacciati ad un palco ad osservare.
Dario pensò che, a voler ben vedere, quello era stato il loro destino per tutta la vita e che, forse, ciò che li legava di un legame tanto profondo, ancor più del sentimento comune che unisce uomini e donne in uno schema senza tempo, era quel loro rimanere a parte, spettatori, come se deifatti della vita non venissero mai toccati davvero, ma solo affiancati dal suo scorrere eterno. Perso in quelle riflessioni, quasi sussultò di sorpresa quando la voce di Beatrice, tesa fino all'orlo del panico, lo raggiunse.
"Dario!"
"Cosa?" Bea lo guardava con occhi che sembravano ingigantirsi di attimo in attimo, come se le divorassero il viso. Senza dire altro, abbassò il capo a guardarsi qualcosa in grembo e lui seguì il suo sguardo.
Una grande chiazza scura di liquido si espandeva rapida sul tessuto di jeans. Dario sentì il cuore mancare un battito e scattò in piedi come punto da un ago.
Era iniziata. Loro figlio stava arrivando, in anticipo di una decina di giorni.