Poche ore più tardi erano di nuovo nella stanza in cui li avevano sistemati al loro arrivo, definitivamente in tre. Alessandro se ne stava placidamente disteso sul petto di Beatrice, i piccoli pugni accostati al viso, e pareva godersi il tepore della nottata di fine estate e il lungo ritmo lento del respiro di sua madre. Non dormirono quasi per nulla, nonostante fossero sfiniti. Passarono ore a parlare a voce bassa, nascondendo perfino i sorrisi dietro la mano, come per paura che qualcuno potesse portar via lpro la felicità strana ed incosciente che sentivano.
Durante la loro assenza, che scoprirono con stupore essere durata nemmeno tre ore, quando a loro erano sembrate trascorrere interi giorni, un'altra coppia aveva occupato il secondo letto presente. Anche loro osservavano con aria un po' basita un bambino, piccolo quanto il loro, e parve stranissimo a Beatrice che potessero osservarlo con tanta tenerezza nonostante fosse evidentemente più brutto di Alessandro.
Lo guardò ancora una volta, con una sorta di amorevole timore, per essere sicura del raffronto. Alessandro aveva la pelle rosa come quella di un porcellino, quasi rossiccia sul naso e sulla fronte, incredibilmente delicata, che si arricciava in una miriade di grinze sottilissime sulle mani e attorno agli occhi. Li teneva tenacemente chiusi, quasi a protezione dal mondo esterno, ma, quando lo aveva aperti, lei aveva potuto scorgere, con un balzo di gioia, un celeste chiaro come l'acqua, trasparente come l'iride di un gatto, che sembrava ancor più luminoso di quello di Dario. Una delle infermiere, ridendo alla sua espressione rapita, l'aveva avvisata che il colore degli occhi, nei neonati, cambia facilmente, ma lei aveva scosso il capo, sicura. I suoi occhi non sarebbero cambiati. La testolina mirabilmente tonda non presentava altro che una sottile peluria quasi incolore, più simile alla lanugine che ricopre un pulcino che non ad una capigliatura, e quasi invisibile, che gli dava l'aria di essere calvo. Il naso minuscolo prometteva di diventare sottile come quello del padre e la piccola bocca imbronciata aveva la stessa pienezza di quella che lei aveva baciato tante volte. In breve, pareva una miniatura perfetta di Dario, quella che teneva stretta al suo cuore.
Si tirò un po ' più in alto, sui cuscini che la sostenevano, facendo attenzione a non svegliarlo, e riguardò l'altro bambino. Pareva una scimmietta grinzosa sormontata da un ciuffo scomposto di capelli scuri.
Soddisfatta del suo esame, si adagiò più comodamente e riprese la mano di Dario, momentaneamente abbandonata sul lenzuolo candido.
"Direi che ci è andata piuttosto bene, con le consegne, no?" Le sussurrò lui, a livello di pianissimo, seguendo il suo sguardo. "Il nostro è parecchio più carino. E poi è anche più grosso."
"Non penso che conti, la cosa della grandezza, ma, si, è più bello il nostro, sembra anche a me." Confermò lei.
"Amore?" Le chiese poi Dario, carezzandole il palmo con le dita "stai bene? Sei sicura? Cioè, senti ancora male o..."
"Oddio, Darietto, ho passato anche giorni migliori." Rispose Bea con un sorriso di compassione alla sua aria ansiosa. "Ma direi che il peggio è passato. Piuttosto, adesso cosa facciamo? Con questo qui." Gli domandò preoccupata, accennando col capo al bambino che le dormiva ranicchiato addosso. Le sembrava un peso insostenibile, l'avere la responsabilità perfino della sopravvivenza di un altro essere umano. Un pensiero le martoriava la mente, girandosi e rigirandosi dentro lei senza posa come un succhiello manovrato da una mano instancabile ed era l'idea agghiacciante che un solo giorno della sua assenza, una sola sua distrazione, potessero marcare per quell'esserino il discrimine fra la morte e la vita. Le pareva che si esigesse troppo da lei, chiedendole di portarlo fino al punto in cui avrebbe potuto provvedere da solo a se stesso. In fondo al cuore, non era certa di essserne in grado nemmeno lei, di provvedere a se stessa. Si schiarì la voce, cercando di mantenere il controllo. "Insomma, ci hai pensato?" Si rivolse a Dario con aria di attesa e lui si allungò sulla sedia, fino a posare la testa sul cuscino, accanto alla sua, in una strana posa stiracchiata ed obliqua, che pareva tuttavia riuscirgli comoda. La fissò diritto negli occhi e, come non capitava da molto tempo, si persero, per un momento, l'uno nell'altra. Il contorno di luci soffuse ma sempre accese, di odori pungenti ed intonaco giallastro, il lieve squittio delle scarpe di gomma delle infermiere e il brusio continuo delle molte vite intorno a loro, tutto il normale contestom insomma, di cui è composto un ospedale, sembrò svanire, sfumando in una lontananza sfocata. Il braccio di Dario si posò lieve come una farfalla di traverso su di lei, includendo nel suo cerchio magico anche il bambino.
"Torneremo a casa. E a casa staremo insieme il più possibile. Come adesso. Insieme. Vicini così."
"Si." L'idea le parve immediatamente rassicurante e Beatrice vi si cullò, facendola sua.
"Quando lui avrà bisogno di qualcosa, saremo lì tutti e due. E se tu non riuscirai, ci sarò io. E se io non riuscirò ci sarai tu."
"E se mi scordo qualcosa di importante? Tipo di fare qualcosa che a lui serve?" Dario emise una risatina sommessa dal fondo della gola.
"A quanto ho sentito, ha dei bei polmoni, no? Vedrai che ce lo ricorda anche lui. E poi, possiamo prevenirlo. Farò una tabella e anche una check list."
"Sei assurdo." Sorrise Bea, immaginando la scena: Dario di fronte ad una culla tutta pizzi e balze, impegnato a spuntare una per una le voci della lista di manutenzione giornaliera, con tanto di blocco per i fogli e matita di scorta dietro l'orecchio. Era davvero da lui.
"Mi sembra un'ottima idea, invece. E sai cosa? Lo renderemo felice, questo qui. Felice felice." Era impossibile resistere alla convinzione granitica contenuta in quelle parole.
"E immagino che tu abbia delle idee anche su come fare questo." Il sorriso di Dario fu improvviso e luminosissimo.
"Come no? Devo ancora organizzare bene le cose, ma direi che potremmo partire da qua. Passeremo un sacco di tempo così, come adesso. Deve sapere che può toccarci. È bello quando..." si interruppe, come cercando una parola.
"Quando ti coccolano? Ti accarezzano e ti abbracciano e ti fanno sentire al sicuro?" Gli suggerì Bea. Dario annuì convinto.
"Esatto. Coccole. Montagne di coccole. Nanna con le coccole, sveglia a suon di coccole e tutto il resto. E quando sarà più grande lo farò giocare come un matto. Tutto il tempo che posso, lo passeremo a giocare."
"Ah, si? E poi?" Beatrice iniziava a sentirsi insonnolita. Era stanchissima ed aveva avuto molta paura. Ora, col dolore sceso ben al di sotto dei livelli di guardia, al caldo, circondata dalle premire di Dario e cullata dalla sua voce, iniziò a scivolare nel sonno. Lo ascoltava fare progetti per Alessandro, considerando divertita, nel retrobottega della mente, come nessuno di quei progetti includesse alcun tipo di dovere: erano tutti incentrati esclusivamente sulla descrizione di giochi da imparare, cibi da guastare e luoghi da vedere.
La voce di Dario le sembrava ondeggiare, facendosi più vicina, quasi consistente e poi, d'un tratto, dive tando una sottile cantilena in lontanaza. Perse gradualmente contatto col mondo intero, scivolando dalla visione delle sue iridi chiare che sembravano riempire ogni angolo visibile e sprofondò in un sonno tranquillo.
Dario sonnecchiò a tratti, la testa posata sul cuscino di Bea, svegliandosi ad ogni minimo movimento di Alessandro. Quando il piccolo diede segni di insofferenza, quasi all'alba, producendo una sorta di sfiatato miagolio che nelle sue intenzioni pareva essere un pianto, lo sollevò con ogni cura fra le mani. Beatrice aprì immediatamente gli occhi e lo fissò con uno sguardo un po' folle, fino a che lui non la rassicurò in un mormorio e la rimise a dormire. Poi si prese tutto l'agio di studiare da vicino il nuovo venuto, mentre lo cambiava. Supponeva che in molti si sarebbero dimostrati stupiti nel vederlo maneggiare con tanta confidenza un neonato, ma per qualche motivo gli riusciva alquanto naturale. Certamente aveva il suo peso anche il breve tirocinio effettuato anni prima con il figlio della sorella di stella, ma si sarebbe volentieri lasciato maltrattare da tutto il peraonale del reparto piuttosto che dire una cosa del genere a Beatrice. Una delle infermiere passò a controllare il suo lavoro ed il contenuto del pannolino e se ne andò soddisfatta. Dario osservava suo figlio. Era lungo due palmi, quasi esatti, e pesava poco più di una bottiglia d'acqua. Sembrava tranquillo e nie te affatto a disagio, mentre lo manipolava con attenzione e ne osservava i dettagli. Aveva le unghie molto più lunghe di quanto si sarebbe aspettato e si fece un appunto mentale di spuntagliele appena possibile, poi si chinò su di lui, i gomiti piantati ai due lati del bambino, affondati nella superfice soffice del fasciatoio, e il viso sospeso sopra al suo, posato sui palmi. Alessandro aprì gli occhi e ricambiò il suo sguardo con aria sognante ed interessata insieme.
"Sono tuo padre. Mi chiamo Dario Malatesta." Aggrottò le sopracciglia per un momento e decise di partire dalle basi. "Tu ti chiami Alessandro Malatesta. Sei sulla Terra, uno dei pianeti del sistema solare, via lattea. Io sono quello che ha fornito metà del tuo codice genetico. E che ti ha appena tolto dalla merda, per puntualizzare l'ovvio." Gli parlava sentendosi quasi ridicolo, come se stesse parlando ad unvaso di fiori. Il piccolo sembrava intento e concentrato nel compito di sporgere e ritrarre la punta della lingua fra le labbra. Allungò la mano destra, non più grande le polpastrello del suo pollice, in un movimento casuale, e gli sfiorò il viso. Dario trattenne il fiato. Alessandro decise che era interessato al viso sospeso davanti a lui e tentò di nuovo di sfiorarlo, senza successo, fino a che Dario gli prese delicatamente la mano se se la condusse contro la guancia.
"Se hai bisogno di aiuto, sono qui. Come norma generale, intendo. Sempre, anche in futuro." La mano minuscola si contraeva e rilassava ritmicamente contro la sua pelle. Quasi senza premeditarlo, Dario si concesse di accarezzarlo con un dito lungo la curva del viso.
Non sapeva, non si rendeva minimamente conto di essere osservato. Nessuna strana sensazione o capelli dritti sulla nuca. Quando, voltandosi per riportare Alessandro a letto, vide sua madre sulla porta, la sorpresa quasi gli strappò un grido. Si ricompose all'istante e posò il bambino accanto a Beatrice, lasciandolo al caldo ed al sicuro sotto il lenzuolo, fra il corpo di lei e la sponda alzata del letto, prima di rivolgersi alla madre.
"Cosa fai tu qui? Chi ti ha detto che eravamo qui?" Sissi, le cui labbra tremavano di commozione, ignorò per intero la sua domanda e la sua indignazione.
"Era come rivedere te e tuo padre, il giorno che sei nato." Gli disse a bassa voce, poandogli una mano sul petto. Dario la prese per le spal,e e la costrinse ad i dietreggiare fuori della camera.
"Non me ne frega niente neanche se ero identico al padre nostro che è nei cieli, mamma. Dimmi solo come sapevi che eravamo qui e poi torna a casa." La sua presenza, dopo quello che gli avevano raccontato Beatrice e Dora, gli era quasi insopportabile, nonostante, o forse proprio a causa, dell'acuta nostalgia che a volte provava di lei.
"Ma, Dario, queste sono cose che...si vengono a sapere, insomma. Avresti dovuto avvisarci, sai? Siamo venuti tutti appena l'abbiamo saputo." Dario avrebbe voluto continuare il suo interrogatorio fino a scoprire chi avesse avuto la bella pensata di dare la notizia a sua madre, ma quel 'tutti' lo colpì come una sassata.
"Tutti? Tutti chi?" Sissi gli sorrise, allo stesso modo in cui gli sorrideva quando era bambino, come intenerita dalla sua domanda ingenua.
"Ma tutti, è chiaro. Io, tuo zio e tuo padre." Gli ripose quasi ridendo, indicando dietro di sé.
All'angolo del corridoio aspettavano discorrendo a voce bassa, l'uno appoggiato al muro con aria indolente e l'altro ben piantato sulle gambe come un soldato a riposo, Rodolfo e Lucio. Avanzarono verso di lui come un sol uomo, confezionando un sorriso, e per un istante un panico cieco, il terrore dell'animale in trappola, si impossessò di Dario.
Un istinto antico, infinitamente più saggio di lui, gli fece dare un'ultima occhiata alle sue spalle. Nella pozza di luce azzurrata della lampada da notte, dietro una tenda ben tirata contro la luce crescente del primo mattino, Alessandro e Beatrice dormivano sereni. Il loro sonno era profondo e placido, pensò Dario, perché confidavano in lui, nel fatto che lui li avrebbe difesi. Era l'unico in grado di farlo, al momento. Non avevano nessun altro, quei due, una tanto debole da non reggersi in piedi e l'altro tanto piccolo da stargli sul palmo delle mani. Era il loro unico ed ultimo baluardo fra la stanza silenziosa e qualsiasi cosa decidese di far loro del male.
Quando voltò il viso verso la famiglia riunita, la sua espressione era tanto algida da fermare il passo di entrambi gli uomini e far arretrare sua madre di una spanna.
"Due cose." Scandì con voce monocorde. "Chi cazzo vi ha detto cos'era successo, primo. Andate via subito, secondo."
"Dai, non fare il coglione, voglio vedere mio nipote." Gli ripose secco Lucio. "No. A mio figlio tu non ti avvicini. E guarda che non te lo sto chiedendo, è un dato di fatto."
"Dario, capiamo che è stata una nottata ricca di emozioni, ma..."
"Fuori dalle palle, tu, bestia infida." Ringhiò quasi, fulminando Rodolfo con lo sguardo."
"E perché, si può sapere, non potrei vedere mio nipote?" Chiese Lucio ignorando l'interruzione.
"Si, dario, per quale motivo fai così? Mi sembra del tutto normale che vogliamo conoscere il nuovo arrivato. Dovresti essere feloce di avere una famiglia unita e..." Sissi stava imbastendo un discorso che lui non aveva alcuna voglia di ascoltare e la interruppe senza ripensamenti.
"Perché? Facile. Perché, fosse stato per voi, quel tipo là dentro non sarebbe mai nato. A momenti ci ammazzavate per separarci, tu" proseguì puntando l'indice verso Sissi, ce sussultò come se si trattasse di un'arma "hai quasi fatto impazzire Bea mentre lei stava male a casa di sua madre con le tue belle visitine di cortesia, tu" e il suo indice si rivolse a Rodolfo "l'hai buttata via come se non valesse un cazzo e non ti sei neanche girato indietro, e potendo mi avresti tolto dalle palle anche a me, e non credere che non lo sappia. E avete il coraggio di chiedermi perché non potete entrare? Voi tre dalla mia famiglia state lontani, finché ci sono io. Non vi permetto di dire o fare proprio niente. Neanche come si chiama, dovete sapere. Finché ci sono io, a loro non gliene fate, del male, chiaro? Fuori dai coglioni." Rodolfo lo fissava senza alcuna espressione, come uno schermo vuoto, ma si affrettò a comporsi a compassione prima che gli atri lo guardassero. Sissi pareva scandalozzata, la mano posata sulla gola, intenta con ogni evidenza a formulare la replica a quel discorso. Solo Lucio gli si avvicinò e, scosse la testa, per nulla impressionato.
"Poveri noi, abbiamo preso l'insufficienza e la nota sul registro. Adesso che hai fatto la sceneggiata, posso enrare?" Commentò sarcastico e fece per aggirarlo. Dario gli posò la mano aulla spalla e lp spinse indietro con forza. Lui stesso rimase stupito quando lo vide barcollare, quasi perdere l'equilibrio, a quella spinta.
"Ho detto che alla mia famiglia tu non ci vai vicino. Nè tu ne qualcuno degli altri stronzi qui presenti. Domande?"
"Sei serio?" Chiese Lucio per tutta risposta.
"Serissimo. Fuori dalle palle. Altrimenti chiamo la polizia." Rodolfo allargò le braccia, esasperato, e girò sui talloni, volgendo loro la schiena. Fece l'atto di andarsene e venne prevedibilmente trattenuto da Sissi, che iniziòa parlargli fitto a voce bassissima.
Lucio si volse verso Dario. Portava sul viso una smorfia strana, come se stesse cercando di mettere a fuoco una scritta in piccolo.
"Dimmi solo una cosa e porto via tutto il circo."
"Dai, vediamo."
"È maschio o femmina?" Dario non avrebbe voluto dirgli nemmeno questo, ma ritenne opportuno cedere, per ottenere indietro la tranquillità sua e di Beatrice.
"Maschio." Gli sibilò a dentri stretti. Lucio gli si fece vicino, stringendogli il braccio sopra il gomito e accostò la bocca al suo orecchio.
"Attento a quello che fai, allora. Vediamo di...di non...stai attento a quel che fai, col bambino. Ci siamo capiti?" Dario guardò per un momento suo padre. Una ruga verticale gli apparve fra gli occhi e, in qiel momento, le loro espressioni furono talmente similo da suscitare stupore. Poi annuì.
"Sto attento. Promesso." Lucio annuì di rimando e raggiunse Rodolfo, assestandogli una pacca sulla schiena.
Si avviarono insieme per il corridoio ancora deserto, a quell'ora del giorno, mentre Sissi saltellava loro dietro con passettini da uccello.
Dario rientrò nella camera silenziosa dove nulla era cambiato. Scostò con estrema dolcezza un ricciolo che era caduto sulla fronte di Beatrice e posò di nuovo il capo accanto al suo, sul cuscino. Quando allungò la mano verso Alessandro, il lieve senso di calpre che gli rimandava il piccolo corpo lo pervase come un preambolodi beatitudine.
Aveva fatto la cosa giusta, lo sentiva, e li avrebbe difesi, ancora ed ancora, da ogni cosa, ad ogni costo. Non era necessario che loro lo sapessero. Era sufficiente che nulla di male li toccasse.