domenica 17 maggio 2015

67

Per un lungo attimo tutto parve rimanere sospeso, come se perfino la lancetta dei secondi, sul quadrante del grande orologio bianco appeso in faccia alla scrivania, stesse trattenendo il fiato.
Dario si alzò lentamente in piedi, la mano posata sul davanzale, apparendo per un momento molto più vecchio dei suoi anni, uno spaventato e smarrito guscio di se stesso, prima di ritrovare la voce.
"È il bambino. Sta arrivando." Beatrice lo flulminò con gli occhi.
"Grazie, genio, non c'ero arrivata, proprio." Abbassò di nuovo lo sguardo su se stessa con un'espressione arcigna che poteva essere dettata solo da una grande paura. "È troppo presto, Dario. Ci avevano detto che arrivava più tardi." Non sentiva alcun dolore e, in quel momento, le pareva di essere come distaccata da se stessa, unita a ciò che stava accadendo solo da un filo sottilissimo ed infinitamente lungo. La sua mente galleggiava in un quieto stupore, ai margini estremi della paura, domandandosi come diavolo avrebbe fatto con quell'esame e riepilogando in sottofondo il contenuto della borsa che, ormai da un paio di settimane, portavano con loro ovunque andassero, già pronta per una simile evenienza. In tutti quei mesi era stata si consapevole che quel momento sarebbe arrivato, ma di una consapevolezza asettica, morta, come lo è la consapevolezza della vecchiaia quando ancora si è molto giovani. Ora non poteva più ignorare quello che stava accadendo e, al tempo stesso, la sua mente non riusciva ad elaborarlo. Alzò lo sguardo su Dario e vide che stava riprendendo il controllo con un visibile sforzo. Gliene fu grata. In tutti le occasioni di emergenza che avevano trascorso insieme, all'infuori di quelle emergenze che era lui stesso a provocare, aveva sempre inconsapevolmente contato sul suo modo spiccio e razionale di affrontare i fatti, smembrando e sezionando qualsiasi situazione fino ad ottenerne una serie di compiti semplici e per nulla paurosi.
"Va bene, amore, con calma, non succede niente di male. È già da un mese che il dottore ti ha detto che se il bambino nasce non corre pericolo, quindi stai calma. Adesso chiamo l'ospedale e chiedo cosa dobbiamo fare. Tu ce la fai a darti una ripulita? Ti serve...ecco...aiuto?"
"No. Ce la faccio. Però prima voglio sentire cosa ti dicono, posso?" Dario annuì appena. Gli sembrava che tutto fosse troppo, stranamente quieto e, d'un tratto, mentre cercava e componeva il numero, mentre si portava il telefono all'orecchio, ebbe l'assurda sensazione di star vivendo la vita di qualcun altro, anzi, se ne sentì certo. Non poteva essere lui, quello che stava in una casa tranquilla ed amata, sulla soglia di una placida sera di fine estate, accanto alla moglie ed in trepida attesa dell'arrivo del figlio.
Non poteva appartenere alla sua vita disordinata, spiegazzata e calpestata, tutto quel tesoro di persone da avvisare, che sapeva sarebbero intervenute all'istante se solo loro l'avessero chiesto.
Fu solo in quel preciso istante che si rese conto, in pieno, come svegliandosi da un incubo ansioso e frammentato, di essere riuscito a raggiungere ciò che aveva voluto, bramato per una vita intera: la sicurezza ed il calore di una vera casa, costruita non solo e non tanto di solidi muri, quanto della profonda coscienza che la solitudine e la disperazione non erano che un ricordo lontano e cupo, che non l'avrebbe potuto più toccare. Trasse un respiro che suonò tremulo e posò lo sguardo su Bea.
"Ti rendi conto, amore?" Le chiese, dividendo con lei quell'illuminazione che l'aveva folgorato "ti rendi conto che va tutto bene? Che finalmente va tutto bene?" Beatrice ricambiò la sua lunga occhiata con una luce singolare negli occhi.
"Va tutto bene?" Gli chiese.
"Si amore."
"Sono seduta in una pozzanghera di schifo appiccicoso, questo stronzo di tuo figlio mi farà saltare un esame per cui ho studiato fino ad essere talmente stanca da vomitare e una persona, una persona, Dario, sta per venire al mondo passando attraverso la mia figa. Va tutto bene? Se non chiami in fretta l'ospedale lo vedi, se va tutto bene!" Dario inclinò il capo all'indietro, valutandola dall'alto. Aveva parlato in un tono di bassa ed astiosa minaccia e lui decise che sarebbe stato più opportuno sbrigarsi a contattare l'ospedale, prima di farle perdere del tutto le staffe. Aveva paura, certo, lo vedeva benissimo, la sua reazione era dettata da quello, ma questo non la rendeva meno pericolosa, anzi, forse ne aumentava il rischio. L'espressione con cui lo stava fissando gli ricordava da vicino quella di suo padre quando era sul punto di esplodere in una delle sue crisi d'ira. Parlò rapidamente e chiaramente all'ostetrica che gli rispose dopo che lo ebbero dirottato sulla giusta linea telefonica e poi coprì il ricevitore con la mano, rivolgendosi a Bea.
"Dicono di farti una doccia e di metterti tranquilla. Possiamo andare là con calma."
"Che stiano calmi loro, quei deficienti." Replicò lei caustica. Dario annuì e porse alla persona dall'altro capo del telefono un breve saluto.
"Ti accompagno in bagno, vieni." Beatrice si alzò in piedi con evidente cautela, come temesse di doversi rompere da un momento all'altro.
"No, non mi serve aiuto. Stai qui." Dario le si avvicinò sollecito.
"Tesoro, ascolta, sul serio, è meglio se ti lasci aiutare. Stai tremando." Le fece notare con dolcezza. Era vero, il corpo di Bea tremava contro il braccio con cui l'aveva circondata, alla stessa maniera in cui avrebbe tremato se fosse stato percorso da una lieve corrente elettrica.
"Ti ho detto di no! Cos'è, sei diventato sordo? Ce la faccio da sola a farmi una doccia, cazzo." Dario compresse le labbra e sollevò un sopracciglio, senza accennare a sciogliere il loeve abbraccio con cui la circondava. Le si rivolse con voce bassa e tenera.
"Amore mio, lo vedo che stai morendo di paura e, credimi, darei il braccio destro per poterti dare il cambio e fare io questa cosa, tanto per fartela passare." Bea accennò ad una replica e lui le schioccò le dita davanti al viso, zittendola bruscamente. "Ma dato che non posso, adesso ti dico cosa faremo. Ti starò vicino tutto il tempo e farò in modo che vada tutto bene. E tu la pianterai di comportarti come se fossi posseduta dallo spirito del vecchio stronzo, chiaro?" I suoi occhi celestini mandarono un cupo bagliore metallico. "Hai capito, amore?" Bea chiuse il viso in un'espressione testarda.
"Io non ho paura."
"Certo, come no. Bea, tu ti stai cagando addosso e lo posso capire, sinceramente, davvero. Ho paura anch'io e io ho un ruolo marginale, in questa faccenda, quindi, figurati se non capisco. Ma devi piantarla di fare la stronza, va bene?" Le sopracciglia di lei si aggrottarono ancora di più, diventando un'unica linea tempestosa sopra gli occhi.
"Ti ho detto che non ho paura" disse ancora con voce sicura, calcando la voce sulla negazione "e che non mi serve nessun aiuto." Dario non si smosse di un millimetro.
"A chi la stai raccontando, a me o a te questa cazzata? Hai paura e hai bisogno di parecchio aiuto. E verrai aiutata, che ti piaccia o no. Adesso..." si interruppe di colpo, sentendola trattenere il repiro ed irrigidirsi. Gli occhi le si dilatarono in una muta domanda.
"Cosa?" Sembrò chiedergli per un attimo. Poi una luce di comprensione le attraversò il volto. "Ah, no, ma siamo matti? Qua si muove tutto!" Era tanto evidente il suo profondo stupore, che sarebbe stata perfino comica se non fosse stata tanto palesemente terrorizzata.
Dario la costrinse a girare su se stessa e la accompagnò lentamente, a piccoli passi verso il bagno a pian terreno. Mentre Bea continuava a protestare il suo sdegno per ciò che stava accadendo al suo corpo, che le pareva del tutto fuori controllo, l'aiutò dolcemente a svestirsi, fino a che si accorse che tentava di coprirsi, girandosi e nascondendo il corpo con le mani. La guardò attonito.
"Bea, cosa fai?"
"Non voglio che tu mi veda così." La sua voce ora non era più cupa e decisa, ma piccola, come quella di una bimba. "È tutto uno schifo e un pasticcio e sono..." lui le si inginocchiò di fronte, sul pavimento di piastrelle color crema, e le posò le mani aperte sulla pancia sporgente attraversata di vene azzurrine.
"Sei tu, Bea. Sei sempre tu." Le disse. In quel momento una nuova contrazione le mozzò il fiato, strizzandole fuori dei polmoni la risposta che avrebbe voluto dargli insieme con tutta l'aria. Dario sentì distintamente i muscoli muoversi sotto le sue dita. "Fa male?" Le chiese.
"Si. Non tantissimo. Come un crampo." Lui si sporse appena in avanti e le posò un bacio leggero sul ventre gonfio.
"Ah, smettila, scemo. È una cosa disgustosa."
"Sei tu. Tu non sei disgustosa, sei bella."
"Io non..."
"E ti amo." Il nodo che aveva serrato la gola di Bea fin dal primo istante in cui si era resa conto di ciò che stava accadendo si sciolse di colpo e lei si ritrovò a singhiozzare col viso nascosto fra le mani.
"Io non voglio." Mugolò fra le lacrime.
"Che ti ami?"
"Non voglio farlo. Non posso, non ci riesco. Non me lo possono chiedere!"
"Temo di si, amore. Mi sa che non possiamo farci niente, a questo punto."
"Io neanche lo volevo, un bambino! " Dario aprì l'acqua della doccia e ne saggiò la temperatura col palmo, prima di condurla dolcemente sotto il getto tiepido. Si tolse in pochi movimenti rapidi i vestiti di dosso e si infilò sotto l'acqua con lei, attirandola conto il suo petto.
"Lo so, tesoro, lo so." La rassicurò a voce bassa.
"Non è stata colpa mia, non volevo!"
"Lo so, amore."
"E adesso guarda che pasticcio, io non voglio! Non lo voglio fare!"
"Bea, amore, mi dispiace da morire, ma devi proprio. Non ci si può fare niente, adesso." Le mosse dolcemente le mani sulla pelle nuda, lavandole via di dosso il lezzo acre di adrenalina che la circondava, lasciandola singhiozzare contro il suo cuore. Sul serio gli dispiaceva e si sentiva in un qualche modo colpevole di averla messa in quella situazione, ma doveva rendersi conto che non aveva modo di evitare quanto stava accadendo. "Che tu lo voglia o no, sta succedendo. È così che funziona e anche a volerlo con tutto il cuore non c'è niente che si possa fare. Lo capisci, questo?"
"Dario..." gemette lei, come appellandosi al suo buon cuore. Lui la prese con infinita delicatezza per le spalle e la scostò quel tanto che le occorreva per guardarlo in faccia.
"Succederà lo stesso, Bea. Lo sai, si?"
"Si. Ma io..."
"Non vuoi, ho capito. E non è colpa tua, lo so. Ma, vedi, tesoro, in questo caso non conta niente. Anche se piangi fino a cavarti gli occhi, anche se ti metti a bestemmiare finché non ti va via la voce, succede lo stesso. Voglio solo capire se questa cosa la sai, la sai davvero, o no. Me lo dici Bea? Vuoi?"
"Lo so. Ma, Dario e se non ci riesco?"
"Stiamo andando in un ospedale. Se non ci riesci, ti aiutano loro."
"E se mi fanno male? Se si sbagliano e mi fanno male?"
"Tu me lo dici e io li uccido. Giuro su dio che te li ammazzo davanti." Scosse le spalle e ruotò gli occhi. "Tanto non mi arrestano, sonp ufficialmente matto. Alla peggio mi cambiano i farmaci." La risata in cui aveva sperato non venne, anzi, il tenue bagliore di interesse, di legame con la relativa che si era andato formando negli occhi di lei parve incupirsi d'un tratto.
"Me lo prometti? Se mi fanno del male..." lui annuì gravemente, lentamente.
"Sono morti. Gli rompo il collo, fosse pure cristo in terra." Bea respirò più liberamente.
"E se si sbagliano e fanno male a...al bambino?" Gli chiese ancora. Le tremava la voce, al ricordo delle storie orrende che ogni persona il cui occhio cadesse sulla sua pancia si era sentito in dovere di raccontarle.
"Se fanno male a mio figlio" disse ancora Dario, pronunciando con una certa difficoltà, per la prima volta, quelle parole "ti assicuro che se ne pentono. Per tanto, tanto tempo, se ne pentono."
"Promesso?"
"Promesso, Bea."
"E starai con me?"
"Tutto il tempo. Non mi ci mandano, via. Non mi allontano di un passo." Chiuse l'acqua, mentre terminava la frase e l'aiutòad uscire dalla doccia, avvolgendola in un grande asciugamano soffice, fino a che ne spuntarono solo le gambe e la testa. Una nuova contrazione le tese il corpo e lui le rimase accanto.
"Dario?"
"Cosa?"
"E se poi vedi qualcosa di...sai, di schifoso e non mi vuoi più, dopo?" Dario sfregò la faccia sull'asciugamano, producendo un suono che era per metà una risata di scherno e per metà un mugolio esasperato.
"Ma in nove mesi di tempo, tutte adesso, le domande? Bea. Ti guarderò in faccia, va bene? In faccia."
"Okay." Si rivestirono prendendosi tutto il tempo che parve loro necessario ed uscirono nella calda serata, sotto un cielo che iniziava appena a tingersi di un delicato violetto all'orizzonte. L'auto di Dario sembrava aspettarli, conscia della sua missione, col parabrezza infiammato di riflessi rossastri.
Quando furono partiti, Dario chiamò Andrea, raccomandandogli Swiffer. Gli aveva fornito una copia delle chiavi settimane prima, in previsione di quel momento.
"È fantastico, socio! Fammi sapere appena si conclude il fattaccio, voglio venire subito a rassicurare l'erede che ha anche una parte di famiglia sana di mente!" Rise al telefono, entusiasta. "Non vedo l'ora di vedere in faccia...a proposito, com'è che lo volete chiamare? Non me l'hai mai detto, lo sai?" Dario strabuzzò gli occhi dietro al volante.
"Senti, piattola, ne parliamo in un'altro momento di ste cazzate. Devo andare a far nascere mio figlio."
"Eh, mamma mia, quanto sei..." Dario non seppe mai cos'era. Chiuse la chiamata bruscamente, troncando la voce di Andrea e si girò per un attimo verso Beatrice, approfittando di un semaforo rosso.
"Bea amore?"
"Dimmi." Le mani di Beatrice eŕano strette sulla cintura come quelle di un naufrago e i suoi occhinfissavano la strada davanti a lei senza vederla. Quei ritmici stravolgimenti che la strizzavano come una spugna iniziavano a farsi dolorosi davvero.
"Come lo chiamiamo, il bambino?" Lei si voltò di scatto, facendo scricchiolare il collo, per quanto lo teneva rigido.
"Oh, merda, merda, merda! Io lo sapevo che ci stavamo scordando qualcosa! E adesso? E adesso? Come cazzo lo chiamiamo?"
"Bea, calmati. Un nome lo si trova."
"Ma deve essere già pronto, il nome, quando nasce!" Quasi gridò lei.
"Dai, un nome qualunque!" A quel punto davvero Beatrice gridò, in parte per l'ansia che la pervadeva ed in parte per il dolore.
"Cosa vuol dire un nome qualunque? Ti sembra il modo di cominciare, questo, disgraziato che non sei altro?"
L'arrivo in ospedale li rassicurò alquanto. Tutto il personale sembrava assolutamente tranquillo e rilassato e salutava gli scoppi di dolore di Bea come segnali di normalità. Quando furono sistemati, in una stanza che sembrava loro fin troppo grande, ricominciarono a discutere del nome.
"Non vorrai chiamarlo Lucio, vero?" Gli chiese lei con sincero terrore.
"Sei scema? Piuttosto lo chiamo Anonimo. Anonimo Malatesta, suona anche bene." Le rispose secco Dario. "Direi...non lo so, che ne dici di Marco? O Marcello, magari?"
"Dico che fanno cagare. Il nome di Cicerone...per carità di dio." Parlavano sommessi, interrompendosi di tanto in tanto per assecondare una contrazione o cambiare posizione, infervorandosi semprepiù nel discorso.
"Potremmo chiamarlo Lucrezio." Sorrise Bea.
"Come no? E poi gli compriamo un bel set di magliettine con scritto 'sfigato' per quando imcomincia la scuola. Non se ne discute, niente Lucrezio. Linus?"
"Come quello della coperta?" Chiese sconvolta Bea, pensando ad uno scherzo. Dario schioccòla lingua disgustato.
"Come Linus Pauling, vincitore di due premi Nobel, ignorante!"
"Io non ce lo chiamo mio figlio come un personaggio di Snoopy! "
"Uffa, e va bene. Dante? Sai, Dante, Beatrice..."
"Sii serio, cretino! Mi farai ammattire! Dante! Pensa te! Ci sono! Ce l'ho! Possiamo chiamarlo Adriano, come l'imperatore!" Dario riflettè a lungo, provando a pronunciare nome e cognome assieme, assaporandone il suono.
"Che tipo era questo Adriano?" Chiese alla fine.
"Era fantastico." Replicò Bea sicura. "Fece costruire il vallo, un muro che c'è ancora oggi, e poi era un grande amante dell'arte. E aveva una casa meravigliosa, con una miriade di statue che erano le più belle del mondo. In un sacco c'era raffigurato il suo amante e pensa che per secoli..."
"Alt! Il suo amante? Il suo amante maschio?"
"Dario!"
"No. Mi dispiace, escludiamo Adriano."
"Dario! Ma se..."
"No, ho detto. No e basta. E se facessimo, che so, Maxwell? Sarebbe un cognome ma..."
"Io non glielo dò un nome inglese, rassegnati."
"Eh, come sei provinciale!"
"Ha parlato quello che il viaggio più lumgo che ha fatto è stato a Torino."
Visitarono Beatrice e li spostarono in una delle sale parto. Gli occhi di Bea si fecero immensi posandosi sul letto particolare che vi campeggiava nel mezzo e sugli strumenti discretamente posati su un carrello mobile, nell'angolo, che lucevano maligni come ferri di tortura alla luce cruda dei neon. Dario vide il suo sconcerto e si affrettò a frapporsi fra lei e quella vista, ricominciando a parlare.
"Se no potremmo chiamarlo come tuo padre."
"Ma ti sei drogato troppo o troppo poco, spiegami?" Scattò lei come una vipera. "Come cazzo ti viene in mente una stupidaggine così enorme?"
"Mah, dicevo per dire."
"E dicevi male!"
"Dì, appassionata di storia, ma il tuo personaggio storico preferito è sempre Mazzini?" A quel punto delle cose Bea era parecchio impegnata e si limitò ad annuire.
"Com'è che faceva di nome, poi?"
"Giuseppe." Fu la risposta tronca.
"Ah, che nome antico, no. No, no. Ma non era un nome storico anche il mio?" Dario stava sudando. Grosse gocce gli scendevano lungo l'incavo delle tempie e gli sparivano nel colletto. Si sentiva sussultare ad ogni gemito, ad ogni lamento di Beatrice e avrebbe voluto allintanre tutti da lei, urlare minacce a quelle persone che la toccavano in un momento tanto fragile e allo stesso tempo si sentiva sperduto ed impotente ogni volta che se ne andavano. Aveva giurato di uccidere chiunque le facesse del male e l'aveva fatto in piena serietà, con l'intento di mantenere alla lettera la sua promessa, ma la verità era che non avrebbe saputo capire se quello che facevano era male o bene, neppure se gli avessero puntato una pistola alla tempia. Avrebbe preferito mille volte avere una pistola puntata addosso, in ogni caso, che dover assistere a quello strazio.
Beatrice sembrava non essere più nemmeno con loro. Era evidentemente concentrata in ciò che le stava accadendo, al punto che perfino la paura sembrava essere stata spinta da parte, brutalmente, da un istinto più forte e più antico. Di tanto in tanto sollevava su di lui, che teneva il viso accosto al suo quanto più poteva, uno sguardo perso e vacuo, e lui si affrettava a trovare qualcosa da dire, qualcosa che la distraesse.
Passarono alcuni minuti a quel modo, prima che Bea lo cogliesse di sorpresa, rispondendogli con voce gutturale.
"Era un re persiano. Un gran figo. Ha preso a calci i greci per un pezzo."
"Bello. Mi piace, mi piace molto. E suo figlio come si chiamava." Ancora qualche tempo di attesa prima della risposta.
"Serse. E toglitelo dalla testa, Serse è orribile come nome." Dario migliorò la presa sulla mano di lei, che continuava a scivolare fra le sue, unta di sudore. Avrebbe voluto dirle molte cose. Avrebbe voluto potersi mettere il cuore sulle labbra per parlarle.
"Ci sarà stato uno più figo di Dario, no? Uno che ha preso a calci in culo più gente di lui?" Bea si era fatta palloda come cera.
"Alessandro. Alessandro di macedonia sconfisse anche i persiani." Gli rispose poi, in un mormorio affrettato. Dario si illuminò.
"Alessandro! Come Volta! Mi piace!" Bea spalancò la bocca più di quanto lui ritenesse possibile e gridò,  facendolo sussultare e voltare con aria minacciosa verso l'ostetrica, che ricambiò lo sguardo costernata.
"Sta nascendo." Gli spiegò con calma.
Poco dopo, un paio di mani posarono su Beatrice un groviglio di arti minuscoli e sporchi che si sarebbe rivelato essere loro figlio.
Beatrice lo guardò a lungo, con gli occhi e con le mani. Non aveva mai voluto un figlio, ma era davvero felice di avere lui.
"Tu non sei un bambino, vero? 'Un' non ci sta proprio con te, Alessandro. Ciao." La sua voce era appena udibile, ma il groviglio parve riconoscerla e tentare di raggiungerla, con deboli sforzi confusi. Dario non ebbe il coraggio di intromettersi. Guardava suo figlio negli occhi socchiusi e lo vedeva irrimediabilmente brutto e incredibilmente perfetto insieme. Seppe, al di là di ogni dubbio e di ogni considerazione razionale, che era suo, suo in un modo che la biologia non avrebbe mai spiegato e, allo stesso modo, che era suo, suo di se stesso, più di quanto sarebbe mai stato loro. Stringeva nella mano ridicolmente piccola la punta dell'indice di Bea e sembrava stanco.
Quando altre mani lo portarono via da loro, entrambi protestarono.

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