mercoledì 6 maggio 2015

66

Giorno dopo giorno, inavvertitamente, senza alcun clamore, come accade di norma per ciò che è davvero importante, le cose iniziarono a sistemarsi.
Come un animale selvatico che sia fuggito, allontanandosi a lunghi balzi elastici, spaventato da una minaccia o un rumore improvviso, e lentamente torni sui suoi passi al calare della tranquillità fino ad acquietarsi di nuovo, Beatrice riprendeva confidenza in Dario. I lunghi sguardi di sospetto che si erano insinuati nel loro quotidiano si ridussero, erosi dal trascorrere dei giorni, dalla sua presenza costante, quieta, inamovibilmente paziente, fino a non lasciare che un'esitazione nel parlare di quel periodo, quasi si trattasse di un incidente ancora greve di imbarazzo. Dario aveva triplicato le sue premure ed aveva preso l'abitudine a passare, come nei giorni lontani della loro adolescenza, il tempo libero seduto a terra nello studiolo di Bea, la schiena contro il muro e le lunghe gambe ritratte fin quasi al petto, con un libro o una rivista posata sulle ginocchia, rimanendo silenzioso al suo fianco. Di tanto in tanto, come in risposta ad un qualche stimolo che solo loro potevano idire, entrambi alzavano gli occhi dalla propria occupazione ed i loro sguardi si incontravano.
'Ci sei?' Domandava quello sguardo all'altro.
'Sono qui.' Invariabilmente rispondeva.
Gli occhi si lasciavano, strascicando ancora per un momento quel contatto, giallo nell'azzurro, come due mani che lascino con un certo rimpianto la stretta che le unisce, e ognuno tornava alle sue faccende.
La cucina si riempì di nuovi odori, di insolite, creative sperimentazioni arricchite da qualunque ingrediente si offrisse alla curiosità e al desiderio di Dario. Non c'era ricetta che non tentasse, con la tenace pignoleria di chi tenti un esperimento da cui dipenda la sua sorte, e che gli arrivasse dalla matrona incontrata casualmente al mercato o dai più raffinati volumi sulla cucina straniera pareva non fare alcuna differenza. Da principio, il suo riprendere in mano pentole e padelle, che aveva negletto per mesi, venne dettato solo dal desiderio di tentare il palato di Beatrice e di vederla così mangiare una quantità di cibo che si potesse reputare adeguta, a suo parere, ad una donna nel suo stato; poi, tanto rapidamente e subdolamente che nemmeno lui riuscì a capire come, ritrovò il gusto di mescolare, di scaldare, di osservare gli elementi fondersi, profumarsi a vicenda e trasformarsi in qualcosa di più e di diverso dalla somma delle parti. Sempre di più cucinare gli pareva un atto vicino non al creare di un artista, ma all'accudire di un amante, che trasforma l'oggetto del suo amore con le sue cure indefesse in qualcosa di migliore.
Non era infrequente, mentre Bea si ingrossava sempre più e il caldo dell'estate soppiantava una primavera piovosa, che Dario telefonasse a qualcuno dei loro amici all'ultimo minuto, quasi in uno stato di quieta esaltazione, chiedendo cavie per questo o quel nuovo piatto che doveva assolutamente provare, né gli veniva oppsto un rifiuto. La sua abilità cresceva di pari passo con l'esercizio e in qualche settimana era sufficiente a far annullare ogni impegno per la cena da parte degli appartenenti alla sua cerchia più stretta.
Ultimo, ma non certo meno importante, effetto del suo ritrovato amore per quella che Viola chiamava, canzonandolo, l'arte della padella, fu il suo riavvicinamento a Dora.
Dario non l'avrebbe mai sospettato, ma fu lei la persona più dura da riconquistare, dopo che le cose si furono definitivamente appianate con Bea.
Andrea era tornato ad essere il compagno di sempre dopo quella che definiva 'la loro ultima litigata' ed Elena, dopo qualche giorno di estrema diffidenza ed un paio di velate minacce espresse con ammirevole garbo, aveva deciso di perdonargli anche lei. Poi Viola, che pareva formare una sorta di linea di strenua resistenza spalleggiata da una Liliana che affettava un fiero sdegno, era stata dolcemente convinta a venire a patti con la lpro ritrovata quiete domestica da Vittorio e Bea, che avevano unito i loro sforzi fino a quando non l'avevano costretta a riprendere a visitare la casa anche con Dario presente. Liliana a quel punto, teovandosi virtualmente sola a sostenere la resistenza, si era lasciata lusingare dall'avvenuta riconciliazione e dalle lu ghe serate in buona compagnia.
Dora, invece, la sua Dodo, che lui aveva creduto, in fondo al cuore, che gli avrebbe perdonato sempre, qualunque cosa, se solo si fosse mostrato pentito e abbattuto, gli aveva riservato una freddezza straziante. Non lo evitava come aveva fatto Viola e neppure gli esprimeva a parole la sua disapprovazione come Liliana né, men che meno, si sarebbe mai sognata di appioppargli una sonora lavata di capo come aveva tentato di fare Andrea. Gli parlava ancora, quando si incontravano per casa, ma badando a specificare di essere venuta in visita a Beatrice e solo nei limiti strettamente imposti dalle norme di cortesia. Non aveva più per lui, che per tutti quegli anni, dal giorno della sua nascita, era stato il suo bambino e il suo favorito, neppure un gesto di spontaneo affetto o un materno rimprovero. Perfino la sua guancia, quando gliela porgeva per il rituale bacio di arrivederci, gli appariva rigida e quasi infastidita di quel breve contatto. Addolorato da quella situazione, Dario tentò ogni mezzo per riconquistare il suo affetto, dai regali, che lei accettò con educato distacco, al bersagliarla con un'aria pentita e contrita ogni volta che si trovavano nella stessa stanza, che lei ignorò con consumata abilità, al mandare Beatrice e perfino Liliana ad intercedere in suo favore. Entrambe tornarono a mani vuote, congedate con calma fermezza e la dichiarazione che non ci fosse alcunché da siatemare fra lei e Dario.
Arrivato al punto di perdere la speranza, lui decise di agire di astuzia. Attese che Bea si stendesse per quello che era diventato il rituale pisolino pomeridiano, in una calda domenica di metà estate, ed iniziò a fare un certo chiasso in cucina.
Dora si trovava in sala, immersa nel suo programma preferito del pomeriggio, ma non sarebbe riuscita a resistere ad una simile curiosità nemmeno con la ferrea volontà che l'aveva sempre caratterizzata; i piatti che di volta in volta Dario le aveva presentato l'avevano colpita per l'abilità di esecuzione e per l'eleganza semplice ed essenziale con cui li presentava, che rispecchiava fedelmente l'ordine schematico del suo modo di ragionare. Come facesse ad impadronirsi di tante nuove ricette ed in che modo esattamente ne gestisse la preparazione era una domanda che aleggiava sulla tavola, mai espressa chiaramente, e lui se n'era accorto senza sforzo.
Ascoltò i passi leggermente strascicati della donna avvicinarsi e fermarsi sulla porta della cucina con un sorrisetto astuto che gli si andava arricciando agli angoli della bocca. Rimase curvo sul piano di lavoro, dando mostra di non averla sentita affatto, e continuò a preparare il battuto di erbe aromatiche a cui stava lavorando, le dita che si muovevano agili e leggere sul tagliere di legno spesso. Allungò la mano per afferrare ancora qualche foglia di timo e dalle sue spalle sentì provenire un debole grugnito di disapprovazione.  Il sorriso che rivolgeva agli ingredienti si allargò fino a lasciar spuntare un brillio di denti candidi, prima di cancellarsi in un'espressione di compresa concentrazione.
"Qualche consiglio?" Chiese con voce misurata, senza girarsi.
"Mm." Due sentimenti contrastanti stavano lottando nel vecchio petto di Dora. Da un lato sentiva che la punizione che stava somministrando a Dario non aveva ancora sortito l'effetto che desiderava, ma, dall'altro, ogni fibra del suo essere si ribellava al rimaere a guardare in silenzio mentre lui esaggerava con quelle che, per lei, sarebbero sempre rimasti quegli 'odori di moda', il cui gusto, a suo modesto parere, non faceva altro che nascondere e intorbidare l'onesto sapore delle pietanze. Alla fine, la cuoca prese il sopravvento sull'educatrice, così come Dario aveva sperato. "La usi per condire la carne?"
"La metto direttamente dentro alla carne, Dora. Faccio una tasca nei filetti e li farcisco."
"E dov'è, adesso, la carne?" Chiese ancora lei con falsa indifferenza.
"Sta marinando, in frigo." Finalmente Dora coprì la distanza che la separava dal piano di lavoro e tolse con un gesto impaziente dalle mani di Dario le foglioline tenere che stava per usare.
"La carne è buona quando sa di carne. Qui c'è profumo abbastanza per farcire tutto quello che vuoi. E poi non devi mettere a marinare in frigorifero. Diventa dura, la carne." Dario le rivolse uno sguardo sgomento.
"Ma sulla ricetta..." Protestò, indicando il lunro di cucina incastrato, aperto nel leggio di fronte a lui. Dora sbuffò.
"La ricetta, la ricetta. Quelli che scrivono i libri devono scrivere i libri e stare lontani dalle cucine, dico io. Tira fuori quella carne, vai." Lo spronò agitandogli una mano davanti al viso, mentre prendeva un pizzico del battuto di erbe e lo annusava sospettosa. Reprimendo a stento un ghigno soddisfatto, Dario eseguì e tornò mentre lei stava aggiungendo senza risparmio rosmarino ed aglio alla farcitura dei filetti.
"Hem...non avranno un sapore un po'...ordinario, in quel modo?" Chiese inarcando un sopracciglio. Lei scrollò le spalle.
"Ordinario, dici tu. Normale, da cristiani, dico io. Tu sei cresciuto con del mangiare ordinario" lo rabbuffò, sputando quella parola come fosse amara "e guarda come sei diventato grande, no?" Dario ridacchiò.
"Il tuo mangiare non ha niente di ordinario, Dora. È semplice e geniale."
"Mm. Si, si, tu mi puoi lisciare finché vuoi, ma intanto non cambia." Dario compresse le labbra in una linea sottile. La sua voce si abbassò fino ad un bisbiglio confidenziale.
"Ma sei davvero tanto arrabbiata, con me?" Dora chiuse gli occhi e fece un profondo respiro.
"Passami il sale grosso, signorino." Rispose poi.
"Perché io preferirei che tu non fossi arrabbiata." Continuò lui, passandole il sale ed iniziando a togliere la carne dalla marinatura.
"Tu, signorino, ti sei comportato come se fossi stupido come tuo padre." Il tono di Dora rivelava la profonda amarezza che provava nel pronunciare quelle parole, mentre le sue mani continuavano a lavorare. "E cattivo come tua madre."
"Questo per parlare chiaro." Chiosò lui, colpito dai suoi giudizi lapidari e per nulla lusinghieri. Non l'aveva mai sentita parlare male di nessuno, prima di quel momento. Dora finì il suo lavoro e, con un abile movimento, fece scivolare il misto di erbe e sale in una ciotola pulita.
"Qualcuno deve farlo, vero? Nessuno ti dice mai le cose. Tutti pensano che non serve, che sei fatto così, ma io ti ho preso in braccio che non avevi neanche un giorno intero e lo so che non è vero. Se ti dicono le cose, tu capisci. E se non vuoi capire, allora io ti faccio capire per forza." Dario aggrottò la fronte. Non si aspettava un discorso tanto schietto. Finì di togliere i filetti dalla marinatura e li dispose a riposare, prima di tagliarli per la farcitura. Si voltò verso Dora asciugandosi le mani nel gembiule.
"Senti, ho fatto un casino. Lo so. Ma adesso con Bea siamo a posto e fra due mesi nasce nostro figlio. Vorrei che arrivasse in una famiglia unita, non in una casa in cui tu fai finta di non conoscermi. Ho imparato la lezione, non farò più lo scemo, va bene?" Dora si voltò verso di lui, fronteggiandolo coi pugni sui fianchi.
"Fra due mesi nasce tuo figlio, signorino. Diventi un padre. Se lui ti vedesse trattare la sua mamma come hai fatto stavolta..."
"Te l'ho detto. Non si ripeterà. Qualsiasi cosa accada." Lei tentennò il capo.
"Diventi un padre."
"Lo so, Dora."
"Devi stare attento, signorino. Tu sai cosa può fare un padre se non fa attenzione." Dario sussultò, come colpito in faccia.
"Anche per questo mi serve che la smetti di evitarmi e mi dai una mano, Dora." Le rispose, fissando il lavandino pulito. A quelle parole, anche l'ultima resistenza della donna si sciolse. Senza dire altro, allungò la mano e gli posò sul braccio una carezza.
Qua do Beatrice li raggiunse in cucina, una mezz'ora più tardi, li trovò spalla a spalla, a scherzare   amichevolmente, chiacchierando di cucina come due vecchie comari. Quella vista le fu tanto gradita da farle salire lacrime di sollievo agli occhi e lei le nascose destramente, deviando in silenzio verso il bagno. Si sentiva sciocca, ma nelle ultime settimane le pareva che qualsiasi cosa, quelle belle in particolar modo, la facessero sciogliere in lacrime incontenibili e quello che aveva visto era bello davvero.  Le sembrava, ora che anche quell'ultimo contrasto si era appianato, di essere un po' meno sperduta, un po' più a casa.

Man mano che le settimane si susseguivano e la curva del ventre di Bea si accentuava, fino a rende pesante la sua figura abitualmente esile, la sua decisione di preparre e passare l'esame finale del corso di specializzazione si trasformava, lentamente, in una vera e propria ossessione.
Dario ricominciò a trovarla addormentata sui libri, col capo posato sul palmo, come ai tempi della loro adolescenza, quando il suo desiderio di spiccare per bravura la teneva sveglia ben oltre il punto in cui le sue forze la sorreggevano. Nel tempo, iniziò a preoccuparsi di questa sua corsa contro il tempo: pareva, ai suoi occhi, che lei stesse cercando di sistemare ogni cosa prima dell'arrivo del bambino, come se si aspettasse non un nuovo inizio come famiglia, ma la fine stessa della sua vita.
Più di una volta, mentre la sollevava a fatica fra le braccia per portarla a letto, le chiese il motivo di questa sua angoscia.
"Bea, ma cos'hai in testa? Guarda che non vai mica a morire, eh, diventi solo una mamma. Passi di grado, come dire." Il capo di lei ciondolava mollemente sulla sua spalla, vinto in una stanchezza inesprimibile.
"Ma devo dare l'esame prima che arrivi il bambino." Mugolava contro la stoffa leggera della maglietta di lui.
"Ho capito, ma se non ce la fai lo puoi dare anche dopo, non c'è problema. Per una volta tanto sarai in ritardo con un esame, sai che roba." Bea sospirava.
"Darietto, ma è diverso, dopo. I bambini fanno rumore."
"Ce la fai, non ti preoccupare. Ti aiuto io. Nonserve che ti sfianchi in questa maniera. Non ti fa mica bene, sai?"
"Ma devo. Devo dare l'esame prima che..." ripeteva, inamovibile.
"Ho capito, amore, ma se non ce la fai, puoi darlo dopo. È un bambino, quello che arriva, mica un leone. Non è che incomincia a saltare per casa suonando la fisarmonica."
"Neanche i leoni lo fanno." Mugugnava lei, mentre Dario la posava con cura sul letto e l'aiutava a raggiungere quelle scarpe che sembravano allontanarsi di giorno in giorno.
"Vero, neanche loro. Io vorrei sapere perché tu ti sei intestardita fino a questo punto su quell'esame, solo questo. Me lo vuoi dire, Bea? Amore?" Ma solo il respiro lento e profondodi Beatrice gli rispondeva. Lei si addormentava nel momento stesso in cui toccava il letto, senza riuscire in alcun modo ad evitarlo.
Dopo molti tentativi di quel genere, tutti terminati allo stesso modo, Dario decise di lasciar perdere il suo intento dissuasivo e di darsi da fare per aiutarla, capendo che nulla al mondo l'avrebbe smossa dal suo intento.
Tornava a casa dal lavoro e mentre, come ogni sera, si prendeva cura di Swiffer e preparava la cena, faceva da uditore a Beatrice che ripeteva ciò che aveva studiato quel giorno una, due, mille volte, fino a ficcarselo in testa. Arrivò al punto da riuscire a farle un paio di domande ogni sera, prima di dormire, su quanto avevano studiato nei giorni precedenti, perché le nozioni finivano per radicarsi anche nella sua memoria, dopo tante ripetizioni.
Dario guardava con sollievo l'avvicinarsidei primi giorni di settembre, quando finalmente avrebbe avuto luogo la sessione e quella specie di documentario mobile che era diventata sua moglie avrebbe ripreso la vita normale, nella settimana o poco più che la separava dalla data presunta del parto.
Era l'ultimo giorno di agosto ed avevano appena finito di ripassare le tecniche fisiche di recupero del materiale di supporto, quando tutti i loro piani e le ultime due settimane di paziente lavoro finirono a gambe all'aria.
Il caldo aveva allentato la sua morsa, quella sera, e si stava piuttosto bene seduti accanto all'ampia finestra dello studio di Dario. L'ambiente, che nella sua precedente abitazione era stato caratterizzatoda un assoluto e totale uso del bianco, qui era ingentilito dal pavimento di legno rossiccio e dalle ampie librerie non verniciate, pur mantenendo il suo aspetto asettico e quasi irreale. Non un granello di polvere si scorgeva sulle superfici, né un solo foglio sporgeva dal sottomano, crudamente illuminato dalla luce candida dei neon al soffitto, ma la luce del crepuscolo incipiente arrossava i loro visi racchiudendoli in un riverbero tiepido e l'aria si muoveva appena, portando dentro un profumo di erba tagliata e di povere calda dai giardini del vicinato.
Era un bello spettacolo quella serata quieta, quasi nostalgica, in cui si avvertiva ancora l'estate e già se ne sentiva la fine incombente, e loro lo osservavano in silenzio, senza sentireil bisogno di parlare, ciascuno sapendo che l'altro notava e sentiva le medesime cose che lo colpivano: gli schiamazzi di un gruppo di ragazzini che passavano in strada, che parevano avere addosso l'ansia di godersi fino all'ultimo barlume di luce in quei giorni precedenti il rientro in classe; il richiamo insistente di una bambina, perché la madre la guardasse fare un qualcosa che loro non potevano vedere, dalla loro finestra; l'abbaiare roco di un cane che seguiva un ciclo regolare di pause e brusche accelerate, come in un disco che si ripetesse all'infinito. Una sera di fine estate che loro guardavano, udivano, ma cui non partecipavano veramente, rimanendo come spettatori affacciati ad un palco ad osservare.
Dario pensò che, a voler ben vedere, quello era stato il loro destino per tutta la vita e che, forse, ciò che li legava di un legame tanto profondo, ancor più del sentimento comune che unisce uomini e donne in uno schema senza tempo, era quel loro rimanere a parte, spettatori, come se deifatti della vita non venissero mai toccati davvero, ma solo affiancati dal suo scorrere eterno. Perso in quelle riflessioni, quasi sussultò di sorpresa quando la voce di Beatrice, tesa fino all'orlo del panico, lo raggiunse.
"Dario!"
"Cosa?" Bea lo guardava con occhi che sembravano ingigantirsi di attimo in attimo, come se le divorassero il viso. Senza dire altro, abbassò il capo a guardarsi qualcosa in grembo e lui seguì il suo sguardo.
Una grande chiazza scura di liquido si espandeva rapida sul tessuto di jeans. Dario sentì il cuore mancare un battito e scattò in piedi come punto da un ago.
Era iniziata. Loro figlio stava arrivando, in anticipo di una decina di giorni.

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