mercoledì 29 aprile 2015

65

Andrea guardò la porta. L'idea stessa di voltare le spalle ed uscire da qiella casa, lasciandosi alle spalle per sempre tutta quella storia e, soprattutto, i personaggi che la animavano, non gli era mai sembrata tanto attraente. Uscire nella pioggia che stava calando, infischiandosene di bagnarsi, in fondo era già zuppo, salkre in macchina e tornare alla sua calda, ordinaria normalità.  Cambiarsi i vestiti chiacchierando con Elena della sua giornata sul lavoro, portare Joker a fare un rapido giro, mangiare qualcosa di caldo ed infilarsi a letto. Forse fare l'amore, prima di dormire, per scrollarsi di dosso qiel senso di distorta irrealtà che si sentiva appiccicato addosso come sudore rancido. Stare vicino a quei due gli faceva male, come guardare attraverao una lente che rendesse tutto leggermente fuori fuoco, ogni linea leggermente fuori asse. Fare amicizia con Dario, imparare a fidarsi di lui, poi vederlo comportarsi come se non si fossero mai parlati, poi ancora venire a sapere delle cose insensate che aveva fatto, decidere di fare il suo mestiere di buon amico e partire per dargli una tirata di orecchie e trovarlo di nuovo accanto a Bea, era stato già abbastanza per lui. Sentendosi come all'indomani di una rovinosa delusione sentimentale, aveva deciso di farne a meno, di toglierseli dalla testa, di continuare la sua vita escludendoli, tagliandoli via come un'escescenza non necessariamente maligna, ma sicuramente sospetta. Poi, quel giorno, quando era tornato dal pranzo e si era seduto alla scrivania, la scrittura di Dario, blu sullo sfondo giallo chiaro del suo notes, lo aveva colpito come un pungolo doloroso. Erano parole gentili, quelle che aveva scritto, educate, non prive di una certa dignità, niente affatto offensive o presu tuose. Dario gli aveva scritto in poche righe di essere dispiaciuto della situazione che si era creata fra loro e che gli avrebbe fatto piacere parlarne insieme, come erano soliti fare solo pochi mesi prima, in tutta calma, davanti a qualcosa da bere, magari. In un certo senso, gli aveva perfino scritto un'ammissione di colpa, che, a qua to gli era dato di sapere, era la cosa più simile a delle scuse che l'altro riuscisse a concepire. In buona sostanza erano sei righe che non potevano giustificare alcun tipo di reazione negativa, eppure, leggendole, Andrea si era sentito montare dentro una furia che poteva assimilare solo alla rabbia che aveva provato da bambino, ancora ai tempi della scuola elementare, di fronte alle prime, inevitabili, prese in gkro dei compagni.
Ecco come si sentiva, pensò continuando a massaggiarsi le braccia. Preso in giro, ingannato, manipolato da una persona in cui riponeva un'enorme fiducia. Per tutto il pomeriggio, non aveva fatto che caricarsi semlre e semlre di più, ogni volta che posava gli occhi sul foglio scritto dall'altro, come una molla che si comprime di più ad ogni giro di vite. Il tono dimesso e cortese di quelle parole sembrava alimentare la sua rabbia, per qualche motivo che sfuggiva perfino a lui; sapeva solo che Dario non aveva il diritto, per qualche oscura ragione, di comportarsi in un modo tanto urbano ed educato, e sentiva che sarebbe stato più a suo agio se le righe che aveva davanti fossero state un'unica, infuocata invettiva. Gli sembrava di essere sottoposto ad una patente ingiustizia, che Dario, dopo aver meritato a pieno, col suo comportamento, la sua ira, ora la sfuggisse con quel modo di fare.
Il fatto stesso di non avere il diritto di arrabbiarsi per quel biglietto l'aveva fatto quasi impazzire di rabbia.
Era corso fin lì, continuando a camminare, quasi a marciare, per la verità, sotto la pioggia battente, quando non aveva trovato un parcheggio abbastanza vicino, con l'esplicito intento di provocare Dario fino a farlo esplodere, per potergli rovesciare in faccia tutto il peso della sua ira. Voleva litigare, con tutte le sue forze, ne sentiva una necessità che era quasi fisica, che si spandeva in sottili viticci di lubrificato calore in tutti i muscoli del corpo ed in spesse radici di bruciante tensione alla base della gola. Voleva urlargli in faccia tutto ciò che meritava e non si rendeva conto, per il semplice fatto di non averlo mai provato prima, che quella sensazione fisica cui non riusciva a dare un nome era il desiderio di uno scontro fisico. Se avesse potuto interpellarlo in merito, Dario gli avrebbe fornito senza alcuna difficoltà la chiave per interpretare quel senso di instancabile determinazione che gli aveva a malapena fatto sentire le gocce di acqua fredda che l'avevano inzuppato: era andato fino a casa sua per spaccargli la faccia, né più né meno.
Eppure, ora che l'adrenalina della paura stava calando e nel calare lavava via con sé anche quell'interno calore, si ritrovava suo malgrado a guardare verso l'alto della scala, incuriosito dal silenzio innaturale che era seguito ai brevi, concitati bisbigli appena successivi alla salita dell'altro. Scosse la testa, biasimando se stesso per la propria debolezza. A quanto pareva, non aveva ancora imparato, nonostante quell'ultima, dura lezione, a lasciar perdere il duo meraviglia.
Con un sospiro di estrema stanchezza, si avviò a sua volta su per gli scalini scuri, a testa china, le spalle piegate come chi riprende, dopo averlo posato per un momento, un pesante fardello; sapeva che si sarebbe rimproverato per sempre se fosse successo qualcos'altro di brutto e lui, pur avendone la possibilità, non lo avesse fermato sul nascere. E poi non sarebbe riuscito nemmeno a dormire, senza sapere cosa diavolo stesse accadendo. Quella storia era come un tossico che gli era entrato nel cervello molti anni prima, instaurando in lui una dipendenza che, ne era certo, avrebbe finito per consumarlo, tale e quale a qualsiasi altra dipendenza.
Si affacciò allo stipite della porta spalancata, più rassegnato che amichevole.
"Hai sempre intenzione di spaccarmi tutto o mi posso avvicinare?" Chiese quasi senza guardare. La mano di Dario saettò con insospettabile velocità e lo afferrò al braccio, poco sopra il polso.
"Andre." Era quasi un sussurro, il suo nome pronunciato a mezza voce con un'urgenza e una tensione che raramente gli aveva sentito. Dario lo stava toccando e non aveva alcun intento violento. Pareva, anzi, che cercasse e traesse conforto dalla fisicità della sua presenza. Andrea fece un passo avanti nella stanza. Beatrice era schiacciata contro il fianco di Dario, circondata dal suo braccio in un gesto protettivo, avvolgente, mentre l'altro era teso lievemente in avanti, come a fronteggiare il mostro che li spaventava entrambi.
Sul semplice tavolino da lavoro, punto di fuoco dei loro sguardi, due innocue buste bianche con il logo di un centro di analisi sull'angolo sinistro.
"Oh, duo meraviglia, cos'è questo effetto speciale? Son due buste. Cosa c'è, gli devi dei soldi?" Lo sguardo di Dario si spostò su di lui, dilatato e ansioso, per un momento prima di tornare al suo posto. Fu Bea a rispondere.
"Sono i risultati delle analisi. Sul bambino. Dell'amniocentesi e..." Andrea ebbe un'illuminazione in quella breve esitazione di lei e si affrettò a riempire i vuoti.
"E dato che voi due geni avete ben pensato di procreare fra parenti stretti, adesso vi cagate in mano. Chiaro. Però prima o poi le dovete aprire, sai?" Per qua to potesse apparire impossibile, Dario e Bea si strinsero un poco di più l'uno all'altra. Il suono delle loro contemporanee deglutizioni somigliò ad un debole schiocco. Andrea sbuffò, perdendo le staffe, troppo provato per mantenere la calma. "Cosa facciamo, tentiamo con la telepatia? Volete fissarle finché non prendono fuoco? Dai!" Prese una delle buste e la spinse sul petto di Dario, che torse la bocca in una smorfia, ma la afferrò, staccando le dita dal braccio dell'altro. Guardò la busta bianca, ma ancora no  la aprì.
"Andrea..."
"Cosa? Cosa c'è, ancora?"
"Sei bagnato."
"Grazie, coglione. Sei stato gentile a illuminarmi sulla causa del mio disagio." Dario arrossì appena al tono tagliente di quella risposta.
"C'è un bagno, in fondo al corridoio. Nel mobile bianco trovi qualcosa di mio, sai, una felpa, roba così. Ti ammali, se no." Andrea distolse lo sguardo. Non voleva che lui si comportasse a quel modo, lo preferiva prima, quando sibilava e scattava come un serpente a sonagli. Non riusciva a rimanere arrabbiato, se lui faceva così.
"Tanto adesso vado a casa." Biascicò tetro. Dario annuì.
"Potresti andare a casa asciutto. Vedi tu, però. Io...non volevo. Prima, di sotto. Mi è scappata la pazienza e...non volevo."
"Oh, sembra che stai sistemando gli affari in punto di morte! Apri quella cazzo di busta o no?" Dario abbassò gli occhi e parve quasi stupito che la busta bianca non fosse evaporata. Bea distolse gli occhi dai suoi, quando cercò il suo sguardo. Volevano sapere, ma mancava loro il coraggio, a ciascuno per un motivo diverso. A quel punto Andrea diede in uno scatto di nervi. "Adesso basta, mi avete sentito? Basta! Che atteggiamento del cazzo!" Strappò la busta dalla mano di Dario e con un gesto deciso la aprì,  lacerandola per la lunghezza. Aprì il foglio all'interno e lo spiegò di fronte a sé. "Allora, se dovete fare i deficienti, in attesa della cerimonia di consegna dei mongolini d'oro, qui leggo io. Bene. Vostro figlio, figlio con la 'o' di 'oca' e anche la 'o' di 'oh, che coglione!' è sano come un pesce. Nessuna anomalia riscontrata." Bea si afflosciò come un palloncino sgonfio contro il fianco di Dario e seppellì il viso contro la sua maglia. Nel silenzio che seguì quelle parole, Andrea la sentì piangere piano, di sollievo, cercando di non fare rumore. Una larga parte del suo fastidio si sciolse e guardò di nuovo in faccia Dario, che era visibilmente impallidito, le labbra scure e rosse come fosse truccato. Indicò l'altra busta, ancora sul tavolino. "Vuoi che guardi anche quella?" Gli chiese in un tono decisamente più pacato. Dario abbassò gli occhi, prima di annuire con evidente vergogna. Andrea aprì i due fogli davanti a sé a mezz'aria e rimase ammutolito per un momento. "Stai scherzando, socio? Un test di paternità?" Dario si strinse nelle spalle. "È tuo, logico, cretino. Ma per questo? Per questo voi due scemi per poco non..." i singhiozzi soffocati di Beatrice si fecero più udibili e Dario, senza riuscirsi più a trattenere, gli strappò il foglio dalle mani. Andrea vide i suoi occhi scorrerlo frenetici dall'alto al basso una, due, tre volte. Poi la realtà si fece strada nella sua mente. Il colpo che gli diede il sollievo per aver scampato il pericolo di perdere in un colpo solo la donna che aveva sempre amato ed il figlio che aveva sempre voluto quasi gli ammollò le gambe e lo lasciò ad ondeggiare pericolosamente per un secondo o due. Poi, in un moto istintivo di amore e di contrizione, si volse e abbracciò Bea, quasi facendola sparire.
Andrea scosse la testa, col secondo foglio ancora fra le dita, mentre i pezzi mancanti di quella vicenda andavano rapidamente al loro posto. Quell'imbecille, pensare che Beatrice potesse tradirlo. Mancava poco che vivesse in contemplazione del Sacro Cugino e lui andava a pensare queste stronzate. Si ripromise di domandargli il motivo appena ne avesse avuta occasione e, contemporaneamente, posò lo sguardo sul foglio che aveva in mano. Le sue sopracciglia si alzarono lentamente mano a mano che interpretava ciò che stava leggendo, traducendolo mentalmente dal linguaggio criptico del referto.
"Oh, duo meraviglia. Ci credo che avevate paura, porca puttana...ero rimasto che eravate cugini, non fratelli." Due identiche espressioni di inorridita meraviglia si posarono su di lui, da quattro occhi che avevano la medesima forma lanceolata, nel mezzo di visi ugualmente pallidi.
"Cosa?" Quello di Bea fu uno sbuffo sfiatato, come di chi ha appena ricevuto un colpo in pieno stomaco che gli abbia svuotato i polmoni. Istintivamente, Dario strinse la presa su di lei, sostenendola.
"Puoi ripetere, per favore, Vasirani?" Gli chiese. Parlava molto lentamente, ma non con il tono sprezzante che aveva avuto durante il loro scontro. Piuttosto, pareva incerto su come muoversi le parole in bocca, uno straniero che tenti di parlare in una lingua poco nota. Andrea si sentiva formicolare la nuca sotto quel doppio sguardo e schiarì la voce prima di parlare.
"A me sembra che ci sia scritto che avete un bel po' di roba in comune e che questo dica che siete fratelli. Ragazzi...voi siete fratelli?" Il disagio che provava iniziava a diventare una cappa spessa e pesante. Era evidente che la notizia aveva colto di sorpresa loro per primi, ma lo stesso lo infastidiva il solo pensiero che quello che aveva appena letto potesse essere vero. Lentamente, come muovendosi sott'acqua, Dario tese la mano in una muta richieste e lui gli porse il foglio. L'altro lo lesse, sempre con lo stesso fare solenne. Perfino il movimento dei suoi occhi sulla carta pareva troppo lento, come se stesse sillabando mentalmente ogni parola. Alla fine, quando abbassò la mano con cui reggeva il documento, volse il capo verso Bea ed incontrò i suoi occhi.
"Dario?" Chiese lei. Lui annuì come era solito fare nei momenti di vera emergenza, spostando la testa una sola volta, in alto, in basso e poi di nuovo al centro.
"Bea, non so cosa vuoi fare adesso, ma..." lei ebbe uno scarto, come una bestiola selvatica, e gli sfilò la carta dalle dita. Il suo viso divenne una  maschera di decisione.
"Hai detto che è sano, Andrea?"
"Sano e maschio." Con movimenti rapidi e per nulla teatrali, Beatrice stracciò il foglio che teneva in mano una volta, poi di nuovo e di nuovo, fino a che non fu più in grado di strappare lo spessore che era venuto a formarsi.
"Adesso te lo dico io, cosa voglio fare. Anzi, ve lo dico a tutti e due. Tu" disse accennando a Dario col capo e schiaffandogli in mano la manciata di coriandoli a cui aveva ridotto il referto "adesso fai sparire questa porcheria e porti Andrea a darsi una sistemata. Tu, invece" disse, indicando Andrea "la pianti di fare il sociopatico, che in casa me ne basta uno, e vedi di sistemare la faccenda con questo qui. E, bada, non me ne frega niente di come la sistemate, se rimanete migliori amici del cuore per tutta la vita o decidete che non vi parlate più o cosa diavolo altro. Ma la sistemate e la sistemate subito." Il suo tono era autorevole e secco e non ammetteva alcuno spazio di replica. "Io, invece, vado giù e faccio una brocca di tè. Al limone e non si accettano lamentele. Quando avete finito, vi aspetto in cucina, chiamiamo Elena e ceniamo insieme, dovesse essere l'ultima volta che lo facciamo. Tutto chiaro?" In un movimento quasi contemporaneo, entrambi gli uomini annuirono, prima di guardarsi di sottecchi. "Benissimo. Allora, via, diamo inizio alle danze." Concluse, prima di aggirare Dario ed uscire dalla stanza senza mostrare la benché minima esitazione.
Andrea e Dario si guardarono per un attimo, sospesi fra l'imbarazzo e l'incertezza. Fu Andrea, come accadeva quasi sempre, a rompere il silenzio.
"Mi sa che non è il caso di contraddirla, quando è così, eh?" Dario scrollò la testa.
"Se non vuoi farti prendere a manrovesci, no. E, dai retta a me, è più forte di quello che sembra." Andrea si strinse nelle spalle.
"Andiamo, allora. Non vorrei dover finire in ospedale anch'io." Dario lo accompagnò in silenzio lungo il corridoio fino alla porta del bagno, continuando a rigirarsi in mano i frammenti del foglio, allo stesso modo in cui si rigirava in mente il contenuto. "Dovremmo anche risolvere fra noi due?" Gli chiese Andrea, strappandolo alle sue riflessioni. Strinse le labbra in una smorfia delusa.
"Ah, c'è poco da sistemare, a quel che ho capito. Volevo solo dirti che mi dispiace di averti offeso. Io non volevo offenderti, volevo solo stare per conto mio. Ecco. Finito di parlare. Poi sentiti libero di fare quel che vuoi, a questo punto." Andrea aprì la porta del bagno e, senza richiuderla, iniziò a frizionarsi energicamente i capelli con un asciugamano.
"Perché pensavi che lei...che il bambino non fosse tuo, giusto?" Dario entrò, gettò i pezzetti di carta nel gabinetto e li guardò cadere in una discesa aggraziata.
"Esatto. Ci sono stato male e non mi andava che qualcuno sapesse che...neanche tu." Rispose, prima di attivare lo sciacquone. L'altro si tolse i vestiti umidi e prese dalle sue mani una felpa asciutta ed una maglietta a maniche corte.
"Ho capito. È che non mi piace essere escluso così, da un momento all'altro, senza motivo." Dario annuì.
"A nessuno piace."
"Mi hai fatto incazzare."
"Ho notato." Scese un attimo di silenzio, mentre Andrea indossava i vestiti asciutti. "Dì, ma tu lo sapevi, che non sono simpatico a nessuno, al lavoro?" Chiese poi, quasi sbottando.
"Che stronzata! Ma non è mica vero!" Ribattè l'altro emergendo dal colletto della felpa, che gli cadeva grande. "Oddio un gran compagnone non lo sei mai stato, ma a qualcuno piaci." Dario dissentì.
"No, ti giuro, non mi parlano più da quando non mi parli tu. Ti servono un paio di braghe, che dici?"
"Dico che sembrerei un pagliaccio con addosso i tuoi pantaloni, Malatesta. Chiedo a Elena se mi porta i miei quando passa. Comunque guarda che non è che gli sei antipatico tu. È che gli sono simpatico io, quindi se io decido che qualcuno è uno stronzo, quello diventa uno stronzo. Tutto qui." Dario gli passò un pettine.
"Che megalomane del cazzo che sei, mi fai salire un nervoso, guarda..."
"Io? Non sono mica io quello che ha telefonato al fornitore che ci vende i macchinari da laboratorio chiedendogli se aveva bisogno di aiuto per distinguere la merce in vendita..." L'altro sbuffò.
"Ma cosa vuol dire, scusa, se uno mi manda un agitatore al posto di una centrifuga è logico che è un imbecille, no?"
"Modesto, ti dovevano chiamare."
"Ha parlato l'umiltà incarnata! 'se io dico che uno è uno stronzo...'" gli fece il verso con eccezionale abilità, imitando perfino la sua cadenza nel parlare, ed Andrea scoppiò a ridere.
"Va bene, socio, sei stato chiaro, inizio ad assomigliarti troppo. Sarà il caso che ricominciamo a fare come al solito, vero? Il coglione arrogante lo fai tu." Dario diede in un sorrisetto.
"Borioso." Andrea si volse con aria interrogativa.
"Chi?"
"Io. Sono borioso, non arrogante né presuntuoso. La parola giusta è quella." Andrea storse le labbra.
"Ah, se lo dici tu. E io come dovrei definirmi, secondo te?" Il sorriso di Dario si allargò.
"Invasivo, Andre, invasivo. Come le colonscopie, sai? L'unica persona al mondo che si incazza come un giaguaro perché non gli è permesso di impicciarsi. Lo consideri un sacro dovere, vero?" Andrea diede un ultimo colpetto di pettine ai capelli e poi si voltò con aria soddisfatta.
"Di più, cuginetto. Una necessità primaria. Allora." Lo squadrò serio. "Soci?" Dario respirò a fondo.
"Si." Disse con semplicità. "Adesso andiamo a bere il tè, prima che la mia piccola dolce mogliettina arrivi di sopra con tubi e imbuto." Risero insieme scendendo le scale. Fuori aveva smesso di piovere e si vedeva il tramonto.

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