giovedì 23 aprile 2015

64

Dario girò l'angolo del corridoio, morbosamente attento a non variare la cadenza del passo e a mantenere le spalle diritte, prima di espirare. Parve quasi che si accartocciasse, facendolo. Mangiare alla mensa stava diventando un'esperienza sempre più faticosa, mano a mano che passavano i giorni.
Si sedeva, come d'abitudine, verso il fondo, avendo cura di non dare le spalle alla porta, e di solito portava qualcosa da leggere, tenendo aperto il libro o distesi i fogli nella mano libera mentre consumava il suo pasto. Come logico, aveva dovuto modificare questa abitudine mentre poteva contare su un braccio solo ed era stato allora che l'aveva notato. Le persone che entravano, lo guardavano ed evitavano di salutarlo. Se era lui a far loro cenno, si limitavano ad una impercettibile risposta, con aria di chi compie un'incombenza di cui preferirebbe fare a meno.
Erano le stesse peraone che gli parlavano fino a qualche settimana prima, che avevano scherzosamente discusso con lui su chi dovesse offrire il caffè a chi, che avevano riso con lui, e in più di un caso alle sue battute, durante i pasti.
Aveva tentato di scambiare qualche parola con un paio di loro, ma si era reso subito conto che era una battaglia persa in partenza. Sapeva riconoscere una sconfitta quando se la vedeva davanti ed aveva inastato bandiera bianca, lasciandosi isolare senza opporre resistenza. Era un processo che conosceva fin troppo bene, una pratica che gli era familiare.
Poi, solo un paio di giorni prima, occhieggiando senza farsi scorgere da sopra il bordo della rivista che teneva davanti a sé, li aveva visti, un capannello di quei colleghi di cui conosceva nome, cognome e dettagli della vita privata, a chiacchierare, ad un paio di tavoli di distanza, lanciandogli, di tanto in tanto, un'occhiata. Alcuni degli sguardi erano incuriositi, altri maliziosi. In nessuno di essi aveva letto la benché minima benevolenza. Allora aveva concentrato la mente sulle loro voci, escludendo ogni altro rumore. Era un trucchetto che gli era sempre riuscito naturale, quello, e gli permetteva di sentire distintamente quello che veniva detto anche nel bel mezzo del frastuono. Gli bastava trovare la voce che parlava e concentrarsi, concentrarsi fino a che non udiva niente altro.
"Certo che l'appetito non gli è passato." Disse la prima voce.
"Ah, no, ma che cazzo vuoi che gliene freghi, a uno così? Del resto, potevamo anche aspettarcelo, cosa vuoi. Basta sentire quel che racconta Anna, che ci lavora insieme, per sapere che è uno stronzo." Replicò la seconda voce.
'Ah, ma che meraviglia.' Pensò Dario infilzando la forchetta nella carne e masticando rabbioso. 'Stavo quasi per perdere l'abitudine, pensa te.'
La conversazione proseguì sul quel tono ancora per un paio di minuti. nessuna novità per lui: era rinomatamente uno stronzo, era un presuntuoso, tutto ciò che aveva lo doveva ad una combinazione di fortuna sfacciata e sfacciata ipocrisia. Niente di nuovo sotto il sole, come avrebbe commentato Dora ai tempi in cui ancora gli parlava, fino al momento in cui il flusso della conversazione si spostò leggermente per puntare su Andrea. Dario si irrigidì e smise di mangiare, totalmente concentrato nell'ascolto, tanto che neppure avrebbe saputo dire chi gli passava accanto.
"Deve avergliela fatta grossa, a Vasirani, per farsi cancellare in quel modo." Era numero due. "Voglio dire, uno come lui, che è sempre gentile con tutti, arrivare a trattare così il suo miglior amico...chissà che cazzo gli ha combinato."
"Non lo sapremo mai." Sentenziò numero uno. "Vasirani è troppo signore per mettersi a parlar dietro a qualcuno. Però deve essere una cosa definitiva, perché quando l'altro giorno uno dei soci voleva parlargli del personale dei laboratori, ha chiesto che non lo mandassero di sotto. Ha detto che preferiva sbrigare le cose via mail." Un basso borbottiio si levò dagli occupanti del tavolo. Andrea che rifiutava di vedere qualcuno di persona era un evento tanto eccezionale da dover essere tenuto in debito conto. Una voce diversa, la terza, si levò dal coro di sottofondo.
"A me non mi dice niente, quello lì, ma se Vasirani che lo conosce tanto bene ha deciso di stargli alla larga...cioè, dai, Vasirani è quello che ha assunto l'ex carcerato, no?" Rispose numero due.
"Si. Ha detto che errare è umano."
"E di Malatesta ha detto, in pratica, che glielo tengano lontano.  Beh sai cosa? Per me è punto, set e partita. Tanto per non sbagliare, gli sto alla larga anch'io e poi vedo." Il mormorio successivo era di pieno ed unanime assenso.
Quel dialogo, ascoltato con sentimenti che oscillavano da una sfibrata rassegnazione ad un furibondo desiderio di alzarsi e andare a spiegare loro come stessero le cose, aveva rappresentato l'inizio.
Da allora, Dario era tornato ad essere attento in un modo quasi maniacale a tutto quello che si diceva attorno a lui, soprattutto a quanto veniva detto a bassa voce, ed aveva rapidamente saggiato fino a che punto la sfiducia generale nei suoi confronti fosse rapida ad espandersi.
Quel giorno perfino il tecnico del laboratorio, un ragazzo poco più giovane di lui e come lui appassionato di moto, con cui era andato costruendo un solido, appagante senso di cameratismo, aveva deciso di aderire a quello che nella mente di Dario era ormai il "trend imperante" e di trattarlo con freddezza. Dario non faceva che pensarci. Era convinto di piacere davvero a quella persona. Avevano parlato spesso, piacevolmente, e senza alcun intervento esterno. Non era stato Andrea a d incoraggiare quella conoscenza, eppure gli effetti del suo ostracismo erano arrivati a deteriorarla. Probabilmente qualcuno gli aveva raccontato un pettegolezzo di troppo sul suo conto o, chissà, altri colleghi avevano iniziato a guardarlo storto perché parlava con lui.
Si staccò da muro e camminò con lentezza fino alla porta rossa del laboratorio. Poi, preso da un subitaneo ripensamento, si raddrizzò, indossando la sua miglior espressione indifferente, e a passo elastico raggiunse la rampa di scale che potava agli uffici del piano superiore. Entrò senza sentire il bisogno di bussare nella stanza di Andrea, che era ancora a mangiare, e scrisse poche righe sul notes che l'altro teneva sempre a portata di mano accanto al telefono. Chi fosse entrato in quel momento, vedendolo così, elegantemente curvato sulla scrivania dell'altro, a scrivere in fretta e senza troppo preoccuparsi della grafia, con il viso atteggiato ad annoiata noncuranza, avrebbe certo creduto che fosse un biglietto senza alcuna importanza, l'avviso di qualche riunione fra amici, forse, o qualche parola su un film o un libro che interessava entrambi. Era, invece, l'ultimo, goffo tentativo di Dario per comunicare con quello che aveva impartato a considerare il suo amico.
'Il', non 'un', avrebbe immediatamente notato Beatrice, e l'aveva fatto spesso in quegli ultimi anni, prendendolo per i fondelli intenerita dal suo profondo attaccamento. Dario aveva deciso che non ci sarebbero stati ulteriori tentativi. Dopo quello, avrebbe lasciato stare, quale che ne fosse stato l'esito. Dopotutto, non poteva costringere nessuno a stargli accanto. Non avrebbe avuto alcun senso.
Presa ed immediatamente attuata questa soluzione, si sentì sollevato e poté tornare al lavoro con la sensazione di aver fatto quanto era in suo potere per sistemare le cose. Se si fosse fermato a riflettere sulle sue azioni, si sarebbe reso conto che la sua decisione stava chiaramente ad indicare come gli importasse poco o nulla dell'atteggiamento generale nei suoi confronti: quella era stata solo la spinta che l'aveva messo nella posizione di dover agire, per indurre Andrea a parlare di nuovo con lui. Poco portato all'introspezione per natura, a dispetto della sua naturale propensione per l'analisi, Dario si limitò a pensare che fosse un tentativo di rimediare ad una situazione che sentiva come i sostenibile ed attraversò il resto della giornata con un senso di tesa aspettativa che galvanizzava i suoi pensieri di sottofondo.

Tornò a casa appena prima che un rovescio di pioggia primaverile cominciasse a bagnare l'asfalto, le prime grosse gocce di pioggia gli avevano dipinto un paio di cerchi più scuri sul tessuto blu polveroso della giacca leggera, e si ritrovò subito a mugugnare per conto suo, in piedi nella nicchia del portone.
Un nutrito fascio di buste, già afflosciate per l'umidità della serata, sporgeva con aria desolata dalla buca delle lettere. Le recuperò con un gesto seccato, pensando che mai, neppure se fosse vissuto mille anni, sarebbe riuscito a ficcare in testa a Bea la necessità di ritirare la posta, possibilmente come prima cosa, rientrando a casa. Sembrava che quella specifica incombenza le scivolasse via dalla superficie della mente senza lasciare alcuna traccia, nonostante i suoi regolari, pazienti rimbotti.
Entrò in casa mentre la pioggia iniziava a scrosciare davvero, sprigionando dalla polvere della strada un aroma che, nonostante la città che li circondava, non mancava mai di riportargli il ricordo, in qualche modo caro, della fine ghiaia bianca che aveva ricoperto l'ampio viale di accesso alla casa dov'erano cresciuti.
Posò la posta sul tavolo. La casa era immersa nella semi oscurità del temporale, ma non c'era nulla di preoccupante in questo, perché una calda luce giallo inteso filtrava dal piano superiore, illuminando in tralice la scala scura, provenendo dalla porta spalancata dello studio di Beatrice, nella sua antica camera da letto. Dalla cucina ombrosa veniva un odore di cibo e di pulito che gli faceva sentire quel posto come casa.
"Truppa, esultate! Il grande capo è tornato!" Gridò rivolto al piano superiore. Un sorriso tenero gli illuminava il viso e si ampliò rapidamente nel rumore di passi che scendevano rapidi, piccoli e canini quello di Swiffer e veloci e morbidi quelli di Bea.
"Grande cacciatore bianco è tornato da foresta tabù! Grande cacciatore bianco essere più forte di magia cattiva!" Declamò Beatrice sventolando le mani per aria. Dario ridacchiò poco convinto mentre ricambiava il festoso saluto del cagnetto.
"Grande cacciatore bianco essere stanco come cacca." Ci tenne a specificare lui, ancora accosciato a terra. Bea gli accarezzò i capelli e si chinò sul suo viso per posargli un bacio sulla tempia, poi si volse per recuperare la corrispondenza e infilarsela sotto il braccio. La piccola incombenza di aprire le buste, dividendo le cose importanti da quelle da gettare direttamente nel cestino, era sempre stata sua per tacito accordo, senza che mai se ne fossero chiesti il motivo. Era solo così che funzionava: per quanto si sforzassero, riflettè divertita, lei si sarebbe sempre scordata di ritirare la posta e Dario lavrebbe lasciata ad ammucchiarsi sul tavolo fino alla notte dei tempi.
"Accidenti, il tuo accento di Oxford si fa ogni giorno più spiccato, lo sai? Comunque non lo sapevo, che le cacche si stancassero particolarmente." Dario si alzò in uno schiocco di ginoccia e le sorrise, passandole la mano sulla schiena.
"Scherzi? Con tutti quei metri di cunicolo in cui strisciare?" Si guardarono nella luce incerta della serata piovosa e si sentirono vicini, in quel momento, quasi come se nulla di brutto fosse mai accaduto. Erano sempre più frequenti, quei momenti, come perle gettate sulla superficie del loro rapporto che lentamente, ma con infinita, quasi disumana determinazione, si stessero allineando in un filo che, una volta completo, non avrebbe presentato interruzione.
Dario cercò con cautela nel guazzabuglio che aveva in testa qualcosa da dire, come tastando con la mano sul fondo di un sacco pieno di carabattole alla ricerca di qualcosa di interessante. Avrebbe voluto soffiare sulla scintilla di divertimento che vedeva negli occhi di Bea fino a renderla un focherello, per prolungare quella sensazione più a lungo possibile, ma, proprio in quel  momento, la porta di ingresso diede in una forte, sonora salva di colpi. Qualcuno bussava e lo stava facendo con estrema decisione.
Beatrice batté rapidamente le palpebre, come svegliata di soprassalto da quel rumore invadente, quasi violento, e sentendosi, a tutti gli effetti, come se l'avesse strappata da uno stato di incantato torpore. Guardò negli occhi Dario, rivolgendogli una muta domanda cui lui rispose aggrottando le sopracciglia e scuotendo il capo. Si capivano, come sempre, ma l'incanto era spezzato.
Precedendolo di appena una frazione di secondo, Bea mosse verso la porta e la aprì, preoccupata. Non sapeva cosa aspettarsi, che genere di emergenza potesse indurre qualcuno a ignorare campanelli e telefoni per fare una tale piazzata. Non si sarebbe certo aspettata di trovare, sulla soglia di casa, Andrea a gocciolarle sullo zerbino, con sottili rivoli di pioggia che gli scorrevano dai riccioli scuri sul viso e i vestiti incollati al corpo. Si stagliava contro il grigiore esterno, le spalle in avanti e i piedi divaricati, con l'aria di chi, più che portare guai, sta per diventare un guaio. Il suo viso dai tratti regolari ed aperti era i durito in una maschera di rabbia sprezzante. Beatrice rimase impietrita, con la maniglia ancora stretta nella sinistra, a chiedersi in che modo Andrea potesse essere diventato più alto e largo di spalle; una più ponderata riflessione, più tardi, l'avrebbe portata a capire che di norma la postura rilassata e il modo di fare di quell'uomo lo facevano apparire come poco più di un ragazzo, nonostante avesse un anno più di lei e Dario e che, invece, in quel momento lo stava vedendo come l'uomo adulto che era.
Dietro di lei avvertì, più che sentirlo, un movimento, che canalizzò immediatamente l'attenzione dell'uomo sulla soglia. Dario si stava spostando, verso destra ed in avanti, portandosi in piena luce, di lato rispetto a lei, come a voler sviare l'altro dalla sua presenza accanto alla porta.
"Cerchi me, Vasirani?" Chiese. Bea rabbrividì sottilmente. La voce di Dario era lenta, calda, inesorabilmente calma. Si voltò e lo vide trasformato in una maschera di incurante distacco, come parlasse ad un muro bianco.  Solo i suoi occhi erano acuti e vivi e non si staccavano da Andrea.
"Cerco te, si, bamboccio. O preferivi che ti lasciassi un bigliettino anch'io? Magari dovevo fartelo passare da qualcuno?" La sua voce era carica di veleno, gonfia di disprezzo come una bestia velenosa.
"Entra. Non stare a gridare in mezzo alla via come un pescivendolo. Capisco che non lo sai, ma non è modo di comportarsi." La temperatura della voce di Dario si era abbassata ancora di qualche grado. Fissava l'altro come si trattasse di una bestiola maleducata che avesse combinato un pasticcio sullo zerbino di casa. Le narici di Andrea diedero un palpito, come le froge di un cavallo sul punto di imbizzarrirsi.
"Poveri noi! Hai ragione, cosa diranno i vicini? E le tue compagne di pinnacolo, poi, sai che scandalo? Eh? Ti fa paura anche questo, oltre che venirmi a parlare?"
"Vasirani, piantala. Se vuoi parlarmi mi parli da persona civile, dentro casa."
"Io? Ma bella mia, mi pareva fossi stata tu a lasciarmi i messaggi d'amore! Non volevi parlarmi?" La voce di Andrea si alzava sempre di più. "Parlami, allora, dai! Parla, su, dato che non hai le palle di venire da me, guarda, sono venuto io. Parla!" Dopo ogni frase la foga aumentava. Sembrava si caricasse mano a mano che dava voce ai suoi pensieri. "Non ce la fai neanche così? Vuoi una mano? Vuoi chiedere a tua moglie, qui, di dirmi qualcosa?"
"Vasirani, piantala. O entri o taci."
"No, il cazzo, non taccio. Dai, nasconditi dietro alla mogliettina, come fai sempre. Su, che sono venuto a godermi lo spettacolo, dai, frigna un pochino!" Dario percorse la distanza che lo separava dall'altro in quello che parve un solo balzo e lo afferrò al petto. Ruotò su se stesso mettendo in quel movimento tutta la forza del suo intero corpo e sfruttando la differenza di peso e lo trascinò,  letteralmente, all'interno della casa, coi piedi che a stento toccavano terra. Fatto questo lo lasciò andare e chiuse la porta di ingresso con uno schianto.
"E adesso urla quanto ti pare, dio ti maledica!" Gli sibilò in faccia. Bea era senza fiato. Attacco e reazione erano stati più rapidi e feroci di quanto potesse pronosticare e non aveva idea di cosa stessero parlando. Ritrovò voce a sufficienza solo per un debole tentativo.
"Dario, io..."
"Tu vai di sopra e non ti immischiare." Le rispose lui, in un tono che avrebbe potuto apparire distratto. La scintilla di fastidio che provò Beatrice durò solo fino a quando non si rese conto che Dario aveva continuato a manovrare fino a trovarsi fra lei ed Andrea. Lo guardava in faccia, spostando il peso del corpo quando l'altro spostava lo sguardo, riparandola con la mole del suo corpo. Ancora una volta, si frapponeva fra lei e qualsiasi cosa paresse essere un pericolo. Senza aggiungere altro, prese Swiffer fra le braccia e risalì la scala: sapeva che Dario non avrebbe potuto calmarsi fino a che non la sapeva al sicuro.
"Ma bravo, il grande dittatore!" Commentò sarcastico Andrea. "Però vedo che fuori casa abbassi bene la cresta, eh? Anzi, diventi proprio un agnellino."
"Datti una calmata, adesso, e tenta di parlare come se qualcuno ti avesse insegnato a farlo, Vasirani. È facile. Parti dall'inizio e fai frasi corte, che le gestisci meglio." Dario lasciò cadere la parole dall'alto al basso con disgusto.
"Ah, te lo dico subito. Una certa ragazzina timidona, invece che prendermi da parte e dirmi quello che mi doveva dire, ha deciso di farmi trovare i bigliettini anonimi di fianco al computer. E lo sai chi era?"
"Ti ho scritto due righe sul notes, sai che problema. Te lo ricompro, se vuoi. Anche un blocco intero, guarda."
"No, stronzo che non sei altro, no. Io voglio che mi guardi in faccia e mi dici quello che hai da dirmi senza comportarti come...come cazzo..." era talmente arrabbiato che non trovava le parole "cazzo, come un bambino piccolo, ti comporti! Come un vigliacco!"
"Quello che volevo dirti l'hai letto. Questa è la tua reazione, bene, prendo atto, adesso non ho niente da dire."
"Hai paura di parlarmi in faccia. Hai paura perché sai di essere una persona di merda e non vuoi che si veda."
"Ti assicuro, Vasirani, che puoi farmi al massimo schifo, ma non paura. E, così, trovandoci a parlare, perché mai sarei una persona di merda?"

Beatrice li sentiva parlare, voci alte, concitata quella di Andrea, sarcastica e rabbiosa, e strascicata e fredda quella di Dario, grondante di disprezzo. Loro certo non se ne rendevano conto, come sempre accade a chi è intrappolato in un litigio, ma ripetevano sempre la stessa cosa, variando solo le parole. Non c'era molto che lei potesse fare, salvo, forse, sperare che quel lotigio servisse, subito o in futuro, a ricucire la ferita fra di llro, che , in modo tanto lampante da essere quasi ridicolo, si mancavano da star male.
Si sedette al tavolo da lavoro, sulla dura, vecchia sedia di legno scricchiolante che aveva scelto per il solo motivo che era sempre stata la sua sedia, e cercò qualcosa con cui tenere occupate le mani. Aveva ancora le buste che si era infilata distrattamente sotto il braccio al ritorno di Dario e cominciò a sfogliarle, pigramente, cercando di far durare quel lavoro il più possibile, soffermandosi perfino a leggere i volantini pubblicitari. Era un plico piuttosto spesso e sperava che, per quando avesse finito di vagliarlo per intero, sistemando in due pile lrdinate le cose da leggere per sé e per Dario, quei due bambini cresciuti al piano di sotto avrebbero finito di litigare e sarebbero stati pronti peruna tazza di caffè.

"Mi hai evitato per due mesi! Due mesi! Perché non avevi il coraggio di dirmi la stronzata che stavi facendo, lo sapevi che te l'avrei detto,  che era una cazzata, e cos'hai fatto, tu? Sei scappato! Come un topo, come le blatte quando accendi la luce!"
"Non credo proprio di dover rendere conto a te di quel che faccio con mia moglie."
"Con tua moglie? Ma lo sa solo dio com'è che è ancora tua moglie, quella lì! Chissà? Magari le fai troppa pena per mollarti in mezzo alla strada come un orfano." Andrea sapeva benissimo di aver sferratoun colpo basso della peggior specie e, una volta tanto, invece che senso di colpa provò una torbida gioia nel vederlo andare a segno. Dario impallidì, passando dal suo normale biancore ad una tinta cerea, ravvivata solo dal brillio quasi sovrumano degli occhi.
"Sei sul ghiaccio sottile, scassacazzo."
"Oh, dio, e cosa mi fai? Mi pianti una scenata? Metti il broncio? Ah, no, scusa, te scompari, vero? È quello, che fai. Però poi lasci i bigliettini. Alllra, c'era scritto che volevi parlare, cagasotto. Io sto ancora aspettando che parli." Dario si trincerò in una chiusura assoluta.
"Non ho niente da dirti."
"Cos'è, ti devo dare due schiaffi anche io, per scioglierti la lingua? Oh, non lo so se riesco a farti livido come la cuginetta, ma se vuoi ci provo."
"Provaci." La parola calò fra loro con la malagrazia di un sasso che piombi a terra.
"Pensi di farmi paura, Malatesta? È da quando eravamo ragazzini che te lo ripeto: mollaci, tanto non ci riesci. E poi è difficile aver paura di uno che le prende anche da sua moglie incinta, sai? sei buono solo a fare il gradasso, poi al dunque non vali un cazzo. Sei proprio una mezza sega." Fu questione di un istante. L'espressione dura sul viso di Dario si sciolse in quello che pareva essere un sorriso di paziente buona volontà, l'aria di qualcuno che ha appena compreso il nocciolo di un madornale fraintendimento e si appresta a risolverlo, per appianare la questione. Poi, senza nemmeno rendersi conto di come, Andrea si sentì schiacciare contro il muro, le braccia imprigionate contro il corpo dell'altro, il suo viso tanto vicino da essere a distanza di bacio.
Per la prima volta in più di vent'anni di frequentazione, si rese conto che gli occhindi Dario cambiavano colore, quando l'emozione lo sopraffaceva, passando dall'azzurro sbiadito che costituiva il loro solito colore ad un grigio metallico.
"Adesso" gli disse Dario con voce dolce "io ti spacco tutto quello che riesco a spaccare prima che qualche vicino chiami qualcunonper via delle urla. Hai capito, Andrea? " L'altro provò a muoversi, a liberarsi, ma non ottenne alcun risultato. Non aveva mai provato una così intensa paura fisica nella sua vita adulta. Poteva vederlo in viso molto meglio di quanto avrebbe voluto e comprese, senza ombra di dubbio, che era completamente serio. Ripensò rapidamente a quanto sapeva sui suoi disturbi psichiatrici e si sentì sprofondare le viscere in un grumo rovente. Dario seguì il movimento dei suoi pensieri attraverso il suo sguardo e attese con pazienza che avesse finito di traree le sue conclusioni, prima di parlare ancora. "Fammi un cenno, se hai capito." Gli sussurrò.
"Dario! Vieni su." La voce di Bea calò dal culmine della scala in un richiamo che conteneva una nota di urgenza. Senza staccare gli occhi da quelli di Andrea, Dario rispose in un tono cordiale.
"Solo un attimo, amore. Devo fare una cosa con Andrea." Andrea sentì accapponarsi la pelle delle braccia, tanto forte da procurargli spilli di dolore.
"Non me ne frega niente di Andrea, vieni su!" La voce di Beatrice aveva una nota stridula di paura. Dario scoccò un'occhiata alle scale, quasi certo che lei stesse vedendo la scena, ma trovò solo il riverbero giallo della luce che proveniva dalla sua stanza e riportò gli occhi sull'altro icolmi di un perplesso stupore. Andrea cercò di mantenere ferma la voce.
"Ah, vai pure. Sembra importante." Sentendosi precipitare in un assurdo che era quasi surreale, sentì la pressione sul petto allentarsi e si rese conto di essere stato in punta di piedi fino a quel momento. Si rilassò contro la parete e respirò liberamente.
"Grazie." Gli disse distrattamente Dario passandogli accanto per poi sparire lungo gli scalini.
"No, porca puttana, ma come mi ci sono invischiato, io, con sti pazzi?" Mormorò debolmente Andrea massaggiandosi le braccia.
"Cosa?" Chiese Dario da metà scala. Andrea sospirò.
"Di niente, Dario, ho detto di niente." L'altro mugolò un assenso e continuò a salire.

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