Il percorso verso l'ospedale, nella macchina color fragola di Beatrice, fu dapprima tanto silenzioso da sembrare irreale.
Dopo lo scoppio di violenza di poco prima, ora entrambi si sentivano come svuotati di ogni volontà.
La primavera aveva iniziato ad allungare i suoi viticci sulla città, ingemmando gli alberi a bordo strada e facendo capolino, coi primi fiori stenti e selvatici, dalle chiazze di erba scolorite dall'inverno che resistevano coraggiose in mezzo al cemento delle aiuole e degli spartitraffico e il cielo era di un azzurro slavato che pareva accordarsi per tacito sostegno agli occhi sgranati di Dario, raggomitolato in una posa scomoda sul sedile del passeggero.
Stava elaborando ciò che era accaduto, Dario, in apparenza fissando, privo di ogni espressione, il paesagggio che gli scorreva accanto, ma viaggiando, all'interno, in un panorama di concatenazioni logiche in cui ogni sintagma era provato, collaudato, rigirato e poi posizionato o scartato con meccanica precisione. Un largo segno rosso scuro gli creava un'ala d'ombra al lato del viso, dove si sarebbe formato un livido, e la spalla malamente slogata gli faceva un male d'inferno, ma lui non era turbato da questo.
Era troppo concentrato per permettere a qualunque turbamento di toccarlo.
La reazione di Beatrice lasciava presupporre molte cose, la maggior parte delle quali decisamente positiva e, quando ebbe terminato di costruire le sue ipotesi in un modo tale che la sua stessa mente non riuscisse non solo a smontarle, ma nemmeno ad attaccarle, si decise a domandare la conferma della parole di lei.
"Bea?"
"Cosa vuoi?" Mentre era alla guida, una sottile linea verticale era apparsa fra le sopracciglia di Beatrice. La vicinanza di Dario, il suo odore che riempiva l'abitacolo, il ritmo del suo respiro accelerato dal dolore fisico, stavano addolcendo un sentimento che non voleva permettersi, col risultato di farla sentire debole ed infuriata al contempo.
"Quindi alla fine adesso possiamo parlare?"
"E parla. Chi te lo impedisce?" Dario tentennò il capo.
"Ah, allora va bene. Non pensi di sbattermi fuori di casa, giusto?" Bea sbuffò dal naso.
"No. Non ti sbatto fuori di casa."
"Bene. E dalla tua vita neanche, no?" La voce di Dario si alzò garbatamente sull'ultima parola, dando alla domanda un tono di urgenza. Bea tamburellò con le dita sul volante. Avrebbe dovuto farlo, questo era certo. Dopo quello che era successo, avrebbe dovuto strapparlo via da sé come fosse un brutto vizio. Si fermò ad un semaforo, l'auto circondata da ogni lato dalla fila scomposta di macchine, scooter e biciclette che si ammassavano nelle tre corsie direzionali, e lo guardò. Era il solito Dario, né più né meno. Pesto, coi nervi a fior di pelle rigidamente contenuti dal solito atteggiamento di fredda logica e gli occhi cerulei spalancati, come quelli di un bambino timoroso, in attesa della sua risposta. Volle essere sincera.
"Se fossi furba dalla mia vita ti avrei già escluso da due mesi, brutto scemo, lo sai?"
"Posso capire le tue motivazioni. Ma la domanda resta."
"Non ci riesco, Dario. Anche a volerlo, alla fine lo so che non sono capace, quindi tanto vale farla corta: no, non ti caccio via da me." Dario annuì brevemente, il viso pallido composto e serio che non mostrava l'enorme sollievo provocato dalla risposta di lei. Quell'orribile, tremendo senso di vuoto divorante che aveva iniziato a scavargli dentro come acido corrosivo quando si era visto chiudere la porta in faccia si allentò come per magia e il suo petto si allargò in un istintivo respiro liberatorio.
"Bene. Sono contento. Bea?"
"Oh?" Rispose lei, infondendo in quell'unica vocale tutta l'esasperazione che provava. Dario strinse i denti fino ad avvertire un sapore metallico in bocca.
"Io ti amo."
"Ho notato. Veramente, si, trasuda proprio."
"Sul serio. Io..." stava per raccontarle ogni cosa. La solitudine che lo aveva avvolto come un gelo nelle ultime settimane, la sensazione che non sarebbe stato in grado di sentire mai più nulla, il senso di ovattato isolamento che aveva ottuso ogni sensibilità dentro di lui, come se si trovasse dietro ad uno spesso vetro antiproiettile ad osservare tutto il mondo scorrergli accanto. Perfino di Stella, avrebbe voluto raccontarle, aprendole il suo cuore come aveva fatto ogni volta, lasciando che lei decidesse cosa farne. Poi la vide, in un gesto inconsapevole, sfiorarsi appena il ventre ancora piatto, come a consolare e rassicurare il piccolo abitante all'interno, e la gelosia lo morse a fondo, nel punto più riposto della sua anima, ammutolendolo. Non poteva dar sfogo al fuoco che tentava di sollevare il capo dentro di lui, sentendosi appeso ad un filo, ma nemmeno ignorare il dolore profondo che provava, al pensiero che qualcun altro l'avesse stretta, toccata, come lui solo poteva. Una danza di punti luminosi si assiepò al margine del suo campo visivo e, finalmente, ricordò di respirare.
"Tu cosa?" Lo incalzò Beatrice.
"Io vorrei che mettessimo a posto questo pasticcio. Ti va?" Lei gli scoccò uno sguardo in tralice, diffidente. Non gli fu difficile leggerle negli occhi il desiderio di acconsentire, né la paura di farlo. Attese in silenzio.
"Non lo so se riesco a fidarmi ancora, dopo quello che è successo." Rispose Bea dopo un breve silenzio. Continuare a guidare e mantenere un tono di voce misurato e neutrale, insieme, stava richiedendo tutta la sua concentrazione. Una parte di lei, forse perfino una buona metà, avrebbe voluto solo accostare l'auto, nascondere il viso sulla spalla sana di Dario, e sciogliersi in lacrime al solo fine di farsi consolare di tutto il dolore, il disumano, incredibile, indicibile dolore che aveva patito nel sentirlo andar via da lei. Esisteva però un'altra parte, ora, quella parte di lei che era sorta dalle nebbie degli istinti primordiali come richiamata dal cupo rullo del cuore di suo figlio, che avrebbe voluto approfittare di quel momento di debolezza che lui stava dimostrando per metterlo in ginocchio, una volta per tutte, e costringerlo ad assumere una posizione che gli impedisse di far del male a lei ed al suo bambino da quel giorno e per sempre. Che avrebbe voluto fargli tanto male, ora che la sua parte più tenera era scoperta come la gola di un nemico atterrato, da spaventarlo per il resto della vita, abbastanza da fargli rifuggire qualunque atteggiamento pericoloso.
"Bea..." avvertì la rabbia in fondo alla voce di lui e la sua parte più aggressiva alzò il capo, pronta ad attaccare alla prima avvisaglia di aggressione. Poi Dario emise un lungo sospiro. Pareva stanchissimo, stanchissimo e molto indolenzito, e per nulla propenso ad attaccare lite. "Bea, faremo quel che potremo." Concluse, posando la fronte bollente sul finestrino. Era abbattuto. Rivoleva solo la sua Bea, la sua altra metà, il resto della sua vita, senza inutili complicazioni o campi minati su cui camminare con l'attenzione che si deve ad un rischio mortale. Voleva solo sdraiarsi accanto alla sua Bea, chiudere gli occhi e lasciarsi carezzare fino a che il sonno non fosse arrivato a prenderlo, ma non era stupido. Sapeva di non poter avere ciò che voleva ora, subito e senza sforzi. Si rendeva conto che sarebbe stato un lungo riavvicinamento e non privo di scosse e che, con ogni probabilità, quello che era accaduto avrebbe comunque lasciato una cicatrice impossibile da cancellare. Un piccolo dolore sordo gli contrasse lo stomaco, dove nessuno l'aveva colpito, fuorché la compresione di queste cose.
"Sai" disse Bea rompendo il silenzio, con gli occhi fissi alla strada. "A volte vorrei che potessimo tornare ragazzini." Dario girò appena il viso verso quello di lei. Era consolante sentirla esprimere sentimenti tanto vicini ai suoi.
"Anch'io. Litigheremmo, ci diremmo tutto quanto, e poi finirebbe lì."
"Già. Ma non si può più fare, vero?" Dario emise un suono che era a metà fra un singhiozzo ed una risata.
"Mi sa di no. Troppe...come dire..."
"Sovrastrutture." Concluse lei annuendo piano. Lui si unì al suo annuire, sporgendo le labbra.
Beatrice parcheggiò l'auto più vicino possibile al pronto soccorso e lo guardò, voltandosi sul seggiolino.
"Dario?"
"Mm?"
"Se ci fossero meno sovrastrutture cosa mi diresti?" I loro occhi si incontrano. Gli occhi giallastri di Bea sembravano cercare qualcosa dentro di lui e, improvviso e vivido, lo colpì il ricordo del giorno in cui si erano ritrovati, quando, entrando nella sua stanza, l'aveva trovata ad abbracciare la foto di lui ragazzino. Capì in un lampo cosa stava accadendo. Bea non cercava un dialogo serio e maturo. Bea stava da cane e voleva il suo Dario. Il suo stomaco si strizzò ancora un poco, come una spugna ormai molle ed ebbe un piccolo sorriso.
"Ti direi che sono geloso, ma geloso da ammazzarti con le mie mani. Che non posso neanche pensare che hai fatto uma cosa del genere. E che voglio sapere il nome. Perché dovesse essere anche l'arcangelo Gabriele ti giuro che lo faccio sanguinare da tutti i buchi e poi ci verso l'aceto dentro. Contenta?"
"Sei andato via per non ammazzarmi?" Qualcosa dentro di lui si era sbrigliato, quando aveva dato libero sfogo alle parole, ed ora non riusciva a riacchiapparlo. Avrebbe voluto riportare la conversazione su di un tono più maturo, ma quasi subito gli sfuggì di mano.
"Vedi, Beatrice, a volte è meglio evitare di dar sfogo ai sentimenti troppo violenti. Perché altrimenti all'ospedale ci finivi tu, due mesi fa, e ti assicuro che quando avevo finito con te potevi anche andare in giro nuda, ma nessuno ti avrebbe più toccata. È chiaro?" Beatrice deglutì udibilmente. Gli occhi di Dario erano due pezzetti di metallo freddo, che le pungevano la pelle. Era serio, molto serio. Davvero credeva che lei l'avesse tradito e la violenza dei suoi sentimenti la sgomentò. Pensò rapidamente a tutte le volte in cui si era trovata alla sua mercè, nida, completamente legata, sotto la lama di un coltello che avanzava lento fra la sua pelle e la stoffa dei vestiti. Quanto gli sarebbe stato facile condurla in una situazione simile e ridurla in uno stato tale che nemmeno lei stessa avrebbe potuto più sopportare la propria vista? E quanto aveva desiderato, realmente, farlo?
"Chiaro." Rispose, con voce incredibilmente ferma. "Ma tanto per fartelo sapere, Dario, io non sono stata con nessun altro."
"Non raccontarmi stronzate."
"Non racconto stronzate. Guardami in faccia. Non sei capace di capire quando sono sincera? Non sono stata con nessun altro, Dario. È figlio tuo."
"E allora perché...?" chiese lui quasi urlando. Allo stesso volume rispose lei.
"E cosa vupi che ne sappia, io? Non sono mica un dottore! Ma ce n'è tanti là dentro" Accennò all'ospedale col capo, in un gesto secco. "Fatti dare una controllata, già che ci sei! È tuo, ti dico!" Impossibilitato a prendere a puni il cruscotto come avrebbe volito, Dario si ritrovò a batrere i piedi sul fondo dell'abitacolo, come un bambino bizzoso, e quello stesso geto incrementò ancora la sua furia, apparendogli ridicolo.
"Non me ne frega un cazzo di chi è il bambino!"
"Ah no?" Chiese lei in tono di sfida.
"No!" Ruggì lui in risposta. "È di te che me ne frega, brutta deficiente! Non lo so di chi è lui, ma te sei mia!" Il volume della sua voce, nello spazio ristretto dell'abitacolo, risuonava eccessivo e quel 'te', che proveniva dalla loro infanzia come un relitto conservato perfettamente nel bel mezzo del tempo sbagliato, le parve decisamente più eloquente di qualunque discorso.
Beatrice allungò la mano e gli strinse dolcemente la gamba, appena sopra il ginocchio.
"Va bene, Dario, ho capito. Faremo quel che potremo. Adesso, però, andiamo dentro, dai." Dario tremava leggermente, scosso fra dolore fisico ed emozioni tanto forti da lasciarlo stordito, come dopo una febbre violenta. Crollò il capo e si lasciò aiutare ad alzarsi dal seggiolino.
Non capiva fino in fondo cosa fosse accaduto in auto. Una parte di di ciò che era successo gli rimaneva oscura, ed era, per amor di precisione, come diavolp avesse fatto ad addolcire lo sguardo cupo e chiuso di Beatrice, che gli sedette accanto, con la piccola mano calda posata sul suo ginocchio, per tutto il tempo in cui dovettero aspettare al pronto soccorso.
Non capiva quale delle cose che aveva detto o fatto avesso potuto produrre quel cambiamento, ma ne era talmente feloce da sentirsi impietrito. Era assalito da una debolezza di malattia dopo lo scoppio d'ira di poco prima e temeva confusamente che qualsiasi cosa potesse dire l'avrebbe riportato indietro sulla strada che avevano percorso.
Quando lo chiamarono nell'ambulatorio, fu solp con un cenno cortese del capo che liese di rimanere ad aspettarlo, invece di accompagnarlo.
Bea aggrottò appena le sopracciglia, ma si rilassò contro lo schienale in plastica sagomata della sala d'attesa, dando mostra di obbedirli senza domande.
Il medico fece ciò che doveva fare con efficiente precisione. Lo schiocco soffocato del suo omero che ritornava in sede non gli strappò più di un grugnito di dolore, guadagnandogli uno sguardo di soddisfatta valutazione da parte dell'uomo in camice bianco, che lo osservava da un'altezza quasi pari alla sua.
"Non è la prima volta, eh, signor..." scorse un foglio sulla scrivania, probabilmente il modulo he gli presentava il suo caso, cercando il nome di Dario, che gli venne in soccorso.
"Malatesta. No, la terza." L'altro sogghignò toccando l'articolazione con dita esperte, per controllare che ogni cosa fosse a posto.
"Deve essere una vita interessante, la sua. Bellissimo ematoma. Lavora nel campo delle demolizioni?" Gli chiese ironicamente, accennando col capo all'ampia chiazza scura che andava formandosi sulla sua spalla e a quella che le faceva da contrappeso sul viso.
"No. Sono un chimico. Si è rotta una porta in casa."
"Ah, capisco. Brutta cosa, il bricolage. La prossima volta, però, le suggerisco di prendere qualunque cosa si rompa a calci, perché questi tendini ne hanno già avuto abbastanza." Si interruppe per un attimo per fargli alzare dolcemente il braccio. "Oppure può continuare sulla falsariga delle facciate. Come preferisce." Dario non rispose, mostrandosi completamente intento a fissare una chiazza di umidità che si allargava nei pressi della finestra. Si vergognava terribilmente, nonostante il tono di voce dell'altro fosse pacifico e comprensivo. Il momento di silenzio si dilatò e lui si perse nei suoi pensieri o, meglio, nel grande vuoto di sfinimento che occupava la sua mente, al punto che, quando il medico gli rivolse una domanda, non lo sentì affatto.
"Mi scusi? Non ho capito."
"L'ha picchiata forte, la testa?" Dario crollò il capo.
"Ero distratto. Può ripetere?"
"Chiedevo se le costole sono a posto. Le fa male quando respira? Riesce a parlare senza dolore?" Lui ripensò alle proprie grida irate, a come riempivano l'abitacolo della minuscola auto di Beatrice, ingombranti come una presenza fisica, e contrasse la bocca ad un sorriso involontario.
"Nessun problema." L'altro gli premette il fianco con mano ferma.
"E se faccio così? "
"Potrei ricordarle che sono sposato, ma niente di peggio." Capotava spesso a Dario di scherzare, anche in modo triviale, mantenendo un tono ed un viso perfettamente composti, tanto che riusciva difficile alla maggior parte delle persone capire che stava giocando. Questa sua abitudine aveva contribuito non poco, negli anni, alla sua fama di algido e serioso. Rimase quindi piacevolmente stupito quando il medico ridacchiò divertito alle sue parole.
"Tranquillo, tranquillo, lei non è il mio tipo. Preferisco le persone più basse di me e con più tette." Dario annuì.
"Io reputo requisito indispensabile anche l'essere l'unico della coppia a pisciare in piedi, ma i gusti sono gusti." Risero di nuovo insieme ed il senso di simpatia e cameratismo aumentò. Dario rimase in silenzio qualche secondo, abbastanza perché l'altro sollevasse un ingombrante tutore di tessuto scuro daltavolo sotto la finestra e tornasse verso di lui, per aiutarlo ad indossarlo e dargli tutte le raccomandazioni del caso. Era evidente, e certo non gli sfuggiva, che le pocheparole che il medico aveva scambiato con lui non erano altro che convenevoli propri del suo lavoro, ciò non di meno una delle cose che Beatrice gli aveva detto in macchina continuava a rimbalzare dal ricordo al pensiero e viceversa, come sfidandolo a provare che aveva torto. Conviveva da troppi anni con lapropria timidezza per non sapere che una tale combinazione di istintiva simpatia, debolezza delle sue difese e tormentosa curiosità non si sarebbe ripetuta facilmente. Se avesse lasciato perdere ora, non quella domanda sarebbe scivolata sotto strati di dubbi e giustificazioni, fino a scivolare via del tutto, rimanendo solo un rimorso che, di tanto in tanto, sarebbe uscito a pungerlo come un coccio di vetro nascosto fra le frange di un folto tappeto. Prese fiato e coraggio.
"Lei è un medico, vero?" L'uomo in camice si immobilizzò mentre stava chiudendo il pesante tutore e, con aria sarcastica, fissò se stesso e il badge che gli penzolava dal taschino.
"Da cosa l'ha notato?"
"Si, cioè, volevo dire, nel senso...se le facessi una domanda da medico, anche se non c'entra col motivo per cui sono qui?" L'altro gli sorrise e d'improvviso Dario si rese conto che poteva avere all'incirca la sua età.
"Come funziona esattamente la faccenda dell'avere dei figli o non averne?" Le parole suonarono assolutamente sbagliate alle sue orecchie, mentre nella sua mente erano tanto ordinate, e per un attimo Dario si odiò con un'intensità tale da spaventare perfino se stesso.
"Mi prende in giro, vero?" L'espressione negli occhi del suo interlocutore era di educato spavento.
"Aspetti. Non sono stato chiaro. Vorrei come dovrei fare esattamente per sapere se sono in grado di avere figli o no." Chiarì parlando in fretta. Sentiva il familiare nodo alla gola diventare sempre più grosso e dolproso e temeva di non essere in grado di spiegarsi prima che questo gli togliesse ogni capacità di parola.
Per nulla stupito o sconcertato, il giovane medico gli spiegò con dovizia di particolari quello che avrebbe dovuto fare e gli suggerì perfino il nome di qualche professionista cui avrebbe potuto rivolgersi, se avesse voluto sottoporsi all'analisi di cui aveva domandato.
"Allpra, vuole che le scriva il numero?" Gli chiese infine, alzando appena per un attimo gli occhi dalla scrivania, dove era seduto da un paio di minuti scrivendo placidamente il suo referto, mentre gli parlava. Dario annuì in silenzio, grato che l'altro paresse comprendere lo stato di profondo disagio che quell'argomento gli provocava.
Uscì dall'ambulatorio sentendosi insieme più leggero e più pensieroso di quando era entrato.
Bea aveva passato quei quaranta minuti di attesa a dimenarsi sulla scomoda sediolina di plastica arancio stinto fuori della porta.
Ora che si era calmata, si sentiva in colpa per aver alzato le mani su Dario. Le sembrava di aver commesso un'azione infinitamente più riprovevole di quello che mai sarebbe riuscita a spiegare a chi non era cresciuto con loro. Le sembrava, in buona sostanza, che Dario ne avesse prese fin troppe, durante gli anni della loro infanzia e della prima giovinezza, e di essersi comportata niente affatto meglio di come avrebbe fatto zio Lucio, in una situazione analoga.
Questo lungo giro di pensieri la riportò all'interrogativo che si era posta spesso in quelle ultime settimane: si chiedeva, da qua do aveva saputo di aspettare un bambino, se sua madre fosse stata sincera con lei, quando l'aveva rassicurata a proposito della sua paternità.
Mettendosi nei panni di Isabella, capiva di non poter confidare nella parola di sua madre. Non le avrebbe mai detto la verità, se lei fosse stata figlia di Lucio, perché quell'ammissione avrebbe portato con sé anche la necessità di ammettere che le era stata preferita Sissi, nonostante entrambe gli avessero dato un figlio; perché questo avrebbe significato spezzare l'ultimo, labile legame, quello del sangue, che univa Beatrice a Rodolfo e, imfine, perché Isabella non poteva non sapere cosa provasse lei per Dario, cosa avesse sempre provato, perfino a distanza di anni, perfino quando la assisteva, nella sua rapida discesa verso la morte, e non poteva non sapere che una tale verità avrenbe finito con il distruggere gli ultimi residui di sentimento, di dolcezza, che il cuore di sua figlia era riuscito a conservare.
No, riflettè ancora una volta Beatrice, cambiando posizione senza trovare requie, se anche così fosse stato, lei non glielo avrebbe mai detto, confidando nel fatto che non sarebbe cambiato nulla, non avrebbe avuto alcuna importanza, quella sua pietosa bugia.
Invece ora, ora che dentro di lei cresceva il figlio di Dario, avvenimento che certo Isabella non avrebbe mai potuto prevedere, quel particolare importanza ne assumeva, e molta. Le scarse cognizioni mediche di Beatrice non arrivavano a supportarla nel comprendere quale potesse essere la portata di un simile fatto, ma un senso di nebulosa angoscia la torturava.
I pochi che erano a conoscenza della parentela fra lei e Dario avevano sempre fatto riferimento al rischio per i loro eventuali figli e lo credevano solo cugini. Il ricordo dei visi disgustati e dei commenti crudeli che aveva sentito in merito durante la sua infanzia era ancora straordinariamente vivo in lei e la pungolava.
Temeva che avrebbe dovuto affrontare, oltre ad una maternità ingombrante e del tutto indesiderata da entrambi, anche l'eventualità che loro figlio fosse imperfetto, forse perfino deforme. Sarebbe stata solo colpa loro, che non avevano voluto sottostare a ciò che tutti avevano sempre tentato di imporre loro. Un vago senso di punizione sospesa sopra il suo capo, come una spada di Damocle in attesa di cadere schiantandola, la angosciava nei momenti più inattesi.
Attendeva a giorni il referto dell'amniocentesi che le avevano praticato in quello stesso ospedale e, insieme al verdetto sulla salute di quell'esserino cui aveva iniziato, suo malgrado, ad affezionarsi, sarebbe arrivato anche il test di paternità. L'aveva fatto fare per poterlo sbattere in faccia a Dario, andando a rubare il suo spazzolino in una delle lunghe giornate silenziose in cui lui era al lavoro, ma, ora, lo aspettava con una curiosità divorante. Il ginecologo le aveva detto che dal test si sarebbe capito chiaramente quale rapporto di parentela li univa e le aveva detto anche che l'amniocentesi non avrebbe potuto prevedere ogni possibile problema, ma solo pochi fra i più gravi.
Quel pensiero, quel fardello le teneva i nervi tesi perfino qua do si stendeva per dormire ed era stato, certo, uno dei motivi per cui aveva perso la calma in modo tanto esplpsivo, qualche ora prima.
Avrebbe voluto potersi nascondere sul petto di Dario, come aveva sempre fatto quando le cose si facevano troppo opprimenti per lei, e cercare, anche solo nel suo quieto abnraccio silenzioso, la consolazione e la sicurezza di cui sentiva il bisogno, ma Dario continuava a non credere che il bambino fosse suo.
Era perplessa, infuriata e sdegnata di gornte a questo suo atteggiamento, ma sapeva, con l'infallibile istinto di una vita intera di conoscenza, che non sarebbe stato possibile smuoverlo dalla sua convinzione prima di avere in mano una prova tangibile, incontrovertibile, di ciò che gli andava dicendo.
Solo il suo scoppio di furiosa gelosia di poco prima l'aveva salvato dal ricevere lo stesso trattamento che lui le aveva riservato.
Nonostante tutto, il suo mugghiare esacerbato le aveva riportato davanti agli occhi l'amore che provava per lei con una tale veemenza che le era stato impossibile rifiutarlo. Dario era parte di lei, come i ricci che non conoscevano gravità né disciplina e le mani nervose e in perpetuo movimento. Non poteva fare nulla in proposito, ma non aveva intenzione di aprirgli il suo cuore per mostrargli le sue debolezze, non fi o a che lui era convinto della sua colpevolezza.
Lo amava, lo aveva sempre amato come fosse la sua stessa carne, ma sapeva qua to inesorabile e crudele lui sapesse essere quando si reputava nel giusto.
Lo vide uscire dall'ambulatorio con un senso di sollievo.
Si era aspettata di vederlo arrivare con una pesante fasciatura, come la prima volta in cui gli era capitato lo stesso imcidente, quando ancora erano ragazzini, e fu con un certo sollievo che guardò il tutore che manteneva al suo posto, da sopra i vestiti il braccio malandato.
Le parve molto più civile e comodo, rispetto al bendaggio quasi da reduce di allora.
Dario indovinò i suoi pensieri e la direzione della sua memoria senza dover chiedere nulla, solo osservando dove si posasse il suo sguardo. Le rigolse un sorriso pallido.
"Visto? Ci siamo evoluti." Bea lo sfiorò con le dita in una piccola carezza amichevole e gli sorrise a sua volta.
Entrambi si sentirono sollevati nel constatare che il vecchio legame esisteva ancora, nonostante il duro colpo subito.
Beatrice guidò verso casa il più rapidamente possibile. Non desiderava altro che un bagno rilassante e un lungo pisolino, pur sapendo che avrebbe dovuto intervallare queste due attività con un pasto, e sentiva che anche Dario non voleva altro se non riposare, dare il tempo alla propria mente di ritrovare una parvenza di calma e iniziare il processo di guarigione.
Un silenzio caldo e confortevole come una vecchia coperta li avvolse, nell'abitacolo. Il peggio era, in qualche modo, passato. Ora non restava che vedere cosa si fosse irreparabilmente guastato, cosa invece si potesse riparare e cosa, infine, fosse rimasto intatto. Entrambi, ognuno nella sua mente, ma con quella forma di sincronia del pensiero che li aveva sempre legati, stavano covando con tenera aspettativa la tranquillità e la riservatezza della loro casa, che gli avrebbe permesso di affrontare quel momento di incerto riavvicinamento al riparo da ogni pressione. Rimasero quindi piuttosto stupiti nel vedere l'auto di Andrea parcheggiata esattamente di fronte alla porta di ingresso, con annesso Andrea che, seduto al posto di guida e con le mani stese sul volante, pareva aspettarli da un pezzo con l'incrollabile pazienza di chi si è prefitto un compito che non ha alcuna intenzione di disertare.
Si scambiarono uno sguardo, comunicandosi l'un l'altro l'assoluta ignoranza sui motivi della sua presenza e sulle sue intenzioni.
Non fecero a tempo a scambiare nemmeno una parola, però, perché, non appena li vide accostare, Andrea esplose fuori dello sportello come un pupazzo a molla, dirigendosi a passo deciso verso Dario, ancora seduto, con le ginocchia che gli arrivavano quasi al petto, nella macchina di Beatrice.
Sembrava arrabbiato e lo era davvero: dopo l'illuminante telefonata con Vittorio, che non si era affatto formalizzato nel fornirgli ogni dettaglio di cui era stato messo a parte da Viola, aveva parlato e riparlato dell'intera faccenda con Elena e sua madre e, se lo aveva addolorato vedere Liliana sentenziare che non avrebbe mai più potuto guardare in faccia Dario dopo essere venuta a conoscenza di fatti tanto gravi, quello che lo aveva profondamente colpitomera stata la reazione di Elena che, solitamente la più sensata ed equanime delle donne, si era schierata completamente e senza alcun indugio. Non voleva rivedere Dario prima che quella faccenda fosse stata risolta. Nè per un caffè, né per caso, rientrando dal lavoro. Quando si fosse accomodato con Beatrice, allora se ne sarebne potuto riparlare, non prima.
Tutto questo, unito al personale giudizio di Andrea nei confronti di chi decideva di abbandonare a se stessa una donna in attesa di un figlio e all'orgoglio malamente ferito per non essere stato ammesso alla confidenza di quello che reputava il più caro dei suoi amici in una contingenza tanto grave si era trasformato, nel giro di pochi giorni, in un'ira profonda e tenace, che aveva portato a galla la parte peggiore di lui.
Non ricevendo risposta alle sue numerose chiamate, quindi, aveva deciso di aspettare davanti a casa loro fino a che non avesse visto Dario per dirgli il fatto suo.
Si avvicinò quindi alla portiera dietro cui sedeva l'altro e, senza aspettare nemmeno che aprisse, iniziò a parlargli.
"Tu sei una persona di merda. Punto. Non un coglione, non uno stupidone un tantino imbranato ma che in fondo è una brava persona, come ho sempre sostenuto, ma proprio una brutta persona." Esordì. Dario lp fissava con aria attonita da dietro al finestrino impolverato, troppo sfinito anche solo per protestare a quel trattamento. Bea spense la macchina con qiella che pareva una calma glaciale e si slacciò la cintura di sicurezza, sporgendosi poi per slacciare quella di lui. "E non è neanche solo questo, il problema. Il problema è che sei anche un amico di merda, uno che non ha neanche idea di cosa cazzo sia, un amico." Il dito di Andrea si agitava minaccioso al di là del vetro, accaparrandosi gran parte dell'attenzione di Dario, che ascoltava qiel torrente di insulti solo parzialmente donsapevole del motivo che li aveva scatenati. Beatrice, intanto, scese dall'auto e fece il giro per raggiumgere lo sportellomdel passeggero. Con un gesto cortese e deciso del braccio, fece spostare Andrea quel twnto che le occorreva per aprire. "Perché uno che dice di essere mio amico e poi mi tratta come un conoscente occasionale, parlandomi solo ed esclusivamente quando c'è da chiacchierare senza dire niente, vuol dire che proprio non lp sa, cosa sia un amico." Continuava imperterrito l'altro, mentre Beatrice aiutava Dario a srotolare la sua notevole lunghezza fuori dall'auto.
Andrea si fermò, perplesso, momentaneamente silenzioso, e, con l'indice ancora proteso, lo osservò da capo a piedi, prendendo debitamente nota del livido sul viso, del pallore e degli occhi vitrei e cerchoati e del pesante tutore di Dario.
"Ma cosa ti è successo?" Chiese poi, in tono incerto, lasciando cadere la mano lungo il fianco. Dario fece una smorfia.
"Sono caduto." Rispose laconico, avviandosi verso il portone di casa, lì ad un passo. Bea stava già sfoderando le chiavi. Era talmente seccata dalla rumorosa apparizione di Andrea, intempestivo come suo solito e rumoroso quanto basta per far scaturire in lei un fastidio priordiale, da non riuscire a tenere a freno la lingua.
"Si, su una pila di schiaffi, sei caduto. Entra in casa, dai." Chiosò cupa, spalancando la porta. Dario si rifugiò in casa, e Andrea prese fiato, poi lo lasciò andare in un lungo sospiro. La osservò stranito.
"Tu...?"
"Si, Vasirani, io. Qualcosa da dire?" Ribattè lei acida. Andrea scosse il capo e sollevò i palmi in segno di pace.
"No, no, tuo diritto. Solo , la prossima volta chiamami. Te lo lascio picchoare a te, ma mi piacerebbe almeno guardare." Bea sbuffò dal naso e richiuse la porta, senza invitarlo ad entrare.
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