29/12/1969
Lucio si guardò attorno sulla strada di cui ogni più piccolo particolare pareva spiccare in un gioco di contrasti eccessivi, nella luce lattiginosa del primo mattino.
Si sentiva ridicolo, ad aggirarsi furtivo in quel modo, ma la sua precauzione era necessaria. Se Rodolfo lavesse visto lì dov'era, o se anche solo qualche chiacchierone dalla bocca più grande del cervello avesse deciso di andarglielo a raccontare, sarebbe potuto succedere qualcosa di molto brutto. Era un tipo possessivo, Rodolfo, che non amava vedere le sue proprietà trattate con eccessiva confidenza. Era per lei che temeva, non per se stesso. Sapeva che Dolfo non gli avrebbe mai torto un capello, ma non avrebbe giuratolo stesso su sua moglie.
Con la sensazione di trovarsi troppo esposto, come un coniglio sulla neve, rimase ad aspettare nella nicchia del portone, dopo aver suonato, il campanello, per quello che gli parve un tempo lunghissimo. Avrebbe voluto appiattirsi contro la porta, nascondendosi agli sguardi di qualsiasi eventuale passante, ma era cosciente che, in quel modo, avrebbe portato praticame te scritta in fronte una piena confessione di cattive intenzioni a chiunque fosse uscito dal palazzo, perciò rimase diritto, spostando il peso da un piede all'altro, solo parzialmente nascosto dalla rientranza. Non per la prima volta in vita sua, rimpianse la sua mole che lo faceva sporgere di tre quarti.
Finalmente la porta si aprì con uno scatto metallico e lui si affrettò sulle scale, divorandole a due e a tre alla volta, fino al terzo piano. Si ripeteva mentalmente di restare calmo, che Rodolfo se n'era andato quella mattina presto per uno dei suoi giri, che addirittura gli aveva chiesto lui stesso di passare, in un ritaglio di tempo, a vedere come se la cavasse sua moglie. Solo questo, stava facendo, una visita di cortesia alla moglie del suo amico, niente di strano, considerando che era anche sua cognata. Una semplice visita di cortesia, come richiesto dalla premura verso i membri della famiglia e dal suo più caro amico.
Queste sconnesse giustificazioni si spensero di botto, come troncate dall'abbassarsi di un interruttore, quando i suoi occhi incontrarono la porta socchiusa, appena dietro l'angolo formato dal muro.
Scivolò all'interno senza quasi respirare, per il solo piacerw di sentire il suo odore appena entrato. Il suo profumo dolce, più delicato di quello dei fiori, più intossicante di quello dell'oppio, che lo colse come ogni volta in pieno petto, con la forza di un colpo vibrato spietatamente.
La penombra della casa, semplice ed elegante, ma più cupa di quanto il suo rudimentale senso estetico potesse apprezzare, gli dilatò le pupille, rendendolo semicieco per un momento. La chiamò a bassa voce dal suo posto appena oltre la soglia.
"Vieni dentro, dai, cos'hai, paura che ti mangi?" La risata divertita di Isabella, un suono infantile, come un tintinnio d'argento, gli contrasse le labbra in un sorriso involontario. Veniva dalla sala, alla sua sinistra, e si affrettò a raggiungerla. Era girata di profilo, intenta a sistemare qualcosa sull'ampio tavolo lustro, i lunghi capelli che le ricadevano in morbide spirali sulle spalle e sulla schiena e una veste da casa, di tessuto scivoloso, che disegnava il corpo delicato accendendo in lui un subitaneo moto di deaiderio. Il sorriso di Lucio si allargò, creando due piccole fossette ai lati delle labbra, un dettaglio che lei amava quanto poche altre cose al mondo. Volò fra le sue braccia con un movimento breve ed aggraziato come quello di una rondine che rientri al nido.
Era minuta, Isabella, più bassa della sorella, sua moglie, di parecchi centimetri e con un'ossatura da uccellino che glo faceva temere, ogni volta, di poterla spezzare, ma il suo abbraccio era piacevolmente morbido ed anche attraverso la giacca invernale poteva avvertire la rotondità del suo seno premergli contro.
"Che bello che sei qui! Che fatica, tutto questo tempo senza poterti mai toccare." Gli sussurrò con voce soffocata. Lucio se la strinse contro. Come ogni volta, si sentiva scaldare lentamente denteo, quando lei gli era vicina, un tepore piacevole ed intuitivamente buono, come quello dei primi soli di primavera che scendesse sulle ossa irrigidite da un lungo inverno. Percepiva il suo amore e, per dio, la amava come aveva forse amato solo sua madre e sua sorella in tutta la vita. Gli sembrava che tutto il tempo che le passava lontano fosse passato in un brutto sogno, quelli da cui non ti riesci a svegliare, e di essere vivo e cosciente a se stesso solo quando poteva sentirla parlare e vedersela muovere attorno. Per l'ennesima volta si chiese come avesse potuto permettere che accadesse tutto quel casino, in che modo, in nome di cristo, avesse finito per perdere l'occasione di renderla sua per sempre. L'aveva persa, invece, ed ora lei era la moglie di un altro, e questo l'avrebbe perfino potuto sopportare, ma era la moglie di Rodolfo, dell'unica altra persona al mondo che contasse per lui più di se stesso, e questo, invece, gli aveva strappato ben più di un pianto solitario in quegli ultimi due anni. Si sentiva male, a fare quello che faceva, ad amare e, soprattutto, a lasciarsi amare da lei, a toccarla come faceva, ad amarla addirittura nel loro letto. Si sentiva tanto male che spesso passava la notte immediatamente successiva a quel genere di incontri chiuso nella stanza in cui avrebbe dovuto lavorare, a pensare, roso dal rimorso, senza poter chiudere occhio, ma era assolutamente, totalmente incapace di impedirselo.
Era troppo bello, suonava troppo giusto, quello che c'era fra loro, naturale come respirare. Le passò le mani sulla schiena, dalle spalle fino alla curva delle natiche, strappandole un sospiro dolce, come quello di una bambina che venga consolata dopo un lungo pianto.
"Bella, lo sai perché sono qui, è vero?" Le chiese, cercando di imprimere alla sua voce un tono severo. Era talmente difficile staccarla da quell'abbraccio, difficile come staccare la bocca dal bicchiere quando si è arsi di febbre, ma lo fece, per poterla guardare.
Gli occhi di Isabella evitarono il contatto con i suoi, scivolando legferi sul suo viso.
"Perché senza di me non ci sai stare?" Il suo tono era leggero, ma lp sentiva nelle mani, Lucio, che era tesa come una corda.
"Anche." Ammise senza sforzo. "Ma anche perché sono venuto a sapere una cosa importante e volevo parlare con te." Inclinò la testa cercando il suo sguardo, che però lo evitò di nuovo. "Lo sai, dic cosa parlo?"
"Te l'ha detto Dolfo?" Chiese lei, quasi con amarezza.
"Sicuro."
"Va bene, allora, cos'è che vuoi sapere?" Lucio sospirò trattenendo la collera, strattonandola indietro come un cane feroce alla catena. La vedeva chiudersi rapida e dura come un pugno che si stringe, chiudendo fuori lui e tutto il mondo.
"Bella. Allora? Per cominciare, è vero? Sei in stato interessante?" Nonostante il contegno distante che aveva preso, a Isabella sfuggì una risata dal naso, quando sentì quelle parole.
"E questa di chi è? Di mia sorella? 'In stato interessante'" lo scimmiottò schernendolo. Poi scosse la testa, coprendo col dorso della mano il sorriso malizioso che le era affiorato alla bocca. "No, Lucio. Sono incinta, non in stato interessante. Io sono ancora una persona normale." Lui annuì, incassando con grazia la sua presa in giro, sollevato dal vederla ridere. Tenendole una mano mollemente agganciata alla vita, la portò a sedere sull'anemico divanetto a due posti nell'angolp della stanza. Voltati uno verso l'altro, le loro ginocchia si toccavano sotto le mani intrecciate.
"E...sei felice?" Lei scosse le spal.e, come a dire che non aveva alcuna importanza. Il suo viso si stava di nuovo cristallozzando in una maschera di distacco.
"È normale, Lucio. Fa parte della vita. Del resto, anche tu stai per diventare papà, no?" Lucio si schiarì la voce.
"Ecco. Di questo ti volevo parlare." Gli occhi di Isabella gli saettarono sul viso per fuggire di nuovo. Le tremava la voce.
"Cos'è, adesso che la Silvana ti fa un figlio non mi vuoi più vedere?" Aveva paura. Aveva talmente paura di perderlo, di vedersi negare anche quell'ultimo legame che le restava con la vita, che non riusciva a smettere di pensarci. Le mani di Lucio si strinsero più forte sulle sue, che sparirono per intero in quella stretta impari.
"Si può sapere come cazzo ti vengono in testa queste idee da cretina? Cosa sei, gelosa?" Lei inarcò un sopracciglio, senza proferire parola. "Va bene, era una domanda stupida. Ma se ancora non lo sai, che ti voglio continuare a vedere, allora vuol dire che tanto furba non sei neanche tu." Isabella gli si avvicinò impercettibilmente e posò la fronte sulla sua spalla. Le si rilassarono visibilmente le spalle.
"Allora cosa vuoi chiedermi? Come lo vogliamo chiamare? Chi gli fa da madrina?" Lucio si mordicchiò le labbra. Non c'era un modo carino di metterla giù e oramai era ora di smettere di girarci attorno.
"No. Voglio sapere se è figlio di Dolfo o..." respirò a fondo. "O mio. Me lo dici?" Isabella finalmente lo guardò diritto negli occhi e Lucio si diede dell'imbecille per averlo desiderato. Luccicavano, quegli occhi, come quelli di un gatto appena prima del salto. Nonostante i cinquanta chili abbondanti e la trentina di centimetri di altezza in suo favore, si sentì completamente calato nella parte del topo.
"Già, Lucio. E se fosse tuo?" Gli chiese. La sua espressione era indagatrice e concentrata.
"Beh, se fosse mio...non lo so, è mio?" Lei agitò le spalle, con le mani ancora intrappolate fra quelle di lui.
"Facciamo caso che fosse tuo, come la mettiamo? Cosa fai?"
"Cosa faccio?" Le fece eco lui, stordito.
"Si, cosa fai? Un figlio io, un figlio lei. Siamo pari. Chi scegli, se è tuo?" Lucio boccheggiò.
"Bella, cosa vuol dire, che discorsi. Non è che posso scegliere un figlio..."
"Non dire asinate. Non parlo dei figli, parlo di me e della Silvana. E tu lo sai."
"Bella, io l'ho sposata." Cercò di spiegare lui. Isabella strappò le mani di fra le sue e gliele posò sul viso.
"Si, ma non è mica detto che sia per sempre. È me che ami, no? È vero?"
"Si."
"E io te. E Dolfo..."
"È un brav'uomo, Bella."
"È un rettile. È freddo e cattivo e non ha uno scampolo di cuore, di gentilezza, per nessuno che non sia lui. È una bestia infida, il tuo Dolfo, Lucio. Forse a te vuole anche un po' di bene, sa dio perché, ma a nessun altro. Credimi." Lucio strinse la bocca.
"Non gliela posso fare, una cosa così, a Dolfo." Le mani di Isabella gli strinsero il viso.
"Lucio, parlo sul serio, se è vero che mi vuoi bene, anche solo un pochino, portami via. Andiamo via. La conosco, mia sorella, la conosco da tutta la vita, lei andrà avanti a cercare di farti essere un'altra persona e non smetterà fino al giorno che non ti spezzerai in due. Poi ti sputerà sopra perché ti sei rotto e si sceglierà qualcos'altro da fare. Non ti vuole bene, ti giudica male, ti vede come un..."
"Come una bestia o poco più, grezzo e stupido come un animale da soma?" Terminò per lei Lucio. Una smorfia amara gli distorceva i lineamenti, di norma aperti e franchi come quelli di un ragazzo. Isabella abbassò lo sguardo.
"Come una specie di cosa da fare, dicevo." Lucio le accarezzò il viso. Si era ben accorto, in quei due anni, del sotterraneo disprezzo e della sopportazione a malapena celata che gli riservava sua moglie. Per lei parlava sempre troppo forte, scherzava sempre troppo volgarmente e non aveva cultura a sufficienza. Lo trattava come un grosso bambino bisognoso di indulgenza ed educazione, senza mai indagare ciò che si nascondeva sotto la superficie per trovare la sua memoria fotografica e le sue straordinarie doti di pianificazione, che arrivavano a sfiorare, in alcuni casi, la preveggenza.
Era intelligente, Lucio, di un'intelligenza tutta rivolta verso l'interno e totalmente priva di rivestimenti culturali, una nuda ossatura metallica di determinazione e memoria, ma Silvana non l'avrebbe saputo mai, come non avrebbe mai posato lo sguardo sull'innata tenerezza dei suoi gesti più nascosti o sulla profonda sensibilità che lo portava a capire senza fallo cosa desiderassero, nel profondo, le persone attorno a lui. Isabella desiderava aggiustare le cose, ad esempio. Non aveva importanza che fosse un quadro storto o un'intera vita: se non andava, avrebbe detto lei, non andava e basta e bisognava pur farci qualcosa.
Fosse nata del sesso giusto, sarebbe stata un meccanico di prim'ordine, di quelli da scuderia, poco ma sicuro. Ed era focosa, per giunta, e, fosse stata un uomo, pensava Lucio, sarebbe stato uno dei suoi amici più stretti.
"Bella, non potrei fare una cosa così a Dolfo." Le ripetè con voce dolce. "È una specie di regola, vedi? Non si fa e basta."
"Ma puoi fare una cosa così a me?" La voce di Isabella si stava incrinando di pianto. Lui aggrottò le sopracciglia.
"Aspetta, adesso, non precipitiamo. Torniamo a noi. Me lo vuoi dire di chi è figlio?"
"No." Lucio si grattò la fronte.
"Bella..."
"Mio, va bene? È figlio mio e basta. E adesso fuori dai coglioni!" Gli sibilò colpendolo su un braccio.
"Bella!"
"Bella niente! Cosa vuoi da me? Vieni qui e vuoi che ti dica quello che ti pare a te, solo per poter mettere tutto nel modo che ti pare e di quello che voglio io te ne freghi!"
"Non è vero. E lo sai."
"E allora perché lei si e io no? Perché suo figlio vale più del mio?"
"Smettila di fare l'isterica adesso! Non ho detto questo, ho detto che è complicato e...ascolta, io lo devo sapere, se è figlio mio. Ho bisogno di saperlo. Non per te. Io ti amo in ogni modo, Bella. Per mettere a posto le cose, per provvedere, in qualche modo, se è mio."
"Lucio, è mio. Non ti basta?" Lui sorrise.
"Allora vuol dire che gli terrò sempre un occhio addosso a prescindere da chi è suo padre."
"Lucio, portami via. Portami via se no impazzisco."
"Bella..."
"Portami via adesso, se no non succede più. Se non ti azzardi a portargli via la moglie, figurati moglie e figlio."
"Amore..."
"Portami via, Lucio. Ti scongiuro." Inaspettatamente, lui annuì con forza. Riusciva a vedere di fronte a sé, come fossero reali, le dje strade divergenti che avrebbe potuto prendere. Era stato tutta la vita una persona remissiva. Aveva fatto prima quel che diceva suo padre, poi quel che diceva suo zio e, ora, faceva quel che ci si aspetrava che facesse. In quell'istante, capì che non era l'ultima possibilità solo per loro due: era a che l'ultima occasione per lui di fare quel che voleva, i vece che quel che gli dicevano. Di fronte a quella verità solida come un muro di mattoni, prese la sua decisione. A Isabella si mozzò il fiato in gola.
"Dammi cinque anni. Cinque anni da oggi. Ce la fai?" Era mortalmente pallido e mortalmente serio.
"Si. Ma...perché?"
"Perchè almeno mia moglie la voglio lasciare bene, messa bene. A soldi intendo. E voglio che Dolfo si faccia qualche amico. E poi mi servono per avviare l'azienda. Dopo andiamo."
"Davvero?" Lui annuì.
"Prometto." Isabella sentì un palpito alla bocca dello stomaco. Non prometteva alla leggera, Lucio. Si ranicchiò contro di lui, circondandone con le braccia la parte che arrivava ad abbracciare, ed annuì frenetica. "Bada di metter via qualcosina anche tu, se ti riesce, perché col casino che tiriamo su non ce la passeremo tanto bene."
"Io lavoro bene." Lui le passò una mano sulla testa, come ad u a bestiola fedele.
"Si, è vero, se brava. In qualche mankera vedrai che ce la caveremo. Mio padre mi spellerà vivo ma..." lei alzò il capo con aria rissosa.
"Non credo proprio, caro mio. Se la vede con me, prima." A Lucio fuggì un sogghigno pensando all'aria sorpresa che avrebbe assunto suo padre se mai fosse stato affrontato da quel donnino impavido dalla lingua tagliente. Avrebbe perfino potuto farcela, con l'effetto sorpresa dalla sua.
"Senti un po', fatina."
"Mm?"
"Adesso che abbiamo stabilito tutto, me lo dici per piacere se è figlio mio? " Isabella scosse la testa con aria cocciuta.
"Fra cinque anni, la prima sera che ceniamo a casa nostra, te lo dico." Lucio sbuffò e si appoggiò all'indietro, svincolandosi dal suo abbraccio, e accese un mezzo sigaro dopo averlo fatto apparire dall'interno della giacca con la destrezza di un prestigiatore.
"Testona." Commentò laconico, non senza un certo compiacimento nella voce.
Isabella si alzò e fece una puntata in cucina, per prendergli un boccone. Era un piacere fare da mangiare per lui, che mangiava con evidente piacere.
Rabbrividì stringendosi addosso la veste da casa. Glielo avrebbe detto anche subito, di chi era il bambino che le cresceva in grembo, e invece rischiava di non riuscire a farlo neanche il giorno che aveva fissato poco prima. Doveva confidare in un poco di fortuna, una volta tanto, che facesse arrivare questo bambino con una qualche somiglianza, perché lei non aveva idea di chi fosse, anche con tutta la buona volontà. Proprio non lo sapeva.
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