martedì 14 aprile 2015

62

Nei giorni successivi, al suo ritorno al lavoro e durante i suoi primi, timidi tentativi di riapertura verso il mondo esterno, Dario dovette scontrarsi con una realtà sgradevole, che non aveva mai intuito.
Non aveva mai capito quanta parte della benevolenza con cui ve iva trattato dagli altri, sia nella nuova azienda sia fra le sue conoscenze, dovesse all'instancabile socievolezza di Andrea ed alla protezione che gli derivaca dalla sua amicizia.
Era sempre stato Andrea a giustificare, con la sua risata pronta e i suoi modi cordiali, l'indole severa ed ombrosa di Dario, in modo tale che chiunque orbitasse intorno a loro finisse per vedere queste sue caratteristiche con occhio indulgente, in parte per le osservazioni ridanciane di cui ne faceva oggetto, che riducevano le sue quotidiane sgarbatezze a semplici eccentricità, ed in parte per il rispetto che le persone, fatte oggetto delle molte attenzioni di Andrea , non mancavano di avere nei confronti di quello che lui definiva senza alcun pudore il suo più vecchio amico.
Dopo essere venuto a conoscenza di ciò che era accaduto, però, il modo di considerare Dario era radicalmente mutato, per lui.
Era riuscito, all'indomani del loro incontro sulla soglia di casa, a parlare a Beatrice, che gli aveva apertamente raccontato ogni cosa, confermando parola per parola ciò che aveva saputo da Viola e Vittorio, quasi con un tono di umiltà, che non le aveva mai sentito. Alla fine della loro conversazione, si era perfino sentito porgere le sue scuse per non aver risposto alle sue chiamate.
"Ero talmente convinta che tu fossi d'accordo con lui, come al solito, che non me la sentivo di parlarti. Avrei dovuto almeno ascoltarti, prima, Andre. Mi dispiace." La voce di Beatrice suonava stanca e, in un qualche modo che gli riusciva familiare, sconfitta. Nessuna traccia della sua tradizionale combattività pareva esservi rimasta. Andrea si sentì stringere il cuore. Era la medesima voce con cui sua madre, negli anni difficili in cui doveva crescerlo senza alcun aiuto, la sera, tanto stanca da riuscire a malapena a mangiare un boccone, rispondeva alle sue domande sul perché lui non avesse un padre. Senza rendersene pienamente conto, stringeva il cellulare tanto che per ore gliene sarebbe rimasto il contorno impresso sul palmo.
"Niente di grave, cuginetta. Vorrà dire che mi devi una pizza riparatrice, okay?" Le disse in un tono leggero che contrastava follemente col suo viso serio. "Quel coglione di Malatesta?" Beatrice sospirò dall'altro capo del telefono.
"Dario sta un po' meglio, adesso, Andre. Non avercela con lui, dai. Vedrai che torna prima possibile, lo sai che non è il tipo da assentarsi troppo a lungo." I tendini spiccarono per un secondo sul collo di Andrea. Lo difendeva, perfino, come l'aveva sempre difeso. Quasi riusciva a vederli, con gli occhi della mente, lui a fare l'eroe tragico, come aveva sempre fatto dai tempi del liceo, e lei a corrergli attorno sistemando tutti i suoi casini. Chiuse rapidamente la chiamata coi pochi convenevoli di rito.
A chi gli chiese cosa fosse accaduto a Dario, in quei suoi pochi giorni di assenza, rispose che non lo sapeva né gli interessava. Non lo chiamò, né rispose l'unica volta in cui fu Dario a cercare lui.
Il messaggio che venne recepito da tutti coloro che gravitavano nella lpro orbita fu chiaro e lapidario: il dottor Malatesta non era più sotto la protezione di Andrea. Aveva fatto qualcosa di abbastanza grave da decadere, subitaneamente e completamente, dalla sua amicizia.
Coloro che si erano mostrati cortesi per l'affetto che nutrivano verso Andrea si sentirono, per lo stesso motivo, in dovere di schierarsi contro Dario in questa contingenza. Tutti gli altri, le cui reazioni al carattere senz'altro particolare di Dario erano sempre state mitigate dai modi solari  dell'amico, iniziarono a mostrargli scontento e franca antipatia.
Nel giro di poco meno di una settimana dal suo ritorno al lavoro, Dario si trovò di nuovo a stretto contatto con la sensazione, che lo accompagnava da una vita intera, di essere incapace di piacere a chiunque.
Non era uno sciocco e capiva, dei meccanismi interni che regolano i rapporti umani, più di quanto gli piacesse comunemente ammettere; la verità su quanto stava accadendo non gli sfuggì a lungo. Non avrebbe mai creduto che l'assidua, invadente presenza dell'altro potesse mancargli tanto e, allo stesso tempo, gli mancavano sia le idee su come porre rimedio alla spaccatura che si era formata fra loro, sia una qualunque altra persona a cui domandare consiglio.
Vittorio gli rivolgeva a stento la parola, mentre Viola badava a girarsi ostentatamente dall'altra parte ogni volta che aveva occasione di incontrarlo. Perfino Dora non faceva che osservarlo in silenzio, rispondendo con brevi monosillabi ai suoi tentativi di conversazione e presentandogli un volto lacrimoso ed intimamente offeso, quasi che lui l'avesse personalmente maltrattata.
Per la prima volta in molti anni, Dario avvertiva con forza schiacciante il peso della solitudine e non sapeva in che modo sfuggirne.

Beatrice osservava il profilo di Dario sotto la coperta. Il pesante tutore dei primi giorni aveva ceduto il passo ad uno più leggero, quasi invisibile in quel momento, e le ombre di stanchezza sotto i suoi occhi chiusi spiccavano vivide come lividi nella luce incerta della lampada da lettura accesa sul suo comodino.
Ancora le sembrava strano averlo di nuovo nel letto al suo fianco e le capitava più spesso di quanto volesse di trovarsi, come i  quel momento, a guardarlo dormire.
Aveva un'aria incredibilmente fragile, mentre era abbandonato nel sonno, quasi infantile, con le labbra carnose appena socchiuse, segnate dalla cicatrice ormai familiare, e il bel naso diritto che stemperava la sua linea severa nella morbida curva naturale delle sopracciglia folte.
Stava cercando di essere guardinga, nel suo riaprirsi a lui, di tastare il terreno per comprendere fino a che punto ciò che c'era fra loro fosse intatto e dove invece non fosse che un ingannevole strato pronto a spezzarsi come ghiaccio sottile, ma, in momenti come quello, quando lo vedeva tanto innocuo ed indifeso e poteva darsi agio di saziarsi della sua vista senza il rischio di essere scoperta, non riusciva a fare a meno di amarlo, come l'aveva sempre amato, e di desiderare senza alcun senso critico che lui la avvolgesse nel calore del suo amore esclusivo ed incondizionato, come era sempre stato.
Se la ragione le diceva di frenare quello che sentiva e di procedere con cautela, il suo cuore non voleva altro che stringere ed essere stretto, per trovare lenimento e consolazione da tutto il dolore che aveva dovuto sopportare.
Si sentiva in bilico tra queste due opposte necessità  quasi in continuazione. Solo a notte fatta, come in quel momento, quando il sonno di lui la proteggeva dalla sua stessa avventatezza, si permetteva di lasciare cadere il pesodella ragionata valitazione e di lasciarsi sentire, semplicemente, senza analizzare né discutere ciò che percepiva.
Era infinitamente stanco, il suo Dario, questo lo vedeva senza sforzo. Stanco di una stanchezza basilare, fondamentale, che gli impallidiva il viso e gli affilava i lineamenti e le ricordava da vicino la lunga crisi che aveva vissuto durante il primo anno di scuola superiore. Negli ultimi mesi doveva essersi trascurato in un modo del tutto inusuale per lui, perché i capelli, che di solito portava cortissimi, quasi acconciati in un taglio di rigore militare, erano ricresciuti abbastanza da suddividersi in innumerevoli minuscole ciocche compatte, come fossero eternamente umidi. Era un fenomeno a lei familiare quanto la consistenza stessa dei propri capelli, quell'apparire costantemente bagnati, che dava ai capielli fini e chiari di lui ina consistenza simile a quella della seta fra le dita.
Beatrice ricordò quanto piacevole fosse quella sensazione e desiderò sentirli ancora una volta fra le dita. Era da tanti anni che li portava troppo corti per permetterglielo e la tentazione fu eccessiva, per lei.
Allungò la mano e gli passò le dita fra i capelli, spingendoglieli all'indietro, lontani dal viso, in una carezza lenta e leggera. Il senso di dolce familiarità che le risalì il braccio per espanderlesi nel petto era caldo e liscio come una cosa viva e quasi le fece salire le lacrime agli occhi. Raccolse le gambe, piegandole sotto le coperte ed accostandole al busto, e posò la testa sul proprio braccio allungato verso di lui, chiudendo gli occhi per non essere costretta a percepire niente altro, niente che non fosse il ritmo lento e musicale dei loro respiri intrecciati e lp scorrere delle sue dita fra i capelli di Dario. Tutto quello che era accaduto le pesò improvvisamente addosso, scatenando un'onda di cocente autocommiserazione, che, questa volta senza resistenza alcuna da parte sua, le provocò una profonda commozione. Piccole lacrime calde scivolarono fuori dalle sue palpebre chiuse trovando la via per il cuscino, senza destarle alcuno stupore. Era per se stessa che piangeva, per quello che aveva passato, per la solitudine che provava in quel momento, per la nostalgia di ciò che era stato fra loro e le pareva non dovesse tornare più. Piangeva per Beatrice e tutte le sue molte disgrazie e disavventure, senza provarne alcuna vergogna perché si credeva nascosta agli occhi del mondo.
La colse completamente di sorpresa il polpastrello asciutto e gentile che le attraversò la guancia, portando via con se quelle lacrime.
Beatrice aprì gli occhi e li sbarrò in un'espressione stupita. Dario le accarezzava il viso, pulendo ogni traccia di pianto con la punta delle dita, in perfetto silenzio, gli occhi resi quasi grigi dalla luce fioca della stanza fissi sul suo viso in un'espressione di franca comprensione. La sensazione che provò fu la stessa di quando, da bambina, veniva colta in flagrante mentre commetteva un piccolo misfatto: un senso confuso di vergogna e irritazione che la faceva arrossire e la portava a parlare più del necessario. Prese fiato per iniziare a spiegare l'accaduto, ma la stessa mano che le aveva tolto dal viso ogni traccia di lacrime le si posò leggera sulle labbra.
Dario socchiuse gli occhi, chiedendole silenzio, e Beatrice acconsentì posando le dita su quelle di lui, premendo la mano di Dario contro la sua bocca. Baciò la punta delle sue dita appena prima che lui la richiamasse a sé con un gesto delicato.
Bea gli si accostò dopo aver spento la lampada, tendendo il braccio all'indietro. Aveva letto nei suoi occhi un bisogno di contatto fisico che rispecchiava il proprio abbastanza da indurla a dimenticare, almeno per il momento, tutte le considerazioni e le razionalizzazioni su quello che era accaduto, sarebbe accaduto e sarebbe potuto accadere. Stanchezza, necessità e vuoto erano ben più forti di qualunque argomento la mente razionale potesse intavolare. Se mai era esistito un momento in cui instaurare una tregua, il momento era quella notte, in quel letto.
Nel buio quasi totale della stanza, le loro labbra si trovarono senza sforzo, come avevano sempre fatto, e le loro bocche si dischiusero l'una all'altra senza alcuna esitazione. Bea aveva pianto, ma il sapore amarognolo delle lacrime era anche sulla lingua di Dario e nella sua bocca mentre la baciava, attirandola a sé col braccio sano, lasciando vagare i polpastrelli prima sulle sue spalle, sotto la maglietta di cotone che la copriva, e poi sulla sua nuca, fra i suoi riccioli scuri, ritrovandone la primitiva resistenza, affondandovi come una bestiola nel nido della sua infanzia. Lentamente Bea si avvicinò sempre di più, arrivando a posare il petto su quello di lui, accarezzando, toccando, scivolando sotto il tessuto leggero che lo rivestiva, assaporando col tatto la sua pelle delicata e il contorno noto dei muscoli del suo addome e del suo petto.
Il buio della stanza, il silenzio totale ed avvolgente che contornava la loro passione quasi isolandola al mondo intero, erano elementi che venivano da lontano per loro, e portavano con sé la rassicurazione che solo l'abitudine può conferire a qualsiasi gesto, comune o bizzarro che sia.
Con un braccio immobilizzato contro il petto, l'unica cosa che Dario poteva fare era stringerla e toccarla con l'altra mano, quasi totalmente passivo nell'accettare con entusiasmo le sue carezze e le sue attenzioni.
Bea lo sentì respirare più in fretta, di un respiro più lieve, e strofinò dolcemente il fianco contro la sua erezione, strappandogli un piccolo sospiro. Sentiva di desiderarlo, nonostante fosse la prima volta che si scambiavano anche un solo bacio da quasi tre mesi, e sentì, allo stesso modo, il desiderio di Dario, che faceva da perfetro contrappeso e specchio al proprio, in un lento ed inesorabile crescendo.
Scese in uma carezza lungo il suo addome, lentamente, quasi esitando, prima di insinuarsi sotto le bande elastiche sovrapposte del suo pigiama e dei suoi boxer in un unico movimento. Il braccio di Dario la strinse più forte, quasi temessa di sentirla allontanare d'improvviso, mentre la sua mano incontrava la tumida e setosa resistenza del sesso di lui.
Lo accarezzò con dolcezza, delicatamente, seguendone i contorni con le dita, sentendosi straordinariamente rassicurata dal quei gesti che non riservavano alcuna sorpresa, alcuna menzogna, nella lpro semplicità animale. Sapeva dove gli piaceva essere toccato e in che modo e cosa sarebbe accaduto in reazione ad ogni piccola pressione e frizione.
Come la scia luminosa di una stella cadente, quasi troppo veloce perché fosse intellegibile, le attraversò la mente la comprensione di cosa lui amasse tanto nel suo lavoroeche doveva essere simile, in un modo che forse sarebbe suonato ridicolo se espresso a parole, a quello che stava accadendo ora: non eisteva possibile inganno o sotterfugio, non richiedeva alcuna interpretazione. Una catena di azioni e conseguenze limpida e lineare, che lasciavano a chi le compiva la sicurezza necessaria per pensare liberamente alla mossa successiva.
La mano di Dario, ancora sulla sua schiena, scese fino a trovare la curva delle natiche e si insinuò sotto il tessuto elastico delle sue mutandine.
Era tutto a posto, tutto al suo posto. Le sue dita lunghe ed agili conoscevano la strada quanto quelle di lei e si trovò col fiato corto in poco tempo.
Fu Beatrice a far sparire i vestiti che ormai li impicciavano, respingendolo dolcemente sul materasso con un bacio quando lui cercò di aiutarla. Le faceva piacere, un piacere tenero che aveva quasi dimenticato, prendersi cura di lui, prodigarsi di attenzioni sul suo corpo.
Nel tenue bagliore che i lampioni della strada riverberavano sul soffitto della stanza, il corpo eburneo di Dario si delineava fra le lenzuola scomposte come fosse scolpito nella pietra calcarea, interrotto solo dalla lieve peluria dorata del petto.
Col braccio sano, la attirò su di sé e Bea affondò le mani nel cuscino, ai due lati del suo capo, per un altro, lungo bacio. Fu solo a quel punto che lui ruppe il silenzio. Il suo viso aveva ritrovato, probabilmente inutilizzata da troppi anni, l'espressione di timido desiderio dell'adolescenza. Teneva la mano sul fondo della schiena di lei, in una muta richiesta, e gli occhi, che parevano divorati dall'ingigantirsi delle pupille, nei suoi.
"Posso?" Le chiese solamente, a voce bassa. Bea ridacchiò posandogli la fronte sul collo.
"Si che puoi, scemo." Il sorriso incerto di Dario, pallido ma non meno insinuante del solito, le sembrò quasi rischiarare la stanza. Poi lei indietreggiò appena. Prese il suo sesso e vi si strofinò contro, strappandogli un minuscolo mugolio di anticipazione e la mano di lui le afferrò la vita, chiedendo senza parole. Lo vide inclinare appena il capo sul cuscino per godere la vista del momento in cui entrava in lei, prima di abbandonarsi all'indietro, scoprendo la gola.
Beatrice si muoveva sopra di lui, seguendo senza riflettere il ritmo dei suoi fianchi, stringendo il suo corpo fra le cosce, dimentica di sé e di ogni altra cosa nella marea crescente del piacere che le montava dentro. Le sue mani, che vagavano sull'addome di lui, si afferrarono nel momento in cui lei si piegò in avanti, quando ciò che provava si fece intenso davvero.
Dario si muoveva sotto di lei come un'onda, assecondandola, cercandola, assaporando ogni sospiro ed ogni gemito che le strappava. Una sottile linea verticale apparve fra le sue sopracciglia e le sue labbra si schiusero appena, mostrando il biancore perlaceo dei denti. Il cuore gli galoppava nel petto, un galoppo sfrenato, e ogni suo senso non gli rimandava altro che dolcezza, piacere, dalla liscia consistenza delle lenzuola che lo avvolgevano alla soffice stretta delle cosce di Bea attorno ai fianchi; la accarezzava, con la mano libera, la sua schiena, le gambe, ogni punto di lei che risuscisse a raggiungere.
La sentì arrivare all'apice del piacere, le dita minute che stringevano la sua carne, le piccole unghie affilate che affondavano in mezzelune sul suo petto, e gli parve di averla ritrovata e fu dolce, per lui, quando finì, perché la sentiva di nuovo vicina.
La attirò sul suo petto, dopo, osservando il viso di lei posarsi sull'ombra tatuata della sua mano, sul rilievo quasi scomparso delle cicatrici che formavano il suo nome e si accorse, sentendosi ridicolo, di essere sul punto di commuoversi. La loro pelle, rivestita da un sottile strato di sudore, aderiva tanto strettamente da dare loro la sensazione di essere una cosa sola. Il cuore di Dario batteva con forza, come quando qualcosa lo turbava, ma con la lenta regolarità di sempre e, ascoltandolo, nella protezione sottintesa dal suo abbraccio, col suo calore a cacciare via il fresco della notte, Beatrice stava scivolando pian piano dalla veglia al sonno.
"Mi dispiace tanto." Il sussurro di Dario la colse di sorpresa e lei riaprì gli occhi, senza muoversi. "Oh, Bea, mi dispiace tanto. È colpa mia. È colpa mia e ho ma dato tutto a puttane, come mio solito, sono riuscito a mandare tutto in vacca. Sono stato io. È solo colpa mia e non ho giustificazioni. "
"No, non le hai." Rispose Bea sempre seminascosta sul suo petto.
"Pensi che mi perdonerai?"
"Dario, se sono qua..." lui trasse un profondo respiro.
"Se sei qua è per lo stesso motivo per cui io non potevo andare via mentre ero arrabbiato. Perché volenti o nolenti io e te siamo legati. Ma vorrei davvero che tu mi perdonassi, anche se non ho niente per meritarmelo. Però ti amo tanto, Bea. Ti amo davvero e penso di non farcela, se ti perdo così. Non so cosa fare." Bea si accorse con sgomento del tono di assoluta resa nella voce di lui. Era come sentire una voce che proveniva dal fondo di un pozzo.
"Dario, io ti voglio perdonare, ma non so quanto tempo mi ci vuole." Gli rispose, in piena sincerità. "E non so se tutto può tornare come prima. Insomma, tu..."
"Non avrei mai dovuto lasciarti cadere. Mi dispiace. Se potessi fare qualcosa per riparare, qualsiasi cosa, lo farei." Bea strinse le labbra. Era una delle cose che più spesso aveva tormentato i suoi pensieri, ritornando indifferentemente nel sonno e nella veglia con la tormentosa regolarità di un bombardamento pubblicitario, quel momento in cui aveva avuto la certezza di averlo perso per sempre. Sentiva il cuore di Dario, sotto il suo orecchio, vicino al suo viso, battere contro il petto con la disperazione di un prigioniero che implori di uscire.
"Non credo che ci sia niente da fare. Ormai è andata così." Gli rispose con voce velata. Lo sentì annuire, senza muoversi per vederlo.
"Hai ragione. È successo, ormai. Io...volevo solo dirti che so che è colpa mia. Che non cerco scuse, ecco." Bea respirò lentamente.
"Allora adesso mi credi? Ci credi che non sono stata con nessun altro?" La domanda suonava maledettamente vicina ad un ricatto morale perfino alle sue stesse orecchie, ma non poté impedirsi di porla. Era troppa la rabbia e l'umiliazione di vedersi reputata tanto indegna di fiducia.
Il respiro di Dario si interruppe per un momento, poi tutta l'aria abbandonò i suoi polmoni.
"Bea..." abbassò gli occhi su di lei, che non si era mossa affatto. Restava ranicchiata contro di lui, stretta al suo cuore, e in quella stretta quasi convulsa Dario non faticava a leggere il profondo desiderio di riaverlo indietro, di riaverlo per sé, e il suo bisogno di essere creduta. Conosceva Beatrice da prima ancora di quanto riuscisse a ricordare, in ogni particolare. L'aveva vista perdere la calma migliaia di volte, crollare abbattuta centinaia, fare cose stupide, cose schifose e cose noiose più volte di quante riuscisse a riportare alla memoria. Conosceva le sue debolezze quanto le proprie: era orgogliosa, testarda e facile all'ira, impulsiva e più fragile di quanto mai avrebbe ammesso, perfino di fronte alla più patente evidenza. Era anche una pessima bugiarda, lo era sempre stata. Il massimo che riuscisse a fare era di alterare di poco la realtà dei fatti, omettendo i particolari che la ostacolavano quando voleva ottenere qualcosa. "Ripetimelo ancora." Le chiese. Lei sbuffò.
"È figlio tuo."
"È biologicamente figlio mio?"
"Cosa vuoi, i dettagli?" L'abituale tono tagliente fece capolino nella sua voce e lei girò la testa per guardarlo in faccia. "Allora eccoteli, i dettagli. In una meravigliosa notte come questa hai eiuaculato milioni di spermatozoi dentro di me. Evidentemente da quando mi è tornato il ciclo doveva esserci in giro qualche ovulo fertile e questo ha dato inizio al meraviglioso processo della vita. Contento?" Dario batté le palpebre.
"Ti era tornato il ciclo, è vero." Lei gli assestò una manata sul petto senza alcuna forza. Sembrava perfino più sfinita di lui.
"Ti odio." Si lamentò risistemandosi contro il suo petto. Dario raccolse il lenzuolo manovrandolo con la punta delle dita e ricoprì i loro copri nudi, stringendosela al fianco. "Ti odio e ti detesto e non ti perdonerò mai, neanche in punto di morte. Io neanche lo volevo, un bambino, e adesso guarda qua. Guarda che cazzo hai combinato, brutto cretino con le pigne nella testa, deficiente, spilungone cagacazzo che non sei altro, idiota presuntuoso." Lo insultava senza energia, in una fiacca tiritera che lo intenerì più che offenderlo. Le baciò il culmine della testa.
"Certo che ti credo."
"Bravo. Adesso puoi ufficialmente mettere nel tuo curriculum che sei un imbecille, allora." Il fioco mormorio di Bea si andava smorzando. Trattenendo a stento una risata, Dario si rese conto che la stava ascoltando addormentarsi.
"Si, Bea, va bene. Tutto bene. È tutto passato." La sussurrò cercando di dare alla propria voce un tono rassicurante.
"Non è vero." Mormorò ancora lei, quasi addormentata.
"Allora vuol dire che mentre aspettiamo che passi ti tengo stretta, va bene? Ci sono io. Dormi." In un movimento appena  percettibile, già a a mezza strada verso il primo sogno, Beatrice annuì contro la sua pelle.
Dario si addormentò molto più tardi, riflettendo che, forse, c'erano meno danni di quanti avesse creduto. Dopotutto, era sempre stato un pessimista.

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