domenica 29 giugno 2014

Settantanove

Il viaggio di ritorno fu per lo più tranquillo, dominato dalla sonnolenza e dal basso chiacchiericcio dei nostri padri sul sedile anteriore.
Ti rigiravi la piccola scatola blu che conteneva la medaglia fra le mani, senza riuscire a smettere, tentasti più di una volta di convincermi a riprendermela, con un basso tono da cospiratore, come se  realmente potessi sperare di non essere udito dagli altri occupanti dell'auto, adducendo argomentazioni molto sensate e ragionevoli.
Quella sarebbe stata probabilmente la più bella vittoria della scuola superiore, per me, ed era da incoscienti non tenerne un ricordo. Ero stata io a  passare tutte quelle ore a studiare senza mai riposarmi, quindi la medaglia spettava a me. Tu eri un latinista che definire pessimo era ancora un    complimento, quindi non aveva alcun senso che la tenessi tu. Senza contare che era mia, in fin dei conti, porca miseria.
Alla fine, rintronata dal tuo mormorio continuo e incalzante, ti rimbeccai ad alta voce:
"Appunto, è mia e ne faccio quello che mi pare e, guarda caso, mi pare di darla a te. E se non la pianti di rompere te le dò come quando eravamo piccoli e non smetto finché non fermano la macchina e non vengono a fermarmi, va bene?"
"Guarda che se non ci hai fatto caso sono diventato un tantino più grosso di te." Rispomdesti incrociando la braccia sul petto con aria falsamente minacciosa.
"Ragazzi, per cortesia." Gemette tua madre. La ignorai.
"Guarda che se non ci hai fatto caso siamo in uno spazio stretto e il fatto che sei lungo come tiramolla non ti serve a niente."
I nostri padri scoppiarono a ridere quasi all'unisono.
"Ma che cazzo avevi bevuto, la sera che hai messo in cantiere questa qua?" Chiese lo zio Lucio a mio padre, prendendolo in giro.
"Me lo chiedo da anni." Rispose lui. Ignorai anche loro. Ti fissavo negli occhi, cercando di farti capire tutto quello che non potevo dirti. Era semplicemente l'unica cosa veramente preziosa che avessi mai posseduto e volevo darla a te. A cosa mi sarebbe servito avere qualcosa di bello, a cosa sarebbe mai valso ottenere quella vittoria, se non potevo metterla fra le tue mani?
La scatola era ancora nella tua mano, sul palmo. Tenevi le dita semiaperte intorno, come rifiutandoti di afferrarla. Allungai la destra e chiusi, una per una, le tue dita sul tessuto blu.
Non c'era più nessun nervosismo fra noi, in quel momento. Sentivo i tuoi occhi frugare nei miei per trovarci le risposte che cercavi.
Alla fine, con un lungo sospiro, la prendesti davvero, posandola accanto a te, fra noi due. Sapevo che significava che l'avevi accettata.

Il rientro a scuola fu un trionfo. Sembrava che, d'improvviso, tutti si fossero resi conto di aver sempre saputo che ero un genio.
Mi ritrovai da un momento all'altro con più amici di quanti riuscissi a ricordare. E di nessuno di loro mi importava nulla.
La sola persona che realmente mi interessava tenermi vicina era la mia professoressa Guidi.
Nessuno faceva i complimenti a lei, nessuno andò a stringerle la mano né le propose una gratifica, eppure la metà di quel successo era, a pieno titolo, sua. Nonostante fosse finita la necessità di prepararmi, continuai ad andare da lei, nella sala professori, ogni volta che potevo.
La ascoltavo, per lo più, e aveva molto da dire.
Nel profondo di me stessa, per la prima volta, desideravo somigliare ad una donna adulta.
Avevo sempre saputo che il mio carattere e le mie inclinazioni non mi avrebbero permesso di essere felice vivendo come mi aveva insegnato la zia, trovando un buon marito, come diceva lei, e occupandomi delle mie faccende, ovvero restando rinchiusa fra la casa e le attività parrocchiali.
Dora era fantastica, ma desideravo di più.
Lei, la professoressa Guidi, era quanto di più simile ad un modello da seguire io avessi mai ao sotto  gli occhi. Era una donna decisa, granitica, indipendente al punto da essere temuta, eppure dimostrava una sensibilità ed una capacità di comprendere il prossimo tale da mozzare il fiato. Nonostante la sua cultura e il suo abbigliamento assolutamente moderno, non era difficile immaginarla nei panni di una di quelle donne che nelle fiabe della mia infanzia vivevano nel fitto della foresta, sempre pronte a dispensare saggezza ed incantesimi per sbrogliare le trame intessute dalle creature maligne.
Iniziammo a parlare di libri, verso la fine dell'anno scolastico, e, arrivati all'ultima settimana, mi sorprese posandomi davanti un foglio da fotocopiatrice quasi interamente coperto della sua fitta scrittura elegante. Erano libri. Titoli e autori, a decine.
"Pensavo che magari, se quest'estate non vai in vacanza,  potresti leggere qualcosa di bello." Le strinsi la mano con tutto l'affetto che riuscii a infondere in un gesto tanto formale, l'unico contatto che intercorresse fra noi. Era un regalo meraviglioso, quello che mi stava facendo, per me che mi ero sempre mossa a tentoni fra un libro e un altro, senza mai avere un filo conduttore. Mi spiacque non avere nulla da darle in cambio,  ma lei mi congedò scacciando con un gesto frettoloso le mie scuse, quasi fossero moscerini fastidiosi.
Scappai fuori dalla sala professori e corsi a recuperare le mie cose in biblioteca. Dovevo sbrigarmi, perchè avevo intenzione di farti una sorpresa.
Secondo i piani avremmo dovuto trovarci di fronte alla mia scuola dopo un'ora, ma sapevo da giorni che sarei uscita in anticipo, con tanti ringraziamenti alla squadra di atletica leggera, che ci aveva sequestrato il professore di ginnastica per una giornata di gare. Ovviamente,  volendo,  avrei potuto assistere, come avrebbe fatto buona parte della scuola, dato che le gare di atletica erano una sorta di tradizione, ma, approfittando dell'esonero che mi era fruttato dal mio incidente, scappai fuori dall'edificio come fosse in fiamme.
Se avessi corso, sarei arrivata in tempo per farmi trovare davanti alla scuola all'uscita. Se fossi riuscita a correre, per meglio dire, perchè,  come quasi sempre accade quando la fretta incalza, finii per trovare tutti gli accidenti del creato, che parevano messi apposta per rallentarmi.
Strade impossibili da attraversare, capannelli di persone immerse in vivaci conversazioni nel nel mezzo del marciapiedi, perfino un tizio con l'aria un po' disperata che mi fermò per chiedermi indicazioni.
Arrivai in ritardo di almeno un quarto d'ora sul suono della tua ultima campanella. La mia unica consolazione era la certezza che tu non fossi già partito sulla moto, perchè ero stata ben attenta a seguire la stessa strada che avresti seguito tu, per essere sicura di incontrarti, se fossi partito in anticipo.
Di fronte alla scuola trovai solo una manciata di ragazzi che chiacchieravano, ma nessuna traccia di te. Mi voltai per controllare che la tua moto fosse ancora al suo posto e la vidi splendere al sole.
Rimasi um attimo ferma, perplessa, domandandomi dove trovarti, quando qualcuno mi salutò,  chiamandomi per nome.
"Cerchi il cuginetto?"
"Ciao, Andrea. Si, volevo fargli una sorpresa, ma pare che l'abbia perso. Sai dove..." sul suo viso si disegnò una smorfia sprezzante.
"Dove vuoi che sia? Tiene corte, oggi, come tutte le volte che esci dopo di noi. Piuttosto, volevo parlarti." Feci un passo indietro. Un'altra discussione con lui era l'ultima cosa che desideravo, in quella bella giornata.
"E parleremo, volentieri. Ma non alle spalle di Dario. Non di nascosto. Dove e quando c'è anche lui."
"Ma santo dio, non ti dà il permesso neanche di parlare con qualcuno da sola, adesso?" Si arrabbiò lui.
"Andrea, non voglio litigare. Sono io che non voglio fare le cose così, come se mi stessi nascondendo. Mi dà da fare, questo genere di atteggiamento, va bene?"
"Allora adesso cosa fai, resti in piedi di fianco al destriero del principe fino al suo ritorno?" Mi prese in giro. Sentii uno scoppio di rabbia.
"No, vado da lui." Andrea sgranò gli occhi.
"Ti ho detto che sta...che è là dietro."
"E io ti ho sentito. Vado da lui. Ciao." Mi avviai a testa alta, ostentando una sicurezza che non provavo. Non mi piaceva, non mi piaceva affatto, vederti in certe situazioni, ma ormai avevo detto che sarei venuta da te e dovevo farlo. Sentivo i passi di Andrea dietro di me, mentre mi seguiva in silenzio, tenendosi ad uma certa distanza. Fu quello a farmi decidere, nonostante preferissi non vedere quel particolare lato del tuo carattere.
Girai attorno alla scuola e vidi il minuscolo rettangolo di verde incastrato fra i due condomini.
Era quasi estate e gli arbusti erano in piena fioritura, ma, a parte questo, la scena era la replica perfetta di quella che mi aveva mostrato Andrea quell'inverno di due anni prima.
Tu di fronte ad un ragazzo. Vittorio e Gregorio alle sue spalle, a tagliargli la ritirata. Avvicinandomi, mi concessi un secondo di sollievo nel vedere che non era sempre lo stesso ragazzo, lo stesso che era venuto da noi dopo che avevi perso le staffe con lui, ma il sollievo venne spazzato via nel vederti fronteggiare, con la tua peggiore espressione di fredda collera, un ragazzo molto più piccolo di noi. Deglutii e quasi mi andò la saliva di traverso, quando fui all'angolazione giusta per vederlo in faccia.
Noi stavamo per compiere diciotto anni. Se quel ragazzino arrivava ai quindici, era già una fortuna.
Ti tremava davanti come fosse esposto ad un vento gelido, senza neppure il coraggio di piangere, guardandoti da sotto in su con occhi tanto grandi da sembrare piattini da dolce.
Tu gli stavi dicendo qualcosa, a voce bassa, sibilando infuriato, battendogli l'indice sul petto, e mi domandai quale mai sgarbo potesse aver commesso nei tuoi confronti un tale soldo di cacio.
Mi voltai per un attimo, fingendo di controllare la strada prima di attraversare,  e vidi che Andrea si era fermato all'angolo, appoggiandosi con la spalla al muro, a braccia conserte, con tutta l'aria di volersi godere la scena.
Raddrizzai le spalle e attraversai, venendo diritta verso di voi.
Quando entrai nel tuo campo visivo, ammutolisti di colpo, fissando i sgomento.
"Ciao!" Ti salutai come se fosse tutto normalissimo "sono uscita prima!" Vi passai accanto, dirifendomi alla panchina a sinistra. "Quando avete finito di parlare, mi trovi qua!" La mie era troppo squillante, troppo allegra perfino alle mie orecchie.
Tu mi guardavi come se non credessi ai tuoi occhi, battendo freneticamente le palpebre, ancora con l'indice proteso. Eri colorito da un lieve rossore.
"Bea?" Riuscisti a dire.
"Si."
"Cosa fai?"
"Leggo qualcosa. Ti aspetto." Sembrava che ti avesse colpito un fulmine "così poi andiamo a casa." Conclusi con un sorriso, tirando fuori un libro dallo zaino.
Ci tuffai il viso, cercando di nascondermi agli sguardi congiunti tuo, di Andrea, dei tuoi amici e perfino del ragazzino, che appariva oltremodo confuso dalla mia entrata in scena. Ti sentii borbottare, rivolto a lui.
"Insomma, per cortesia, non farlo più. Intesi?"
"Ah. Eh, si. Va bene." Rispose lui con un filo di voce.
Sentii dei passi allontanarsi, evidentemente avevi in un qualche modo congedato anche Vittorio e Gregorio,  e poi fosti in piedi, di fronte a me, con la tua lunga ombra che mi oscurava le pagine.
"Sei impazzita?" Domandasti in tono colloquiale.
"No. Lo vedi Vasirani all'angolo?"
"Ah, mm."
"Mi ha detto che eri qui e poi che mi voleva parlare. Ho pensato che, se vuole parlarmi, può farlo benissimo davanti a te. E sono venuta qui."
"Cioè,  fammi capire. Lui ti ha detto che ero qui a..."
"Si."
"E tu gli hai semplicemente voltato la schiena e sei venuta qua."
"Si. Perchè,  non potevo?" Iniziasti a ridere. Alzai gli occhi dal libro e ti vidi, le mani sulla bocca, gli occhi luccicanti, la stessa espressione di quando uno dei tuoi scherzi riusciva bene.
"No, no. Potevi eccome!" Crollasti a sedere accanto a me, ridendo ancora. Guardasti Andrea. "Poveraccio!" Riuscisti ad articolare prima di appoggiarti alla mia spalla, scosso dai singulti di ilarità.
"Pensavo che ti saresti arrabbiato."
"Io? E tu? Nin ti arrabbi,  quando mi vedi così?" Mi domandasti improvvisamente serio.
"No. Mi dispiace, però." Annuisti.
"Lo so."
"Senti" iniziai incespicando melle parole. Sapevo di entrare in un terreno minato "ma me lo vuoi dire perché fai così?" Sospirasti, un lungo respiro profondo che sembrò partirti dai talloni e lasciarti svuotato.
"È difficile. In un certo senso non lo so neanche io. All'inizio, sai, era solo questione di farmi lasciare un po' in pace. Nel senso, quando faccio la voce grossa la smettono di prendermi in giro e, anzi, sembra quasi che alla gente piaccia. Poi...adesso, sai, lo so che sembra una cosa da matti, ma se lo aspettano. Cioè..." corrugasti la fronte, nello sforzo di spremerti fuori a parole una spiegazione che nella tua mente doveva apparire nebulosa.
"Cioè è quello che tutti  si aspettano da te e quindi continui a farlo." Conclusi per te. Mi guardasti annuendo, sollevato e imbarazzato al tempo stesso. Non era difficile da capire, almeno per me.
Allungai la mano, intrecciando le dita fra le tue.
"Mi vuoi bene lo stesso?" Domandasti abbassando gli occhi sulle nostre mani allacciate.
"Si, scemo. Lo sai."
"E pensi ancora che io non sia cattivo?"
"Lo penso ancora." Annuisti di nuovo. Sembravi cupo, a testa china con gli occhi fissi a terra, ma sapevo che era solo il tuo modo per evitare di mostrare una qualche reazione emotiva. Eri diventato fin troppo bravo, a nascondere tutto quello che si agitava sotto la superficie.
Alzai gli occhi e vidi Andrea staccarsi dal muro ed  avviarsi verso la strada.
"Se ne sta andando." Ti dissi a voce bassa. Alzasti la testa con um mezzo sorriso birbantesco.
"Vieni." Mi facesti fare il giro dalla parte opposta, che non conoscevo, e ci trovammo ad arrivare di fronte alla scuola insieme a lui. Poco prima di girare l'angolo, mi lasciasti andare la mano, con uno sguardo di scusa.
Camminavamo fianco a fianco e, come era sempre accaduto, i nostri movimenti si coordinavano senza che noi gli ponessimo mente, fino a dare l'impressiome di un numero provato a lungo. Lo stesso passo, gli stessi movimenti della braccia, la stessa inclinazione del capo.
Andrea ci guardò arrivare con aria seccata. Dovevamo passargli accanto per raggiungere il parcheggio delle moto, dove ormai la tua era rimasta quasi sola.
"Oh, chi si vede!" Lo salutasti serio. Ti guardò senza ribattere. "Bea mi diceva che volevi fare due chiacchiere. Giusto? Avanti, abbiamo tempo."
Ti fermasti di fronte a lui, perfettamente diritto, snello e lungo come un palo. Ti valutò per un attimo, come a decidere se parlare o meno o, forse, cercando una risposta pungente da darti.
"È con lei che voglio parlare."
"Sono qui. Parla." Risposi prontamente. Girò la testa di lato sbuffando dal naso.
"Cos'è, non siete vendibili separatamente, come le lattine nelle confezioni?" Sorridesti freddo.
"Devi dire qualcosa o no, Vasirani?"
"Non a te."
"Allora, neanche a me." Conclusi. Scosse la testa.
"Quanto pensate di andare avanti, con questo giochetto?" Chiese aggressivo. La tua testa si inclinò di lato, come osservando un reperto imteressante.
"Giochetto?"
"Si, degli inseparabili. Siete ridicoli, ve ne rendete conto?"
"Bene. Hai detto tutto quello che volevi dirmi?" Mi stavo arrabbiando.
"No. Se proprio vuoi saperlo, volevo farti i complimenti per la vittoria. E volevo chiederti se posso passare per il tuo compleanno" ripose calcando la voce su 'tuo'.
"Grazie. E il nostro compleanno" risposi, enfatizzando 'nostro' "lo festeggiamo il quindici. Dario, può passare Andrea?"
"Può passare chi vuole. È una festa aperta." Ti stringesti nelle spalle. Per il nostro diciottesimo avremmo festeggiato in grande e gli inviti erano stati distribuiti a mezza scuola.
Andrea incassò e sfoderò un sorriso da primo premio.
"E tu chi inviti, principe?" Ti lasciò perplesso per un secondo. "Insomma, chi è la tua dama? Avrai pure qualcuna da portare alla tua festa, no?"
"Non sono cazzi tuoi." Ti irrigidisti istantaneamente.
"E tu, Beatrice? Chi è il tuo cavaliere?"
"Nessuno." Tagliai corto. Poi ti spinsi per il braccio verso il parcheggio. La discussiome si stava facendo pesante e per quel giorno non avevo voglia di zuffe, ma Andrea sapeva riconoscere un punto debole, quando gli capitava di colpirlo e continuò a parlare, mentre ci allontanavamo.
"Hai intenzione di spaccare la faccia a tutti quelli che diranno che state insieme anche dopo che farete coppia alla festa?" Percepivo l'ilarità a stento contenuta nella sua voce. Strinsi il tuo braccio per impedirti di voltarti, quasi trascinandoti verso la moto.
"Perche, ne caso, ti aspetta una nella lavorata di quelle faticose, lo sai?"
"Andiamo via!" Sussurrai.
"Io..."
"Via, Dario. Non lasciarti provocare così. Via!" Con un respiro profondo, salisti sulla moto e la accendesti, partendo più veloce  che potevi.
Il discorso non era chiuso, questo era chiaro. Ma almeno per quel giorno, non ci sarebbero stati guai.

Il guaio si presentò,  invece, quando venni ad assistere al tuo allenamento,  l'ultimo della stagione.
Tu avevi già compiuto diciotto anni ed avevi iniziato uma  sfibrante campagna pro patente con tua madre, sentenziando che era l'unica buona ragione per compiere diciotto anni e che negartela sarebbe stato um atto di inusitata crudeltà.
Tuo padre si vedeva sempre meno e lei promise di parlargliene, alla prima occasione, ma tu non ti saresti fermato fino a che non avessi avuto la certezza di ottenere ciò che volevi, questo era certo.
Ero seduta sui gradini a guardarvi scherzare, quando mi si sedette accanto. Non avevo possibilità di scampo, stavolta.
"Perchè non sei lì con gli altri?" Gli chiesi esasperata.
"Direi che questo allenamento posso anche saltarlo. Adesso che siamo in piena vista, posso parlarti?" Cercai i tuoi occhi e tu ti stringesti appena nelle spalle. 'Cosa posso farci?' Sembravi chiedermi.
"Si, parla."
"Devo ricordarmi di ringraziarlo per la grazia ricevuta."
"Cominciamo male." Scosse la testa, sorridendo.
"No, no, dai, sto solo scherzando. Piuttosto, sul serio, chi ti fa da cavaliere alla festa?"
"Te l'ho detto, nessuno."
"Posso farlo io?" Lo guardai per vedere se era serio. Mi fissava in attesa, con aria invitante. Era serissimo.
"No." Risposi col tono che avrei usato con un bambino piccolo "non puoi. Lo sai perfettamente."
"Senti, Bea"
"Beatrice."
"Beatrice,  allora, va bene. Guarda che l'ho capito dove sta il problema fra voi due." Deglutii a secco. Questo si che poteva essere un problema. "Insomma, è chiaro quello che prova per te. E capisco che gli vuoi davvero bene e non vuoi ferirlo, soprattutto considerando che siete sempre stati insieme, come due gemelli. Ma pensaci bene, credi di fargli un favore? Insomma, è uma cosa da pazzi e non è molto sano alimentarla, ti pare?" Respirai di nuovo. Non aveva capito nulla.
"Andrea, lasciaci stare. Davvero, non capisco perché ti accanisci tanto con noi due, quando ci sono delle file intere di ragazze che ti cinguettano tutte attorno."
"Perchè non cinguettano. Chiocciano. E poi tu sei forte, tutta fuoco e cervello. E mi piaci."
"E tu no. Te l'ho già detto."
"Non puoi saperlo. Dammi solo una possibilità, dai. Una sola. Non chiedo tanto, no? Ti faccio da cavaliere alla festa, davanti a tutti, dove può vederci anche il cuginetto, così controlla che non ti tocchi."
"A controllare quello basto io. E comunque no, grazie."
"Vuoi vederlo venire alle mani con tutti quanti? Pensaci bene. Pensa a cosa diranno quando vi vedranno alla festa senza accompagnatori, considerando le voci che girano già adesso."
"Diranno che siamo scompagnati, cosa vuoi che dicano?"
"Lo sai, cosa. Dallari è venuto a casa vostra, a quanto ne so. È questo che vuoi? Vederlo fare cose del genere?"
"Senti, nessuno di noi due ha il ragazzo o la ragazza. Che problema c'è?"
"Con tutte quelle che gli vanno dietro? Lo sai, questo? Se si butta di schiena nei corridoi della scuola, non tocca terra. Sa dio perchè, ma soprattutto le più piccole danno di matto per quel coglione."
"Andrea..."
"E conosco almeno tre ragazzi, me escluso, che sarebbero disposti a farsela a piedi da qui a casa vostra per uscire con te."
"E quindi? Cos'è,  obbligatorio andarci assieme?"
"No. Ma vi farebbe bene."
"Ascolta, Andrea, te lo dico per l'ultima volta: lasciaci in pace. Trovati qualcos'altro da fare o qualcun altro da tormentare, come preferisci, ma lasciaci in pace. Noi non vogliamo avere niente da spartire con te."
"Noi."
"Si, noi."
"Senti, esci un secondo. Stiamo qui davanti alla porta. Sul serio, mi serve una boccata d'aria, te lo chiedo per favore." Lo guardai con attenziome, cercando di leggerli dentro allo stesso modo che mi riusciva tanto facile con te. Non vidi niente se non un'aria stanca che gli era inconsueta.
"Daccordo. Ma niente stronzate." Annuì e si alzò in piedi, avviandosi davanti a me. L'allenamento era quasi alla fine e non mi prestavi attenzione, ma avresti potuto vedermi attracerso la porta, se fossimo rimasti lì davanti, e non avevo alcuna intenzione di andare più lontano di così.
"Beatrice, ascoltami." Disse appena fummo fuori "sto cercando di esservi amico. Tu non mi credi, lo vedo, ma è così. Se non cominciate a mettere a tacere quelle voci che girano su di voi, quello là finisce che si mette in un mare di guai."
"E da quando ti interessi del suo benessere?"
"Da quando è una persona e vive abbastanza vicino a me perché io possa vedere in che casino si sta andando a cacciare. Senti, una cosa è che mi stia antipatico. E per essermi antipatico, lo è, fidati. Un'altra  è  stare a guardare mentre si infila in un casino senza muovere un dito. Non sono capace, lo capisci? Non sono capace neanche di tacere se vedo qualcuno perdere qualcosa per strada. Devo per forza dirglielo."
"Spiegami in che genere di casino si starebne cacciando, secondo te."
"Ah, è facile. È da più di un anno che lo sanno tutti, che è perso di te. Perso, hai presente? Almeno a questo ci arrivi, si? Non ragiona più con la testa. Quando Dallari ha avuto la bella pensata di dire ad alta voce quello che pensano tutti, lui gli è saltato addosso come un pazzo. Credimi,  io l'ho visto. Sembrava matto sul serio, fai conto che l'hanno fermato di forza i suoi sgherri."
"Chi, i due 'rio'?" Chiesi stupita. Mi guardò per un attimo senza capire e poi gli scappò un mezzo sorriso.
"Si, i due 'rio'. Proprio loro. E se non era per loro, continuava fin che quell'altro si muoveva."
"Esagerato. Dario non è..."
"Pericoloso? Forse. Ma quando si tratta di te, non è neanche tanto normale. Voglio dire, qualcuno dei ragazzi a cui piaci, e gli piaci parecchio, te lo assicuro, ti è mai venuto a parlare? A parte me."
"No, ma per quanto ne so non esistono neanche."
"Esistono eccome. Se vuoi te li presento. Così mi fanno un monumento, guarda. Non vengono a parlarti perché non si può parlare con te, né di te. A meno di non volere avere da discutere col cuginetto e i suoi amici. È così che vuoi passare la vita?"
"Ma piantala! Sono stronzate."
"No. Ma limitiamoci a lui, se è questo che conta, per te. Se date modo ad altra gente di parlare di voi, se vi presentate come una specie di coppia, come pensi che reagirà? Quanti pensi che possano ricevere lo stesso trattamento di Dallari, prima che lui si trovi nella merda fino al collo?"
Detto questo, tacque e fece un passo indietro, come per decretare la fine della conversazione. Mi presi un attimo per riflettere e, con mio profondo sgomento, mi resi conto che non roiscivo a trovare falle nel suo ragionamento.
"Devi dirlo a Dario. Devi parlare con lui, non con me."
"Perchè?"
"Perchè tutto quello che mi hai detto riguarda lui, deficiente!"
"E tu pensi che mi ascolterebbe? Che direbbe 'ah, si, daccordo, non ci avevo pensato, grazie mille!' E poi mi darebbe una pacca sulla spalla? O che ascolterebbe qualcun altro, per dirla tutta? No, Beatrice. Se vuoi che questa cosa finisca, la devi finire tu. Scegliti qualcuno, chiunque, se non ti piaccio io, e falla finita. Starà male per un po', ma poi basta. Così,  invece, continua. Insomma, non è il primo sulla faccia della terra che si prende una cotta per sua cugina, ma guarda che lui è proprio andato di testa. Falla finita, davvero."
Scossi la testa, più verso me stessa che verso di lui. Era difficile da ammettere, ma sembrava sul serio il discorso disinteressato di un amico. E avrebbe perfino avuto una qualche ragione, se le cose fossero state come le credeva lui.
"Va bene, Andrea. Ti ho ascoltato. Ne parlerò con Dario..." la sua mano scattò rapida e mi si chiuse sul polso, senza violenza, ma con decisione.
"Allora non hai capito un cazzo!"
"Lasciami andare."
"Cosa pensi di ottenere, a parlarne con lui?"
"Lasciami o ti prendo a calci, ti avviso."
"Ascoltami, stupida oca! Te lo chiedo per l'ultima volta, fatti accompagnare. Da qualcuno. Se vuoi, da me..."
"Ti ho detto di no!" Tiravo il braccio verso di me con tutta la mia forza, ma lui lo  tratteneva facilmente,  impedendomi la fuga.
Fu a quel punto che piombasti fra noi, il  petto che quasi sfiorava il suo, ancora odoroso della doccia  da cui eri appena uscito.
"Ha detto di no." Scandisti in tono basso. "Lasciala. Adesso."
Andrea mi lasciò andare con un gesto ostentato.
"Ecco. L'ho lasciata."
"Adesso io e te parliamo. Da soli." La tua voce era un cupo brontolio
"Dario?"
"Dai, allora, coglione fuori di testa. Andiamo in un posto più intimo e chiudiamo la faccenda." Rispose spavaldo.
"Dario? Ti prego?" Ti chiamai di nuovo posando la mano sulla tua spalla.
"Cosa?" Domandasti senza voltarti.
"Ne parliamo. Insieme,  tutti e tre. Perché è me che questo qui viene a cercare, non te." Un rapido cenno d'intesa passò fra noi e ti esibisti in un sorriso beffardo.
"Si, mi pare giusto. Ci stai, Vasirani?"
"Non ho nessuna intenzione di lasciarmi fare a pezzi da voi due. Quello che dovevo dire, l'ho detto a lei."
"Esatto, è proprio questo il problema. Che le cose vieni a dirle a me, ma quando si tratta di parlare tutti insieme ti tiri indietro. Imsomma, di cosa hai paura? Di ripetergli quello che mi hao detto prima? Hai detto che cercavi di essergli amico, no?" Ti sentii ridacchiare.
"Sul serio?" Domandasti scuotendo la testa "cazzo, ci credo che ti vergogni a ripeterle, queste cose!"
Lentamente, i vostri compagni uscivano dalle porte e facevano capannello attorno.
"Io non mi vergogno di niente. E non ho paura. Non di lui."
"Devo dedurne che avresti paura di me?" Domandai appoggiandomi al tuo braccio. Il tuo sorriso era più strafottente che mai e mi stava contagiando, me lo sentivo in faccia.
"Io non ho paura di due stronzi fuori di testa come voi!" Rispose lui alzando la  voce. Scrollasti di nuovo la testa.
"Allora perchè non vuoi sederti e parlarne? Dai, non ha senso, due minuti fa eri disposto a fare a botte con me. Prendersi a schiaffi ti va bene,  ma parlare a viso aperto  no? E poi sarei io, quello fuori di testa?"
Attorno a noi si levò qualche timida risata e il volto di Andrea arrossì.
"Ho già detto quel che dovevo dire." Ribadì secco.
"Attenzione, che lui parla una volta sola!" Lo canzonai sporgendomi verso di lui, ancora appesa al tuo braccio. Le risate si moltiplicarono.
"Vaffanculo." Mi  abbaiò aggressivo. Alcuni dei ragazzi più vicini si scostarono, come aspettandosi uno scoppio di violenza.
Ti invece gli applaudisti, sarcastico.
"Cavalleresco, non c'è che dire. Fine. Bravo. Almeno adesso ti si vede per quel che sei." Ero tanto fiera di te. "Cos'è che gli hai fatto, per farlo incazzare così?" Mi domandasti.
"Gli ho detto che non voglio uscire con lui. Di nuovo." Risposi badando di parlare a voce alta.
"No! È che sei una puttana!" Rispose lui nello stesso tono. Ti sentii trattenere il  fiato e dissi la prima cosa che mi passò per la testa, pur di dirla in fretta, prima della tua reazione.
"Guarda che mi confondi con tua mamma." Persino tu ti voltasti verso di me con gli occhi spalancati in un'espressione fra lo stupito e l'allarmato.
Uscì l'allenatore, richiamato dalle voci troppo alte e vi fissò disgustato.
"Avete da dire?"
"No!" Esclamai "è con me che ha da dire!" Anche lui mi guardò con tanto d'occhi. Non so come apparissi, ma dovevo sembrare diversa dal solito.
"Portala via." Ti disse con tono perentorio. Tu mi circondasti le spalle con un braccio e ti avviasti verso la strada. Camminai al tuo fianco a testa alta, come se me ne andassi di mia volontà, memtre in realtà avrei volentieri replicato lo scontro fisico con Andrea.
Quando fummo soli, sotto i portici oltre la strada della palestra, mi guardasti stranito.
"Cosa ti ha preso, si può sapere?"
Ti riferii brevemente il mio dialogo con Andrea, al termine del quale eri arrivato tuo.
"Gli spaccherei volentieri la faccia, a quel cretino. Come si permette di venire a sputare sentenze e a dirmi cosa dovrei fare e a cercare di farmelo passare per un favore, oltretutto!" Dissi scandalizzata.
"È per qiesto genere di cose che si è guadagnato l'appellativo di santissimo. Vuole che gli altri facciano quel che vuole lui, ma sempre e solo per il loro bene, sia chiaro. Perché lui è un amico e ha sempre la soluzione giusta in tasca." Emettesti uma sorta di verso disgustato.
"Pensi che abbia ragione su qualcosa?"
"Oh, si. Fa tutto parte della tecnica. Un dieci per cento di verità conferisce al tutto un aspetto invitante. Bea, nessu o è obbligato ad avere un ragazzo. O una ragazza. E io non ho intenzione di impazzire e farmi arrestare, te lo assicuro."
"Lo so."
"Vuoi invitare qualcuno?"
"In quel senso?"
"Mm."
"No. Perché,  tu si?"
"No."
"Dario?"
"Cosa?"
"Ma è vero che ci sono un sacco di ragazze che ti vengono  dietro?"
"Le verità? Non ne ho idea. Non mi interessa e non me ne sono mai occupato. Se vuoi posso chiedere a Greg."
"No, lascia stare." Camminammo ancora un po', cin le ombre che ci si muovevano accanto, aggraziate come ballerini.
"Bea?"
"Dimmi."
"Ma secondo te fa così perchè odia me o perchè ama te?"
"Secondo me fa così perchè gli rode che ci sia qualcuno che non lo calcola."
"Ottima risposta."
"Alla fine, ce l'abbiamo da sopportare solo un  altro anno. Però una cosa."
"Che cosa?"
"Giurami che se ci sposiamo gli mandiamo l'invito." Iniziasti a sghignazzare, sempre camminandomi accanto, nel sole che filtrava fra un arco dei portici e l'altro.

venerdì 27 giugno 2014

Settantotto

Non ricordo un granché della gara vera e propria. L'emozione che mi pervadeva era troppo forte per conservarne un ricordo netto e limpido.
Ricordo che l'aula era molto grande e molto bella e ricordo che siamo stati fatti sedere in una qualche sorta di ordine preciso, che sul momento mi sfuggì.
E poi ricordo il momento in cui finalmente posai gli occhi sul testo da tradurre.
Ne bastarono le prime righe per stringermi lo stomaco in una pulsazione: era uno dei testi che avevo tradotto e studiato l'anno prima per il certamen che avevo mancato per via dell'incidente. Uno di quei testi che avevo ritradotto quell'autunno quando avevo ripreso in mano le fila dei miei studi. Uno di quei testi che avevo studiato e tradotto, di nuovo, nel momento in cui la professoressa Guidi aveva deciso di farmi partecipare a quello specifico certamen.
Io quella mezza pagina di Cicerone la conoscevo a memoria.
Non potevo credere a tanta fortuna e impiegai quasi mezz'ora di tempo a leggere e rileggere la versione, assicurandomi che fosse proprio quella e non un brano simile, che la mia speranza stava travisando.
Quando fui assolutamente certa di non sbagliarmi, iniziai a scrivere la traduzione, prima a mente, senza esitazioni, poi prendendomi il tempo per abbellire la forma in italiano, fino a renderla scorrevole.
Rimaneva il commento critico al testo e quello richiese più tempo.
In fondo, non è certo facile trovare qualcosa da commentare su di un pezzo tratto dall'arringa di un avvocato vissuto un migliaio di anni prima di te.
Scrissi, rilessi e tirai una gran croce su tutto quello che avevo scritto. Ripresi daccapo, rilessi, e di nuovo non fui soddisfatta. Ora ciò che avevo scritto la prima volta mi sembrava migliore.
Alzai gli occhi per un attimo ed intorno a me vidi solo capi chini e movimento di penne.
Senza nemmeno guardare, con la sinistra, cercai sotto la copertina del dizionario giallo. Le mie dita incontrarono subito la consistenza familiare del mio portafortuna rosso fuoco e presi a tormentarlo, mentre riflettevo, a stringerlo e girarlo in mano, picchiettandolo sulla superficie lucida del banco, sentendoti vicino.
Tenendolo stretto, se non alzavo la testa, mi era facile immaginare di essere seduta al tavolo della cucina, di fronte a te, a casa nostra.
Mi calmai quasi all'istante e presi a ricopiare le frasi che mi parevano migliori, più sensate, di quello che avevo scritto la prima e la seconda volta, formando una specie di collage.
Mi presi qualche minuto di riposo, alla fine, prima di rileggere da capo il tutto. Era un trucchetto che mi aveva insegnato la professoressa,  quello di aspettare prima di correggere.  Serviva a vedere più chiaramente gli errori, lasciandosi il tempo per distaccarsi da ciò che si era scritto, e funzionava tanto bene che l'ho poi usato per il resto della mia vita. A dire la verità, lo uso ancora.
Rilessi, quindi corressi. Non rimaneva che ricopiare il tutto in bella copia e, solo a quel punto, mi azzardai a controllare l'ora.
Avevamo a disposizione quattro ore, dalle nove all'una di pomeriggio. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno.
Ricopiai cercando di usare la migliore grafia, prestando attenzione all'aspetto finale del foglio come di solito eri tu a fare. I margini tutti uguali, o quasi, le lettere tutte della stessa altezza, le parole chiaramente delineate da ampi spazi.
Alla fine, non sembrava neppure un compito mio. Sembrava uno di quei compiti che svolgevo per te, sui tuoi quaderni e con la tua scrittura, quando gli allenamenti ti portavano via troppo tempo.
Certo, la scrittura era la mia, ma l'insieme, il colpo d'occhio, si può dire, era in tutto e per tutto il tuo.
Accarezzai di nuovo il mio portafortuna e mi guardai attorno: solo un paio di ragazzi avevano già consegnato. Mi strinsi nelle spalle.
Non riuscivo ad immaginare che altro avrei potuto fare, lì, quindi sare stata la terza. Niente di male, in fondo, dato che avevo fatto del mio meglio.
Inserii e sigillai tutte le buste e consegnai il compito, ottenendo il permesso di uscire.
Fuori, nell'atrio, tu e la zia, seduti su una lunga panchina sotto le alte finestre luminose, mi aspettavate.
Ti illuminasti in viso, vedendomi uscire, e ti alzasti per venirmi incontro. La zia si accorse dal tuo movimento della mia presenza, stava osservando un gruppo di persone che chiacchieravano, e si alzò anche lei, affiancandoti velocemente.
Mi sentii la persona più fortunata del mondo. Bene o male che avessi fatto, voi eravate lì e stavate sorridendo entrambi.
Vi avrei voluti abbracciare, ma con le mani occupate dal dizionario e dalle penne, mi avevi convinta a portarne tre in caso una avesse avuto qualche incidente, avrei potuto abbracciare al massimo uno di voi due, così preferii stringere al petto le mie cose con entrambe le mani e lasciarmi abbracciare da voi.
Lo faceste insieme, come di comune accordo, e ci trovammo stretti tutti e tre insieme, come succedeva tanti anni prima, quando ancora non andavamo a scuola, e la zia Sissi tornava a casa dopo qualche ora passata fuori. Allora io e te le correvamo incontro, spesso mano nella mano, e lei si chinava e si lasciava stringere dai nostri abbracci appiccicosi e amorevoli. Oggi eravate tu e lei a stringere me in un abbraccio forte e caloroso, che era di per sé un premio sufficiente alle mie fatiche dei mesi trascorsi.
In un lampo mi venne im mente che mai, per quanto potessi ricordare, eri stato geloso di tua madre nei miei confronti. Per quanto tu l'avessi sempre amata, quasi venerata per un periodo della tua vita, non avevi mai voluto averla per te solo e l'avevi sempre divisa volentieri con me.
Come seguendo il corso dei miei pensieri, zia Sissi si raddrizzò orgogliosa e, passandoci le mani sulla schiena, una per ognuno di noi, ci sorrise, e disse a voce bassa, intimidita dall'ambiente:
"I miei ragazzi. I miei bravi ragazzi."
Tornammo a sederci, tutti e tre insieme, dove  eravate prima. Tu mi togliesti il dizionario dalle mani e lo posasti accanto a te.
"Com'è andata?"
"Non male. La sapevo, almeno. Poi bisogna vedere quanto bene hanno fatto gli altri." Risposi. L'idea di dover aspettare il giorno successivo prima di conoscere gli esiti della prova mi sfiniva. Avrei voluto riposare, ma sapevo che la tensione non me l'avrebbe permesso.
"Senti, cosa ci stiamo a fare, qui? Quello che dovevi fare l'hai fatto, no? E allora, andiamo. Eh, mamma? Diglielo anche tu."
"Ma si, Beatrice, ha ragione. Tuo padre e Lucio sono andati a fare un giro per la città. Vuoi che vediamo se riusciamo a raggiungerli?"
Pensai al senso di minaccia incombente che percepivo semore quando tuo padre era vicino e scossi la testa.
"Allora cosa ti piacerenbe fare, cara? Perché loro ci aspettano in albergo per le quattro, e dato che abbiamo un sacco di tempo, direi che possiamo fare quello che vuoi." Annuisti convinto anche tu.
"Si, dai. Alla fine,  questo è il tuo momento speciale. Cosa ti piacerebbe fare?"
Riflettei. Non avevo idea di cosa mi sarenbe piaciuto fare, era una domanda che non mi capitava mai di pormi.  Di solito mi chiedevo cosa dovessi fare, cosa potessi fare, ma mai cosa mi sarebbe piaciuto. Ti guardai un tentennando, mentre mi sorridevi incoraggiante.
"Beh, io mangerei volentieri qualcosa." Dissi alla fine. E in effetti avevo una fame da lupo.
"Daccordo, allora. Cosa vuoi mangiare?" Mi domandasti. A quel punto tua madre si alzò in piedi, con piglio deciso e prese in mano la situazione.
"So io cosa faremo. Adesso usciremo da qui e ce ne andremo in cerca di un bel ristorante coi tavoli di fuori. E ci metteremo comodi e ordineremo quello che ci va e ci metteremo tutto il tempo che vogliamo." Si volse verso di te con aria severa "e guai a te se ti metti a trangugiare in silenzio con la testa nel piatto!" Alzasti le mani in un gesto di resa.
"Va bene, ho capito. Si chiacchiera." Annuì convinta.
"E poi faremo un bel giro a comprarci qualcosa di carino. Un regalo. Tu cosa vorresti, cara?" Mi chiese.
"Ho visto una libreria enorme venendo qua..."
"Mamma, ma se lo choedi a lei è ovvio che ti dice un libro!" Ridesti tu, mettendoti fra noi due. Ognuna di noi passò il braccio sotto il tuo, una per parte, ed uscimmo al sole continuando a discutere.
Era una giornata luminosa e tiepida, ingentilita dal profumo dei fiori che semnrava permeare ogni cosa, denso e dolce come sciroppo.
Trovammo davvero un posto come quello che aveva pronosticato tua madre, coi tavoli all'aperto,  sotto una lunga tenda bianca, e pranzammo chiacchierando tutto il tempo di sciocchezze.
Raccontammo a zia Sissi della storia di Viola e Vittorio, che erano ormai inseparabili, delle lettere di Federica, che iniziava a parlare del momento un cui avrebbe sposato il suo Nando e sembrava tanto felice nella nuova casa, e di tante altre piccole cose che lei non aveva mai saputo.
Lei era allegra e nin sembrava nemmeno la stessa persona che eravamo abituati a vedere in casa. Sorridente, seduta alla luce del sole e senza nulla di particolare a cui pensare, appariva molto giovane.
Verso la fine del pranzo si mise a raccontare qualcosa, non ricordo cosa, qialcosa di sciocco, del periodo in cui era fidanzata con tuo padre.
"Ma com'è successo che vi siete conosciuti, voi due?" Le domandasti d'improvviso. Ti sorrise, probabilmente stupita dalla tua domanda quanto me.
"È stato un caso. Stavo uscendo dalle prove del coro..."
"Cantavi in un coro?"
"Si, nel coro della chiesa. Stavo uscendo e sono passata davanti ad un bar. Qualcuno mi ha fatto un apprezzamento, per così dire, piuttosto sgradevole e mi sono girata di scatto per zittirlo, e avevo gli spartiti in mano, un bel quaderno grosso..."
"Mamma, eri una tigre!" Ridesti tu.
"Insomma, dovevo pur difendermi! Fatto sta che ho finito per colpire col quaderno degli spartiti un ragazzo che usciva in quel momento dal bar con il bicchiere in mano. Gli è caduto il bicchiere, ovviamente, e volevo scusarmi, e...beh, era tuo padre." Concluse, come se questo spiegasse ogni cosa.
"Era carino da giovane?" Le chiesi. Mi sorrise con una punta di condiscendenza.
"Si, lo era. Molto. Lo è ancora, anche se forse sei troppo giovane per accorgertene,  tuo zio è un uomo molto bello." Storsi il naso, per nulla convinta, e tu ridesti.
"E io? Che ne dici, mamma? Dai, sinceramente, ho qualche speranza?" Ti sorrise.
"Ma, Dario, cosa vuoi che ti dica? Sono tua madre, per me sei bello come nessun altro al mondo! Anche se tu fossi nrutto, ti vedrei così!"
"Ahi, mi è andata male! E tu, Bea, cosa mi dici? La troverò mai una che mi si prenda?"
"Dario, te l'ho detro tante volte, sei bello!" Sorridesti soddisfatto, gissando la tovaglia. "Non come Andrea, ma sei bello." Alzasti la testa di scatto, con un lampo negli occhi, prima di accorgerti che stavo ridendo di te.
"Quanto sei divertente!" Commentasti acido.
"Chi sarebbe, Andrea?"
"Ti ricordi il ragazzo che una volta mi era venuto a cercare a casa? Moro, occhi verdi..." prima che riuscisse a controllarlo, una delle sopracciglia di tua madre si alzò in un chiaro segno di apprezzamento e  tu sbuffasti sonoramente.
"Ah, si, lui si che è bello, vero? Bello, bravo, intelligente..."
"Dario, sei geloso del tuo amico?"
"Non è mio amico." Ti stavi incupendo e non lo volevo.
"No, zia, è solo che Andrea è davvero un tipo viscido. Perciò a Dario non piace. Lo stavo solo prendendo in giro...insomma, come Andrea ce ne sono tanti. Ma lui è più particolare, vero?"
"Questo è poco ma sicuro."
Annuisti sporgendo le labbra,  ancora con aria offesa. Mi stavi tenendo il broncio e mi sarebbe piaciuto mangiarti di baci.
"Si, adesso fai la ruffiana."
"Dario!"
"Che cosa?"
"Niente." Rimanemmo interdetti. Ci guardammo negli occhi, prima di iniziare a ridere. Zia Sissi stava scherzando. Stava giocando, in jn certo senso. Prima il tono scandalizzato, poi 'niente'. Ero sicura che si trattase di uno scherzo.
In fin dei conti fu uno dei più bei pomeriggi che avessi passato da molto tempo. Quando ci alzammo da tavola andammo a passeggio per negozi e davvero mi presi um grosso, succulento libro nuovo nella grande libreria che avevo addocchiato. Tu mi regalasti un fermacapelli decorato di fiori di smalto dai colori fin troppo  sgargianti e la zia si comprò un portamonete nuovo.
Feci un rapido calcolo delle mie finanze e mi concessi di regalarti uno di qiegli aggeggi che potevano piacerti. Riuscii a scovare una penna che, nel fusto largo, nascondeva sia una penna a sfera che un portamine.
Alla fine, pochi minuti dopo le quattro, approdammo in albergo per l'appuntamento coi nostri padri, stanchi e molto soddisfatti.
Loro erano in ritardo ed io salii in camera per stendermi un'oretta.
Finì che dormii fini ad ora di cena, completamente vestita, sdraiata sopra le coperte.

Quella notte praticamente non chiusi occhio.
In parte, sicuramente, per via del lungo sonno del pomeriggio, che mi aveva tolto una buona parte della stanchezza della giornata di dosso; in parte anche per il pensiero della premiazione, che mi aspettava la mattina successiva.
Quando mio padre spense la luce gli diedi la buonanotte e, per non farlo preoccupare, rimasi nel mio letto ferma immobile, ascoltandolo scivolare piano nel sonno. Russava leggermente, un lieve rumore rasposo di naso, per nulla sgradevole, che ricordavo in modo confuso dalla mia prima infanzia, quando le notti sparse di incubi mi portavano a cercare rifugio accanto a lui nel letto.
Il gioco di luci ed ombre sul soffitto della camera creava un pizzo delicato in cui mi pareva di leggere, di volta in volta, ora una faccia, ora una ballerina presa nell'attimo di sollevarsi su una sola gamba, in un gesto aggraziato, ora  olte altre cose, di cui alcune decisamente meno gradevoli.
La mia mente, sbrigliata dal buio e dal silenzio, si produceva in realistici filmini della ventura premiazione. Alcuni di essi erano pervasi da entusiastco ottimismo, e mi vedevo arrivare, per così dire, sul podio, fra i primi, o con una menzione d'onore. In altri, rimanevo in piedi, fra le vostre facce addolorate, ascoltando un nome dopo l'altro, in attesa di sentir pronunciare il mio che non veniva mai.
Desideravo con tanta intensità il conforto familiare del suono del tuo respiro e del tuo calore accanto, che ad un certo punto mi raggomitolai nella stessa posizione che prendevo fra le tue braccia, quando tu mi eri accanto nel letto, una metà spezzata, fingendo che tu fossi lì.
Alla fine, quando lo sfinimento dei nervi ebne la meglio sulla ragione, mi sembrò davvero di averti accanto. Ricordavo con tanta precisione, e ancora lo ricordo, i più piccoli suoni del tuo sonno, che mi era facile rievocarli con la mente. Così mi addormentai, sul fianco destro, stringendo qualcuno che mancava con la sinistra abbandonata  fuori dal letto.
La mattina ero un fascio di nervi e occhiaie scure, tanto che mi accorsi degli sguardi preoccupati che la zia e mio padre si lanciavano da dietro le mie spalle.
Scendesti a colazione dopo tutti. Eri pallido e avevi gli occhi gonfi anche tu. Mi domandai se anche nel tuo letto ci fosse stata una Bea immaginaria da stringere, quella notte.
Arrivammo alla premiazione in perfetto orario, mentre la zia ancora mi ravviava i capelli, che non volevano saperne di restarsene buoni all'indietro, come lei comandava. La scostai con un gesto supplichevole entrando nella grande aula lustra dove la commissione giudicatrice stava già prendendo posto. Il mio stomaco scese in basso, tentando la fuga.
Quando il presidente della commissione si alzò, iniziando a parlare, solo allora, mi accorsi che eri seduto accanto a me, alla mia sinistra, e ti mordevi l'unghia del pollice, concentrato sulle sue parole.
Io del suo discorso non capii nulla. Conti uavo a  ripetergli mentalmente 'dai, su, dì i nomi e facciamola finita!' Cercando di indurlo  alla brevità con la forza del pensiero.
Finalmente si arrivò al termine di discorsi e battimani e si passò alle cose serie.
Iniziarono dalle menzioni d'onore. Ad ogni nome saltavo sulla sedia, ma il mio non veniva mai e, quando annunnciarono che avrebbero dato lettura dei nomi dei vincitori, partendo dal quinto classificato, il mio stomaco sprofondò ulteriormente.
Mio padre mi guardò con aria di commiserazione stringendomi la spalla.
Tu ti sporgesti verso di me, che già mi sentivo pizzicare gli occhi, e sussurrasti al mio orecchio:
"Non ti azzardare a piangere. La partita non è finita fino all'ultimo secondo."
"Ah, devo solo andare là e dargli una pallonata in faccia." Replicai amara.
Senza aggiungere altro, mi stringesti la mano nella tua. Sentivo il lieve umidore della tua saliva sul polpastrello, dove avevi rosicchiato l'unghia fino alla carne viva. La strinsi forte da sbiancarmi le nocche e tu facesti altrettanto.
Quinto posto. Quarto. Terzo. Abbassai la testa, non sopportavo gli sguardi di gentile compassione sui volti dei nostri genitori. Secondo. Guardai mio padre e  feci per chiedergli di andarcene.
Primo posto. Una voce come un tuono pronunciò una lunga tiritera che non ascoltavo, tutta presa  nel tentativo di attirare l'attenzione di mio padre, fino a quando mi stringesti la mano tanto forte da strapparmi un sussulto.
"Bea, Bea, cazzo, sei tu!" Ansimasti.
"...e anche in riguardo alla sua giovane età, di un anno minore di quella degli altri partecipanti, e delle notevoli difficoltà di salute, di cui la sua scuola ha voluto renderci partecipi, ma per cui questa giovane studiosa non ha richiesto alcun trattamento particolare. Per queste ragioni e per l'eccellenza del suo lavoro, per premiare la dedizione e l'amore per le lettere che emergono limpide dal suo elaborato, la commissione ha unanimemente deciso di assegnare il primo premio di questa edizione del Certamen Ciceroniano a..."
Il mio cognome e il mio nome. Tutta la sala si volse a guardarmi, applaudendo.
Ero istupidita e non mi mossi, ma tu scattasti in piedi come una molla, trascinandomi con te fino al corridoio fra i banchi licidi e spingendomi avanti per le spalle. La scena strappò qualche risata ai presenti.
Camminai su gambe molto rigide fino al tavolo della commissione, dove mi consengnarono un premio in denaro e una specie di lustra medaglia in una scatola di velluto blu, prima di chiedermi di leggere a voce alta il mio elaborato.
Lo feci con voce malferma, piangendo di emozione, prima di tornare da voi. Eravate in piedi, tutti quanti, ad applaudirmi.
Ci abbracciammo tutti insieme e gli applausi intorno a noi crebbero di intensità. Credo sembrassimo una famiglia meravigliosa, in quel momento.
Quando si sciolse l'abbraccio spinsi la scatola blu con la medaglia fra le tue mani.
"Cosa fai?"
"È tua." Arrossisti tremendamente.
"No..." ci guardavano tutti.
"Se non era per te, se non mi avessi aiutata quando stavo male...se non mi avessi costretta a mangiare, a svegliarmi, a fare le cose quando erano difficili...è tua."
Deglutisti, cercando di mantenere il controllo, mentre i nostri genitori ci guardavano in  silenzio. Alla fine annuisti, senza parlare. Ti tremavano le labbra, ma avevi gli occhi asciutti, quando, di fronte a tutti, ti abbracciai stretto, un goffo abbraccio fraterno, sporti in avanti.
Uscii da quell'aula con la tua mano sulla spalla e un mare di occhi felici addosso.

mercoledì 25 giugno 2014

Settantasette

Il tempo prese a scorrere sempre più veloce, dopo quell'episodio.
Ricordo che tuo padre, nei due mesi successivi, quasi sparì,  risucchiato dall'esigenza di curare il suo 'grande affare', trascorrendo a casa periodi di tempo sempre più ristretti.
Tutti noi ce ne rallegravamo.
Certo, nom esplicitamente, non facevamo festa ad ogni sua partenza, ma la tensione nervosa, lo stato di perenne allarme che aveva caratterizzato le nostre vite nell'ultimo anno, si allentò sensibilmente.
Liberato dalla necessità di apparire trasparente e dalle continue vessazioni cui era solito sottoporti, perfino tu caracollavi allegro per casa, scherzando con tutti.
Sembravi sbocciare, quando lui era lontano, e per qualche tempo rouscivi perfino a parlare, pensare ed apparire come un ragazzo della tua età. Facevi ridere tua madre piombando in casa come un turbine, carico di buste della spesa fino ad apparire non più di un lungo paio di gambe, quando ti mandava a fare commissioni in paese, e pretendendo che controllasse lei stessa, di persona, ogni sinolo acquisto. Nonostante le sue proteste, conti uavi a pretendere di fare tutto nello stesso viaggio e mi portavi con te, quando riuscivi a convincermi, con la scusa che da solo ti saresti sbagliato di certo. Io facevo gli acquisti e tu facevi da carrello.
Tediavi Dora fino a farti inseguire qui e là per la cucina, in un falso tentativo di prenderti a colpi di strofinaccio, pretendendo di mettere il maso nelle pentole e di rubacchiare il cibo mentre cucinava. Ti lasciavi inseguire volentieri, ridendo come un bambino, e chiamandomi a gran voce per farti salvare.
Perfino mio padre era contagiato dalla nostra ilarità,  quando ci vedeva giocare insieme per le scale e nell'atrio.
Erano tanto repentini, quei cambiamenti che sopravvenivano a seconda della presenza o dell'assenza dello zio, da sembrarmi, con gli occhi di oggi, ad un passo dalla follia.
Non appena lui riappariva sulla soglia, nel momento stesso in cui metteva piede in casa, il  sorriso era come cancellato dal tuo e dal mio volto.
Ricominciavano i lunghi silenzi tesi.
Tu ricominciavi a girare per casa ad occhi bassi e la zia non si sentiva più cantare. Mio padre passava giorni interi fuori casa, ma quando c'era anche lo zio era come fosse fuori sempre, perchè il tempo che passava a casa lo passava con lui, a discutere senza sosta di lavoro, fumando uma sigaretta dietro l'altra.
Perfino Dora perdeva parte della sua serena placidità, vedendoci chini sui libri, in silenzio, senza scambiarci una battuta o una risata. Spesso, quando era così, posava un piatto colmo di chicche sul tavolo, fra noi. Quando ti vedeva tanto pallido e silenzioso, non dovevi mai chiederglielo, il cibo.
Di tutto questo, zio Lucio non si accorgeva o, se se ne accorgeva, non dava mostra di preoccuparsene. Forse nemmeno sapeva che, quando lui era assente, le cose erano diverse.
Io, nel frattempo, mi avvicinavo sempre di più alla data del certamen. Si sarebbe svolto la seconda settimana di maggio.
La professoressa Guidi aveva reputato opportuno iscrivermi ad un certamen diverso da quello dell'anno precedente, in una competizione che, così mi disse, avrebbe certamente presentato più possibilità di piazzarmi bene, dato che si traduceva solo e sicuramente Cicerone, invece che lasciarmi nel limbo della scelta dell'autore fino all'ultimo. L'unico inconveniente, che mio padre provvide subito a spianare rendendosi pienamente disponibile ad accompagnarmi, era la distanza.
Sarei andata dall'altra parte dell'italia, o almeno così sembrava a me, nonostante le rassicurazioni divertite di mio padre, per i tre giorni dello svolgimento.
L'idea stessa del viaggio mi metteva in un'agitazione quasi pari a quella della gara. Non sapevo come avrei fatto a rimanere abbastanza calma da fare un buon lavoro, in un ambiente sconosciuto, io che praticamente non mi ero mai mossa di casa.
Lavoravo come una dannata sui testi, fino alle ore piccole, ogni giorno, al punto che, giunti ad una settimana dalla gara, sarei stata probabilmente in grado di spiegare al signor Marco Tullio Cicerone aspetti della sua produzione letteraria che lui nemmeno immaginava.
Fu solo allora, la domenica precedente alla partenza, che mio padre, a cena, decise di farmi quella che al momento mi apparve come la più bella sorpresa della mia vita.
Era, come tutte le domeniche, presente anche lo zio e tu mangiavi con gli occhi fissi al piatto, mentre la zia restava in silenzio, dispensandoci dal solito chiacchiericcio sui pettegolezzi della parrocchia e io cercavo di trangugiare tanto in fretta quanto lo permetteva la buona educazione la mia cena, per correre di sopra a ripassare.
Nel silenzio rotto solo dal tintinnio delle forchette, disse:
"Allora, piccoletta, giovedì si parte!" Alzai gli occhi dal tavolo, con un nodo d'ansia nel petto. Mi accorsi che lo zio aveva smesso di mangiare e mi fissava e mi volsi ostentatamente verso mio padre.
"Eh, già."
"Ti senti pronta?" Non aspettò la mia risposta, evincendo dalla mia espressione che non ci sarebbe stata "cosa ne dici, avrai nostalgia di casa?"
"No. Di casa no. Di chi ci abita si, però." Risposi, tentando una risatina nervosa. Mi sorrise.
"Senti, io e tuo zio abbiamo parlato." Mi voltai per guardare lo zio e, così facendo, mi accorsi che mi fissavate anche tu e tua madre. Il mio nervosismo crebbe notevolmente.  "Cosa ne dici se ti accompagnamo tutti?" Mi inceppai, letteralmente,  non riuscendo a comprendere il concetto nella sua semplicità. Volsi gli occhi su di voi, uno dopo l'altro. Tu mi sorridevi da sotto le sopracciglia, gustando la mia sorpresa. La zia mi guardava carica di aspettativa.
"Tutti?" Ripetei stupita. Era una cosa enorme. Annuì.
"Tutti quanti." Non riuscii a dare una vera risposta. Un grido inarticolato di gioia mi proruppe dalla gola e rovesciai la sedia nella fretta di alzarmi per baciarvi tutti, uno ad uno, per ringraziamento.
Perfino zio Lucio, perfino a lui schioccai un grosso bacio sulla guancia, assordandolo col mio 'grazie' nell'orecchio. Mio padre mi  abbracciò brevemente ridendo.
Quando arrivai, in ultimo a te, mi fermai un momento e ti fissai.
"E tu lo sapevi!" Ti accusai. Annuisti entusiasta sorridendomi. "E non mi hai detto niente!"
"Era una sorpresa, nana!" Ti buttai le braccia al collo, saltando contemporaneamente sul posto. Ti svincolasti dal mio abbraccio in un lampo. Non me la presi. Sapevo che avremmo recuperato, a tempo debito.
Ero felice, felice davvero, come non mi sentivo da tempo. Il pensiero di avervi tutti vicini, tutti quanti, compreso quella piaga dello  zio, faceva sciogliere come per incanto quel grosso nodo di paura che aveva preso a mettere radici al centro del mio petto. Era come se, avendovi con me, la possibilità stessa di fare una pessima figura, che mi spaventava mille volte più di quella di non vincere, semplicemente non esistesse.
Affrontai quegli ultimi giorni con coraggio rinnovato.
La zia si era assunta la direziine dei preparativi e aveva preso un piglio genralesco, con cui girava per tutta casa, seguita da Dora, decidendo cosa portare, in quali valige mettere cosa e perfino come disporre i bagagli nell'auto.
Fui ben felice di delegarle la scelta degli abiti da portarmi, che lei decise giorno per giorno, valutando un numero sorprendente di variabili, dallo stile di abbigliamento degli altri partecipanti 'non devi sembrare una campagnola' alle possibili variazioni climatiche 'e mettiamo che invece piova'.
Finì che, per tre giorni di permanenza, mi riempì fino all'orlo una valigia grande quasi quanto me.
Passai le giornate ripassando ossessivamente, uno dopo l'altro, i testi che la mia professoressa dava per più probabili. Nel tempo libero, tu ti sedevi di fronte a me con i miei elenchi di termini e paradigmi verbali, a interrogarmi. Spesso ero tanto veloce, nel ripeterli, che non riuscivi a tenermi dietro.
"Piano, piano! Sono a 'fero'. Tu dove sei?"
"Fero, fers, tuli, latum, ferre. Sono tre righe sotto, a 'nolo'"
"Aspettami, cacchio, sono io che devo interrogare te!"
"E allora tieni il passo, su, rapido!" Ti riprendevo, prima di ricominciare a sputare dati.
Ne uscivi frastornato quasi quanto me, ma non ti tiravi mai indietro. Fu solo la sera prima della partenza, quando, dopo un lungo bagno caldo, l'adrenalina lasciò il posto ad una sorta di vacua sensazione di panico, che mi resi conto che ti avevo accanto da tre giorni ininterrottamente.
"Dario!"
"Cosa?"
"Ma non sei andato a scuola!" Sollevasti un sopracciglio.
"Accidenti, per fortuna che me l'hai fatto notare! Lo so, eh?"
"E gli allenamenti..." scrollasti le spalle.
"Non è che senza di me crolli la squadra, sai? Per una settimana se la cavano."
Ero sinceramente commossa. Non mi aspettavo, nemmeno da te, un gesto così generoso e spassionato. Sapevo quanto ci tenevi ad essere sempre presente e quanto ti fosse costato quello che stavi facendo.
"Grazie, Darietto. Grazie grazie grazie."
"Prego prego prego." Rispondesti con un sorriso. "Sei a posto? Paura?"
"Sto morendo."
"Tieni duro. Resta con la testa a posto, va bene? Niente panico."
"Provo. Ma mi sento come se avessi la batteria troppo carica." Annuisti.
"Forse per qiesto posso aiutarti." Dicesti e, senza aggiungere altro, mi augurasti la buonanotte,  chinandoti per ricevere il tuo bacio.
Quella notte, quando mi trovavo immersa in un agitato dormiveglia, ti sentii scivolare nel letto accanto a me, scostandomi per trovare spazio.
"Ciao."
"Ciao."
"Non riesci a dormire?"
"Non proprio. No, Dario, non riesco a chiudere occhio. Mi semnra di esplodere."
"Mm. Capisco. Conosco la sensazione. Posso aiutarti?"
"Non vedo come." Sospirai desolata.
"Ma io si. Mi lasci fare?"
"Cosa?"
"Oh, Bea, piantala con tutte queste domande. Dimmi 'si' e basta. Dai, dì 'si'." Sbuffasti spazientito.
"Va bene, va bene! Si, fai quel che ti pare, basta che poi riesca a dormire."
Guardando il sorriso che ti pervase il volto a quella frase, quasi avrei voluto rimangiarmela. Avevi la tua peggiore espressione furbesca, quella che associavo ai nostri piccoli disastri infantili.
Ma fu subito chiaro che niente altro della nostra infanzia si sarebbe ripresentato quella notte. Iniziasti a baciarmi e a toccarmi in un modo tale da rendere perfettamente esplicito il tuo intento.
"Ma ti pare che posso essere dell'umore?"
"Silenzio, nanetta. Lascia fare a chi sa quel che fa. Hai detto che potrvo fare quel che volevo, no? Quel che volevo, pur di farti addormentare. Beh, ti prometto che tinfaccio addormentare."
"Non sembra molto eccitante."
"Zitta." Mi redarguisti con aria severa e io smisi di protestare.
Ti prendesti tutto il tempo per fare ciò che volevi e, alla fine, mi portasti finoo all'apice del piacere. Quando scivolasti fuori da me, dolcemente, aprii bocca per dirti qualcosa, ma mi resi conto che stavi continuando ad accarezzarmi, come se nulla fosse accaduto.
"Si può sapere cos'hai in mente di fare?"
"Ho detto zitta." Ripetesti impassibile. Poi iniziasti a baciarmi, scendendo lentamente lungo il mio corpo.
"Dario, cosa fai?"
"Lo sai, cosa faccio."
"Si, ma perchè?" Alzasti un secondo la testa sorridendomi ammiccante.
"Mi serve un attimo, sai, per ricominciare."
"Come ricominciare?" Ma a quel punto eri arrivato, coi tuoi baci, fin dove avevi voluto arrivare, e mi scordai della domanda. Ti dedicasti a me, in quel modo, per un tempo che mi parve lunghissimo.
Sembravi trarre un certo piacere da quello che stavi facendo, perchè non ti fermasti nemmeno quando iniziai a chiedertelo. Non ti fermasti fino a quando non mi sentisti tremendamente vicina ad una nuova esplosione di piacere. Solo a quel punto, seguendo il contorno del mio addome con la punta della lingua, ripercorresti la tua strada a ritroso e facemmo di nuovo l'amore.
Mi sentivo stordita, dopo, e posai la testa sul tuo braccio, ranicchiando i contro di te.
"Ti stai addormentando?" Mi domandasti con voce languida. Non avevo le forze per risponderti, così mi limitai ad annuire contro il tuo petto.
"Visto, che lo sapevo, quello che dovevo fare?" Ti colpii, non più di un leggero buffetto sulla spalla, e poi scivolai, senza rendermene conto, nel sonno tranquillo e profondo dell'appagamento fisico.
Quando mi svegliai la mattina dopo, ero sola nel mio letto. Eri sgusciato via durante la notte, dopo aver sistemato lenzuola e coperte, lasciandomi dormire.
La partenza fu un parapiglia organizzato, che occupò pochissimo tempo, grazie all'impegno congiunto della zia e di mio padre e il viaggio lo passai praticamente tutto dormendo, nonostante durasse più di tre ore.
Con la testa sulla tua spalla, mentre tu leggevi qualche rivista, non mi resi nemmeno conto che nell'auto si svolgesse una qualche conversazione,  che pure dovette esserci.
Mi svegliasti poco prima dell'arrivo, scrollandomi piano.
Mi sentivo meravigliosamente ritemprata da tutte quelle ore di so no, e pronta ad affrontare qualunque cosa, con voi accanto.
Il paesaggio mi si aprì davanti agli occhi, magnifico nella sua diversità da ciò che conoscevo.
Alberi di olenadro in fiore costeggiavano la strada, intervallati da fieri pini marittimi, e una densa vegetazione brillante faceva da sfondo e da contrasto ad una terra rossiccia, tanto diversa dal carico colore nerastro della nostra.
La città ci accolse in un'armonia di colori chiari e spazi di iato, in cui la vista poteva spaziare.
Eravamo arrivati.

Ricordo molto poco di quel primo giorno, col saluto delle autorità e l'accoglienza a noi partrcipanti.
So di essermi guardata attorno, nel bel mezzo di una folla di ragazzi che condivideva la mia stessa passione per quelle voci lontane nel tempo, e di aver pensato che mai, nella vita, avrei creduto che fossimo in tanti.
Pensai anche che sarebbe stato bello avere il tempo di parlare con qualcuno di loro, di scoprire se avessimo altri punti di comunanza, se ci fosse la possibilità di farsi qualche amico.
Poi sciamammo rapidamente nei rispettivi alberghi.
Il pomeriggio prevedeva dei simposi in cui avrebbero parlato alcuni dei migliori latinisti viventi, ma ritenni opportuno occuparmi più del mio latino che del loro, per così dire e mi rintanai in camera per un ultimo ripasso.
Le stanze erano tre, tu ne avevi una tutta per te mentre io condividevo la mia con mio padre, e la zia Sissi veleggiava dall'una all'altra senza trovare requie, affascinata da tutti i piccoli dettagli dell'arredamento.
Si posò nella nostra, verso metà pomeriggio, e prese a chiacchierare fittamente con mio padre, cercando di convincerlo a portarla a fare um giro della città.
Dopo aver subito una mezz'ora di chiacchiere senza riuscire a concentrarmi sui libri, mi risolsi a chiedere ospitalità a te.
Seduto su uno dei due letti gemelli della stanza, aspettastiedermi chiudere la porta prima di chiedermi:
"Dì la verità, sei più tranquilla, oggi, o no?" Avevi un'espressione sorniona e soddisfatta che mi faceva venire da ridere.
"Senti, cosa vuoi che ti dica? Si, in effetti è vero. Ma non venirmi a raccontare che lo sapevi!"
"Lo sapevo, invece!" Protestasti, punto sul vivo.
"Ah, si? E come, sentiamo?" Ti stringesti nelle spalle.
"È quello che faccio prima delle partite importanti, sai, quando sono troppo agitato."
"Ma non è vero! Io non ho mai..." mi fissavi, un sopracciglio alzato e la testa inclinata verso di me. Due chiazze di rossore vermiglio ti si andavano allargando lente sugli zigomi.
"Bea!" Capii. Dopo jn attimo, finalmente capii quello che mi stavi dicendo ed esplosi in un delirio di ilarità,  lasciando cadere i libri sull'altro letto ed appoggiandomi alla parete. Ansimavo, ridendo senza riuscire a riprendere fiato, e iniziai a lacrimare. Eri sempre più rosso e, ogni volta che ti guardavo, un nuovo scoppio di risa minprendeva senza che riuscissi a smettere. Tua madre entrò, con un lieve sorriso accomodante. "Vi divertite? Di cosa parlate?"
"Di strategie pre gara." Rispondesti tu serio.
"Mi sta insegnando a gestire l'ansia!" Ansimai io "attraverso l'esercizio fisico." A quel punto tu ti premesti le mani sul viso e ti lasciasti cadere all'indietro sul letto, scosso dalle prime risate.
"Ah!" Commentò zia Sissi dubbiosa "ma non so quanto esercizio potete riuscire a fare, da qui a domani."
Fu il colpo di grazia. Iniziammo ad ululare come cani alla luna, presi da un attacco di ridarella come non ce ne capitavano da anni. Ogni volta che tentavamo di calmarci, era sufficiente che ci guardassimo in faccia per riattaccare da capo.
Alla fine dalla porta sbucarono entrambi i nostri padri, che fissarono la scena con aria perplessa. La zia si strinse nelle spalle, senza riuscire a spiegare loro nulla.
"Sarà un po' di nervosismo." Commentò laconico mio padre. Il tuo scosse la testa e ti lanciò un brusco richiamo.
"Piantala di fare casino, che non sei un moccioso! Tirati su!" Ti rialzasti, con gli occhi lustri dal troppo ridere, ma un'espressione già seria in volto. Anche quel momento di gioia era finito.

martedì 24 giugno 2014

Settantasei

Mi svegliasti prima ancora delle prime luci del mattino, non per mandarmi nel mio letto, ma per fare l'amore con me.
Nel buio assoluto e totale che scendeva una volta tramontata la luna, i nostri corpi si trovarono con l'assoluta sicurezza di due elementi creati per combinarsi, senza alcun brancolamento o esitazione.
Assonnati, a metà strada fra il sogno e la realtà, fummo lenti e dolci e, in un certo senso, più grandi, più adulti di quanto lo fossimo mai stati.
Mentre scivolavi dentro di me ad un ritmo che sembrava cullarmi, sentii che la crepa che si era aperta fra noi si saldava e scompariva, lasciando dietro di sé solo un ricordo.
Baciai il tuo petto liscio mentre ti trovavi su di me, poi, dopo, il tuo viso e il tuo collo e ricevetti i tuoi baci, sulle labbra e sulle dita e sugli occhi. Mi resi conto che stavi piangendo, in silenzio, e ti offrii la mia consolazione, il mio calore, per darti conforto.
Un tenue grigiore mi svelò il tuo viso e capii che stava arrivando il mattino.
"Devo andare."
"Lo so. Bea?"
"Dimmi."
"Perchè sono capace di farti tanto male? Me lo spieghi? Perchè quando mi arrabbio tu stai così tanto male?"
"Non lo so. Perchè mi sembra che tu mi chiuda fuori, credo."
"Ma non lo sai, che tanto torno? Non l'hai capito che mi sento morire, senza di te?"
Posai la testa sulla tua spalla e tu mi attirasti più in là, sul tuo petto, al centro esatto.
"Sul mio cuore. È quello il tuo posto."
"Ti amo." Fu l'unica cosa che riuscii a dire e mi parve tanto inadeguata che quasi mi infastidì.
"Mi dispiace tanto che ti abbia fatto male per colpa mia."
"Non è stata colpa tua. Ho fatto tutto da sola." Sospirasti.
"Dici sempre così. Invece io sapevo che ti aveva fatto male e sono stato cattivo con te. Non ci riuscirò mai, a essere buono, amore. Sono cattivo dentro."
"Smettila."
"Ma è vero. Ero tanto arrabbiato che non ti ho neanche chiesto come stavi. A proposito, ti ha fatto tanto male?"
"No, te l'ho detto. Niente, solo un livido."
"Fai vedere." Rimasi ferma. Non volevo che vedessi. "Per favore." Aggiungesti, vedendo la mia esitazione. Lentamente, riluttante, lasciai che esaminassi la pelle sotto la clavicola, dove si allargava in un ovale nerastro al centro e rosso cupo ai bordi il segno del colpo ricevuto.
"Deve averti fatto male eccome. Parecchio, anche. E tu non hai detto niente?"
"Beh, ero occupata a tenere te, ti ricordi?" Chiudesti gli occhi abbandonando la testa sul cuscino.
"Dovevo ammazzarlo. Dovevo semplicemente metterti da una parte e tirare ad ammazzarlo."
"Basta, Dario. Smettiamola di parlarne, vuoi? Questa storia ha già fatto abbastanza danno. È solo un livido, alla fine."
"No." Apristi gli occhi e ti posasti un bacio in punta di dita, sfiorandomi poi dove era il segno "è un livido su di te. È molto più grave."
"Devo andare." Ripetei, vedendo la luce farsi più chiara. Ero piena di uno stano sentimento a metà fra l'esasperazione e la commozione. E sentivo di amarti abbastanza da farmi coprire di lividi del genere, se fosse stato necessario, per te. In quel momento pensai, di nuovo, che se tu mi avessi chiesto di morire, per te, l'avrei fatto di buon grado. Forse perfino con un sorriso sulle labbra.
Un ultimo bacio, un ultimo, minuscolo, assaggio e scivolai fino nella mia stanza.
Il sonno mi appesantiva gli occhi e riverberava sotto la volta del mio cranio in piccole onde di dolore. Aspettai che tu venissi a chiamarmi per colazione, cercando di concedermi ancora una mezz'ora.
Arrivasti, puntuale come al solito, allacciandoti ancora gli ultimi bottoni della camicia.
Eri tutto in azzurro, quel giorno, come una visione, con l'unica interruzione di una di quelle tue assurde cinture, che amavi alla follia. Dovevi averne almeno una decina,  ognuna con una diversa fibbia lustra e pacchiana, tutte enormi e tutte di alto cuoio massiccio. Quella che indossavi quel giorno era lustra e scura, con una fibbia dorata,ovale e incisa.
Mi vestii in fretta, senza alcuna pretesa stilistica, un paio di pantaloni scuri ed un golf grigio, e feci per uscire dalla stanza. Ti urtai, non aspettandomi di trovarti fermo sulla soglia, con la schiena alla stanza.
"Cosa guardi?"
"Lui." Tuo padre. Era appena passato per il corridoio. Il tuo tono era guardingo e la tua schiena diritta come una tavola. Eri un temporale che attendeva di scoppiare.
Passai le mani sulle tue spalle, sentendole rilassarsi sotto il mio tocco.
"Dai, scendiamo." Ti voltasti a guardarmi e un sorrisetto ti increspò le labbra.
"Si, suor Beatrice."
"Cosa vuoi?"
"Come ti sei vestita? Hai paura che qualcuno ti guardi?" Ridacchiavi dal naso.
"Oddio! Ma guarda che sei proprio insopportabile! E se mi metto carina sei geloso, e se mi metto le prime cose che capitano sembro una suora, ma cos'è che vuoi, da me?" Ridevo anche io, contagiata dalla tua ilarità.  Ridevi sottovoce, coprendoti la bocca con la mano.
"Ah, così non sono geloso di sicuro! Vuoi una croce da mettere al collo?"
"Dai, allora, rompipalle!" Ti spinsi dentro la stanza. "Come devo vestirmi?" Mi guardasti incerto.
"Sul serio? Posso scegliere io?"
"Ti farebbe piacere?" Sporgesti le labbra, annuendo. Eri disposto al gioco. Ti fermasti di fronte al mio armadio, osservando con calma concentrata il contenuto. Era Dora a tenerlo in ordine e non trovasti niente da ridire. Alla fine scegliesti una gonna rosso cupo e una camicetta bianca.
"Guarda che così ho freddo." Aggrottasti le sopracciglia e, dopo una minima esitazione,  estraesti una maglia di un rosso appena più chiaro, scollata e decorata di ricami multicolori.
"Dario, ma sei daltonico?"
"Prova, dai. Per piacere." Con un sospiro rassegnato indossai i vestiti che avevi scelto per me e mi guardai allo specchio. Il risultato era sorprendente. Sembravo una bambola di pezza, quelle che amavo tanto da bambina. Fermo alle mie spalle, raccogliesti i miei capelli fra le mani e li annodasti in una grossa treccia lenta. Ora l'immagine di me stessa come bambola era perfetta.
"Sei tanto bella." Sorridesti soddisfatto.
"Sei sicuro?"
"Sicurissimo. Resti così? Per piacere?" Aspettasti quieto il mio cenno di assenso prima di pescare un elastico dalla mia scrivania e legare la treccia.
Scendendo a colazione quasi saltavi dalla gioia e pensai, fra me, che valeva bene la pena di amdare combinata a quel modo, se poteva renderti tanto felice.
Mangiammo in fretta, io con lo sguardo stranito di tua madre che si posava ora sul mio abbigliamento,  ora sui miei capelli, esprimemdo una muta domanda che decisi di ignorare, e tu ergendo un muro di volontaria indifferenza fra te e tuo padre, che ti lanciava piccole occhiate alzando di quando i  quando gli occhi dal giornale. Non sembrava arrabbiato, anzi, pareva che volesse dirti qualcosa, ma venne sistematicamente evitato.
La giornata di scuola passò rapida, nervosa com'ero al pensiero di qiello che tu avevi definito il processo di quel pomeriggio.
Da quel che avevo capito, che risultò poi  essere giusto, attendevamo la visita del tuo compagno, quello che ti aveva accusato, insieme alla sua famiglia, per quello che nell'ottica di mio padre, che l'aveva proposto, avrebbe dovuto essere un garbato chiarimento.
Il mio timore, invece, soprattutto sapendo che tu eri realmente colpevole di ciò di cui eri stato accusato, era che il pomeriggio si trasformasse in una sorta di tiro al bersaglio, con te nella parte del bersaglio.
Appena suonò l'ultima campanella, mi affrettai verso la tua  scuola ed arrivai all'angolo in cui erano parcheggiati moto e motorini degli studenti proprio mentre ci arrivavi anche tu.
Tutta presa nell'intento di raggiungerti, attraversai la folla senza degnare nessuno di uno sguardo.
"Andiamo a casa?"
"Andiamo."
"Sei agitato? Stai bene?"
"Bea, chetati, sto bene. Te l'ho detto. Devi fidarti."
Salii dietro di te. Non avevo più paura e viaggiare dietro di te era tornato ad essere bello. Quando avevamo gli zaini, indossavi il tuo al contrario, sul davanti, per permettermi di aderire alla tua schiena.
Piaceva anche a te la sensazione di  portarmi, di avermi tanto vicina mentre facevi qualcosa che amavi tanto.
Potevo sempre capire il tuo reale stato d'animo dal modo in cui guidavi, se non avevo altro da osservare. Quel giorno eri un fulmine, volavi, quasi in piedi sopra il sellino, coi muscoli tesi e il respiro corto. Ti stavi caricando per quello che ti aspettava, avevi paura, lo sentivo, e decisi di non aggiungere il mio panico al tuo. Scendemmo dalla moto nella rimessa e sfoderai il mio più bel sorriso.
"Allora vuoi che ci sia anche io, oggi?"
"Non so se tuo padre vuole."
"E cosa fa, mi lega? Mi interessa quello che vuoi tu." Sorridesti.
"Senti, resta a portata di orecchio, va bene? Io cerco di sedermi di fronte alla porta. Così,  giusto nel caso, sai, che la situazione si faccia pesante, magari ti metti dove ti vedo. Se vuoi."
"Mi sembra una buona idea. Ma tu fagli vedere i sorci verdi, va bene? Magari mi metto dove ti vedo lo stesso. Così,  per vederti." Annuisti e mi stringesti per um attimo la mano nella tua, forte.
Entrammo in casa ostentando entrambi una disinvoltura che non provavamo. Il pranzo fu un'agonia silenziosa, al termine del quale tuo padre si schiarì la voce e rivolgendosi a me disse:
"Oggi io, lui e certe persone...e la Sissi, certamente, dobbiamo discutere."
"Si, è vero, me l'avevi detto, eh, Dario? Allora io vado a studiare di là. Mi raggiungi, dopo, si?"
"Mm. Il tempo di chiarire la faccenda." Rispondesti senza smettere di mangiare. Lo zio si interruppe, ingoiandosi il discorso che si era preparato a fare di fronte alla nostra indifferenza. I tuoi occhi si sollevarono dal piatto il tempo sufficiente a inviarmi la tua approvazione, cui risposi con un minuscolo sorriso.
Zio Lucio si schiarì di nuovo la voce.
"Senti, ragazzina, ti sei fatta poi male, ieri?" Chiese con voce velata di imbarazzo. I tuoi occhi lampeggiarono, fissi al piatto. Mi strinsi nelle spalle.
"Te l'ho detto, zio, non mi hai fatto niente. È stato più rumore che altro."
"Ah, si?"
"Beh, si. Perchè, pensavi di avermi fatto male?" Cercavo attentamente di controllare la mia voce perchè non ne trasparisse lo scherno. Nemmeno se mi avesse spellata viva avrei ammesso che sentivo male.
"Meglio così." Tagliò corto lui, tornando a concentrarsi sul pranzo.
Per tutto il resto del tempo, fino a quando suonò il campanello, nessuno levò un fiato.
Io presi i miei libri e lo disposi sul tavolo della cucina, come fosse un giorno qualunque. Di lì,  se la porta fosse rimasta aperta, avrei potuto sentire tutto quello che dicevate, se, come era logico, la zia avesse fatto accomodare gli ospiti nell'angolo dell'atrio con le poltrone.
Così fu.
Quando arrivarono, mi riuscì di allungare un'occhiata al tuo compagno prima di salutare e ritirarmi. Era lo stesso ragazzo  di quel giorno, dietro la tua scuola. Faticai a riconoscerlo, non avevi scherzato dicendo che ti eri accanito su di lui.
Larghe ecchimosi, molto peggiori di quella che portavo sul petto, gli segnavano il viso, all'altezza degli zigomi, e una sorta di fasciatura bianca gli serrava la sella del naso, che risultava gonfia e verdastra. Dovevi aver perso completamente il controllo, per fare una cosa del genere e mentalmente mi auguarai di non dover mai assistere quando  accadeva.
Tu accogliesti tutti col tuo migliore sorriso d'occasione, quello che tua madre ci aveva insegnato per le feste comandate, e qualche parola di cortesia e li scortasti a sedere, come fossi stato tu l'artefice dell'invito.
Da dietro la soglia della cucina, mi godetti uno scorcio dell'espressione stupita di tuo padre, che ti guardava comportarti da perfetto gentiluomo.
Il padre del ragazzo riassunse in poche, brusche parole il motivo di quello che definì il vostro incontro. Si levò la voce di tuo padre, cupa, come una minaccia.
"Il ragazzo" che poi eri tu "dice che non è vero niente." Aguzzai le orecchie.  Ti stava difendendo.
La madre del tuo compagno protestò la sua onestà e altrettanto fece tua madre parlando di te.
Le voci iniziarono ad accalorarsi, quando sentii la tua, che si levò come un coltello, fendendo quelle degli altri che si sovrapponevano.
"Se mi è permesso dire qualche parola" iniziasti in tono mellifluo "credo che sia inutile rimanere a discutere in questo modo. Matteo è qui, e anche io" la tua voce cambiò, diventando dolce, scivolosa, pericolosa. Era la stessa voce in cui Andrea aveva percepito la minaccia. "Anche io sono qui per chiarire tutto, vero, Matteo?"
Mi spostai in modo da essere incorniciata dalla porta. Alzasti gli occhi. Mi  vedevi.
Un largo, angelico  sorriso ti illuminò il volto e il ragazzo, Matteo, sembrò accartocciarsi come una palla, sparendo nella spaziosa poltrona di cuoio. Sottoposto al tuo sguardo  paziente per un tempo sufficiente,  annuì.
I genitori annuirono a loro volta e il padre del ragazzo espresse perfino qualche incoraggiamento.
"Allora, Matteo" riprendesti, sempre con quella voce dolce "non siamo mai stati grandi amici, ma possiamo parlarne, di questa faccenda. Come abbiamo sempre parlato di tutto. Se tu sostieni che ti hi fatto qualcosa di male, credo che io e te dovremmo parlare. Cosa ne pensi? Credi che dovremmo parlarne, come abbiamo sempre parlato dei nostri piccoli problemi?" Il tuo sorriso si allargò e ti protendesti appena, leggermente, verso di lui, apparentemente in un gesto di invito. Per me, che avevo già assistito ad una scena simile, era chiara la minaccia implicita.
Matteo sprofondò ancor di più nella poltrona, facendola scricchiolare, e tu rimanesti immobile, in attesa, sorridente. Impallidì.
Suo padre gli chiese per quale motivo non ti rispondesse.
Sua madre lo tacciò di maleducazione, sottovoce.
"Preferisci che ne parliamo noi due soli?" Rincarasti tu, sollevando un sopracciglio. Eri rimasto seduto, fino ad allora, sul bracciolo del divano. Ti alzasti in piedi, ora, come a voler dare seguito alle tue parole.
Il ragazzo  scosse la testa, in un gesto desolato e frenetico. Stava evidentemente sudando di paura.
"Allora, si può sapere perchè non parli, adesso?" Gli domandò suo padre.
Lui si lasciò sfuggire un suono imarticolato, come se gli sfuggissero le parole dalla mente.
"Almeno, dimmi qui, in faccia, di che cosa mi accusi. A me non hai detto niente. Sai, Matteo, mi sembra di avere già avuto occasione di dirtelo, preferisco sempre che le cose me le dicano apertamente, anche quelle brutte."
"È giusto." Commentò lo zio e la madre del ragazzo annuì rivolta a te. Da come ti guardava, capii che l'avevi quasi convinta.
"Allora? Di cosa sono accusato? Mi hanno riferito che dici delle cose brutte di me, che sarei stato io a metterti le mani addosso. È vero? Perchè io dico di no. Tu, cosa dici, se io dico di no?"
"Tu..." cominciò lui. Facesti un passo nella sua direzione, non più di un passo. Sorridevi. Annuivi. Sembravi il ritratto della pazienza. "Tu..." ritentò.
"Dai, Matteo, sputa il rospo  che poi ne parliamo. Ne parliamo con calma. Io e te. Ti prometto che ci prendiamo tutto il tempo necessario." Per una frazione di secondo, il tuo sorriso cambiò e vidi anche io quello che vedeva lui. Sembravi matto. Matto e pericoloso.
Mi venne da ridere, ma riiscii a trattenermi.
"No." Disse lui.
"No che cosa?" Rincarasti ancora tu.
"No, non voglio che ne parliamo." Guaì.
"Ma allora, Matteo, cosa siamo venuto a  fare qui?" Domandò il padre. "È stato questo ragazzo a prendersela con te, o no?"
Per un attimo,  provai pena per quel ragazzo. Iniziò a tirare su col naso e a lasciarsi sfuggire qualche lacrima. Feci in tempo a scorgere il lampo di trionfo che ti attraversò la faccia, prima che tu lo riacchiappassi e lo rinchiudessi.
"No. Non è vero. Non è stato lui. Mi dispiace." Crollò finalmente.
Le voci dei genitori si sollevarono in un sovrapporsi da bar, per qualche minuto. I tuoi erano sollevati, i suoi tremendamente imbarazzati e volevano il nome dell'aggressore.
In tutto, prima di farlo crollare, ti era servita meno di mezz'ora.
Tacesti, risedendoti sul bracciolo del divano, accanto a tua madre, che prese ad accarezzarti la gamba. Ti guardava come se fossi tornato dalla guerra.
Impiegarono un'altra mezz'ora a calmarsi, loro, e solo a quel punto il padre di Matteo pretese che lui ti rivolgesse delle scuse.
"Non fa niente, signor Dallari. Davvero. No  gliene faccio una colpa se era spaventato, guardi come è ridotto! E poi alla fine si è comportato bene,  vero, Matteo? È questo, l'importante."
Effettivamente,  come mi avevi promesso, eri uscito da quel ginepraio senza darti il disturbo di raccontare alcuna bugia.
La madre del ragazzo volle perfino darti un bacio sulla guancia, quando salutarono prima di andaree tu glielo concedesti, arrossendo un poco.
Arrivasti al tavolo della cucina, di fronte a me, dopo due ora da quando tutto era iniziato, con il tuo sorriso furbesco sul viso e l'aria trionfante.
"Sei tremendo!" Ti censurai sottovoce.
Avevi appena aperto i libri, quando dalla porta entrò lo zio. Si fermò accanto alla tua sedia e ti fissò. Sul suo viso non riuscivo a leggere nulla.
"Alzati, bamboccio, usciamo." Lo guardasti stupito e, l'avrei giurato, con una punta di spavento.
"Dove?" Ti lanciò sul libro aperto le chiavi dell'auto.
"Per oggi, qui davanti. E guai a te se dici mezza parola a tua madre, adesso si è chiusa in camera."
Tentasti di trattenere un sorriso, senza successo. Non era un gran padre, ma sapeva bene come comprarti. Non c'era nulla che tu desiderassi più di mettere le mani su quell'auto nuova.
Tamburellasti con le dita sulla pagina per non più di un secondo, prima di afferrare le chiavi ed alzarti, scomparendo con due salti oltre la soglia.
"Oh, allora? Hai cambiato idea?" Gli gridasti dall'ingresso.

domenica 22 giugno 2014

Settantacinque

Rientrai in casa con le gambe molli. Era stata una mezz'ora densa di emozioni.
Mi parve di entrare in un mausoleo. Nella penombra dell'atrio, illuminato solo dalle finestre, il profilo dei mobili scuri della zia si delineava con un fioco luccichio di legno tirato a cera. Per il resto, tutto era vuoto e silenzioso. Sembravate scomparsi dalla faccia del mondo, come sogni al risveglio.
Salii le scale senza fretta, non mi piaceva l'idea di trovarmi faccia a faccia con la tua rabbia, ma non potevo fare altro che venire da te.
Quando entrai nella tua stanza, ti trovai disteso sul letto, con le braccia intrecciate dietro la testa, che fissavi ostinatamente il muro di fronte. Mi fermai a un passo dalla porta.
"Ciao."
"Ciao."
"Molto arrabbiato?" La risposta era già chiaramente scritta nei tuoi lineamenti tirati. La rabbia ti dava sempre quell'aria da rapace.
"Si." Rispondesti con semplicità senza guardarmi. Avanzai fino al tuo letto, fino a portarmi al tuo fianco.
"Mi dispiace." Avrei voluto parlare si più. Spiegarti il perchè l'avevo fatto, la mia folle paura che finiste per accapigliarvi come due sconosciuti in un parcheggio, la consapevolezza che le conseguenze di una cosa del genere sarebbero state un peso eccessivo per le tue spalle, ma mi resi conto, prima di aprire bocca, che era inutile. Che tu queste cose le sapevi già. Tacqui, osservandoti, senza più sapere che dire.
"Non dovevi metterti in mezzo. Gli spaccavo il culo, a quel coglione, se non ti mettevi in mezzo. Tanto è quello che vuole, no? Sarebbe stato anche felice."
"Dario..."
"Non lo troverò mai più,  il coraggio di dargli quello che si merita. Lo sai questo, si? Potevo finirla una volta per tutte. Poteva già essere finita."
"Ascolta, Dario." Mi fermai. Non riuscivo a trovare le parole giuste, le parole che avrebbero potuto spegnere la tua ira. Scuotesti la testa.
"Pensavi che non ce la facessi, vero? Che mi avrebbe messo sotto, come l'altra volta. Perciò non mi hai lasciato andare, giusto?"
"No. Pensavo che ci saresti stato male, dopo. Che ti saresti pentito di averlo fatto."
"Non prendermi in giro." Rispondesti con tono disgustato. "In fondo in fondo pensi anche tu la stessa cosa che pensa lui, di me. O no? Che sono un pappamolle."
"Dario, no! Sei impazzito?" Ti voltasti verso di me, con gli occhi che mandavano lampi metallici.
"E allora perchè continui a metterti in mezzo? Perchè continui a proteggermi, a tutti i costi, anche a costo di farti del male?" Sentii le lacrime pungermi gli occhi. Nemmeno in un milione di anni avrei mai indovinato che tu potessi interpretare in quel modo le mie azioni. Alla fine, lo zio era riuscito a contagiarti col suo modo di vedere, dopo tutto. Quando parlai, lo feci a voce tanto bassa che nemmeno io riuscii ad immaginare che tu potessi sentirmi.
"Perchè ti amo." Ti eri di nuovo voltato al muro. Per te, suppongo, non ci fu risposta. Mi sembrò di averti perso e di vedermi di fronte solo uno sconosciuto, un ragazzo alto e bello che ti somigliava.
Uscii dalla stanza senza fare rumore, portando via con me quello che rimaneva del mio autocontrollo.
Una volta in camera, mi ranicchiai sul letto e chiusi gli occhi. Non dormivo. Cercavo solo di non fare alcun rumore, né dentro né fuori di me. Se avessi potuto sparire, se premendo un bottone avessi potuto cancellarmi dalla lavagna dell'universo, come se non fossi mai esistita, l'avrei fatto senza pensarci due volte.
Pensavo, senza riuscire a farne a meno e senza, per questo, sentire meno male nel farlo, a mille piccole cose di te, mille gesti di tenerezza, mille momenti di dolcezza fra noi. Pensavo a queste cose e, come una sentenza di condanna, mi riaffioravano alla mente i tuoi occhi di metallo grigio.
Passò il pomeriggio e venne la sera. Mio padre entrò nella stanza e gli dissi che mi sentivo poco bene, 'indisposta' fu il termine che usai, adducendo la più vecchia e sciocca scusa del mondo a giustificare il mio desiderio di restare un po' tranquilla. Gli dissi che avevo mal di stomaco e preferivo non cenare. Mi diede un bacio sulla guancia e scese con gli altri.
Il buio iniziò a spandere viticci e tentacoli per la stanza e accesi la luce sul comodino. Mi presi vicino un libro,  nel caso fosse entrato qualcuno.
Quando la sveglia segnò le dieci, infilai il pigiama e mi rimisi a letto, nella stessa posizione, sotto le coperte.
Non posso dire che aspettassi. Non c'era nulla che aspettassi. Piuttosto, cercavo la forza di spostarmi di lì.
Poco prima della mezzanotte, uscii in corridoio e camminai a passi felpati fino alla tua porta. Non filtrava luce da sotto la soglia.
Entrai e mi infilai nel tuo letto, come avevo fatto per tutta la vita, ogni volta che lo desideravo. Avevi gli occhi chiusi,  ma non dormivi affatto.
"Stai meglio?" Mi domandasti non senza una punta di sarcasmo.
"Posso stare qui?"
"Si. Hai sempre potuto." Replicasti senza muovere un muscolo. Era come essere sottoposti ad una lenta tortura di ghiaccio.
"Mi perdoni? Per favore?" Sospirasti.
"Dimmi perchè l'hai fatto."
"Te l'ho detto. Pensavo che ci saresti stato male, dopo. Tu gli vuoi bene e poi..."
"E poi?"
"E poi non voglio che ti faccia diventare come lui. Non lo capisci? È questo che sta facendo. Ti sta facendo diventare uguale a lui."
"Lo pensi davvero?"
"Tu pensi davvero che se tento di proteggere la persona che amo di più al mondo lo faccio perchè credo che sia un debole?"
"In un certo senso, si."
"E allora ci sta riuscendo. Questo è il suo modo di pensare. E adesso anche il tuo, a quanto pare." Sospirasti di nuovo, un suono esasperato.
"Ma cosa dovrei fare? Secondo te? Lasciargli fare quello che vuole, senza mai dire 'bai', solo perchè è mio padre? Che colpa ne ho io, se è mio padre?"
"Nessuna."
"E allpra, prima o poi verrà il giorno che lo devo fermare, Bea, non lo capisci? Se no lui continua ad andare avanti, finché non mi spezza."
"Ce ne andremo."
"E non cambierà un cazzo. Credi che non ci parleremo più?"
"No."
"E allora dobbiamo arrivarci, a un certo punto. Di certo lui non si ferma prima, te lo dico io."
"Dario?"
"Cosa?"
"Io non ci riesco a guardare una persona che cerca di farti male e restare ferma. Neanche se è tuo padre."
"E allora vai via, quando succede. Non stare a guardare. Ma non metterti in mezzo, è chiaro? Non rifarlo, Beatrice."
Fu come se mi avessi dato uno schiaffo in faccia. Non era una richiesta, la tua, ma un ordine perentorio e il fatto che avessi usato il mio nome, non il diminutivo che avevi sempre usato, ma il mio nome intero, non serviva che a rafforzarlo. Il tono della tua voce era chiaro: 'obbedisci' mi diceva 'o sii disposta a pagare il prezzo'.
La sensazione di essere accanto ad un estraneo tornò ad assalirmi, con una forza che mi spaventò. Non volevo accanto quell'uomo così duro e affilato. Volevo il mio Dario, il mio amico di una vita, il mio amante, il mio amato.
Le parole mi soffocarono in gola, stringendomela in un nodo doloroso. Iniziai di nuovo a piangere, senza riuscirmi a trattenere, senza emettere suono per il timore che te ne accorgessi. Mi ranicchiai ancora di più,  stringendo le ginocchia al petto. Non avresti ottenuto un effetto di quella portata neppure picchiandomi.
Passò qualche minuto di silenzio, durante il quale tu rimanesti sdraiato sulla schiena,  immobile ed io continuai a gocciolare lacrime silenziose, appallottolata al tuo fianco, senza il coraggio di alzarmi ed andare a rifugiarmi nella mia stanza.
Le lacrime mi scorrevano dagli occhi, uscendone bollenti e raffreddandosi in un lampo, carezzandomi il viso come dita fredde, raccogliendosi in una microscopica pozza nell'incavo fra l'occhio ed il naso, prima di cadere, apparentemente infinite, ribelli ad ogni mio tentativo di fermarle, otturandomi il naso e facendomi prudere la gola. Fu quello a spezzare il silenzio che era calato, il piccolo rumore liquido che feci tirando su col naso, il più silenziosamente possibile,  quando non riuscii più a respirare.
Ti voltasti verso di me, con un piccolo solco fra le sopracciglia aggrottate.
"Perchè piangi?" Domandasti stupito. Non riuscivo a capire fino a che punto fossi arrabbiato con me. Attraverso la nebbia ondeggiante che mi copriva gli occhi, eri poco più di una sagoma vista dietro un vetro smerigliato. Riuscivo, però,  a sentirti fin troppo bene e non sentivo alcuna benevolenza nella tua voce. Stupore, si, forse anche una punta di preoccupazione,  ma nessun affetto. Il cuore mi si strimse di un altro poco, come una spugna strizzata.
"Bea, ti ho chiesto perchè piangi." Non trovai nessuna risposta da darti. Nessuna che mi sarebbe piaciuto farti sentire, per lo meno.
Con un sospiro infastidito, ti alzasti a sedere sul letto e ti chinasti su di me. Fu un movimento rapido, scattante, e mi spaventò,  tanto che finii di rinchiudermi in me stessa, alzando le ginocchia fino alla fronte.
"Ma cosa fai? Hai paura di me?" Chiedesti. Era tanto desolata, la tua voce, che allungai una mano ad accarezzarti un braccio. "Bea, mi guardi? Per favore?"
Non c'era più rabbia nella tua voce. Riflettei per un secondo, cercando di decidere se quello che sentivo, quel calore che sentivo, fosse un effetto della tua preoccupazione o della mia speranza. Poi lasciai emergere gli occhi dallo sbarramento delle ginocchia e trovai i tuoi ad un palmo di distanza. Ti eri sdraiato, tutto storto, con la testa al livello della mia.
"Tu hai paura di me?" Mi chiedesti di nuovo. Sentivo il dolore nella tua voce e me ne dispiacqui immensamente. Sembrava che proprio non riuscissi ad imbroccarne una, quel giorno.
Mi schiarii la gola per risponderti. Volevo rassicurarti, spiegarti che, se il tuo movimento brusco mi aveva spaventata, questo non significava che avessi paura di te, ma quando aprii la bocca, quello che ne venne fuori fu un'implorazione da bambina,  espressa in un miagolio acuto, anch'esso da bambina.
"Non ti arrabbiare con me!" Richiusi precipitosamente la bocca. Mi vergognavo della mia reazione, ma non riuscivo a controllarmi.
Cingesti con le braccia tutto il mio corpo ranicchiato, posando il petto contro le mie gambe alzate e intrecciando le dita dietro la mia schiena. Dovesti infilare un braccio fra me e il lenzuolo, per farlo, ma lo facesti, gentilmente, senza farmi male. Premesti la fronte sulla mia, avvicinando gli occhi ai miei fino a farmi perdere la messa a fuoco.
"Non serve che tu abbia paura di me, lo sai? Anche quando sono arrabbiato. Non ti faccio niente."
"Lo so. Ma sei tanto..." cosa potevo dire? Freddo? Distaccato? Sprezzante? "Non voglio che ti arrabbi con me. Non ho fatto niente. Per favore, non essere arrabbiato."
"Si, Bea, è solo che, sai, poteva farti male. Ti ha fatto male, a dirla tutta. E mi piacerebbe se tu ogni tanto iniziassi a pensare, prima di fare le cose. Anche quando si tratta di me."
"Non faccio apposta. È che tu sei..."
"Continua. Ti prometto che non mi arrabbio, ma voglio sapere come finisce la frase. La verità,  però,  se no me ne accorgo. E allora si che mi arrabbio sul serio."
"Sei la cosa più preziosa che ho. Sei l'unica cosa che ho al mondo. Se ti succede qualcosa, Dario, se qualcuno dovesse farti male, io...io non lo so, cosa farei. E se posso evitarlo, se posso fare qualcosa..."
"Ma te ne rendi conto, che finisci per farti male, quando ti metti in mezzo, o no?"
"È questo il fatto. Non mi interessa. A me, basta che stai bene tu. E non voglio che quello là ti...infetti. Ti infetti col suo modo schifoso e malato di vedere le cose. Lo odio. Lo odio e spero che sparisca, che se lo inghiotta la terra, che qualcuno se lo porti via e non torni mai più vicino a te." Non volli e non potei mascherare il veleno nella mia voce. Non dissi che avrei voluto ucciderlo con le mie mani e quello fu uno sforzo sufficiente.  Ti sentii trattenere il fiato.
"Hai chiarito il concetto. Ti ricordi che è mio padre, si?"
"Non me ne frega niente. È uno che ti ha sempre fatto male e basta. Se mi prendesse fuoco davanti, rimarrei seduta a bermi l'acqua."
"Ho capito. Va ancora bene che io non abbia il tuo caratterino e tu il mio, eh? Mi sa che eravamo già in manicomio tutti e due, un bel ricovero forzato."
"Non essere più arrabbiato."
"Scherzi? Dopo aver sentito queste cose? E chi ha più il coraggio di arrabbiarsi con te?" Tentavi di scherzare per sollevarmi il morale, ma sapevo che ancora le cose non erano a posto, fra di noi.
"Dico davvero, Dario. Non ci resisto, se rimani arrabbiato. Sto troppo male. Ti prego. Ti sto pregando, vedi? Faccio quello che vuoi tu, solo smetti d essere arrabbiato."
"Promettimi che non ti metti più in mezzo fra me e lui, Bea."
"Non posso."
"Neanche se ti dico che mi serve, che ne ho bisogno per fare pace?"
"Fare pace?" Era un'espressione strana in bocca a te, non la usavi mai. Cercasti per un attimo le parole.
"Si, amore. Ma non con te. Con me. Non ce la faccio più a andare avanti così.  Mi sento come se avessi addosso un peso grosso come una montagna. Gli voglio bene, sai, penso che gliene vorrò sempre, ma queste cose devono finire. E devo farle finire io, se no..."
"Se no non riesci a fare pace." Conclusi.
"Si. Proprio." Mi srotolai e mi addentrai nel tuo abbraccio,  aderendo al tuo corpo.
"Ti prometto che farò del mio meglio. Però non ti assicuro che riuscirò a tenere la bocca chiusa."
"Tipo che stai da una parte e urli fortissimo?"
"Tipo."
"È accettabile. Va bene, per me sei perdonata."
"Davvero?" Mi rispondesti con un bacio, un lungo bacio dolce e profondo, che mi strappò un singhiozzo dal fondo del petto.
"Si può sapere perchè piangi, adesso? Cos'è,  di punto in bianco ti metti a fare la femminuccia?"
"Oh, beh, qualcuno dovrà pur farla, fra noi due. E tu come donna sei terribile."
"Non hai torto." Ti strinsi forte, più forte che potevo. "Mi dispiace, amore" mi sussurasti allora stringendomi a tua volta "davvero, non volevo farti stare tanto male. Non piangere più."
"Va bene."
Il calore del tuo corpo e il tuo odore nelle narici mi stavano facendo rilassare e iniziavo a dormicchiare, quando parlasti ancora.
"Ah, poi domani pomeriggio mi fanno il processo."
"Mm?"
"Te lo ricordi per cosa anbiamo litigato oggi? Quel tipo che ha fatto chiamare dalla sua famiglia? Beh, vengono qui a parlare con noi. Un'idea dello zio." Ovvio, solo mio padre avrebbe potuto proporre un pacifico scambio di opinioni in mezzo al bailamme della giornata.
"Darietto?"
"Dimmi."
"Ma tu, a quello lì, l'hai poi picchiato o no?" Ridesti piano nel buio.
"Cazzo, si! Gliele ho date finché non gli sanguinavano tutti i buchi e poi gli ho fatto male!"
"Perchè?"
"A scopo didattico." Rispondesti nel tuo miglio tono pedante "Doveva imparare che non è bene parlare alle spalle delle persone. Cioè, sono partito per parlargli, ma poi la situazione mi è un tantino scappata di mano."
"Ma cosa aveva detto di tanto brutto?"
"Oh, niente. Va solo a dire in giro che mi scopo mia cugina."
Mi si mozzò il fiato e arretrai precipitosamente per guardarti in faccia.
"Tranquilla, amore, adesso vedrai che non lo dice più. Penso di avergli tolto ogni tipo di voglia, in quel senso."
"E domani, come fai? Insomma, lo sai che non sai dire le bugie!"
"Non dirò bugie. Vedrai. È tutto a posto, amore, stai tranquilla. Fidati."
"Tu sei tranquillo?" Annuisi convinto e mi rilassai, riappoggiando il capo al tuo petto. Avevi detto la verità,  il tuo cuore batteva lento e regolare.
Ricominciai a scivolare lentamente nel sonno.