mercoledì 11 giugno 2014

Sessantasette

Quando dio volle, tornai a casa. Erano passati dieci giorni dall'incidente e avevamo ormai sorpassato la metà di maggio.
Venne messo in chiaro che non sarei tornata a scuola prima della fine dell'anno scolastico, ma direttamente dopo l'estate e mio padre, insieme alla zia, andò a sostenere un lungo colloquio con i miei insegnanti, per permettermi di non perdere l'anno. Fortunatamente, il fattaccio era successo quando mancava appena un mese alla chiusura della scuola e si riuscì ad accomodare la cosa, con appena un paio di esami di riparazione per quell'autunno, da sostenere nella materie in cui ancora mi mancavano dei voti importanti.
Era una faticaccia, per me, in quel periodo. Mi sembrava di non riuscire a fare nulla. Non potevo girare il collo, non potevo camminare a lungo, le scale erano un problema serio. Nemmeno un bagno, potevo fare da sola.
Mi sentivo in totale balia degli altri, io che ero sempre stata tanto indipendente,  e non potevo neppure rifugiarmi in un libro.
La mia difficoltà nel leggere rimaneva e i medici avevano detto che se ne sarebbe andata da sola, tempo sei mesi, oppire sarebbe rimasta tale e quale per sempre. Ero terrorizzata e sentivo acutamente la mancanza di quello che per me era sempre stato più di uno svago, una specie di porto sicuro in cui ripiegare in ogni momento di difficoltà o di noia.
Con il cibo non andava meglio.
Nonostante la situazione fosse più sostenibile a casa, dove Dora si impegnava al suo massimo per tentarmi con tutti i miei manicaretti preferiti, non riuscivo a riacquistare il gusto per il cibo. Mangiare era diventato molto più simile all'introdurre un corpo estraneo nel mio corpo, che alla piacevole necessità che era sempre stata, così tentavo in ogni maniera di sottrarmi a quello specifico dovere.
Quando tu eri presente, non c'era verso di scamparla.
Rimanevi seduto dall'altra parte del tavolo, a braccia conserte, fissando il mio piatto fino a che non era vuoto. I nostri genitori avevano rapidamente imparato il trucco e cercavano di farci mangiare sempre insieme, ma riuscivo comunque ad evitare la tua presenza a colazione e quando avevi allenamento.
Arrivavo a supplicare la zia, a piangere, se necessario, pur di potermi alzare da tavola. Lei cedeva sempre, se insistevo a sufficienza.
La mia unica priorità,  il mio unico piacere, era diventato il dormire. Passavo una quantità tale di tempo occupata in lunghi sonni immobili, che mio padre aveva reputato opportuno trascinarmi davanti ad un neurologo, il quale aveva dichiarato che non esisteva alcuna causa fisiologica al mio sonno.
Tutto questo, il mio rifiuto per il cibo ed il fatto di trovarmi regolarmente immersa nel sonno rincasando, ti mandava in bestia, ma ti controllavi straordinariamente bene,  limitandoti a serrare le labbra e sbuffare dal naso, davanti a questi miei atteggiamenti.
Erano i primi di giugno, e il mio corpo era ormai quasi completamente guarito, quando, una mattina, la mia stanza fu improvvisamente invasa dalla luce forte del sole.

"Svegliati e sorgi, bella addormentata!"
Aprii gli occhi infastidita: eri davanti alla finestra spalancata, in calzoncini e maglietta, e mi fissavi con aria poco amichevole.
"Che ora è?"
"Le sei e quaranta di una splendida mattina di sole."
"Le sei e quaranta? Ma sei impazzito? Lasciami dormire!" Esclamai tirandomi il lenzuolo sopra la testa. I tuoi passi si avvicinarono. Ti fermasti accanto al letto.
"Alzati." Eri decisamente irritato, lo sentivo dalla tua voce, ma questo non faceva che farmi crescere il desiderio di richiudere gli occhi e sprofondare di nuovo nel sonno. Non c'era niente per me, lì fuori.
"Senti, si può sapere quanto tempo ancora hai intenzione di continuare così? Perchè starei un po' perdendo la pazienza."
"Lasciami stare."
"Dimmelo guardandomi in faccia." Scostai il lenzuolo con un gesto svogliato e ti fissai.
"Ti prego, Dario."
"Cosa? Di cosa, mi preghi? Di lasciarti morire di fame o di troppo sonno? Ma non te ne frega proprio niente, di guarire?" Come potevo dirti la verità? Che in quel momento davvero non mi importava?
"Non muoio di fame, smettila." Replicai.
"Ah, no, eh?" Con un gesto rabbioso mi strappasti il lenzuolo dalle mani, scoprendomi. Dormivo con addosso solo reggiseno e mutandine,  per via del caldo, e il mio corpo emerse, con le costole in bella vista e le ossa del bacino che facevano capolino, come a volerti dare ragione ad ogni costo.
"Vedo. Infatti, sei proprio ben pasciuta,  non c'è niente da ridire! Ma chi prendi in giro? Me o te, scusa?"
Evitai di guardarmi. Avevo visto fin troppo bene. Cercai, invece, di spiegarti cosa provassi.
"È strano, ma è come se sentissi che non mi riguarda...che non..."
"Non ti riguarda?" Arrivasti quasi ad urlare "non ti riguarda, brutta cretina che non sei altro? Non ti riguarda, questo?" Ti chinasti sul letto e con le mani mi circondasti la vita. Erano mani grandi, le tue, dalle dita lunghe, ma vedere che riuscivi a sfiorare fra loro i pollici, afferrandomi la vita, mi diede un brivido di inquietudine.
Davvero un solo mese di inappetenza poteva avere effetti così drastici? Mi sembrava impossibile, eppure l'evidenza lo confermava. Ti guardai negli occhi, tanto vicini, vicini come non lo erano da troppo tempo. Non sapevo che dire. Di nuovo tentai di spiegarti.
"È che non so cosa fare. Non riesco a fare niente. Neanche a leggere."
"È questo il problema?" Una ruga profonda ti apparve fra  le sopracciglia. "Quei cazzo di libri? Dimmelo! Troviamo una soluzione, te li leggo io! Ma porca puttana, reagisci! Sono solo dei pezzi di carta, Bea! Dei pezzi di carta sporca! E tu sei vera! Lo capisci? Ti ci entra in quella testaccia dura? O no?" Mano a mano che parlavi, la tua ira emergeva, scavandosiun passaggio attraverso il granito del tuo autocontrollo e la patina di pazienza che vi avevi applicato, per riguardo alla mia convalescenza, come una falda sotterranea. I tuoi occhi divennero metallici, le pupille ridotte ad un puntolino, e io mi ritrovai, per la prima volta dopo settimane, a provare qualcosa di diverso dall'autocommiserazione. Mi arrabbiai.
"Ma cosa pretendi tu da me? Cosa vuoi? Chi ti ha eletto a giudice ed arbitro della mia vita, si può sapere? Sto male, va bene, e allora? Non posso neanche stare male?"
"No! Se ti mette in pericolo, non puoi, chiaro? Stai male in un'altra maniera. Ascolta della musica triste, vestiti tutta di nero, fai quel cazzo che ti pare, ma piantala di tentare di ammazzarti, stronza!"
"E immagino che io adesso dovrei obbedire,  secondo te! Scattare su dal letto e fare quello che dici tu!"
"Si che dovresti!"
"Ah, si? Dammi un motivo, allora!" Gli animi si erano scaldati, e parecchio. Ci urlavamo addosso, con la faccia ad un millimetro l'uno dall'altra, sempre nella stessa posizione.
"Perchè ho ragione io! E lo sai! E lo sai, cristo, che ho ragione!"
"Lasciami stare, coglione!"
"No!"
"Si può sapere perchè non puoi semplicemente lasciarmi in pace? Eh?"
"Perchè ti amo." La tua voce scese, mentre pronunciavi quella risposta, dall'urlo al sussurro. Per la precisione, la prima sillaba fu urlata, l'ultima sussurrata. Girasti il viso di lato, chiudendo gli occhi,  e mi resi conto che trattenevi le lacrime. Mi resi conto che eri maledettamente preoccupato per me. E mi resi conto che riuscivo a sentire il tuo profumo, l'odore emanato dalla tua pelle e dai tuoo capelli, dopo tanto tempo. Ti accarezzai dolcemente la fronte.
"E da quando in qua hai deciso che davanti a me non si piange?" Chiesi ad un tono di voce normale.
"Da un mese, circa." Ti presi il viso fra le mani, accogliendo nell'incavo del palmo la curva della tua mandibola, e ti voltai verso di me.
"Dario."
"Cosa vuoi?"
"Povero Dario."
Cercasti di alzarti, ma ti trattenni, usando quanta più delicatezza mi era possibile.
"Siediti qui con me, per favore." Ti sedesti sul nordo del letto, sempre lottando per mantenere il tuo viso irato. "Guardami, Dario. Sono io. Va tutto bene." Scuotesti la testa in un lento diniego. Non andava tutto bene. "Adesso aggiustiamo tutto, amore."
"Non capisco. Perché non vuoi guarire? Perché non vuoi stare bene? Mi sembra di non capirti più."
"Mi sento come se dormissi sempre. Anche quando sono sveglia. Mi sembra tutto tanto lontano."
"Ma io sono qui."
"Si. Adesso, sei qui." Mano a mano che calava la rabbia, che ti rivedevo, ti vedevo davvero, te, e non la persona che mi costringeva a mangiare, a svegliarmi, a camminare, mi sentivo sempre più consapevole delle tue mani posate sul mio corpo. Le avevi lasciate lì,  come se non fossero cosa tua. Il loro peso legfero e il loro calore mi davano un conforto infinito, mi facevano sentire bene, amata, considerata di nuovo come me stessa e non come una serie di incombenze da sbrigare in una prexisa routine.
"Cosa ti succede, Bea? Cos'hai,  amore?"
"Ho bisogno che mi perdoni. E che mi risvegli." Un pallido sorriso ti affiorò in volto.
"Certo che ti perdono. E per svegliarti?"
"Come la bella addormentata. Dammi un bacio, se mi hai perdonata. Lo sai da quanto tempo non mi dai un bacio vero?"
"Ventitré giorni" iniziasti tu chinandoti su di me "e circa undici ore."
Mi venne voglia di ridere. Solo ti avresti potuto tenere un conto tanto preciso. Mi baciasti. Sentii di nuovo il tuo sapore e ti scivolai con i palmi sul collo e sulle spalle.
"Adesso sei sveglia, bella addormentata?"
"Prima di rispondere vorrei sapere una cosa."
"Dimmi."
"Abbiamo urlato come due pazzi, prima. Perché non è venuto nessuno?"
"Perchè mio padre e tuo  padre so o andati via insieme e mia madre e Dora sono in parrocchia a fare roba parrocchiosa."
"Fino a?"
"Oggi a pranzo, all'una."
"E sono le?"
"Mm. Sette e un quarto."
Mi sporsi verso di te più che potevo. Non molto, considerato lo stato del mio collo, ancora rigido. Chinasti il viso sul mio, aspetrando un nuovo bacio. Con la punta della lingua ti percorsi il contorno delle labbra.
"Bea..." mugolasti tu chiudendo gli occhi. Ti baciai e tu ricambiasti il mio bacio. Sentivo il tuo desiderio e il mio crescere rapidamente. Infilai una mano sotto la tua maglietta e accarezzai il torace liscio e appena umido di sudore.
"Bea, da brava..."
"Cosa?"
"Non posso." Parlavi in un mormorio frettoloso da sonnambulo,  con gli occhi chiusi, fra un bacio e l'altro. Allungai la destra e ti afferrai, attraverso la stoffa morbida dei calzoncini, spostando la pressione da un dito all'altro,  chiamandoti senza parole. Dal fondo della gola ti sfuggì un breve mugolio che mi era familiare.
"Bea, amore mio, non posso."
"Perchè?"
"Ti faccio male."
Ti strinsi delicatamente,  mentre ci baciavamo. Sentivo che non riuscivi quasi più ad oppormi resistenza.
"Non mi fai male, Dario. Mi fai bene. Ne ho bisogno."
"Sei sicura che non..."
Presi una delle tue mani e me la portai sul seno. Mugolavi di nuovo, piccoli versi urgenti dal fondo della gola. Il nostro linguaggio segreto. Ti attirai su di me e ti osservai mentre, in ginocchio fra le mie gambe,  ti sfilavi i vestiti di dosso. Sentii di amare ogni centimetro del tuo corpo, ogni minuscola imperfezione della tua pelle.
Non perdemmo tempo in preliminari e fu difficile iniziare, ma quando ti sentii dentro di me, attorno a me, con il tuo odore nella testa, mi sembrò che riempissi ogni mio vuoto, e non mi sentii più male.
Nel momento stesso in cui entrasti in me in tutta la tua lunghezza, esplosi come una fiammata. Mi pareva che non dovesse mai finire, ne fui quasi spaventata, tanto fu violento. Sentivo il cuore martellarmi melle orecchie e un senso di appagamento pesante come una droga stendersi in ogni mia fibra. Era come se fosse tornata d'improvviso la primavera.
Fu una cosa rapida, mi raggiungesti subito, ritraendoti da me rapidamente. Tornasti per sdraiarmiti accanto.
"Meglio?" Mi domandasti con un sorriso tenero.
"Insomma." Aggrottasti la fronte.
"Ti ho fatto male?"
"No."
"Cosa c'è?"
"Darietto, è abbastanza imbarazzante, ma...credi che riusciresti a farlo di nuovo?" Mi sentii arrossire, ma non avevo potuto fare a meno di chiedertelo, ne sentivo davvero il bisogno. Di sentirmi piena di te, come un vaso colmo, come prima.
Mi guardasti inarcando le sopracciglia.
"Dopo un mese di astinenza? Mi prendi in giro? Se non fosse che tornano a casa dovresti spararmi, per fermarmi." Risi. Mi fissasti in un modo strano.
"Che c'è?"
"Lo sai da quanto tempo non ti sentivo ridere?"
"Scusa, amore." Schioccasti la lingua contro il palato.
"No, proprio no. Niente scuse. Pagamento in natura o niente. Che fa, signorina, concilia?" Risi di nuovo. Eri buffo, quando cercavi di fare la faccia severa e la voce grossa, mentre gli angoli della bocca continuavano ad arricciartisi.
Facemmo l'amore di nuovo, con più calma, stavolta, lasciandoci il tempo di accarezzare ed assaggiare, lasciandoci il tempo di assaporarlo. Fosti gentile, attento a non procurarmi alcun dolore.
Quando mi alzai dal letto, dopo, mi accorsi che davvero mi sentivo meglio. Scendemmo in giardino e parlammo per un po'.
"Sai, quando sono tornato in palestra dopo quel che mi aveva detto Vittorio mi era venuta una fifa! Mi sembrava che tutti dovessero mettersi a prendermi in giro, con quello che avevano saputo."
"E com'è andata, poi?" Ti stringesti nelle spalle.
"Nessuno mi ha preso in giro. Mi hanno chiesto in tanti come stavi e, te lo immagini? Andrea mi ha preso da parte e mi ha detto 'mi dispiace'."
"E di cosa?"
"Di quello che è successo a te, scema! Ma si vede proprio che hai preso in testa, eh?" Mi canzonasti dandomi una specie di colpetto, che avrebbe dovuto essere una spinta.
"Il giorno che è successo ci ha...come aiutati, no?" Assentisti gravemente col capo, fissando gli alberi del giardino.
"Buffo, no? Pensavo che ne avrebbe approfittato per mettermi sotto, una buona volta. E invece no, sembrava proprio che gli dispiacesse. Non mi guardava neanche in faccia, sai?"
"Buffo." Ripetei. Pensavo a quando aveva allontanato tutte quelle persone che ci premevano addosso, fissandoci come fossimo uno spettacolo da circo mentre io ero spezzata in terra.
"Senti, Dario?"
"Mm?"
"Che ora è?"
"Mezzogiorno meno venti."
"Io torno a letto." Sospirasti stancamente e ti voltasti per riprendere a spiegarmi i motivi per i quali avrei dovuto smetterla di dormire tutto il giorno. Era quello che mi aspettavo e trovasti un largo sorriso malizioso ad attenderti. "Vieni?"
Mi tirasti per la mano, precedendomi dentro casa e sulle scale, fino nella tua stanza, la più vicina. Prima di arrivare al letto eravamo già nudi.
Mi addormentai davvero, dopo, ma dormii solo una ventina di minuti.
Mi svegliò un lieve malessere, una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco.
Dietro lo sterno, sentivo come se un animaletto mi stesse rosicchiando con piccoli morsi da topo.
Mi rivestii più rapidamente possibile sotto il tuo sguardo attonito.
"Stai bene?"
"Andiamo giù."
"Ah, come dici tu." Rispondesti perplesso aiutandomi ad agganciare il reggiseno.
Mi diressi decisa verso la cucina e mi gettai sulla ciotola ricolma di frutta che troneggiava sul ripiano. Il suo profumo dolce era irresistibile.
Scalfii coi denti la peluria tenera di un'albicocca e ne sentii il succo in gola, fresco ed invitante. Il mio corpo reclamava cibo a gran voce.
Ne inghiottii tre, spolpandole fino al nocciolo in grandi morsi voraci, prima di girarmi.
Eri sulla soglia, appoggiato allo stipite e mi guardavi.
"Fame?"
"Mm." Avanzasti verso di me a passo elastico, tanto simile a te stesso, tanto diverso dal rigido infermiere degli ultimi tempi. Mi circondasti le spalle con le braccia,  aderendo col tuo corpo alla mia schiena,  posando la guancia sul mio capo.
"Bentornata a casa, amore."
"Mi mancavi. Mi servivi."
"Ho capito."
"Non è che mi interessi tanto, tutto quanto, se tu sei...distante."
"Chiarissimo. Ricevuto."
"Dario?"
"Si, amore mio?"
"Mi passi l'acqua?"
Ninostante la scorpacciata di frutta, a pranzo mangiai più del solito e senza farmi pregare.
Dora e tua madre mi osservavano affascinate, senza muovere un muscolo, e tu osservavi loro sorridendo sornione.
"Cara, ti senti meglio!" Esclamò la zia posandomi una mano sul braccio. Era indiscutibilmente felice e perfino un po' commossa. Annuii.
"È stato Dario. A forza di insistere, mi ha costretta a guarire."
Ti guardò e, davvero, le luccicarono gli occhi, tanto era fiera di te. Se devo essere sincera, ne aveva tutte le ragioni. Tu facesti spallucce.
"Era sufficiente un po' di attività fisica, alla fin fine."
Scoppiai a ridere e tu mi seguisti.
La zia e Dora si scambiavano sguardi di incredula, timida gioia.
Ero tornata a casa, davvero.



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