Dormivo. Dormivo profondamente, abbandonandomi di nuovo e completamente all'oblio ogni volta che, senza un motivo apparente, tornavo a galleggiare sulla superficie della coscienza.
Non volevo tornare alla luce, non ne avevo nessuna voglia. La sensazione era la medesima di quando, svegliandomi molto presto la mattina, decidevo di girarmi per dormire ancora un po', invece di alzarmi.
Non ricordo un granché di quel lungo sonno, non mi pare di aver neppure sognato. Più tardi, quando fui guarita, mi raccontarono che di tanto in tanto aprivo gli occhi e guardavo le persone attorno a me, ma senza dare segno di riconoscerle. Tutti erano molto preoccupati.
Mi venne una gran febbre per un paio di giorni, mi dissero, ma io non me ne accorsi.
I miei ricordi, miei personali, ricominciano nel momento in cui mi apparve, lontano come fosse in fondo ad un lungo corridoio, il suono della tua voce.
Qualcuno ti parlava e tu rispondevi. Il tuo tono di voce era sommesso, come se temessi di potermi svegliare e, in un qualche modo, piatto, atono. Sembravi stanchissimo.
Cercai di prestare attenzione a quel che sentivo e, senza rendermene conto, arrivai molto vicina alla superficie.
"Vieni a casa, tesoro. Lo vedi anche tu che stare qui non serve a niente. Fatti una nottata di sonno, riposati, torni quando si sveglia."
"No, mamma, grazie, ma sto qui."
"Ma guarda che lei non se me accorge neanche..."
"Ma io si, mamma. Me ne accorgo io."
Sentii i passi della zia, i suoi tacchi ticchettare poco lontano. Ti sentii tirare un respiro profondo. In lontananza, il brontolio della voce di tuo padre.
"Dai, su, smettila di fare il melodramma e vieni a casa." Tuo padre, ora, era vicinissimo.
"No. L'ho già detto alla mamma. Io sto qui. Voi tornate pure a casa, tranquilli."
"Oh, guarda che non te lo stavo chiedendo. Dai, tirati su e andiamo a casa."
"Sul serio, papà, ho detto di no."
Sentii sbuffare lo zio. Si stava spazientendo. Ebbi paura che ti potesse strapazzare, nonostante lo sfinimento che risultava evidente dalla tua voce. Con uno sforzo di volontà emersi alla superficie in via definitiva. Aprii gli occhi e, per un attimo, tutto fu sfocato e fuori squadro. Poi battei le palpebre un paio di volte e l'immagine si assestò.
Eri accanto al mio letto, seduto su una sedia bianca da ospedale, con i gomiti posati sulle ginocchia allargate, le mani che pendevano abbandonate fra le cosce. Tenevi la testa china e vedevo i tuoi capelli scuriti dal sudore dividersi in innumerevoli, piccole ciocche precise.
Lo zio Lucio era in piedi, accanto a te, col viso atteggiato ad una mal trattenuta esasperazione.
"Adesso, basta." Ti disse "non può andare avanti, questa storia. Non puoi stare qui notte e giorno. Alzati. Adesso. Andiamo a casa."
"No." Gli rispondesti senza alzare la testa.
"Se non vieni da solo" disse lui, strozzandosi quasi per lo sforzo di parlare a voce bassa "ti ci porto di peso io, a casa."
Ti alzasti in piedi, in un movimento rapido e improvviso, e lo fronteggiasti.
"Dai, provaci." Rispondesti aggressivo. Gli stavi vicinissimo, proteso in avanti verso il suo viso, tenendogli gli occhi negli occhi. "Provaci." Ripetesti.
Lo zio spalancò gli occhi. Credo fosse la prima volta che arrivava a vederti davvero per come eri diventato, come una persona, non come suo figlio, una delle sue cose.
Alzò le mani, in un gesto di pace. L'avevi colto di sorpresa, ma non sarebbe durata a lungo. Già lo vedevo iniziare a scivolare dalla sorpresa all'ira.
Eri splendido, erto in tutta la tua statura, teso in quella posa da angelo vendicatore, con le anche strette sottolineate dall'ampia cintura scura e la camicia azzurrina che ti si allargava sulla schiena.
Mi si dischiuse nel petto un amore infinito, nel vederti, che mi rese di nuovo cosciente del tutto, strappandomi dalla mente le ultime ragnatele di torpore.
Sentivo sete, mi pareva di non potermi muovere, avevo male alla testa, al collo e alla schiena, ma l'unica cosa che desideravo era che tu ti voltassi, per rivederti negli occhi.
"Ragazzino, stai esagerando." Ringhiò lo zio, pronto al contrattacco. Ma il contrattacco non arrivò mai. Stavo tentando di chiamarti, ma era come se avessi dimenticato come si parla.
Era una sensazione piuttosto buffa, difficile da spiegare. Sapevo che avrei dovuto inspirare e poi pronunciare con la bocca il tuo nome mentre espiravo, ma non riuscivo a coordinare i movimenti. Non ho mai dimenticato quanto sia difficile parlare, in realtà.
Lo zio, che mi rivolgeva il viso, mi vide muovere la bocca e la sua attenzione fu tutta su di me, all'istante.
Tu ti voltasti, seguendo il suo sguardo, e mi fosti subito accanto, senza parlare, senza riuscire a toccarmi. Le tue mani si muovevano sopra le mie e sul mio viso, ma senza mai posarsi. Ne percepivo il calore. Anche tu sembravi aver dimenticato come si fa a parlare e muovevi le labbra senza emettere un suono.
Ti guardai e l'amore che sentivo si dilatò ancora, stiracchiandomi il petto. Avevo avuto difficoltà a parlare; in quel momento il tuo nome mi scivolò fuori senza che nemmeno mi accorgessi di pronunciarlo.
"Dario." Cigolai con voce gracchiante.
Finalmente riuscisti a prendere la mia mano e strinsi le dita attorno alle tue. Annuivi freneticamente, come se avessi espresso un concetto fondamentale ed illuminante.
"Ciao." Tentai allora. Sollevasti le sopracciglia, come se avessi sentito una complessa parola straniera, tanto che mi domandai, per un attimo, se non ci fosse qualcosa che non andava, nel mio modo di parlare.
"Ciao?" Rispondesti interrogativo. "Ciao! Ciao, Bea!" Un sorriso dolcissimo illuminò il tuo viso segnato da occhiaie profonde, prima che tu ti voltassi verso tuo padre.
"Cosa fai ancora lì? Va a chiamare qualcuno, non lo vedi? Si è svegliata!"
Lo apostrofasti quasi ridendo. Lo zio si voltò bruscamente verso la porta e poi si girò di nuovo.
"Ma chi?" Chiese confuso.
"Ma che cazzo ne so? Un dottore, un infermiere, i pompieri, qualcuno!" Ora ridevi apertamente. "Sei sveglia." Mi dicesti poi.
Sentii i passi dello zio allomtanrsi frettolosi, ma non lo vidi uscire: non potevo distogliere lo sguardo dal tuo viso.
Tu, invece, ti lanciasti un'occhiata frettolosa alle spalle, accertandoti che non ci fosse neasuno nella stanza prima di mormorare rapido:
"Ti amo. Oddio, quanto ti amo." La tensione nervosa stava allentando la tua stretta su di te e ti vedevo distrutto. Ti portasti la mia mano alle labbra, in un gesto clandestino, e vi posasti sopra un piccolo bacio caldo. Sentii le tue labbra screpolate sulla pelle e mi sentii rivivere.
"Come stai?" Mi chiedesti poi.
"Ho male alla testa. Dario?"
"Dimmi, amore, dimmi."
"Scusami. Mi dispiace tanto."
"Cosa?"
"La tua povera moto..."
"Affanculo la moto!" Rispondesti con un sorriso tirato "Sei viva. Sembravi...Sembrava che fossi..." deglutisti un paio di volte, senza riuscire terminare la frase e poi mi guardasti con aria di rimprovero "mi hai fatto morire di paura, lo sai?"
"Scusa." Dissentisti col capo, come a dirmi che non importava. Ti guardavo e non riuacivo a saziarmi di guardarti. Avrei voluto accarezzare il tuo viso, poterti mettere le nraccia al collo, ma il mio corpo pesava troppo per muoverlo e sentivo uno strano senso di addormentamento, come un distante formicolio, alle spalle e al collo.
Con um senso di disagio, mi resi conto di non conoscere l'entità del danno e la tua espressione preoccupata mi diede uma srretta d'ansia allo stomaco.
Perfino parlare mi ricnoedeca uno sforzo, ma dovevo sapere a cosa stavo andando incontro, nom fosse altro che per prepararmi ad accettarne le conseguenze. Presi fiato e ti chiesi:
"Cosa ho?"
"Oh, niente. Sei andata a non meno di cinquanta all'ora contro un muro di mattoni e ti sei spaccata la testa, una vertebra, una spalla e due costole. Poi hai avuto la brillante idea di farti venire un'infezione e hai avuto la febbre alta due giorni. Per il resto, niente che una spennellata di mercuriocromo non possa aggiustare."
"Porca vacca!" Sillabai richiudendo gli occhi per un attimo. Sembrava grave, ma non era nemmeno la cosa peggiore che potessi immaginare. Per un attimo mi era preso il terrore di essere rimasta parlaizzata o peggio.
"Eh, si, porca vacca." Non riuscivi nemmeno a parlare normalmente. La tua voce era una nenia uniforme.
"Dario?"
"Dimmi, amore mio."
"Sei stanco." Anche io iniziavo a sentirmi stanca, ma resistevo caparbiamente, cercando le forze per convimcerti ad andare a casa e riposare. Annuisti. "Vai a casa."
"Dopo, appena mi dicono come stai." I tuoi occhi erano decisi e non lasciavano spazio al dubbio: mi stavi comumicando um dato di fatto, non stavi aprendo una discussione.
"Dario?" Sentivo dei passi avvicinarsi e cercai di fare im fretta, prima che arrivasse qualcuno. "Ti amo."
Mi sorridesti, socchiudendo gli occhi come un gatto sotto le carezze.
Entrò un medico, che, così paludato in un lungo camice e con quell'aria severa, mi sembrò alto come un campanile. Mi faceva un po' paura, ma poi lo zio Lucio gli si piazzò a fianco, ridimensionandolo con la sua mole, e mi sentii meglio.
Il medico osservò attentamente dei fogli pinzati assieme, prima di parlare o guardarmi, e tu raggiungesti il resto della famiglia alle sue spalle, dando alla scena un tocco di comicità. Era buffo davvero, vedere quell'uomo concentrato, mentre le vostre teste, la tua e quella di tuo padre, gli si chimavano sopra, dalla medesima altezza, spiando da dietro la sua spalla, e tua madre si agitava dietro le vostre schiene, cercando a sua volta di vedere qualcosa.
"Dunque!" Esordì il dottore voltandosi verso di voi. Ci fu un frettoloso passo indietro corale e uno scambio di sguardi imbarazzati che mi strappò un tentativo di risata, subito interrotto da una fitta di dolore.
Il medico si chinò su di me. Voi vi chinaste su di lui.
"Allora, signorina, come andiamo?" Mi domandò a voce altissima.
"Bene. Insomma." Risposi, cercando di non guardarvi.
"Adesso dobbiamo fare qualche indagine, per capire come stai. Senti dolore da qualche parte?"
"Alla testa."
"Beh, con la botta che hai dato direi che è normale. Adesso qualche semplice..." si voltò velocemente, intento nel suo lavoro, e praticamente vi inciampò addosso. Mantenne un'ammirevole calma.
"Signori, signora, credo che adesso sia meglio se ci lasciaste tranquilli qualche ora. Sapete, dobbiamo sottoporre la ragazza a qualche esame, poi dovrà riposare. Se desiderate salutarvi, sono certo che questa sera avremo una valutazione più corretta di cui discutere."
Lo ammirai, sinceramente, per il tatto che dimostrò nell'allontanarvi.
Uscì qualche attimo dalla stanza per darci modo di scambiarci un saluto.
"Zia!" Chiamai.
"Dimmi amore, cosa c'è?"
"Portalo a casa, zia. Deve dormire."
"Ecco! Ma certo, cara, sicuro che lo porto a casa! Hai sentito? Te l'avevo detto io, che dovevi venirti a riposare un po'! A lei, almeno, le dai retta?"
"Bea..."
"Vai. Riposa. Io...io sto qui." Sorridesti annuendo e mi sentii subito più tranquilla, al pensiero che saresti tornato a casa.
"Stasera viene il tuo papà, tesoro. Stai tranquilla, adesso, fai quello che ti dice il signor Dottore e se hai bisogno, facci chiamare subito, va bene?"
"Si. Zia?"
"Cosa c'è, tesoro?"
"Scusa. Per ieri."
"Ieri? Ma cosa?" Lo zio fece un passo avanti e la afferrò con decisione per le spalle, raddrizzandola dalla posizione china che aveva preso per avvicinarsi a me. Mi accorsi che le lanciava un'occhiataccia, mentre rispondeva in sua vece:
"Certo che ti scusa, la zia. Logico. Adesso pensa solo a stare tranquilla, va bene?" Tentai di annuire, ma mi resi conto che avevo il collo immobilizzato, così risposi con un debole:
"Si. Grazie." Lo zio fece um cenno con la testa verso di te e tu ti avvicinasti con aria confusa.
"Beh, ciao, allora. Se riesco torno stasera con tuo padre."
"No. Domani. Dormi."
"Uffa!"
"Domani." Ripetei caparbia. Mi sfiorasti il braccio con la punta della dita.
"Domani." Mi rispondesti con aria rassegnata. Mi dispiaceva rimandare il momento in cui ti avrei rivisto, in realtà avrei volito con tutto il cuore che non ti muovessi dal mio fianco, ma avevi davcero bisogno del tuo letto, più di quanto io avessi bisogno di te, al momento.
Vi guardai uscire, chiedendomi quando avrei potuto seguirvi, provando un'acuta nostalgia di casa, della
Ua penombra, dei supo odori familiari.
Riflettei che, quando il corpo si danneggia, facendoti sentire fragile e debole, si avrebbe più bisogno che mai della propria casa, che è il guscio esterno del corpo, e che è triste, proprio in quei momenti, doverne stare lontani.
Poi entrò il dottore e passai le ore successive a farmi accecare, di nuovo, da lampadime tascabili, a rispondere, di nuovo, a domande insensate, e a farmi pizzicare da tutte le parti.
Alla fine mi aiutarono a sedermi sul letto e mi sentii un po' meno malata.
"Adesso" chiese il dottore, che mi guardava soddisfatto, fiancheggiato da due imfermieri, te la senti di fare due passi, per farmi vedere come cammini?"
Tentai. Le mie gambe erano pesanti e lontane e mi sembravano più lunghe del normale, difficili da manovrare, ma, con una certa lentezza, riuscii a fare quei pochi passi che volevano che facessi.
Tutti mi lodarono come se avessi vinto un torneo di atletica.
"Guarirai in un lampo." Pronosticò il dottore.
Dopo tutto quel trambusto mi sentivo sfinita, mi si chiudevano gli occhi. Avevo la sensazione di non dormire da secoli e, mentre ancora nella stanza erano presenti loro, mi assopii. Venni risvegliata da un brusco rumore, che scoprii essere il dottore che mi batteva le mani davanti alla faccia.
"Beatrice?"
"Cosa c'è?"
"Niente, volevo solo vedere se riuscivi a svegliarti."
"Ma vaffanculo." Mi scappò detto. Quando mi resi conto di cosa avevo detto, mi sentii avvampare e balbettai le mie scuse.
Attorno al mio letto, i tre uomini ridevano di gusto.
"Guarda che hai sbattuto la parte sbagliata della testa, per queste reazioni!" Scherzò il dottore. "Se avessi picchiato qui, davanti, allora si che potresti darti al turpiloquio senza temere rimproveri! Ma qui dietro, dove hai preso tu, al massimo ti concediamo di vederci male, capito?"
"Capito. Mi dispiace." Risero di nuovo e poi mi lasciarono a riposare, rassicurandomi che nessuno si era offeso.
Mi svegliarono ore dopo, quando la luce era già cambiata, e mi posarono del cibo di fronte.
Non avevo fame, ma ero ancora stanca, così ignorai il vassoio e richiusi gli occhi.
Mi parve di averli chiusi per non più di un attimo, quando mio padre mi risvegliò chiamandomi con dolcezza.
"Papà!"
"Ben tornata, piccoletta. Come ti senti?"
"Stanca. Mi fa male la testa."
"Capisco. Mi hai fatto prendere paura, lo sai?"
"Papà, perdonami. Ho fatto male a..."
"Si, hai fatto male tu a prendere la moto e quell'altro disgraziato a insegnarti come si guida, sapendo che testa calda sei. Ma avete pagato il conto, direi. Perciò va bene, sei perdonata."
"Anche Dario?" Annuì.
"Si, poveretto, anche lui. Credevo che finisse per ammalarsi, lo sai? Quando sono arrivato qui l'altro giorno, che ti eri ancora in pronto soccorso e i medici non dicevano niente, ho dovuto chiedere che gli dessero qualcosa per calmarsi." Le sue parole mi affondarono nel cuore, pesanti come macigni. Ero stata sciocca e ti avevo fatto un male enorme. Non mi sembrava di aver pagato altrettanto. Forse perchè al pensiero di quello che avrei provato, se le parti fossero state invertite, mi pareva di morire.
Mio padre continuava a parlare, leggero e piacevole come una musica rilassante, fino a che non gli cadde lo sguardo su quella che avrebbe dovuto essere la mia cena.
"Oh, come mai non mangi?"
"Non ho fame."
"Dai, prova a sforzarti un po', piccoletta."
Di fronte al suo sguardo premuroso, feci un tentativo, con una cucchiaiata della pappetta insipida che doveva passare per purè di patate, ma subito venni presa dai conati, tanto che dovetti sputare il boccone.
"Mi dispiace." Gli dissi.
Mi accarezzò la mano, a lungo, rassicurandomi.
Finì che mi addormentai di nuovo, ascoltandolo parlare.
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