domenica 22 giugno 2014

Settantacinque

Rientrai in casa con le gambe molli. Era stata una mezz'ora densa di emozioni.
Mi parve di entrare in un mausoleo. Nella penombra dell'atrio, illuminato solo dalle finestre, il profilo dei mobili scuri della zia si delineava con un fioco luccichio di legno tirato a cera. Per il resto, tutto era vuoto e silenzioso. Sembravate scomparsi dalla faccia del mondo, come sogni al risveglio.
Salii le scale senza fretta, non mi piaceva l'idea di trovarmi faccia a faccia con la tua rabbia, ma non potevo fare altro che venire da te.
Quando entrai nella tua stanza, ti trovai disteso sul letto, con le braccia intrecciate dietro la testa, che fissavi ostinatamente il muro di fronte. Mi fermai a un passo dalla porta.
"Ciao."
"Ciao."
"Molto arrabbiato?" La risposta era già chiaramente scritta nei tuoi lineamenti tirati. La rabbia ti dava sempre quell'aria da rapace.
"Si." Rispondesti con semplicità senza guardarmi. Avanzai fino al tuo letto, fino a portarmi al tuo fianco.
"Mi dispiace." Avrei voluto parlare si più. Spiegarti il perchè l'avevo fatto, la mia folle paura che finiste per accapigliarvi come due sconosciuti in un parcheggio, la consapevolezza che le conseguenze di una cosa del genere sarebbero state un peso eccessivo per le tue spalle, ma mi resi conto, prima di aprire bocca, che era inutile. Che tu queste cose le sapevi già. Tacqui, osservandoti, senza più sapere che dire.
"Non dovevi metterti in mezzo. Gli spaccavo il culo, a quel coglione, se non ti mettevi in mezzo. Tanto è quello che vuole, no? Sarebbe stato anche felice."
"Dario..."
"Non lo troverò mai più,  il coraggio di dargli quello che si merita. Lo sai questo, si? Potevo finirla una volta per tutte. Poteva già essere finita."
"Ascolta, Dario." Mi fermai. Non riuscivo a trovare le parole giuste, le parole che avrebbero potuto spegnere la tua ira. Scuotesti la testa.
"Pensavi che non ce la facessi, vero? Che mi avrebbe messo sotto, come l'altra volta. Perciò non mi hai lasciato andare, giusto?"
"No. Pensavo che ci saresti stato male, dopo. Che ti saresti pentito di averlo fatto."
"Non prendermi in giro." Rispondesti con tono disgustato. "In fondo in fondo pensi anche tu la stessa cosa che pensa lui, di me. O no? Che sono un pappamolle."
"Dario, no! Sei impazzito?" Ti voltasti verso di me, con gli occhi che mandavano lampi metallici.
"E allora perchè continui a metterti in mezzo? Perchè continui a proteggermi, a tutti i costi, anche a costo di farti del male?" Sentii le lacrime pungermi gli occhi. Nemmeno in un milione di anni avrei mai indovinato che tu potessi interpretare in quel modo le mie azioni. Alla fine, lo zio era riuscito a contagiarti col suo modo di vedere, dopo tutto. Quando parlai, lo feci a voce tanto bassa che nemmeno io riuscii ad immaginare che tu potessi sentirmi.
"Perchè ti amo." Ti eri di nuovo voltato al muro. Per te, suppongo, non ci fu risposta. Mi sembrò di averti perso e di vedermi di fronte solo uno sconosciuto, un ragazzo alto e bello che ti somigliava.
Uscii dalla stanza senza fare rumore, portando via con me quello che rimaneva del mio autocontrollo.
Una volta in camera, mi ranicchiai sul letto e chiusi gli occhi. Non dormivo. Cercavo solo di non fare alcun rumore, né dentro né fuori di me. Se avessi potuto sparire, se premendo un bottone avessi potuto cancellarmi dalla lavagna dell'universo, come se non fossi mai esistita, l'avrei fatto senza pensarci due volte.
Pensavo, senza riuscire a farne a meno e senza, per questo, sentire meno male nel farlo, a mille piccole cose di te, mille gesti di tenerezza, mille momenti di dolcezza fra noi. Pensavo a queste cose e, come una sentenza di condanna, mi riaffioravano alla mente i tuoi occhi di metallo grigio.
Passò il pomeriggio e venne la sera. Mio padre entrò nella stanza e gli dissi che mi sentivo poco bene, 'indisposta' fu il termine che usai, adducendo la più vecchia e sciocca scusa del mondo a giustificare il mio desiderio di restare un po' tranquilla. Gli dissi che avevo mal di stomaco e preferivo non cenare. Mi diede un bacio sulla guancia e scese con gli altri.
Il buio iniziò a spandere viticci e tentacoli per la stanza e accesi la luce sul comodino. Mi presi vicino un libro,  nel caso fosse entrato qualcuno.
Quando la sveglia segnò le dieci, infilai il pigiama e mi rimisi a letto, nella stessa posizione, sotto le coperte.
Non posso dire che aspettassi. Non c'era nulla che aspettassi. Piuttosto, cercavo la forza di spostarmi di lì.
Poco prima della mezzanotte, uscii in corridoio e camminai a passi felpati fino alla tua porta. Non filtrava luce da sotto la soglia.
Entrai e mi infilai nel tuo letto, come avevo fatto per tutta la vita, ogni volta che lo desideravo. Avevi gli occhi chiusi,  ma non dormivi affatto.
"Stai meglio?" Mi domandasti non senza una punta di sarcasmo.
"Posso stare qui?"
"Si. Hai sempre potuto." Replicasti senza muovere un muscolo. Era come essere sottoposti ad una lenta tortura di ghiaccio.
"Mi perdoni? Per favore?" Sospirasti.
"Dimmi perchè l'hai fatto."
"Te l'ho detto. Pensavo che ci saresti stato male, dopo. Tu gli vuoi bene e poi..."
"E poi?"
"E poi non voglio che ti faccia diventare come lui. Non lo capisci? È questo che sta facendo. Ti sta facendo diventare uguale a lui."
"Lo pensi davvero?"
"Tu pensi davvero che se tento di proteggere la persona che amo di più al mondo lo faccio perchè credo che sia un debole?"
"In un certo senso, si."
"E allora ci sta riuscendo. Questo è il suo modo di pensare. E adesso anche il tuo, a quanto pare." Sospirasti di nuovo, un suono esasperato.
"Ma cosa dovrei fare? Secondo te? Lasciargli fare quello che vuole, senza mai dire 'bai', solo perchè è mio padre? Che colpa ne ho io, se è mio padre?"
"Nessuna."
"E allpra, prima o poi verrà il giorno che lo devo fermare, Bea, non lo capisci? Se no lui continua ad andare avanti, finché non mi spezza."
"Ce ne andremo."
"E non cambierà un cazzo. Credi che non ci parleremo più?"
"No."
"E allora dobbiamo arrivarci, a un certo punto. Di certo lui non si ferma prima, te lo dico io."
"Dario?"
"Cosa?"
"Io non ci riesco a guardare una persona che cerca di farti male e restare ferma. Neanche se è tuo padre."
"E allora vai via, quando succede. Non stare a guardare. Ma non metterti in mezzo, è chiaro? Non rifarlo, Beatrice."
Fu come se mi avessi dato uno schiaffo in faccia. Non era una richiesta, la tua, ma un ordine perentorio e il fatto che avessi usato il mio nome, non il diminutivo che avevi sempre usato, ma il mio nome intero, non serviva che a rafforzarlo. Il tono della tua voce era chiaro: 'obbedisci' mi diceva 'o sii disposta a pagare il prezzo'.
La sensazione di essere accanto ad un estraneo tornò ad assalirmi, con una forza che mi spaventò. Non volevo accanto quell'uomo così duro e affilato. Volevo il mio Dario, il mio amico di una vita, il mio amante, il mio amato.
Le parole mi soffocarono in gola, stringendomela in un nodo doloroso. Iniziai di nuovo a piangere, senza riuscirmi a trattenere, senza emettere suono per il timore che te ne accorgessi. Mi ranicchiai ancora di più,  stringendo le ginocchia al petto. Non avresti ottenuto un effetto di quella portata neppure picchiandomi.
Passò qualche minuto di silenzio, durante il quale tu rimanesti sdraiato sulla schiena,  immobile ed io continuai a gocciolare lacrime silenziose, appallottolata al tuo fianco, senza il coraggio di alzarmi ed andare a rifugiarmi nella mia stanza.
Le lacrime mi scorrevano dagli occhi, uscendone bollenti e raffreddandosi in un lampo, carezzandomi il viso come dita fredde, raccogliendosi in una microscopica pozza nell'incavo fra l'occhio ed il naso, prima di cadere, apparentemente infinite, ribelli ad ogni mio tentativo di fermarle, otturandomi il naso e facendomi prudere la gola. Fu quello a spezzare il silenzio che era calato, il piccolo rumore liquido che feci tirando su col naso, il più silenziosamente possibile,  quando non riuscii più a respirare.
Ti voltasti verso di me, con un piccolo solco fra le sopracciglia aggrottate.
"Perchè piangi?" Domandasti stupito. Non riuscivo a capire fino a che punto fossi arrabbiato con me. Attraverso la nebbia ondeggiante che mi copriva gli occhi, eri poco più di una sagoma vista dietro un vetro smerigliato. Riuscivo, però,  a sentirti fin troppo bene e non sentivo alcuna benevolenza nella tua voce. Stupore, si, forse anche una punta di preoccupazione,  ma nessun affetto. Il cuore mi si strimse di un altro poco, come una spugna strizzata.
"Bea, ti ho chiesto perchè piangi." Non trovai nessuna risposta da darti. Nessuna che mi sarebbe piaciuto farti sentire, per lo meno.
Con un sospiro infastidito, ti alzasti a sedere sul letto e ti chinasti su di me. Fu un movimento rapido, scattante, e mi spaventò,  tanto che finii di rinchiudermi in me stessa, alzando le ginocchia fino alla fronte.
"Ma cosa fai? Hai paura di me?" Chiedesti. Era tanto desolata, la tua voce, che allungai una mano ad accarezzarti un braccio. "Bea, mi guardi? Per favore?"
Non c'era più rabbia nella tua voce. Riflettei per un secondo, cercando di decidere se quello che sentivo, quel calore che sentivo, fosse un effetto della tua preoccupazione o della mia speranza. Poi lasciai emergere gli occhi dallo sbarramento delle ginocchia e trovai i tuoi ad un palmo di distanza. Ti eri sdraiato, tutto storto, con la testa al livello della mia.
"Tu hai paura di me?" Mi chiedesti di nuovo. Sentivo il dolore nella tua voce e me ne dispiacqui immensamente. Sembrava che proprio non riuscissi ad imbroccarne una, quel giorno.
Mi schiarii la gola per risponderti. Volevo rassicurarti, spiegarti che, se il tuo movimento brusco mi aveva spaventata, questo non significava che avessi paura di te, ma quando aprii la bocca, quello che ne venne fuori fu un'implorazione da bambina,  espressa in un miagolio acuto, anch'esso da bambina.
"Non ti arrabbiare con me!" Richiusi precipitosamente la bocca. Mi vergognavo della mia reazione, ma non riuscivo a controllarmi.
Cingesti con le braccia tutto il mio corpo ranicchiato, posando il petto contro le mie gambe alzate e intrecciando le dita dietro la mia schiena. Dovesti infilare un braccio fra me e il lenzuolo, per farlo, ma lo facesti, gentilmente, senza farmi male. Premesti la fronte sulla mia, avvicinando gli occhi ai miei fino a farmi perdere la messa a fuoco.
"Non serve che tu abbia paura di me, lo sai? Anche quando sono arrabbiato. Non ti faccio niente."
"Lo so. Ma sei tanto..." cosa potevo dire? Freddo? Distaccato? Sprezzante? "Non voglio che ti arrabbi con me. Non ho fatto niente. Per favore, non essere arrabbiato."
"Si, Bea, è solo che, sai, poteva farti male. Ti ha fatto male, a dirla tutta. E mi piacerebbe se tu ogni tanto iniziassi a pensare, prima di fare le cose. Anche quando si tratta di me."
"Non faccio apposta. È che tu sei..."
"Continua. Ti prometto che non mi arrabbio, ma voglio sapere come finisce la frase. La verità,  però,  se no me ne accorgo. E allora si che mi arrabbio sul serio."
"Sei la cosa più preziosa che ho. Sei l'unica cosa che ho al mondo. Se ti succede qualcosa, Dario, se qualcuno dovesse farti male, io...io non lo so, cosa farei. E se posso evitarlo, se posso fare qualcosa..."
"Ma te ne rendi conto, che finisci per farti male, quando ti metti in mezzo, o no?"
"È questo il fatto. Non mi interessa. A me, basta che stai bene tu. E non voglio che quello là ti...infetti. Ti infetti col suo modo schifoso e malato di vedere le cose. Lo odio. Lo odio e spero che sparisca, che se lo inghiotta la terra, che qualcuno se lo porti via e non torni mai più vicino a te." Non volli e non potei mascherare il veleno nella mia voce. Non dissi che avrei voluto ucciderlo con le mie mani e quello fu uno sforzo sufficiente.  Ti sentii trattenere il fiato.
"Hai chiarito il concetto. Ti ricordi che è mio padre, si?"
"Non me ne frega niente. È uno che ti ha sempre fatto male e basta. Se mi prendesse fuoco davanti, rimarrei seduta a bermi l'acqua."
"Ho capito. Va ancora bene che io non abbia il tuo caratterino e tu il mio, eh? Mi sa che eravamo già in manicomio tutti e due, un bel ricovero forzato."
"Non essere più arrabbiato."
"Scherzi? Dopo aver sentito queste cose? E chi ha più il coraggio di arrabbiarsi con te?" Tentavi di scherzare per sollevarmi il morale, ma sapevo che ancora le cose non erano a posto, fra di noi.
"Dico davvero, Dario. Non ci resisto, se rimani arrabbiato. Sto troppo male. Ti prego. Ti sto pregando, vedi? Faccio quello che vuoi tu, solo smetti d essere arrabbiato."
"Promettimi che non ti metti più in mezzo fra me e lui, Bea."
"Non posso."
"Neanche se ti dico che mi serve, che ne ho bisogno per fare pace?"
"Fare pace?" Era un'espressione strana in bocca a te, non la usavi mai. Cercasti per un attimo le parole.
"Si, amore. Ma non con te. Con me. Non ce la faccio più a andare avanti così.  Mi sento come se avessi addosso un peso grosso come una montagna. Gli voglio bene, sai, penso che gliene vorrò sempre, ma queste cose devono finire. E devo farle finire io, se no..."
"Se no non riesci a fare pace." Conclusi.
"Si. Proprio." Mi srotolai e mi addentrai nel tuo abbraccio,  aderendo al tuo corpo.
"Ti prometto che farò del mio meglio. Però non ti assicuro che riuscirò a tenere la bocca chiusa."
"Tipo che stai da una parte e urli fortissimo?"
"Tipo."
"È accettabile. Va bene, per me sei perdonata."
"Davvero?" Mi rispondesti con un bacio, un lungo bacio dolce e profondo, che mi strappò un singhiozzo dal fondo del petto.
"Si può sapere perchè piangi, adesso? Cos'è,  di punto in bianco ti metti a fare la femminuccia?"
"Oh, beh, qualcuno dovrà pur farla, fra noi due. E tu come donna sei terribile."
"Non hai torto." Ti strinsi forte, più forte che potevo. "Mi dispiace, amore" mi sussurasti allora stringendomi a tua volta "davvero, non volevo farti stare tanto male. Non piangere più."
"Va bene."
Il calore del tuo corpo e il tuo odore nelle narici mi stavano facendo rilassare e iniziavo a dormicchiare, quando parlasti ancora.
"Ah, poi domani pomeriggio mi fanno il processo."
"Mm?"
"Te lo ricordi per cosa anbiamo litigato oggi? Quel tipo che ha fatto chiamare dalla sua famiglia? Beh, vengono qui a parlare con noi. Un'idea dello zio." Ovvio, solo mio padre avrebbe potuto proporre un pacifico scambio di opinioni in mezzo al bailamme della giornata.
"Darietto?"
"Dimmi."
"Ma tu, a quello lì, l'hai poi picchiato o no?" Ridesti piano nel buio.
"Cazzo, si! Gliele ho date finché non gli sanguinavano tutti i buchi e poi gli ho fatto male!"
"Perchè?"
"A scopo didattico." Rispondesti nel tuo miglio tono pedante "Doveva imparare che non è bene parlare alle spalle delle persone. Cioè, sono partito per parlargli, ma poi la situazione mi è un tantino scappata di mano."
"Ma cosa aveva detto di tanto brutto?"
"Oh, niente. Va solo a dire in giro che mi scopo mia cugina."
Mi si mozzò il fiato e arretrai precipitosamente per guardarti in faccia.
"Tranquilla, amore, adesso vedrai che non lo dice più. Penso di avergli tolto ogni tipo di voglia, in quel senso."
"E domani, come fai? Insomma, lo sai che non sai dire le bugie!"
"Non dirò bugie. Vedrai. È tutto a posto, amore, stai tranquilla. Fidati."
"Tu sei tranquillo?" Annuisi convinto e mi rilassai, riappoggiando il capo al tuo petto. Avevi detto la verità,  il tuo cuore batteva lento e regolare.
Ricominciai a scivolare lentamente nel sonno.

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