La trama iniziava a sfilacciarsi, come una vecchia, lisa stoffa agli orli. Ce ne rendevamo conto, ma non sapevamo come rimediare.
Sempre più gente sapeva cosa ci fosse fra noi, quali sentimenti ci legassero in realtà, e non potevamo fare altro che stringere i denti e sperare bene.
Ci consolava un poco il fatto che mancasse ormai un soffio alla maggiore età, quando, dicesse pure il mondo intero ciò che voleva, nessuno avrebbe più potuto separarci.
Il mese successivo avremmo compiuto diciassette anni. Un anno ancora, un anno soltanto. Dovevamo resistere e fare del nostro meglio per un anno, poi succedesse quello che dio voleva.
Solo un anno.
Quante volte ci penso. Davvero eravamo convinti che sarebbe cambiato qualcosa, con l'arrivo della maggiore età?
Che saremmo riusciti ad opporci a quanto è accaduto, se la legge dello stato avesse stabilito che eravamo liberi di scegliere?
In realtà, non eravamo liberi ugualmente. Non è una legge che ti può rendere libero. Se non senti il diritto di esserlo, una porta aperta vale quanto una catena al collo.
Eppure, chi lo sa, magari avrebbe potuto contare qualcosa, se fosse stata diversa la situazione o se fossimo stati diversi noi.
Davvero le circostanze pare che ci abbiano giocato tutte contro, come concordando un agguato.
Ma quel giorno, noi non lo sapevamo. Tu sapevi solo che, nonostante la paura, quasi il panico che ti ispirava l'idea di quello che si era risaputo, sentivi di poterti fidare di Vittorio.
Io ancora non sapevo nulla, seduta sul letto a chiacchierare con mio padre.
Papà era cupo, quel giorno, sovrappensiero, come se qualcosa, accaduto fra la sera prima e quel momento, gli avesse drasticamente cambiato l'umore.
Provai ad indagare con discrezione, ma mi oppose uma cortese quanto ferma resistenza fatta di negazioni. Non era successo nulla, non aveva nulla che non andasse, ero io a sbagliarmi.
Capii l'antifona e mi gettai a parlare con lui degli ultimi libri che aveva letto e delle sue avventure lavorative, cercando di distrarlo da quello che lo preoccupava, qualunque cosa fosse. Parlando di libri, venne fuori la mia difficoltà di quel mattino nel leggere.
Era una cosa stravagante, che ancora mi lasciava perplessa, ma anche lui la attribuì senz'altro alla stanchezza, come avevi fatto tu.
Mentre mi parlava, giocherellava con le mie dita ed io lo osservavo, cercando di leggere le sue epressioni. Era bello, mio padre in quegli anni, snello e svelto, coi capelli scuri tirati all'indietro e il viso ovale dai tratti simmetrici. Lo amavo molto.
Gli chiesi di casa, della zia e delle sue ultime novità in fatto di 'iniziative primaverili' e, non per la prima volta, mi resi conto che cambiava espressione, parlando di lei.
Ero ancora gelosa, ma allo stesso tempo lo capivo: nessuno di noi sceglie chi amare, non più di quanto si possa scegliere il proprio naso o il colore degli occhi. Pensai che, se avessimo potuto veramente parlare, aprire i nostri cuori, senza dover per forza nascondere e mentire, avremmo trovato molto in comune di cui discutere. Era un vero peccato che la situazione, il fatto che lui fosse mio padre ed io sua figlia, il fatto che ci fossero dettami precisi su cosa fosse lecito provare e di cosa fosse lecito parlare, ce lo impedissero. In un'altra occasione, avremmo potuto essere buoni amici e, forse, ci saremmo sentiti un po' meno soli.
Riflettevo su queste cose, guardandolo parlare, e mi affiorò spontaneo un sorriso di solidarietà. Quando lo vide, sembrò riscuotersi da un sogno ad occhi aperti e si affrettò a cambiare argomento.
"A proposito, che bellissimi fiori! Da parte di chi sono?"
"Non saprei, papà. Quando mi sono svegliata erano qui."
"Fa vedere, c'è il biglietto." Rise. "Oh, ma guarda, che sorpresa! Sono di quel tal Vittorio che se non erro..."
"Papà!" Lo censurai strappandogli il cartoncino dalle mani. Non volevo sentire neppure ventilare l'ipotesi che io potessi provare per qualcuno quello che provavo per te. Mi dava fastidio, quel genere di finzione. Lui prese la mia reazione per un imbarazzo di natura sentimentale e si coprì la bocca con il pugno chiuso, per nascondere il sorriso.
'Auguri, guarisci presto' diceva il prestampato. E sotto c'era, vergato in un chiaro corsivo regolare il nome di Vittorio. E basta. Nulla che potesse giustificare tanta ilarità dal mio punto di vista.
In quella appariste voi sulla soglia.
Tu, posando una mano sullo stipite, sporgesti il busto all'interno, mentre Vittorio rimase immobile accanto alla porta, coi piedi in corridoio.
"Ciao!" Salutasti con un cenno mio padre. "Bea, è passato..."
"Ho visto. Grazie dei fiori, Vitto, sono molto belli." Mio padre nitrì dietro la mano e gli allungai un'occhiataccia.
"Prego. Spero di rivederti presto in giro." Disse lui, con la solita gentilezza che lo distingueva. Mio padre lo fissava e il suo sguardo mescolava divertimento e sospetto.
Lo guardasti in faccia, poi guardasti il tuo amico e ti scappò um mezzo sorriso appena abbozzato.
"Ma venite dentro, non state lì." Disse mio padre sempre fissando lui.
Il tuo sguardo andò dall'uno all'altro, poi incrociò il mio. Ti trasmisi un allarme mentale.
"Ah, grazie, zio, ma Vittorio deve andare." Lo prendesti per le spalle facendolo arretrare "lo accompagno giù. Ciao!" Salutasti di furia, risucchiandolo con te in corridoio. Ti ringraziai mentalmente per avermi evitato una scena tanto imbarazzante.
Mio padre scuoteva la testa.
"Non capisco che cosa ci trovi. Sembra il mostro di Frankenstein."
"Ma insomma, la smetti di fare il quattordicenne?" Lo rimproverai scherzosamente "non puoi mica credere a tutto quello che ti dice quel matto di Dario! Vitto mi ha portato i fiori solo per gentilezza, perchè mi conosce."
"Ah, infatti." Annuì lui mostrando con un festo la stanza spoglia "ha solo fatto come tutti gli altri che ti conoscono."
"Beh, lui è gentile."
"E cos'altro? Non dire intelligente che tanto non ci credo."
"Papà..."
"Guarda che non c'è niente di male se ti piace un ragazzo, alla tua età. Solo, non andarci in giro da sola, magari. E poi se ti è possibile non toccarlo. Mai. Non stringergli neanche la mano. Non si sa mai, a quell'età lì..."
"Papà..." morivo di imbarazzo. "Non c'è niente fra noi. Non è il mio ragazzo."
"Ho capito, ma sai, un domani lo diventasse..."
"Basta, io leggo un po'". Troncai la discussiine affondando il naso nel libro e lui fece lo stesso, in quello che aveva portato con sé.
Di nuovo leggere era un'impresa. Di nuovo non riuscivo ad entrare, restavo dalla parte sbagliata dell'inchiostro.
Dopo qualche minuto rinunciai con un sospiro di rabbia. Il mal di testa, quel martellare profondamente annidato nel cranio, stava tornando.
"Ancora non ci riesci?" Domandò mio padre sbirciandomi da sopra la copertina scura.
"Non è che io non riesca a decifrare quello che c'è scritto. Ma non riesco a leggere!" Lui capiva quello che stavo dicendo, in un modo in cui tu, che dopo la prima infatuazione infantile non avevi più letto altro che libri di testo o approfondimenti sui libri di testo, non avresti potuto. Per te, decifrare i segni sulla carta e trovare il senso dello scritto era, a tutti gli effetti, leggere. Lui, invece, colse al volo la differenza e si accigliò.
"Vuoi che chiami qualcuno? Che chieda se c'è un dottore?"
"No, papà, magari avete ragiome voi, sono solo stanca. Piuttosto, cosa vi hanno detto? Quando posso tornare a casa?" Sospirò, riponendo il libro sul comodino.
"Fra una settimana, se è tutto a posto."
"Una settimana? Ma, papà, è um sacco di tempo! E la scuola?" Scosse la testa.
"Non ti preoccupare della scuola, adesso. Quando starai bene ci penseremo."
"Ma..." mi zittì alzando l'indice, come faceva quando ero bambina e io tacqui, contrariata. Ero terrorizzata all'idea di dover ripetere l'anno, ma sapevo che insistere, im quel momento, non avrebbe portato a nulla.
Rientrasti nella stanza. Avevi un'espressione strana, quasi allarmata sul viso, ma lui non se ne accorse.
"Allora, Dario! Cosa vuoi fare, stai qui o vieni a casa con me?"
"Se per te va bene, zio, resto qua."
"Sicuro?"
"Sicuro. Vai pure. Ormai sono di casa." Ti sorrise e si alzò da quella che nella mia mente era la tua sedia. Rimase per un attimo immobile a fissarti negli occhi, col capo legfermente girato verso l'alto per poterlo fare, come aveva sempre dovuto fare per guardare negli occhi tuo padre.
"Dì un po', ma tu quand'è che sei diventato così alto?" Ti stringesti nelle spalle, come a dire che non ne avevi idea. "Quanto sarai, sul metro e novanta?"
"Novantadue." Precisasti in un sussurro imbarazzato. Lui annuì inarcando un sopracciglio.
"Passa, eh, il tempo? Per la miseria, se passa." Borbottò raccogliendo le sue cose. Mi allungò un rapido bacio sulla guancia prima di uscire e tu ti sedesti.
La sedia sembrava scottarti, la sfioravi appena, teso.
"Cosa succede?" Ti domandai. Ti alzasti in piedi, quasi saltando, e in due passi fosti alla porta. Guardasti fuori e poi tornasti accanto a me.
"Due cose." Iniziasti, colpendoti nervosamente il palmo della mano col pugno chiuso. Mi raccontasti della tua chiacchierata con Vittorio e mi si mozzò il fiato in gola.
"Quindi lo samno tutti?"
"Sanno solo che io ho una specie di cotta per te. Possiamo ancora cavarcela, se stai attenta."
"Dio, Dario, anche Andrea..." impallidisti un filo, scrollando la testa.
"Non possiamo farci niente, Bea. Oramai è così e basta. Non pensare che a me piaccia, sai? Preferivo che non succedesse. Ma è successo. Adesso dobbiamo lavorare con quello che abbiamo. O sbaglio?"
"No, non sbagli."
"Bene! Sono felice che siamo daccordo, perchè adesso devo dirti la cosa più seria."
"Più di questa?" Mi stupii.
"Molto di più."
"Dimmi."
"Quando ho accompagnato giù Vitto, nell'ingresso, dopo che lui è andato via, mi si è avvicinata una signora. Si è proprio staccata dal muro, c'era appoggiata contro, sai, ed è venita diritta da me. Mi è quasi venuto un colpo, ho pensato: 'io la conosco!' Ma non sapevo, non riuscivo a capire, dove l'avevo vista." Mi guardasti e scuotesti la testa, incredulo. "Mi fa 'tu sei il figlio di Lucio, vero? Sei Dario.' Le ho detto che si, ero io, e lei mi ha chiesto...mi ha chiesto." Apristi la bocca un paio di volte per proseguire, ma la richiudesti senza aver parlato. Ti eri imputato, ti capitava, quamdo ti agitavi troppo. Sporsi la mano al limite delle mie possibilità e presi la tua, stringendola.
"Mi ha chiesto, Bea, come stava sua figlia."
"E tu che ne sai di come sta la figlia di quella?" Stringesti forte le labbra e dalla tasca posteriore sfilasti qualcosa, una piccola busta bianca.
"Non lo so se sto facendo una cazzata, ma me l'ha fatto promettere. Tieni."
Perplessa, presi la busta. C'era un semplice cartoncino bianco, all'interno, coperto da una sottile scrittura un po' rattrappita che mi era del tutto nuova.
'Ho saputo che ti sei fatta molto male. Mi dispiace e spero che tu guarisca presto. Spero che tu non senta tanto male. Con affetto. La mamma.'
Sotto queste poche righe, era vergata un
A piccola firma discreta. Il nome ed il cognome di mia madre.
Rimasi immobile, senza sapere che fare, che dire. Era come se il mio cervello, non riuscendo a digerire l'accaduto, avesse chiuso bottega, lasciandomi sola a cavarmela. Non pensavo niente. Non provavo niente. Per me era come se quel biglietto fosse stato diretto a qualcun altro e recapitato per sbaglio a me.
Te lo restituii, insieme alla sua busta, tenendolo con la punta delle dita.
"Parliamo di come dovremmo comportarci adesso che sanno di te." Dissi in tono deciso.
"Ma hai capito chi..."
"Dario, sto male, non sono stupida. Cosa vuoi che ti dica? Se non fosse per um paio di foto non mi ricorderei meanche che faccia ha. Va bene, mi ha mandato un bigliettino. Gentile. Squisita, guarda. Appena arrivo a casa le scriverò um ringraziamento. Adesso, però, vorrei parlare di qualcosa che mi interessa. E chiudi la bocca, che ti entrano le mosche."
"Va bene. Stai bene?"
"Si. Solo, dimmi, com'era? Com'era fatta, dico."
"Carina. Lei è...bella, direi."
Sprofondammo in un silenzio meditabondo, con le dita intrecciate, ognumo guardando dentro i suoi pensieri.
Ci interruppe l'arrivo del pranzo.
"Guarda chi c'è! Dario! Fammi indovinare, hai fame?"
"Ciao, Elena! Mia mamma mi ha dato del cibo, oggi, sono ricco!" Scherzasti anche con la signora del pranzo, che ti si avvicinò frugando nelle ampie tasche del suo grembiule.
"Peccato, ti avevo tenuto un paio di pesche." La guardasti con um ampio sorriso disarmante, che la fece ridere, e ti allungò i frutti.
"Allora" disse poi rivolta a me "vediamo di mangiare qualcosina, stavolta?" Ti rabbuiasti in viso.
"Cioè?"
"La cena di ieri era intatta e anche la colazione di stamattina. Guarda che non guarisci, se non mangi!"
Ti vidi sporgere le labbra in um modo che non poteva che presagire guai. Lasciasti uscire la signora, con un saluto educato, e poi ti voltasti verso di me.
"Cosa vuol dire che non mangi?"
"Non mi va."
"Sforzati."
"Dario, sul serio, non ne ho voglia. Non ho fame e basta."
Accostasti la sedia al letto, tamto vicina che sentivo il tenue calore del tuo corpo attraverso la stoffa, e prendesti una cucchiaiata di poltiglia dal mio piatto. Me la accostasti alla bocca.
"Mangia." Eri immobile, come una statua. Nei tuoi occhi brillava la luce cupa della tua determinazione. Avevi deciso che dovevo mangiare e, crollasse il mondo, avrei mangiato.
Aprii la bocca e presi un minuscolo boccone dal cucchiaio. Semnrava colla tiepida e mi provocò uma stretra alla gola.
"Dario, davvero, mi viene da vomitare."
Ti abbassasti appena per pescare una specie di bacinella dal ripiano inferiore del comodino e me la posasti accanto.
"Bene, adesso siamo attrezzati al bisogno. Mangia."
"Lasciami stare."
"Certo amore. Appena hai magiato ti lascio in pace, promesso." Prendesti un'altra cucchiaiata e me la accostasti alla bocca. Immobile, inespressivo, inesorabile. Ti strappai il cucchiaio dalla mano e me lo portai alla bocca. Il mio stomaco protestò, ma trattenne la poltiglia collosa. Mi premiasti con un sorriso. Ancora immobile. Ancora con quella luce cupa nello sguardo.
Mi arresi e ne bittai giù in fretta altre due cucchiai, prima di essere presa dai conati.
Aspettasti di vedere se avrei rimesso, ma riuscii miracolosamente ad evitarlo.
Mi abbandonai all'indietro, nauseata.
"Bea?"
"Cosa?" Mi facesti cenno con l'indice.
"Mangia."
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