mercoledì 30 aprile 2014

Quarantatre

Arrivati in treno, cominciai ad agitarmi. Mi aspettava una bella ramanzina, una volta a casa, perchè non avevo avuto modo di avvisare che sarei arrivata in ritardo, avendo deciso di rincasare xon te solo all'ultimo momento. Era stato un gesto impulsivo, d'istinto, e non avrebbe potuto funzionare diversamente, se doveva essere una sorpresa, perchè non ero mai stata in grado di nasconderti nulla.
Anche in quel momento mentre sentivo crescere l'ansia pensando a cosa mi avrebbe detto la zia, i tuoi occhi mi scrutavano, individuando con la precisione derivata dalla profonda conoscenza il punto della questione.
Eravamo seduti l'uno di fronte all'altra, con le ginocchia che quasi si toccavano, e tu posasti la mano sulla mia, con fare protettivo.
"Gli diciamo che hai perso l'autobus, così non ti sgridano. Va bene?"
"Va bene." Ti sorrisi, sentendomi d'incanto al sicuro. Era una tua capacità innata, di dire e fare sempre quel qualcosa che prendeva i miei peggiori momenti di subbuglio e li metteva a tacere, rimettendo ogni cosa al suo posto come il tocco di una bacchetta magica.
Ti riappoggiasti all'indietro sul sedile, lasciando scorrere gli occhi sul paesaggio piano e verde fuori dal finestrino, l'aria languida, certamente effetto della fame più che di altrettanto languide considerazioni, col viso appena ombreggiato dal gioco di luce dell'esterno; tu guardavi il paesaggio sfuggire veloce, io guardavo te che lo guardavi e ti perdevi nei tuoi pensieri ed ero sicura di essere io ad avere la vista migliore.
"A cosa pensi?" Ti chiesi, per poterti ascoltare un po'.
"A niente."
"Niente su cosa?" Sorridesti appena.
"Pensavo ad Andrea."
"Oh, cavoli, una volta pensavi sempre a me...ma cos'ha lui che io non ho?" Scherzai.
"Ma non saprei...un bel fisico, un certo non so che...dai, sul serio, pensavo, sai, secondo te se n'è accorto che siamo andati via assieme? Hai detto che prima ti aveva visto, no? Secondo te ti ha visto anche dopo, con me?"
"Non saprei" mi strinsi nelle spalle "mica lo guardavo. Perchè?"
"Boh, non lo so, non mi piace l'idea che ci abbia visti. Non mi va che sappia delle cose di me."
"Vuoi che non passi più a prenderti all'uscita?"
"Non lo so, mi ha fatto tanto piacere vederti lì, ma non mi va che lui e quegli altri poi finiscano per mettersi a parlare. Vorrei che non parlassero di me. Vorrei che non sapessero niente di me."
"Ho capito."
"Adesso ti sei offesa?"
"No, direi di no. Solo, Dario?"
"Cosa?"
"Non capisco il motivo."
"Perchè ogni volta che scoprono qualcosa di me riescono a girarmela contro, a farla diventare un motivo per sfottermi. E io lo so che se si mettono a fare così su di te finisce che gli stacco la testa e la uso per giocare a pallone."
"Fine. Davvero, i miei complimenti. Posso trascriverla per i posteri?"
"Sei una scema, lo sai, si?" Ridesti tu. "Dai, che la prossima è la nostra."
Ci alzammo facendoci strada a fatica nel corridoio del treno, ingombro di zaini e cartacce e ondeggiando a ritmo con lo sferragliare ci avvicinammo all'uscita. Il breve percorso a piedi fino a casa lo passammo a scherzare, senza più parlare dei tuoi compagni di scuola e delle loro prepotenze, finché arrivammo al viale di ghiaia che attraversava il giardino.
"Bea, senti, alla fine ci puoi venire quando vuoi, alla mia scuola. Voglio dire, per quelli lì,  non ti preoccupare. A me fa piacere se vieni."
"Va bene."
Annuisti una volta sola, come a sancire un contratto e riprendesti a camminare. Aperta la porta di casa, mi aspettavo di trovare la zia preoccupata, intenta a sfogare le sue angosce di tutrice oberata di responsabilità su Dora, ma, invece, ci accolse un benedetto silenzio. In cucina, sul tavolo, accanto ad un pranzo freddo, un biglietto scritto di fretta nella comunque ineccepibile calligrafia di zia Sissi raccontava di un pranzo parrocchiale sull'orlo del disastro, che aveva richiesto l'immediato intervento in forze delle donne di casa.
'Il padre di Beatrice torna verso le cinque' terminava il biglietto 'fate i bravi, rimanete in casa e non fate danni.'.

"Siamo soli." Osservai.
"Già."
"Ultimamente succede sempre più spesso, hai notato?"
"Già."
"Voglio dire, non che mi dispiaccia, ma mi sembra strano che di punto in bianco...Dario?"
"Mm?"
"Mi senti?"
"Mm. Vieni di sopra?"
"Non hai fame? Non vuoi mangiare, prima di salire?"
"No, voglio che vieni di sopra con me." Mi prendesti per mano. Sul tuo viso si leggeva chiaramente un intento molto diverso da quello di studiare.
"Dobbiamo fare i compiti."
"Dopo." Iniziasti a camminare all'indietro, tirandomi verso la porta della cucina.
"E poi, sul serio, io ho fame. Dovremmo mangiare qualcosa."
"Dopo." Sul tuo viso si era disegnata quell'espressione concentrata e un po' vacua che avevo imparato ad associare ai tuoi momenti di più intenso desiderio. Eravamo soli in casa, ma chiunque dei nostri genitori, a parte forse tuo padre, assente per qualche giorno, avrebbe potuto ritornare in qualsiasi momento. E tu ti dirigevi verso le scale, sempre tirandomi per la mano, senza prestare la minima attenzione alle mie proteste. Sentivo che la situazione mi stava sfuggendo di mano e non sapevo come riprenderne il controllo.
"Dario, se rientra qualcuno?"
"Lo sentiamo. Attenta allo scalino.  A tutti e trentatré gli scalini." Sorridesti di un sorriso astuto.
"E se non lo sentiamo?"
"Li abbiamo sempre sentiti. Li sentiamo anche stavolta."
"E se..."
"E se tu la piantassi e mi dessi un bacio?" Chiedesti, chiudendo la porta della stanza. Passo a passo, domanda dopo domanda, eravamo arrivati di fronte al tuo letto. Avevo davvero un po' di paura che arrivasse qualcuno, ma, soprattutto, avevo paura perchè negli ultimi giorni le tue insistenti richieste erano cessate di colpo, come se non fossero mai esistite. Non ne conoscevo il motivo, ma conoscevo abbastanza te da sapere che non era buon segno, quando smettevi di chiedere le cose per favore. Di solito era segno del fatto che ti eri stufato di chiedere e ti preparavi a prendere.
"Dario, seriamente, cosa vuoi fare? Hai una faccia strana."
"Cos'hai paura, che ti salti addosso?" Mi chiedesti con un sorriso. Poi posasti una mano sul mio seno, sulla camicetta e accarezzasti la stoffa sopra il capezzolo, provocandomi un brivido. "O magari ne avresti voglia?"
Nella mia testa, molto in fondo, dove si trovano tutti i quadri di comando, iniziò a lampeggiare una luce rossa di pericolo. Qualcosa nella tua postura, nel tono della tua voce, mi diceva che stavolta non era un gioco, che stavolta facevi sul serio. D'improvviso sembravi più grande, più imponente, più uomo.
Iniziasti a sbottonarmi la camicetta, lentamente, con la stessa metodica precisione che avresti usato per disfare il nodo di un pacchetto e quando provai ad alzare le mani per sottrarmi, le colpisti leggermente, come si fa per scacciare un moscerino.
"Dario..."
"Zitta." Ribattesti in tono assente.
Mi accarezzasti le braccia, le spalle ed il seno, con larghi movimenti fruscianti, e senza rendermi conto del perchè,  mi ritrovai impegnata a combattere contro i piccoli bottoni di madreperla della tua camicia. Non era facile slacciarli, perchè tu continuavi a baciarmi sul collo, sulla gola e sulle labbra e non riuscivo a vederli. La mia gonna a ruota rossa cadde con un mormorio di tessuto ai miei piedi e tu, improvvisamente nudo dalla cintola in su, col ventre piatto che rientrava da sopra l'ampia fibbia della cintura, mi sollevasti appena, prendendomi per la vita con le due mani, come una bambina, e mi deponesti sul letto. Il tempo di raggiungermi, di sdraiarti su di me, le labbra incollate alla mia bocca, e anche i tuoi jeans erano scomparsi, chissà come, da qualche parte sul tappeto.
A quel punto la mia resistenza era passata da debole a pressochè nulla. Il calore della tua pelle era quasi eccessivo, scottavi come di febbre, ed eri tanto bello, senza i vestiti alla luce del sole, ed erano tanto dolci i tuoi baci e tanto lisce le tue mani contro il mio corpo, che mi sentivo stordita, ubriaca, incapace di resisterti.
A dire la cruda verità, ti volevo almeno quanto tu volevi me. Baciai il tuo petto, il tuo collo e la tua bocca e ti passai piano le mani ovunque riuscissi ad arrivare, mentre tu continuavi a fare lo stesso con me. Mi ritrovai ad accarezzare il tuo pene sotto la stoffa leggera della biancheria e tu te ne liberasti con un movimento solo, lasciandomi agio di accarezzare la pelle nuda.  La tua mano trovò le mie mutandine e le scostò, passando a ciò che si trovava al di sotto.
Fino a quel punto eravamo arrivati molte volte: carezze, baci, ci erano familiari, ma sapevo che quel giorno era diverso, che quel momemto era diverso. Era un momento di totale abbandono, di follia, forse portata solo dagli ormoni che ci scorrevano nel sangue, ma che noi percepivamo come il desiderio folle di chi si ama tanto da non poter accettare di vivere diviso nel corpo dall'amato, con cui divide l'anima. Non c'era niente che non avremmo potuto fare, quel pomeriggio.
Mi penetrasti con un dito, piano, senza violenza né fretta, lasciandomi il tempo di reagire, di fermarti, se lo avessi voluto. Era la prima volta che facevi una cosa del genere. La fitta di piacere che provai fu tanto intensa da strapparmi un piccolo ansito.
"Ti faccio male?"
"No. No, continua." Sentii il tuo pene gonfiarsi ancora di più e in una parte lontana e marginale della mente mi domandai come fosse possibile. Quello che stavi facendo mi piaceva e molto. Mi ritrovai a muovere appena i fianchi, al ritmo dei tuoi movimenti.
Smettesti per un attimo, per sfilarmi le mutandine, e poi ricominciasti. Non mi era mai successo di sentirmi in quel modo. A quel punto, volevo davvero fare l'amore con te e al diavolo tutto il resto.
"Dario?"
"Dimmi."
"Chiedimelo adesso."
Ti fermasti, immobile, guardandomi negli occhi con una muta domanda. Annuii.
"Possiamo fare l'amore, Bea?"
"Si."
Arrossisti, non so se di piacere o di imbarazzo, e poi mi desti un bacio piccolo, dolcissimo, da bambino.
"Cosa devo fare?" Ti domandai.
"Niente. Quello che hai fatto prima." Rispindesti, accarezzandomi i capelli. "Se vuoi che mi fermi dimmelo, va bene? Non aver paura. Niente paura."
"Va bene. Va bene."
Chiusi gli occhi e ti sentii cambiare posizione su di me, poi sentii che ti avvicinavi. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, che tipo di sensazione. La punta del tuo pene si accostò alla mia intimità e poi trovò il punto dove posarsi. Poi sentii una pressione che mi parve tremenda, eccessivamente forte, una, due, tre volte.
Mi scappava quasi da ridere e allo stesso tempo mi sentivo come se stessi per vomitare. Era come se tuo padre avesse cercato di gettare la sua macchina nel bidone dei rifiuti: semplicemente, non ci entrava. Tentasti di nuovo, con lo stesso risultato.
"Tutto bene?" Mi azzardai a chiedere.
"Ho paura di farti male." Sussurrasti "non ce la faccio a...cioè...ti faccio male, se...insomma. Hai capito." Potrà sembrare strano, ma avevo capito perfettamente. Ti sentii sospirare, deluso e un po' umiliato dalla situazione e mi tornò in mente una cosa che mi aveva raccontato Federica, una di quelle cose che avevo pensato di provare con te, prima o poi. Ti posai una mano sul petto e ti spinsi via, facendoti sdraiare accanto a me.
"Sei arrabbiata?"
"No. Ma c'è una cosa che vorrei provare a fare. Posso?"
"Oh, beh, si, credo di si. Cos'è?"
Non avevo intenzione di dirtelo. Conoscevo benissimo il nome di quello che stavo per fare, ma non avrei mai avuto il coraggio di dirlo. Ti baciai e poi scivolai in basso. Presi il tuo pene nella mano e lo guardai. La punta era rosa acceso, come una caramella di zucchero, e sembrava infinitamente liscia.
"Cosa fai?" Domandasti a bassa voce. "Cosa..."
Vi posai sopra la punta della lingua e trovai che era davvero liscia come sembrava, e cedevole, e la baciai, come baciavo la tua bocca, con dolcezza. Ti abbandonati all'indietro, mugolando, e provai a fare come avevo sentito raccontare, prendendoti nella mia bocca e baciandoti ancora. Ti sentii pulsare piano contro il mio palato e ti lasciai, accarezzandoti con leggerezza.
"Non smettere. Se ti fermi mi metto a piangere." Mi minacciasti. Così ricominciai. Era divertente, perfino tenero, a suo modo. Mi stavo prendendo cura di te.
Dopo un po' posasti la mano sulla mia testa e dopo poco ancora usasti quella stessa mano per scostarmi, prima di finire.
"Allora? Sono stata brava?" Ti domandai con orgoglio quando vidi che ti eri calmato.
"Bravissima. Molto brava. Molto bravissima. Per il mio compleanno, voglio uno di questi." Rispondesti tu ridendo. "Bea, mi dispiace per prima. Io volevo tanto farlo, ma non voglio farti del male."
"Lo so. È tutto a posto. Tutto bene."
"Ma lo sai che quello che hai fatto tu posso farlo anche io a te?" Mi domandasti con un mezzo sorriso. Mi riusciva nuova. Non capivo in che modo potesse riuscire la faccenda e te lo dissi.
"Vieni, che ti faccio vedere." Rispondesti, facendomi sdraiare. Poi mi dimostrasti ampiamemte che avevi ragione tu ed, effettivamente,  funzionava anche al contrario.
Fosti così gentile da dimostrarmelo fino a che la fame ci costrinse di sotto, correttamente vestiti, al tavolo della cucina.

martedì 29 aprile 2014

Quarantadue

Ricominciammo, così,  a studiare insieme e il nostro umore migliorò sensibilmente, complice anche la primavera che stava arrivando. I giorni si facevano più lunghi e più assolati e i pomeriggi, strappati dalla solitudine delle stanze chiuse, più brevi e più piacevoli.
Il programma di lettere, antiche e moderne, che vi facevano seguire era molto più semplice e lento del noatro e spesso ti lasciavo studiare sui miei appunti, costringendoti a ripetere a voce alta tutto ciò che dovevi mandare a mente, mentre tu mi piantavi in testa, con la tua solita determinata pignoleria, le regole fondamentali della matematica. I tuoi voti migliorarono sensibilmente e di pari passo con l'innalzamento della media, tornò la tua voglia di scherzare e la tua serenità.  Parlavi di nuovo, adesso, a casa con noi, raccontando a tavola mille piccole cose delle giornate trascorse e più tardi, con me, tutto quello che ti passava per la mente. Sembrava che finalmente le cose avessero ripreso a marciare per il verso giusto, quando, per caso, notai che avevi una lunga chiazza livida su un braccio, mentre ti arrotolavi le maniche per goderti uno dei primi veri soli di aprile.
"Cosa ti sei fatto?" Chiesi un po' preoccupata.
"Qui? Mah, niente." Mi rispondesti evitando il mio sguardo. Eravamo sui gradini di casa, seduti al sole a chiacchierare, finiti i compiti e il livido spiccava verdastro ed inconfutabile sulla tua pelle candida. Mi avvicinai e ti presi il braccio.
"A me non sembra niente. Sei caduto?"
"Mm. Si."
"Dario?"
"Cosa?"
"Lo sai che non sei capace, di raccontare le bugie. Non ti viene proprio."
"Senti, possiamo lasciare stare? Non mi va di raccontartelo e basta." Il tuo tono era gentile, il tono di una richiesta qualunque, così decisi di lasciar perdere e di parlare d'altro e lo feci, per un poco, ma l'occhio mi cadeva in continuazione su quel segno scuro,  fino a che tu non te ne accorgesti e srotolasti le maniche della camicia, riabbottonandoti i polsini. Vestivi sempre così,  nonostante la maggiore libertà di cui godevi, jeans, si, ma perfettamente stirati e camicie chiarissime, cin appena l'ultimo bottone slacciato sulla gola, che lasciava aprire il colletto rigido di amido come la coda di una rondine. Mi dispiaceva di averti seccato, e stavo per scusarmi con te, ma ti ti alzasti in piedi e, facendomi cenno di seguirti, rientrasti in casa.
"Vieni su, che ti spiego." Mi dicesti controvoglia iniziando a salire le scale.
Arrivati nella tua stanza, ti sedesti con un sospiro sul bordo del letto e iniziasti a raccontare.
"Sai, Bea, te l'ho già spiegato, non sono proprio il più popolare della scuola. Ci sono dei ragazzi che se la prendono sempre con me. In continuazione. Sono andato avanti per un po' in silenzio, ma poi un paio di settimane fa non ce l'ho fatta più e quamdo hanno iniziato a prendermi in giro, ho risposto. Insomma, li ho presi in giro anche io. Devo aver colpito nel segno, perchè hanno deciso di passare alle mani, quando siamo usciti. Mi sono portato a casa qualche livido io e qualche livido loro. E basta, è tutto qui. Niente di grave, no?"
Sentii la rabbia, in quegli anni della mia adolescenza una belva dal sonno leggero, che alzava la testa.
"Ti hanno picchiato?"
"Ci siamo picchiati." Mi correggesti tu "si, un paio di volte. "
"È successo più di una volta? E perché non mi hai detto niente?"
"Perchè,  tu cosa ci puoi fare?"
"Io...io li prendo a calci, quegli stronzi!"
"Stai calma."
"No! Ti hanno fatto male! E poi hai parlato al plurale! 'Hanno fatto, hanno detto'. Quanti sono?"
"Due. Ma, Bea,  davvero, non fa niente. Non mi hanno fatto niente. Non penserai mica che sia stato fermo a prenderle, no?"
"Ma non possono! Vengo con te! Almeno siamo pari numero!"
"Certo, come no. Bea? Lo vedi, adesso, perchè non ti ho detto niente? Lo sapevo, che avresti fatto così. A parte che sono più della mia taglia che della tua, te lo assicuro..." ti alzasti e ti avvicinasti a me, prendendomi il viso fra le mani e sollevandomelo, per costringermi a guardarti in faccia "non farò la figura di quello che si fa difendere da una ragazza. Non perchè mi vergogno di te, ma perchè li aizzerebbe, loro e quelli come loro, come una muta di cani. Lo capisci?"
No. Non lo capivo. O, meglio, lo capivo perfettamente ed ero cosciente del fatto che tu avevi ragione ed io torto, ma non volevo che fosse vero. Non potevo pensarti, solo, ad affrontare la violenza e la cattiveria degli altri, non volevo cedere all'idea di non poter intervenire.  Scossi la testa furiosamente, negando le tue parole ed i miei pensieri insieme, e tu continuasti a guardarmi, paziente, aspettando che sconfiggessi me stessa e lasciassi prevalere la ragione.
"Ma perchè sono così cattivi con te?" Ti domandai alla fine.
"Non lo so. Sembra che gli dia fastidio qualunque cosa di me. Sono tutti presi da reverente ammirazione per un nostro compagno che si chiama Andrea e detestano me. Più di questo, non saprei dirti." Scrollasti le spalle sconsolato.
"Andrea quello che si dimentica i compiti in classe?" Mi avevi parlato più volte, con una certa dose di rabbiosa apprensione, di quel tal Andrea, che sembrava non fare alcuno sforzo visibile per arrivare a prendere voti altissimi e che sosteneva, addirittura, di dimenticarsi le date dei compiti in classe, che consegnava sempre perfetti ed immacolati, in quanto diceva che non gli occorresse studiare, ma solo assistere alle lezioni. Ti irritava talmente, questo suo atteggiamento indolente, che più di una volta avevi espresso il desiderio di prendere il massimo dei voti, per 'fargliela vedere'. Per il tuo modo di vedere la vita, era un insulto il concetto stesso di disprezzare o negare il duro lavoro che portava ad ottenere un risultato.
"Proprio lui. Il santissimo Vasirani, dio lo conservi, il patrono delle cause perse, quello che nessuno può criticare. Beh, forse il problema è proprio questo. Io lo critico eccome." Una vena di durezza si era insinuata nella tua voce, parlando di lui.
"Ed è uno di quelli che ti tormentano?"
"Chi? Lui? No, no, guai mai! Lui è sempre gentilissimo, educatissimo, bravissimo. Mi evita, è cortese e distaccato e si diverte a montare gli altri. Così ne esce immacolato, lui."
"Ma cosa gli hai fatto di tanto grave?"
"Niente. Ci crederesti? Ho addirittura tentato di farci amicizia. Gli ho chiesto non mi ricordo più cosa sulla sua famiglia, chi sono, dove abitano, cose così,  tanto per attaccare discorso, un giorno che si parlava tutti assieme prima di ginnastica."
"E lui?"
"E luo ha fatto la faccia da santo patrono e ha risposto ad alta voce, così lo sentivano bene tutti 'non importa da che famiglia si proviene, ma quello che si è'. Lo stronzo."
"E cosa vorrebbe dire, scusami?"
"Niente! È questa la cosa più assurda, lui butta lì una frase da aforismi di non so chi e tutti 'bravo! Fantastico! Che testa!' E adesso tutti pensano che io abbia la puzza sotto il naso!"
"Ma, dico...sono tutti scemi dalle tue parti?"
Ti passasti le mani sul viso, sospirando di stanchezza e frustrazione.
"Ma che ne so, io? Non ci capisco niente!"
Ti abbracciai stretto, cercando di consolarti con la mia vicinanza, con la mia presenza, di trasmetterti attraverso il corpo tutto l'amore e tutta la compassione che provavo per te. A dispetto di qualsiasi ragionevole considerazione, se mi fossi trovata di fronte a quel tizio, l'avrei volentieri preso a pugni, senza dargli il tempo di pensare a quale nuova massima utilizzare.
"Non lo dici a nessuno, vero? Non voglio che i miei si preoccupino." Mi chiedesti, parlando fra i miei capelli. Scossi la testa cintro la tua camicia, assicurandoti il mio silenzio.

Il pensiero di quello che stavi passando continuò a girarmi in testa nei giorni successivi, mentre la vita procedeva con il solito ritmo. Non riuscivo a pensare ad altro che a cosa tu stessi facendo, cosa stessi provando, cosa ti stesse accadendo.
Rientravi ogni giorno con il treno, facendo a piedi il breve tragitto fra la tua scuola e la stazione, mentre io aspettavo l'autobus all'incrocio di fronte alla mia scuola. Quando arrivò il giovedì, in cui tu finivi un'ora dopo di me, decisi di camminare fino al tuo liceo, per farti una sorpresa. Volevo rincasare con te, per avere una mezz'ora di tempo in più da passare insieme.
Arrivai di fronte alla tua scuola con un discreto anticipo sulla campanella. Era un edificio di due piani, con grandi vetrate sulla facciata, incastrato ad angolo in uno dei grandi palazzi del quartiere. Mi sedetti su uno degli scalini e iniziai ad aspettarti, godendomi il sole tiepido ed il cielo sereno. Per un effetto ottico, la vetrata dell'ingresso si era trasformata in un eccellente specchio e, senza volere, iniziai a guardarmi, comtrollando di avere a posto i capelli, la camicetta, quel giorno bianca con cuciture e bottoni rosso vivo, e l'ampia gonna a ruota, recente vittoria della zia nell'infinita lotta per il predominio del guardaroba. Mentre ero immersa in quell'occupazione, mi ritrovai, d'improvviso, a guardare in faccia un ragazzo, dietro il mio riflesso sul vetro. Chissà da quanto tempo lui osservava me, durante la mia revisione generale, pensai imbarazzata; mi sorrise di un largo sorriso comtagioso e salutò con la mano e, proprio in quel momento,  il suono della campanella di fine giornata riempì l'aria. Il ragazzo, moro e atletico, si esibì in una pantomima, mostrandomi che doveva correre in classe a prendere il suo zaino e sparì.
Una fiumandi studenti si riversò nell'atrio, riempiendolo completamente,  prima di trovare sbocco attraverso le porte e poi sui gradini. Uscivano a gruppi, a coppie, correndo, camminando, chiacchierando. Tu svettavi fra loro come un papavero fra le margherite, altissimo e composto, i passi cadenzati e sempre uguali, il sole che cavava riflessi dorati dai tuoi capelli chiari. Avevi il viso serio, la tua solita espressione da scuola, che indossavi come una divisa, ma ti apristi in un sorriso vedendomi e ti affrettasti a raggiungermi, incurante della massa compatra di schiene di fronte a te, aprendoti un varco come uma nave rompighiaccio nell'antartico.
"Ciao! Cosa fai qui?"
"Mi mancavi." Scendemmo i gradini per non essere travolti e ci fermammo un minuto.
"Sei stata gentile a venirmi a prendere, è bello vederti qua. Grazie."
"Beh, prego. Sinceramente,  non so perchè non l'avevo mai fatto. Potremmo rientrare imsieme tutti i giorni, sai? Ci metto dieci minuti dalla mia scuola a qui."
Annuisti entusiasta e il tuo sorriso si ampliò ancora un po', staccandoti del tutto la faccia da scuola di dosso. Il grosso degli studenti era ormai passato e usciva solo qualche ultimo ritardatario, ma erano in una decina, oltre a noi, quelli che ancora restavano a parlare davanti alla scuola. A quel pumto, un ultimo ragazzo uscì di corsa, con lo zaino tenuto in mano per le cinghie, dall'edificio e si precipitò giù per i gradini, piombando in mezzo ad un gruppo poco distante da noi, da cui provennero risate di divertimento per poi rimettersi a correre sulla strada.
"Un'altra delle sue 'deliziose spontaneità', immagino." Commentasti aspro a voce bassa.
"Chi? Quello?"
"Quello, Bea cara, era il famoso Andrea, diletto ed orgoglio del nostro istituto." La tua nocca aveva preso una piega di disprezzo, pronunciando queste parole.
"Ma io l'ho viato dietro il vetro, prima, mentre ti aspettavo."
"Si, sai, lui non deve mica stare in classe come i comuni mortali." Rispondesti, circondandomi le spalle con un braccio dped avviandoti verso la stazione.
"Mi ha salutato." Conclusi.
"Ah, davvero?" Ringhiasti, com un tono pericolosamente simile a quello di tuo padre.
"Dario?"
"Mm?"
"Lo sai che stiamo camminando per strada abbracciati come fanno i fidanzatini?"
Ti riscuotesti dalla tua fantasia, qualunque essa fosse, sul tuo compagno di classe e guardasti quasi con stupore il tuo braccio che mi circondava, il sole che creava giochi mobili di luce passando attraverso le foglie giovani degli alberi che ombreggiavano la strada e gli edifici attorno, per poi tornare a guardare me, con aria più dolce.
"Quando andremo via, sarà sempre così, sai?" Mi domandasti avvicinando la testa alla mia.
"È bello. Un giorno, magari, potremmo anche baciarci in pubnlico come fanno certe coppie per strada." Era uno dei miei sogni segreti, poterti baciare in pubblico. Non un bacio di quelli da censura, un piccolo bacio sulle labbra, un bacio da innamorati, ma alla luce del sole, all'aperto, in strada, magari, come facevano i ragazzi della nostra età.
"Ti farebbe piacere?"
Arrossii senza rispondere e tu ti fermasti in mezzo al marciapiedi, lasciando che pedoni e biciclette scorressero attorno a noi e mi regalasti un piccolissimo bacio, poco più che uno sfiorarsi delle labbra,  lì, in mezo a tutti. Una vera follia, sulla strada della stazione, dove avrebbero potuto vederci altre persone del nostro paese, ma tu lo facesti ugualmente,  quell'unica volta, perchè io lo desideravo. Fu il nostro unico bacio in pubblico e, ancora, quando passo su quel marciapiede non rieco a fare a memo di fermarmi per um secondo nel punto esatto in cui accadde per richoamare alla memoria la sensaziome delle tue labbra che mi sfioravano leggere, sotto quel sole di primavera, in mezzo al fiume dei passanti che non capivano quanto unico fosse quello che succedeva sotto il loro naso.

domenica 27 aprile 2014

Quarantuno

Oggi, sulla strada verso il lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di ragazzi che andavano a scuola. Erano adolescenti, fra i sedici e i diciott'anni, e ho potuto osservarli con tutto l'agio, dato che per loro, come per noi alla loro età, ero invisibile. Tutti gli adulti, per loro, sono invisibili, sino a quando non decidono di fare irruzione in armi nel loro mondo e, di solito, rovinare qualcosa.
Li osservavo e notavo quanto uguali sono a come noi eravamo allora. Colorati, chiassosi, goffi eppure, a loro modo, belli. Assolutamente impreparati a tutto, ma con in tasca la convinzione di  poterla fare in barba al mondo intero, di possedere una verità assoluta che tutti ignorano, o decidono di ignorare. Per il loro bene, ho sperato, ho augurato silenziosamente a ciascuno di loro, che quella convinzione possa accompagnarli il più a lungo possibile.
Erano ragazzi, e fra loro ho potuto rivedere noi stessi e quelli che diventarono i nostri amici, nei medesimi atteggiamenti, le medesime posture, gli abiti appena modificati dal corso delle mode. C'era il timido taciturno, il gregario sempre pronto ad assentire e ridere troppo forte; c'era il duetto inseparabile di amiche che ciarlavano isolate nel mezzo del gruppo e c'era, perfino, un tronfio galletto, dalle falcate troppo lunghe e dalla parlata troppo forte, con la testa buttata all'indietro per esibire una superiorità fasulla quanto la cartapesta,  che mi ha ricordato da vicino te, alla sua età. Certo, era tutto diverso, moro e negligentemente abbigliato, ma aveva il tuo stesso atteggiamento,  la tua folle sfida al mondo intero negli occhi. Fu nella primavera di quel primo anno che iniziasti a cambiare, a reagire, invitando l'universo intero a farsi sotto, se era ciò che cercava. Fu quella primavera che le cose cominciarono a cambiare.

Passarono i giorni e, con essi, le settimane. La mia amicizia con Federica progrediva, tanto che arrivai, poco dopo le vacanze di natale, a parlarle di te. Certamente, non potevo dirle che eri mio cugino, né il tuo nome, prevedendo che, prima o poi, avrebbe finito per conoscere, dal vero o dalla mia voce, la mia famiglia. Potevo però aprirmi, finalmente, ad un altro essere umano per raccontare quanto amore, quanta smisurata passione sentissi per te.
Eri stato tu a darmi l'idea, raccontandomi mesi prima di aver fatto lo stesso con la donna da cui ti aveva portato tuo padre, e da allora non avevo smesso di rigirarmela in testa: il pensiero di potermi concedere il piacere di parlare di te con qualcuno, di quanto tu fossi bello, di quanto tu fossi intelligente, caro, dolce e premuroso esercitava su di me un'enorme attrazione. Anche lei aveva un grande amore, un ragazzo dall'improbabile nome di Nando, conosciuto in villeggiatura e con cui si scriveva pagine e pagine di lettere ogni settimana, nella trepidante attesa delle vacanze pasquali; passavamo la ricreazione a raccontarci del palpito dei nostri cuori, trovando in questi discorsi certamente insipidi e ripetitivi un sollievo incredibile.
"Ma con questo principe azzurro c'è stato qualcosa?" Mi domandò lei un giorno, durante un'ora buca.
"Insomma. Si. Qualcosa." Le risposi imbarazzata. Non avevo alcuna intenzione di raccontarle dei nostri intrattenimenti notturni e cercai di sviare la sua attenzione. Finii, com'è ovvio, a raccontarle ogni cosa nei benché minimi dettagli, cercando una qualche sorta di consolazione nel confronto con una mia coetanea. Se da una parte temevo che mi condannasse come una poco di buono, dall'altra non potevo rinunciare a conoscere il suo parere. Al termine della mia lunga confessione, Federica fece spallucce e mi disse:
"Allora pensate di farlo presto? Io spero quest'estate..."
Mi sconvolse. Iniziò infatti la sua, di confessioni,  e mi resi rapidamente conto che non solo ciò che noi facevamo non era niente di fuori della norma, io che mi credevo sprofondata nella peggiore delle iniquità, ma non era neppure particolarmente azzardato. Alcune delle cose che mi disse mi fecero arrossire,  mentre prendevo mentalmente nota di ogni particolare per poterlo sperimentare su di te. Terminò il discorso ripetendo, ancora una volta, che sperava di "farlo" presto.
Questo mi lasciava perplessa. La tua campagna di persuasione continuava inesorabile ed era diventata per me una consuetudine, per quanto angosciosa, sentirmi fare la stessa domanda ogni volta che ci concedevamo qualche momento di intimità.
"Bea, per favore, facciamo l'amore? Per piacere!"
Era una frase che temevo ed insieme aspettavo. Se da parte mi sentivo spaventata all'idea, quasi pietrificata, per la verità, dall'altra mi lusingava profondamente il sentirmi tanto desiderata. Che una ragazza come me potesse desiderare di rispondere 'si' a quella richiesta, mi sembrava inverosimile.
"Ma non hai paura?" Domandai intimidita a Federica.
"E di che?" Rispose lei "se c'è tanta gente al mondo tanto male non deve essere!"
"Dicono che fa male."
"Si, lo so, ma solo un pochino. E poi solo all'inizio, no?"
Collimava perfettamente con quanto mi avevi detto tu, dopo esserti informato nel dettaglio da quella che ti ostinavi a definire 'un'esperta del settore', quindi non trovai nulla da ridire e mi chiusi in una muta riflessione, che mi occupò la mente durante le ore successive. Rientrai a casa ancora impegnata a rimuginare sulle novità e mi misi a fare i compiti sul tavolo della cucina, invece che salire in camera, sapendo che isolarmi non avrebbe aiutato la mia concentrazione.
Era un giovedì e il giovedì tu rincasavi un'ora dopo di me. Mi trovasti impelagata in una versione di greco e, dopo un rapido saluto, apristi i tuoi libri lì,  rimanendo a studiare con me.
Finita la versione, continuai a svolgere il resto dei compiti che ci avevano assegnato. Ero giusto alla fine di un sofferto e alquanto confusionario esercizio di matematica, quando ti sentii gemere sconsolato.
"Cosa c'è?"
"Il compito di quel maledetto latino. Non va. Ci ho passato sopra un'ora e non c'è un filo logico. E adesso sul dizionario non c'è il verbo!"
"Dai qua, fammi vedere."
Con un gesto frustrato, respingesti verso di me quaderno e dizionario,  cacciandoti le mani fra i capelli. Ero tentata di reagire allo stesso modo, quando vidi il risultato delle tue fatiche: una serie di parole slegate, che nemmeno sotto  la massima coercizione potevano formare frasi di senso compiuto.
"Te la correggo io." Sospirai, impugnando la matita e mettendomi al lavoro "vieni qui che ti faccio vedere dov'è sbagliata!"
Girasti attorno al tavolo, chinandoti sullo schienale della mia sedia. Cercavo di darti un'idea su come si traducesse un testo, ma i tuoi occhi erano evidentemente attratti senza rimedio dal mio povero, tormentato quaderno di matematica.
"Guarda che la tua equazione non risulta."
"Bah, non risultano mai. È inutile tentare di rifarla, non risulterebbe lo stesso, ma in un modo diverso." Parlavo per esperienza. Ero arrivata a rifare un esercizio fino a otto volte, ottenendo otto risultati diversi, nessuno dei quali si avvicinava a quello pronosticato dal libro. Mi reimmersi nel dizionario, quando un tuo richiamo perentorio mi spaventò.
"Beatrice! Otto per quattro?"
"Come?" Mi guardasti con aria truce.
"Quanto fa otto per quattro?"
"Vent...otto?" Tentai, calcolando rapidamente.
"Ventotto!" Ululasti, prendendoti la faccia fra le mani "signore pietà! Le tabelline! No, le tabelline no!"
"Ma cosa vuoi da me?" Ribattei decisamente piccata dal tuo atteggiamento "se sei così furbo, mi spieghi com'è che non distingui un complemento oggetto dal soggetto della frase? Mi metto a urlare 'l'analisi logica!' Io? No! E allora..."
"Ma Bea, non puoi non sapere le tabelline! Ti servono! Il latino non serve a niente, porca miseria, tutti quelli che lo parlavano sono morti, hai presente?"
In quei pochi mesi mi ero presa una vera e propria cotta per il latino, il fatto di poter leggere di prima mano, come sentire dalla loro viva voce, le cose scritte da persone come Giulio Cesare o Traiano mi emozionava e mi riempiva di un senso di orgoglio e sentirti parlare in quel modo mi fece definitivamente prendere fuoco.
"Ignorante, rimbambito e ottuso per giunta e buona misura! Lo sai che per quasi mille anni è stato la lingua comume di tutte le persone del mondo, il latino? Che la gente si scriveva così? Che tre quarti di quelle cacchiate che ti fa tanto piacere studiare, comprese le teorie di questa schifo di matematica sono state formulate in latino? Ti ci entra in quella testa di legno?"
"Non sgridarmi!"
"Si che ti sgrido, se dici cavolate!"
"Smetti subito di sgridarmi!" Ripetesti, alzando la voce. Durante la mia tirata sull'importanza storica del latino mi ero alzata in piedi e ci trovammo faccia a faccia, entrambi alterati, col fiato corto. Sentivo le lacrime pungermi gli occhi, era raro che tu alzassi la voce con me, ma non volevo darti la soddisfazione di vedermi piangere. Mi guardavi con un misto di rabbia e spavento che non riuscivo ad interpretare. Sapevo solo che era pericoloso, provocarti in quel momento, e c'era una piccola parte di me che, per un qualche motivo a me del tutto ignoto, provava un impellente desiderio di toccarti.
La casa era vuota, in quel momento, tutta per noi. Dora e tua madre erano andate a ritirare non so che in una tintoria in paese ed entrambi i nostri padri erano al lavoro. Il silenzio assolito dilatò quell'istante rendendolo quasi insopportabile.
I tuoi occhi cercarono i miei ed erano ferini, duri, come non li avevo mai visti. Mi afferrasti senza alcuna delicatezza, stringendomi i capelli e il fondo della schiena e mi strattonasti verso di te. Il tuo bacio fu rabbioso, quasi doloroso da principio, ma non ebbi la forza di respingerti, anzi, le ginocchia mi si piegarono dal desiderio. Mi sentivo molle come cera calda nelle tue mani e tu mi sostenesti, adattando la stretta delle tue braccia al mio corpo e facendoti, lentamente, più dolce. Era la prima volta che mi davi un vero bacio fuori dalle nostre stanze e il mio cuore sembrava impazzito, tanto che me lo sentivo pulsare fin nelle orecchie. Piano, con garbo, ci staccammo e tu mi fissasti ancora negli occhi, continuando a teneremi stretta a te. Ero come ipnotizzata dal tuo sguardo e ancora oggi sono convinta che in quel momento, come in molti altri momenti simili che avrei vissuto, avresti potuto chiedermi qualsiasi cosa senza che io potessi negartela.
"Non litighiamo più, vuoi?" Mi chiedesti sottovoce.
Annuii.
"Allora, facciamo così: tu mi correggi latino e io ti correggo mate. E poi mettiamo tutto a posto. Va bene?"
Annuii di nuovo.
"Bea? Ci sei?"
"Che cosa mi hai fatto?" Mi scappò chiesto prima di riuscire a frenarmi. Sorridesti con aria sorniona e avvicinasti la bocca al mio orecchio, come per dirmi un segreto.
"Non me ho idea." Sussurrasti. "Ma non è mica male, no?"
Il calore del tuo soffio mi diede un brivido e mi appoggiai alla tua spalla sospirando.
"Scusa, non so cosa mi succede. Dammi un attimo, vuoi?"
"Oh, tutti gli attimi che vuoi. A me tu lo fai spesso, questo effetto, lo sai?"
"Che effetto?"
"Bea...guarda che non sono cieco."
"Va bene. Davvero ti faccio sentire così?"
"Si. Davvero."
"Dario?"
"Cosa?"
"Rifallo, dai."
Il tuo sorriso si allargò, conferendo al tuo viso l'espressione astuta che avevo imparato ad amare. Mi stringesti di nuovo e ci baciammo a lungo, appoggiati l'uno all'altra, in pieno sole, un pallido sole invernale, ma pur sempre sole, e smettemmo solo quando sentimmo la ghiaia scricchiolare sotto le ruote di un'auto in arrivo.
Quando tua madre rientrò,  ci trovò seduti ad un tavolo completamente coperto di libri, composti e chini sugli studi, come nulla fosse accaduto.

venerdì 25 aprile 2014

Quaranta

Impiegai qualche minuto a riprendere il controllo di me stessa e tu rimanesti in silenzio, lasciandomi il tempo che mi occorreva. Quando iniziai a sentirmi meglio, mi domandasti:
"Posso finire di raccontarti? Guarda che non è andata come pensi tu."
"Ah, no? Avete giocato a briscola tutti assieme, allora?" Chiesi amareggiata.
"No, Bea, logico che no, ma se mi stai a sentire ti spiego. Te l'avevo detto di lasciarmi finire prima di arrabbiarti."
"Va bene, dimmi."
"Ecco, a me era salito un po' il panico. Le..signore? Signorine? Le donne che lavorano lì hanno salutato mio padre per nome, ci pensi? E io continuavo a pensare: 'no, è uno scherzo, non pretenderà mica che io...' insomma, hai capito. E invece pretendeva si. Se n'è preso da parte una e gli ha detto qualcosa a bassa voce e intanto che parlavano ce n'erano delle altre che mi sono venute tutte attorno e 'ma chi è questo bel maschietto? Tuo figlio? Che grande che è! Ma dai, è tutto te, che bell'omettino...' era imbarazzante, davvero. Mi era salito un nodo in gola che non riuscivo più a dire niente e papà dopo un po' mi ha consegnato alla ragazza con cui aveva parlato. 'Oh, mi raccomando' le ha detto 'guarda che è piccolino.' A me non ha detto niente. Mi ha voltato le spalle e mi ha piantato lì, è sparito in un'altra stanza. Avrei voluto sprofondare. La tipa mi ha preso e mi ha portato una una camera. Era alta come me, grande, Bea, non aveva addosso quasi niente...non riuscivo a guardarla, dappertutto dove mettevo gli occhi c'era della roba che non avrei dovuto guardare, potevo guardarla solo in faccia, ma mi vergognavo troppo."
Ti interrompesti, il viso di un rosso mattone, guardando a terra, senza riuscire a proseguire. Io sentivo delle vampate di odio e di rabbia, una dopo l'altra, come delle onde alte come una casa che mi si abbattevano sul cervello, squassandomelo fino alle fondamenta. Rimasi zitta, per lasciarti parlare. Dopotutto, pensavo, ne avevi bisogno di sfogarti, dopo una cosa del genere.
"Bea, se ti dico cos'è successo, non ridi? Non mi prendi in giro?"
"No." Risposi. Di più non riuscivo a dire.
"Mi è venuto da piangere. Siamo entrati lì e lei mi si è parata davanti e mi ha messo le mani sulle spalle e mi fa: 'allora? Cosa vuoi fare?' E io ho pensato a mio padre di là che si aspettava che io...e io non potevo, Bea, davvero, non potevo. Mi sono messo a piangere come un povero scemo e mi è uscito: 'voglio andare a casa!'. Non è che volessi proprio dirle così,  ma cosa le potevo rispondere? Per fortuna lei non si è arabbiata. Anzi. Mi sa che le facevo pena. Mi ha detto: 'ho capito, stai calmo, non è successo niente, adesso ci sediamo e facciamo due chiacchiere.' E si è seduta davvero e si è accesa una sigaretta, tutta tranquilla. Allora mi sono calmato un po' anch'io. Mi ha chiesto se volevo fumare e le ho spiegato che ci avevo provato una volta sola, ma mi era venuto da vomitare; poi mi sono reso conto che non sono cose di cui si parla con una donna che si è appena conosciuta e le ho chiesto scusa. Le ho detto: 'scusi, signora.' E lei si è messa a ridere come se avessi fatto una battuta. Allora mi sono un po' confuso e ho detto: 'mi dispiace, è signorina?' E lei a momenti si strozza dal ridere. Quando si è calmata mi ha detto: 'Sandra, sono solo Sandra.' E poi mi ha chiesto quanti anni avevo. Quando le ho detto che ne ho fatto quattordici,  ha fatto una smorfia strana con la bocca, come se avesse assaggiato qualcosa di amaro. 'E sei preoccupato che Lucio ti faccia passare un brutto quarto d'ora se viene a sapere che vuoi tornartene a casa?' Le ho detto che papà si sarebbe arrabbiato di sicuro. Allora mi ha promesso che ci pensava lei a parlargli e che io dovevo solo dire 'preferisco non parlarne' e basta e mi ha chiesto se avevo la ragazza."
"Anche lei?"
"Eh, si. E sai, Bea? Le ho raccontato tutto, tutto quanto tranne che siamo cugini. È stato bello, poter dire certe cose a qualcuno. Le ho detto che ti amo tantissimo e che voglio sposarti e portarti lontano, stare soli io e te. E lei mi ha chiesto se sei bella.  E io finalmente l'ho potuto dire: sto con la ragazza più bella e più brava del creato, un angelo del cielo, e lei mi ama. A me. Non l'avevo mai potuto dire a nessuno, sai, anche se è l'unica cosa di cui sono davvero orgoglioso. Allora dopo le ho spiegato che ero finito lì perchè avevo fatto delle domande a mio padre e lei mi ha detto: 'va bene, allora, ti faccio da consulente professionale. Qual'è il problema?' E quando io gliel'ho spiegato lei ha tirato fuori delle foto...Bea, altro che la rivista che avevamo comprato noi! Si vedeva tutto! E mi ha spiegato come si fa. Tutto quanto. E poi mi ha detto: 'adesso se sei tranquillo torniamo di là.  Ricordati, tu dì soltanto che non vuoi parlarne, intesi?' L'ho ringraziata tanto, le ho anche stretto la mano e lei si è messa a ridere di nuovo. E le ho chiesto cosa potevo fare per sdebitarmi."
"E lei che ti ha detto?"
"Mi ha detto: 'cresci, sposati la tua ragazza bravissima e bellissima, amala sempre come adesso e non tornare mai più in un posto del genere.'. Era proprio una ragazza simpatica, vero? E non so cos'ha detto a mio padre, ma lui era tutto contento e mi ha preso a pacche sulla schiena fino a stamattina."
"Spiegami una cosa."
"Dimmi."
"Davvero tu ti sei trovato davanti una donna bellissima, vestita di niente, che avrebbe fatto tutto quel che volevi tu e le hai parlato tutto il tempo di me?"
Ti stringesti nelle spalle.
"Mi avevi detto che non mi prendevi in giro." Brontolasti cupo. Saltai giù dal letto, mi inginocchiai accanto a te, ti abbracciai e ti riempii la faccia di baci. Non mi riusciva di smettere.
"Oh, va bene, ma questi per cosa sono? Credevo che fossi arrabbiata!" Dicesti ridendo, seppellito dai miei baci e dalle mie carezze. Ti strinsi con tutta la forza che avevo, in un abbraccio da orsa.
"Questi sono perchè sei il ragazzo più bravo e più bello e più forte del creato. E io ti amo."
Rimanesti un momento silenzioso e immobile, prima di ricambiare il mio abbraccio e posarmi un bacio sulla testa.
"Anche io ti amo." Mi rispondesti piano. "Allora non ce l'hai con me, no? Perché io non ho fatto niente."
"Lo so, ho capito. Stai zitto una buona volta e ti lasci strapazzare un pochino? Mi sei mancato tanto."
Hai obbedito e, docile e silenzioso, ti sei sottomesso ad ogni bacio, ad ogni carezza, ad ogni abbraccio che mi veniva il capriccio di farti. Non so quanto tempo sono andata avanti a quel modo, cercando di coprire ogni centimetro visibile della tua pelle con una qualche chicca d'amore, ma deve essere stato parecchio; dopo un po' tu ti sei steso, senza sottrarti a me, sul tappeto, appoggiando la testa sulle mie gambe come facevi da bambino e, dopo un poco ancora, mi sono accorta che ti eri addormentato, sfinito dal viaggio iniziato all'alba e dalle troppe emozioni degli ultimi giorni.

Ti guardavo dormire, passandoti le mani fra quei capelli tanto lisci e fini da sembrare eternamente umidi, registrando con una parte della mente, si potrebbe dire con la coda del cervello, piuttosto che con la coda dell'occhio, ogni tuo respiro e piccolo aggiustamento,  mentre pensavo a ciò che tuo padre aveva fatto. A cosa ti aveva fatto, per amor di precisione.
Avevo letto, in uno dei libri di mio padre, che era un uso abbastanza comune fare quel che aveva fatto lui, durante il vemtennio fascista, ma zio Lucio aveva, vediamo, ventinove anni quando eri nato tu, quindi, ora che tu ne avevi quattordici, quarantatre anni. Decisamente troppo giovane per essere stato influenzato dalle usanze di quei tempi. Quindi la domanda rimaneva.
Con quale tipo di idee nella testa un padre, un padre di famiglia, normale e responsabile,  fa una cosa del genere ad un figlio di quell'età?  Era anche da considerare che lo zio, proprio un padre normale e responsabile non lo era. Sembrava ossessionato dall'idea di renderti forte, indipendente e, in un certo qual modo, cattivo. Non era la parola adatta, me ne rendevo conto, ma non avrei saputo quale altra usare. Voleva vederti reagire, sempre e comunque,  in qualunque situazione, con una decisione e un'autorità che tu, di certo, non potevi ancora avere.
Poi c'era il fatto che tu avevi detto che quelle donne lo avevano salutato chiamandolo per nome. Il che, stando a quanto ne sapevo io, significava che lo zio era un frequentatore abituale di quel posto. Questo a cosa ci portava? Fino a che punto nella sua testa poteva essere normale frequentare una casa di prostitute, con una moglie a casa? Dare un bacio alla zia sulla porta prima di partire, come l'avevo visto fare giovedì mattina e poi, a sera, con quella stessa bocca baciare una donna a pagamento?
Ero immersa in questi misteri, per me profondi ed insondabili ancora ad oggi, quando tu hai aperto gli occhi, senza dare alcun segnale di risveglio, improvvisamente lucido dove un attimo prima eri completamente rilassato in un sonno profondo. Mi hai spaventata e ho avuto un sussulto, trovandomi da un momemto all'altro a guardare diritto nei tuoi occhi chiari.
Hai sorriso e mi hai accarezzato il viso, alzando la mano.
"Andiamo fuori un po', prima di pranzo?" Mi hai chiesto.
"Va bene."
Abbiamo preso le giacche e ci siamo avviati per le scale. Lo sguardo esaltato, malsano, che avevi negli occhi quel mattino, non c'era più,  sostituito da un'espressione tranquilla, di chi è in pace con se stesso.
Uscimmo nell'aria umida di novembre e iniziammo a camminare, fianco a fianco, i nostri passi che diventavano rapidamente sincronici, adattandoci l'uno al ritmo dell'altra senza alcuna premeditazione, in un'abitudine lunga di quasi dieci anni.
Camminavi con le mani affondate nelle tasche dei jeans sotto il giubbino corto color amaranto, lo sguardo a terra, immerso nei tuoi pensieri,  mentre io, accanto a te, lasciavo che l'aria grigia della tarda mattinata mi spazzasse via di dosso tutto quello che avevo pensato prima. Era sempre così, fra noi. Come le nostre gambe, anche le nostre teste sapevano sincronizzarsi allo stesso ritmo, senza bisogno di alcuno sforzo volontario, e noi nemmeno ce ne rendevamo conto.
Piegammo a sinistra, sulla strada grande, allontanandoci dall'abitato. Gli scheletri degli alberi alti che fiancheggiavano la strada vennero presto sostituiti dalle siepi, un po' inselvatichite dall'autunno, e poi solo dall'erba stenta del ciglio della strada. Finì l'asfalto e camminammo sulla strada bianca, calciando di tanto in tanto un sasso.
Una macchia di verde, un'accozzaglia di malerbe, ancora sfacciatamente rigogliose in barba alla stagione si profilò in fondo alla strada e d'improvviso mi resi conto che avevamo ripercorso, quasi passo a passo, la strada che avevo fatto io, due anni prima, quando ero scappata via da te, il giorno che a scuola avevamo saputo che era un problema serio, per noi, essere cugini.
"Oh, ma lo sai dove siamo?" Ti ho chiesto, fra lo stupito e il divertito.
Hai alzato gli occhi, riscuotendoti evidentemente da una profonda riflessione e ti sei guardato attorno, annuendo.
"Il giorno della lezione su Umberto Primo sono venuta qui, ti ricordi?"
Un sorriso acido ti sfiorò il volto.
"Una bella giornata rilassante, anche quella lì. Di quelle da incorniciare." Rispondesti in tono amaro, calciando i sassi della strada. "Vorrei sapere perchè per noialtri deve essere sempre tutto così fottutamente complicato."
Eri turbato, e molto, e, nonostante io non vedessi alcuna causa scatenante, pensavo che forse quel che avevi passato nei tre giorni con tuo padre avesse finito per farti arrabbiare, alla fin fine. Non avrei nemmeno potuto darti torto.
Mi voltasti le spalle, volgendo lo sguardo al campo oltre il ciglio della strada, che in quella stagione era un mare di zolle smosse senza un filo di verde.
"Perchè è tutto così difficile, sempre, per quanto uno tenti di fare le cose a modo, Bea? Lo sai, tu?" Voltasti appena lo sguardo da sopra la spalla, il sopracciglio inarcato, aspettando una risposta che non avevo. Scossi il capo.
"Beh, neanche io lo so, perciò siamo pari. Però so che io tento di fare le cose fatte bene. Di fare bene il mio lavoro, di essere ordinato, di essere educato e di non rompere i coglioni a nessuno. E cosa ne ottengo? Cosa? Di essere sempre trattato come...come un...boh. Un boh. Perchè a esser sinceri non lo so mica chi si meriterebbe di essere trattato così." Ti voltasti, guardandomi diritta in faccia.
"Lo so che adesso tu pensi che io stia dicendo solo di mio padre. Ma magari.  Mio padre è un coglione, questo è un fatto, ma mi piacerebbe che fosse l'unico dei miei problemi. Mi hai chiesto tante volte cos'ho, è vero? Vuoi saperlo? Ho che sono stanco. Ho cambiato scuola, ho cambiato città e in capo a due settimane mi sono trovato punto e a capo, a essere quello che tutti prendono in giro, a essere quello che tanto è uno stronzo, quello che non parla con nessuno e via dicendo. Ma possibile che a nessuno gli venga in mente che magari non sono io che non parlo con nessuno, a nessuno che parla con me? Ti sembra logico? Cosa ho mai fatto di male? Che dove sbatto sbatto, qualcuno che mi tratta come fossi uno stronzo, un bastardo di quelli da non rivolgergli neanche la parola, lo trovo sempre? Eh? Sul serio, Bea, dimmelo. Sono così antipatico, io?"
"Dario, lo sai, per me sei simpatico. Io mi sono innamorata di te, perciò a me tanto male non sembri, ti pare?"
"Ah! L'altra parte divertente della cosa! Fra tutti quelli che ho attorno, sono l'unico che ha una ragazza sul serio, una ragazza talmente bella e in gamba che se lo sapessero si mangerebbero tutti il fegato e guarda un po': non posso dirlo a nessuno. Che meraviglia!"
Eri talmente tanto amareggiato, talmente deluso, che faticavo a trovare qualcosa da dirti. Dopotutto, i tuoi problemi nella nuova scuola erano proprio quelli che avevo previsto, né più né meno, e il vedere confermate le mie paure dell'estate mi scoraggiò profondamente.
"Senti, Dario..."
"Sto ascoltando."
"Lo sai che non posso risolverli, quei problemi, anche se lo fare con tutto il cuore. Ma il fatto che tu ti faccia condizionare da una ventina di ragazzini al punto da non dormirci la notte mi sembra ridicolo. Nin vogliono parlarti? Peggio per loro! A te che ti frega? Ti sono così simpatici?"
"Mi sento solo."
"Hai me."
"Mi sento stanco."
"Ti aiuto io."
"Mi sento debole."
"Ti difendo io."
Scuotesti la testa, con aria incredula.
"Hai dell'incredibile, lo sai? Lo sai che sono io che dovrei fare così con te?"
"Lo farai, quando ne avrò bisogno. Per adesso, ci penso io a te. Gli altri non potranno mai volerci bene, Dario. Io appartengo a te e tu a me e gli altri lo sentono, a un qualche livello, che non c'è spazio abbastanza per qualcun altro."
"Ma tu un'amica ce l'hai." Protestasti debolmente.
"Ma anche tu avrai degli amici, appena imparerai a non andare in giro con scritto in faccia tutto quel che pensi. Altrimenti tutti leggeranno sempre un bel cartello 'non mi serve nessuno' e, dato che invece alla maggior parte della gente serve qualcuno, ti scarteranno a priori."
"E tu da quand'è che fai dei ragionamenti così complessi, nanettina?"
"La minore distanza fra i miei polmoni e il mio cervello permette un'ossigenazione più efficiente. Tu, invece,  stai evidentemente raggiungendo la morte dei neuroni, poveretti, tutti e tre." Ti risposi in tono compunto.
"Mi sa che hai anche ragione. " annuisti tu serio.
Ci riavviammo verso casa, chiacchierando del più e del meno. Avevi tante cose da raccontarmi, ora che non ti seccava più parlarmi della tua scuola e io avevo tante cose da chiederti. Fino a che non arrivammo vicini alla strada grande, ci tenemmo a braccetto, ma poi dovemmo smettere. Nessuno ci doveva vedere.

giovedì 24 aprile 2014

Trentanove

Mi svegliai la mattina successiva al trillo meccanico della sveglia: l'avevi puntata tu, quando all'alba eri scivolato fuori dal mio letto, per timore che tuo padre venisse a svegliarti e ci scoprisse.
Mi vestii dei primi indumenti che mi capitarono a portata di mano e scesi gli scalini a due e a tre alla volta, per strappare un minuto in più con te alla mattinata e ti trovai seduto in cucina, intento ad affrontare con piglio deciso una quantità di colazione che avrebbe scoraggiato uomini più forti ed esperti di te. Alzasti lo sguardo verso di me e mi lanciasti un radioso sorriso a bocca piena, indicandomi con la mano di mangiare qualcosa. Per quanto avessi cercato di fare da paciere nei tuoi confronti, dopo la proposta, o meglio, l'ingiunzione di tuo padre, mi sentivo profondamente rattristata dalla tua partenza e fu solo per farti felice che, sedutami di fronte a te, presi a mordicchiare una fetta di pane tostato.
Non ci fu il tempo di dirci nulla. Appena pochi minuti e nella stanza entrò lo zio, infilandosi una spessa giacca di montone. Appariva, ai miei occhi, più monumentale che mai, con quella pelle morta indosso, le spalle larghe come una trave, il torace che gli tendeva la camicia e la statura di un gigante.
"Allora, tutti mattinieri, oggi, bene! Sei pronto, mezza tacca? Hai fatto il pieno?" Chiese a voce troppo alta, traboccante di allegria. Era davvero felice di partire con te, si vedeva, ti sorrideva con un sorriso largo, generoso, che gli avrei volentieri strappato dal viso con tutta la violenza di cui ero capace. Ti avrei voluto per me e per me sola, ogni secondo che potevamo passare insieme e lui ti portava via così, come niente fosse. Con quel sorriso da ragazzino sulla faccia mi strappava l'aria per respirare, mi toglieva il sangue dalle vene. Dopo tutto quel tempo senza potermi gustare una giornata con te, ti portava via ora che avresti potuto stare con me quattro giorni.
D'improvviso il pezzetto di pane che avevo in bocca sembrò gonfiarsi ad un volume spropositato e diventare di spugna, provocandomi la nausea. Presi il tovagliolo e, girandomi appena per nascondere ciò che facevo, fingendo di pulirmi le labbra lo sputai. Mi sentivo lo stomaco piccolo e duro come un sasso, annodato e strizzato come uno strofinaccio dopo un'energica centrifuga. Il mio gesto sfuggì forse a tuo padre, mentre si rifletteva nei vetri della cristalliera con la sua nuova giacca, ma non ai tuoi occhi acuti.
"Quasi pronto, papà. Saluto Bea, prendo la mia roba e scendo subito, due minuti."
"Ma non l'hai già salutata, questa qua?" Chiese lo zio ridendo. Fece un movimento con la mano verso di me, come ad arruffarmi i capelli, ma la ritrasse prima di toccarmi. "Va bene, ti aspetto qua nell'ingresso, muoviti."
Annuisti e, ficcatoti in bocca un ultimo boccone di cibo, ti alzasti dalla sedia, facendomi cenno con la testa di seguirti. Salimmo le scale, una volta tanto senza correre, per prendere la borsa dalla tua stanza.
"Calmati, vuoi?" Mi domandasti senza acrimonia sul pianerottolo.
"Sono calmissima."
"Non è vero, lo sai anche tu. Mi dispiace lasciarti così. Cosa posso fare per farti stare meglio?"
"Leghiamoli tutti in cantina e godiamoci il ponte." Ti risposi ironica. Cercasti di ridere, senza ottenere un grande successo e mi abbracciasti forte, dondolando appena sui piedi.
"Mi manchi già."
"Smettila, deficiente, che mi fai piangere."
"Va bene. Allora non mi mancherai per niente. Già adesso non mi manchi affatto."
"Sei stupido, lo sai?" Risi piano cintro la tua spalla e tu mi stingesti di più, schiacciandomi contro il tuo petto, impedendomi di respirare. Tentai di respingerti, sempre ridendo, ma eri molto più forte  di me.
"Oh, non respiri? Come mai? Dipenderà forse dalla tua fragilità femminile? Ti senti sopraffatta dall'emozione?" Scherzasti, pescando alcune delle più altisonanti frasi di tua madre.
"Lasciami, ritardato!" Protestai, con la voce soffocata dalla tua stretta.
"Cosa? Non si capisce niente quando parli! Cos'è, la lingua di voi pigmei? Io no capire tua lingua, piccola donna!"
Ridevamo entrambi e mi lasciasti andare, sciogliendoti dall'abbraccio lentamente e quasi con riluttanza.
"Ecco, vedi? Così va meglio, così ti voglio vedere. Non vado mica in guerra, alla fine. Torno in tempo per il pranzo di domenica." Parlavi con un tono calmo, protettivo, ma gli occhi ti luccicavano di lacrime.
Feci finta di non vederlo, in omaggio allo sforzo tremendo che stavi facendo per mantenere il controllo, e, presa la tua mano, mi incamminai verso camera tua, precedendoti di un passo.
"Ma si, hai ragione. Sai cosa? Mi sa che ne approfitterò per dormire. Sonnellino pomeridiano, a letto presto la sera e niente sveglia la mattina. Una bella cura del sonno. Che ne dici? Così, poi, mi passa anche più in fretta."
Eravamo arrivati in camera tua e tu, chino sul letto dove giaceva la tua borsa ancora aperta, ne ispezionavi il contenuto, controllando un'ultima volta di non aver dimenticato nulla. Non parlavi più e anche a me, nonostante l'impegno, vennero meno le parole quando il rumore della cerniera che chiudeva il tuo bagaglio rese evidente che era arrivato il momento di separarsi.
Scendemmo le scale in silenzio, tu davanti a me con la borsa buttata sulla spalla e io che cercavo di confezionare un sorriso convincente approfittando del fatto che mi davi le spalle. Nell'atrio ti aspettava tuo padre, già pronto, chiacchierando con tua madre, rilassato e contento. Non mi sentii di avvicinarmi e rimasi ai piedi della scala, reggendomi al pilastro del corrimano, per sostenermi.
Ti guardai infilare il tuo nuovissimo piumino amaranto e baciare sulla guancia tua madre, mentre lo zio buttava nel bagagliaio aperto della berlina la tua borsa e tornava indietro, a baciare sua moglie e a prendere te. 'Non mi ha dato neanche un bacio per salutarmi' pensai, guardando baciarsi i tuoi genitori e il mio stomaco subì un'altra strizzatina, come un povero animaletto travolto sulla strada che le ruote delle auto non riescono ad evitare. Ti girasti prima di uscire e io inalberai il mio sorriso confezionato per salutarti. Con aria indifferente, la mano già sulla porta, dicesti:
"Ah, Bea, quando torno poi riprendiamo il discorso di ieri sera." Un sorriso provocatorio ti illuminò "guarda che non mi dimentico."
"Va bene. Ma resto della mia opinione."
"Vedremo, vedremo." Dicesti, affrettandoti a chiuderti la porta alle spalle, per non perdere il privilegio dell'ultima parola. Non riuscii a restare impassibile e dovevo avere un'espressione molto singolare, perchè feci in tempo quasi a dimenticarmi della presenza di zia Sissi, prima che lei mi domandasse:
"Di cosa parlavate, ieri sera?"
"Di ragazze, zia."
"Ah. E che cosa...esattamente..."
"Ma, zia, le solite cose. Quelle che interessano a tutti i ragazzi della sua età." La assaettai, prima di correre su per la scala.
Prima di rientrare nella mia stanza per sdraiarmi e lasciare al mio povero stomaco strizzato il tempo di riprendersi, feci una rapida fermata nella tua, per rubare, da sotto il cuscino,  la giacca del tuo pigiama con cui dormire, col tuo odore addosso, quella notte.

Furono tre giornate silenziose e svogliate, che passai in gran parte rincantucciata in una delle grosse poltrone dell'atrio, con la sola compagnia del mio libro di latino, mentre mio padre, a casa anche lui per le festività, e la zia chiacchieravano vivacemente di qualsiasi argomento solleticasse la loro conversazione, qui e là per tutta la casa.
La sera del sabato me ne andai a letto trascinando i piedi, dopo aver tradotto la mia prima riga di Giulio Cesare, cercando di essere felice di sapere che 'la Gallia è divisa in tre parti' e di non pensare a te.
La mattina successiva venni svegliata da qualcosa di grosso e terribilmente pesante, che venne lanciato a tutta forza sul mio letto, schiacciandomi e togliendomi sia il fiato che la possibilità di districarmi dalle coperte. Mentre lottavo furiosamente col lenzuolo che il peso da una parte e la parete dall'altra mi avevano inchiodato addosso, col cuore in gola per il brusco risveglio, sentii la tua voce.
"Dai, che sono già le nove, posapiano!"
"Dario?" Chiesi mezzo soffocata, ancora sotto la coperta.
"Ma perchè, c'è molta gente che ti salta sopra il letto? Perchè nel caso, dovresti dirmelo!" Mi liberasti dalle coperte con un violento strattone che le fece precipitare in un unico mucchio scomposto ai piedi del letto.
"È il mio pigiama quello lì!"
"Solo il pezzo di sopra."
"Ma perchè ti sei messa...ah, ho capito. Me lo dai un bacio?"
"Cosa ci fai già qua?"
"Siamo partiti alle sei, stamattina." Rispondesti, prendendoti il tuo bacio. "Non sei felice?" E tu, felice, lo sembravi davvero, anche troppo, quasi esaltato, con gli occhi che brillavano e le guance accese di una tinta rosa del tutto inusuale.
"Allora, ti sei divertito?" Ti dimandai di malumore.
"No, ma ti assicuro che ho imparato un sacco di cose."
"Tipo?"
Dissentisti col capo, tirandomi per la mano.
"Prima la colazione.  Dai, su, sbrigati, devo dirti un mucchio di roba e mi servi sveglia!"
"Va bene, va bene, mi vesto."
Mentre racattavo un paio di pantaloni e un maglione dalla sedia accanto al comodino, tu, incapace di stare fermo, giravi per la stanza raccogliendo ora un libro, ora un abito e rimettendolo a posto con gesti meccanici, i pensieri evidentemente altrove.
"Ma lo sai che sei una gran confusionaria?" Domandasti divertito.
"Eh, Dario,  niente nuove, buone nuove!"
Fu una colazione lampo, tanto rapida che mi scottai le labbra con il caffelatte, dato che non avevo il tempo di lasciarlo raffreddare, dopo la quale venni tirata, incitata e strattonata fino a trovarmi, ora completamente sveglia e funzionante, seduta sul bordo del mio letto con te davanti, a gambe incrociate sul tappeto.
"Allora, senti, sono successe delle cose. Adesso ti racconto tutto, ma devi promettermi di non arrabbiarti e di ascoltarmi finché non ho finito."
"Dopo, quando hai finito, mi posso arrabbiare se è il caso?"
"Se pensi che sia il caso, si."
"Va bene, allora, prometto."
"Allora, siamo partiti giovedì, giusto? E il viaggio fino a su è lungo, più di due ore, ed eravamo in silenzio totale. A un certo punto, senza motivo, mio padre attacca a parlare, così,  come se fossimo a metà di un discorso, sai, una tirata tutta d'un fiato 'io e tua madre siamo preoccupati, perchè stai mettendo su una brutta cera, e poi sei sempre attaccato a quei libri e non parli più, neanche in casa. Guarda che qualsiasi cosa, tu puoi parlarne, in casa, che non succede niente, nessuno ti fa niente. Se c'è qualcosa che ti preoccupa, qualche pensiero, una qualche domanda che non sai a chi fare, a noi puoi farla. Lo so che certe volte mi tocca essere severo con te, ma sono pur sempre tuo padre' e roba cosi, sai, tutta su questo genere qua."
"E tu? Che gli hai detto?"
"Eh, io allora ho aspettato che finisse e gli ho detto: 'a essere sincero una domanda ce l'avrei, ma non so se sono cose che si domandano a'"
"Cosa vuol dire 'che si domandano a'?"
"Eh, vuol dire che lui non mi ha lasciato neanche finire e mi fa: 'a me puoi chiedermi tutto, come se fossi sotto segreto. Ti prometto che non ti sgrido'. E allora io gli ho detto: 'sicuro che non ti incazzi come al solito?'  E lui: 'sicuro, tira fuori.'"
"E tu cosa gli hai chiesto?"
Sorridevi, anzi, sogghignavi, senza guardarmi in faccia.
"Io ho preso fiato un attimo e gli ho chiesto: 'va bene, allora, a parte la questione tecnica, che la so, com'è esattamente che si fa a fare l'amore con una ragazza?'"
"Non è vero!" Gemetti io prendendomi il viso fra le mani. Proprio non ti ci vedevo a chiedere una cosa del genere, spudoratamente,  a tuo padre. Tu ridesti, buttando la testa all'indietro, e mi confermasti:
"Giuro! Non so da dove ho tirato fuori il coraggio, pensavo che mi prendessero fuoco le orecchie!"
"E lo zio cosa ti ha detto? "
"Ci credi se ti dico che si è messi a ridere come un matto? Mi fa: 'ah, avevamo un bel da preoccuparci che ti consumassi sui libri, sono questi qua i pensieri che hai? Va bene, alla fine dei conti sei figlio mio sul serio, mica solo di nome. Te lo spiego, te lo spiego.' E dopo mi ha chiesto se mi piace solo, la ragazza, o se ci sto assieme."
Mi sentii agghiacciare, ma era normale, a ben pensarci, che lui fosse convinto che tu avessi un filarino. Per quale altro motivo al mondo avresti mai dovuto fare una domanda del genere?
"E tu cosa gli hai risposto?" Ti chiesi turbata.
"Che è una cosa a metà.  Che non è la mia ragazza ufficiale, ma ogni tanto ci...appartiamo, ecco. La verità, insomma."
"Va bene. E te l'ha poi spiegato?"
"Ecco, si e no. È qui che sta la parte complicata. Senti, Bea, non ti arrabbiare."
"Te l'ho già detto che non mi arrabbio, vai avanti."
"Mi ha detto che me lo spiegava la sera. Quando siamo arrivati doveva sbrigare delle faccende e mi ha lasciato in albergo per un po'. Dopo pranzo mi ha dato un po' di soldi e mi ha detto di farmi un giro per il centro, che dopo cena dovevamo fare un discorso da uomini. E poi a cena mi ha chiesto se sapevo tenere un segreto. E io gli ho detto di si. Del resto, io e te siamo bravissimi a tenere i segreti, no?"
"Direi di si."
"Allora mi ha detto che se giuravo di tenere la bocca chiusa quella sera mi portava a trovare delle sue amiche e che dopo non avrei più dovuto chiedere niente a nessuno,  su certi argomenti. Insomma, ero curioso e ho risposto che si, a me andava bene. Allora dopo cena siamo montati in macchina e mi ha portato fuori dal centro, in un palazzo tutto di appartamenti. Ha suonato e siamo saliti. E nell'appartamento, Bea, ma era grande, c'erano solo delle donne, sai, di quelle lì.  Ci sono rimasto male anche io, credimi."
"Di quelle lì cosa?" Chiesi senza capire. Sospirasti stringendo gli occhi.
"Erano delle prostitute, Bea. Delle puttane, a voler essere chiari."
Mi sentii morire. Quel mostro, quel viscido, quello schifoso ti aveva portato da delle prostitute. E nemmeno la mia ingenuità era tale da poter credere che ti ci avesse portato per farti impartire una lezione teorica.
Sentii il sangue montarmi alla testa e, contemporaneamente, defluire dal viso, lasciandolo freddissimo.
Dovevo essere impallidita parecchio, perchè ti avvicinasti sollecito e preoccupato.
"Oddio, scusa, ci sono andato giù un tantino troppo esplicito?"
"Ti ha portato a puttane. Tuo padre."
"Eh, si."
"Lo ammazzo. Giuro su dio che lo ammazzo."
Senza dire altro mi abbracciasti la vita, in ginocchio sul tappeto, posando la testa sul mio petto. Ti passai le mani fra i capelli, cercando in me stessa una calma che sembrava sparita in via definitiva. Il seguito del tuo racconto avrebbe dovuto aspettare un poco.

martedì 22 aprile 2014

Trentotto

Ricordo come un sogno quei primi mesi di liceo, o meglio, di ginnasio. Non perchè fossero particolarmente belli, non lo furono affatto, ma perchè dei sogni hanno, nel mio ricordo, la qualità frammentaria e slegata. Studiavo come una pazza, sudando sulla Grammata greca, sulle prime declinazioni, sui basamenti della letteratura e della storia, che pensavo di conoscere a menadito ed, invece, scoprii di non aver nemmeno scalfito in superficie. Già un'ora prima dell'inizio delle lezioni ero immersa nel ripasso e terminavo i compiti regolarmente dopo cena. Fra tante fatiche continuavo ad approfondire, in classe, la mia comoscenza con Federica, la compagna di banco che una sorte benigna aveva voluto affiancarmi, e mi stupivo ogni giorno di più scoprendo che potevo ridere, scherzare ed essere in accordo con qualcuno conosciuto per caso, poche settimane prima. Era una ragazza aperta, ironica e gentile, che, senza saperlo, mi aiutò moltissimo ad imparare come parlare con i miei coetanei.
Tu eri quasi più impegnato di me. Spesso l'uno o l'altro dei tuoi genitori doveva passare nella tua stanza, ben oltre l'orario in cui di solito ci davamo la buonanotte, per ingiungerti perentoriamente di 'chiudere quei maledetti libri e metterti a letto', per dirla con tuo padre.
Quasi ogni notte, poco dopo il forzato spenimento delle luci, venivi ad infilarti nel mio letto, dicendo che non potevi dormire di là, da solo con tutti i libri di testo. Dormivi poco e male e dimagrivi a vista d'occhio.
Non saprei dire quante volte al giorno ti domandassi della tua nuova scuola, cercando di farti raccontare qualcosa, se non proprio tirare fuori quel che ti stava consumando. Perchè ti stavi consumando di un qualche genere di affanno e si vedeva bene. Tu, però, preferivi non parlare e ad ogni mia domanda non avevo altra risposta che un 'tutto bene', frettolosamente biascicato, prima che scuotessi la testa e passassi ad altri argomenti.
Io, da parte mia, ti raccontavo tutto ciò che succedeva in classe e mi impegnavo a tirare fuori ogni giorno qualcosa di divertente, un qualche aneddoto che potesse farti fare almeno un sorriso. Eri affascinato dall'amicizia nascente fra me e Federica e nin ti stancavi mai di stare a sentire lunghi racconti su cosa lei avesse fatto e detto, come io le avessi risposto e mille altre piccole sciocchezze simili. Sembrava che volessi studiare, attraverso le mie parole, un fenomeno strano e incomprensibile, fino a sviscerarne ogni minimo dettaglio del funzionamento, e con ogni probabilità era davvero così: stavi cercando di capire come farti degli amici.
La notte, quando ti infilavi nel mio letto, ti stringevi a me, serrandomi sul tuo petto come un amuleto contro i tuoi incubi e mi dicevi, con voce sommessa: "parlami". Solo al suono delle mie parole, cullato da quei lunghi monologhi a bassa voce, infine, prendevi sonno; anche nel mezzo della notte, però, bastava che mi spostassi un poco, staccandomi dal tuo corpo, perchè tu ti svegliassi a mezzo per cercarmi eed abbracciarmi di nuovo.

Passarono così mesi interi e sotto i tuoi occhi si disegnarono grandi ombre scure che si allargavano fin sugli zigomi, che sporgevano più che mai. A quel punto, anche i tuoi genitori erano perecchio preoccupati e la zia cercava in ogni modo, con le moine, con le minacce, con ordini diretti, di cavarti fuori il motivo di tanta pena. Tu resistevi, stoico, a tutte le sue insistenze, mettendole da parte cin una scrollata di spalle e un reciso "lasciami stare, devo studiare".
Arrivò novembre e, con novembre, il ponte per la ricorrenza dei morti. Avremmo avuto entrambi quattro ambitissimi giorni di vacanza e già pregustavamo di passarli assieme, risprofondando nella nostra abituale simbiosi, quando tuo padre, la sera di mercoledì, ti batté sulla spalla al tavolo della cena.
"Oh, mezza tacca, prepara le tue robe che domani partiamo." Nin era una richiesta, né un invito, ma l'enunciazione di un dato di fatto. Alzasti gli occhi dal piatto con aria smarrita.
"Partiamo?"
"Si, vieni su con me dove lavoro. Stiamo un po' io e te, solo noi uomini di casa, che ti distrai un po'." Il tono era quello magnanimo del sovrano che elargisce un impensabile favore, ma l'espressione del suo volto, una volta tanto, era quella del padre preoccupato. Neanche a lui era sfuggita l'aria troppo stanca e troppo tesa, da fuggiasco, che tirava i tuoi lineamenti facendoti apparire non più grande, ma più vecchio. Sospirasti con aria stanca.
"Ma papà, veramente pensavo di fare altro in questi giorni. Cosa ci vengo a fare con te, se devi lavorare..."
"Niente discussioni, tu vieni con me. Vedrai che ci divertiamo."
Mi gardasti da sopra il tavolo, fra l'esasperato e il rassegnato, e io ti feci un piccolo sorriso di incoraggiamento. Ti avrei voluto tutto per me, non facevo che pensare a quanto sarebbe  stato bello poter passare quei giorni insieme da settimane, ma l'ultima cosa di cui avevi bisogno, in quel momento, era un litigio. Molto meglio che tu ti rassegnassi, e subito, a seguire zio Lucio nell'altra città, dove magari avresti perfino trovato davvero il modo di svagarti, piuttosto che contrastarlo apertamente, innescando uno scoppio della sua incontrollabile ira.
"Va bene." Gli rispondesti con voce sommessa, prima di chinare di nuovo la testa sulla cena. Lo zio ebbe un grugnito soddisfatto e ti lasciò in pace.
Toccò a me, nella serata, consolarti per quella che tu chiamavi 'una stupida seccatura' ed aiutarti a scegliere cosa ficcare nella borsa sportiva che ti avrebbe fatto da bagaglio e in cui tu insistevi a cercare di comprimere vestiti e libri assieme. Alla fine lasciasti a me il lavoro e ti sgogasti a camminare per la stanza, brintolando a mezza voce.
"Vieni di qua e vai di là e vieni con me e sti zitto e porca puttana non discutere. Se si comprasse un cane, così ha qualcuno che gli obbedisce come vuole lui, e mi lasciasse un po' stare?"
"Penso che voglia solo farti distrarre un po'. È preoccupato per te, Dario, sei sempre suo figlio..."
"Bella roba, adesso gli viene in mente! Dopo quindici anni! Adesso che voglio stare in pace per conto mio si mette in testa di fare il padre, di fare le scampagnate solo io e lui, i discorsi da uomo a uomo! Ma che cazzo ho da dirgli io, a lui?"
"Dario, ti calmi, per cortesia?" Ti chiesi un po' interdetta dalla furia che avvertivo nella tua voce.
"Si. Si, va bene, mi calmo. Ma continuo a dire che potteva risparmiarla sia a ma che a lui, questa stupidata." Ti sedesti sul bordo del letto, nascindendo il viso fra le mani. I tuoi nervi, già duramente provati dagli ultimi mesi, sembravano sul punto di saltare. "E poi volevo stare un po' con te." Terminasti,  senza alzare la faccia. Mi sedetti al tuo fianco, circondandoti la vita con le braccia.
"Ma andate via domani, no? C'è sempre stanotte."
Lasciasti cadere le mani in grembo e mi sorridesti.
"Si, c'è sempre stanotte." Rispondesti a bassa voce. Da qualche settimana, ormai, non andavamo oltre gli abbracci e le carezze, complice la profonda stanchezza e lo stato di prostrazione che ti pervadeva. In quel momento mi baciasti con un guizzo della tua abituale passione, quasi un'urgenza, passandomi una mano dietro la nuca per inchiodarmi a te. Quando ci staccammo, mi girava un poco la testa. Mi studiavi con occhi che brillavano di vivo interesse da sotto le ciglia bionde, valutando attentamente le mie reazioni al tuo bacio. Era un atteggiamento tanto familiare, da parte tua, che mi sembrò che i mesi di stanchezza e frustraziine che ti si erano accumulati addosso scivolassero via, come vecchi stracci cui cedesse finalmente l'ultimo punto di cucitura, permettendo i di vederti di nuovo. Ti sorrisi e tu mi sorridesti di rimando, con espressione furbesca, accarezzandomi lieve il viso. Non avevamo bisogno di usare la voce, per sentire la promessa che ci stavamo scambiando.
Quella notte ti ebbi, finalmente, di nuovo per me, per me sola, senza alcuno spauracchio scolastico a dividerci. Mi cercavi con le tue dita lunghe, destreggiandoti con cinsumata abilità fra gli impacci delle lenzuola, della camicia da notte e della mia biancheria e toccavi la mia pelle nuda, al di sotto, in un modo che mi rese un unico fascio di fuoco ardente. Ti sentii ridere sommesso quando ti strinsi forte, per impedirti di allontanarti da me, senza altro pensiero che quello di sentire ancora le tue carezze ovunque, sulla schiena, sul seno, sulle gambe e in qualunque altro punto tu riuscissi ad arrivare.
"Oh, mamma mia, ti sono mancato?" Mi provocasti a bassa voce. Non risposi, preferendo affondare i denti nelle tua pelle lisci ed elastica, poco sopra il bicipite. Facevo attenzione a non farti male, ma amavo troppo la consistenza della tua carne e il sapore del tuo sudore per riuscire a trattenermi. Mi afferrasti per i capelli, ficcando le mani a fondo, vicino alla testa, e mi staccasti con delicatezza.
"Vieni qui, vampira. Vieni da me." Sussurrasti, tirandomi sul tuo corpo e sdraiandoti supino. Ti offrivi a me senza alcuna difesa, senza remore, come un piatto prelibato che potevo sbocconcellare a mio piacere. Ti inflissi più di un morso quella notte e la cosa sembrò divertirti enormemente, finché, senza preavviso, mi prendesti per le braccia sdraiandomi al tuo fianco.
Eravamo parecchio eccitati e i nostri corpi, guidati da quella sorta di istinto o memoria ancestrale che cin tanta efficienza svolge il suo compito nell'insegnare l'amore a ogni creatura, erano in quel momento padroni assoluti del campo. A loro ci affidavamo, noi che di certe cose sapevamo poco o nulla, per poterci trovare l'un l'altra a dispetto del fatto di essere nati in due corpi distinti.
Ti sdraiasti sopra di me e, per la prima volta, avvertii il peso del tuo corpo sul mio. Mi sentii sciogliere, come se fossi diventata non più cinsistente dell'acqua e con la medesima forza di volontà. Ti desideravo come non mi era mai accaduto prima. Sentii la tua eccitazione, il rigonfiamento del tuo pene premere contro la stoffa che ci ricopriva, e i miei fianchi si sollevarono, portandovi a contatto la parte più sensibile di me. Ti sfuggì un suono che era per metà un sospiro e per metà un gemito e mi afferrasti, forte, per la vita con una mano, stringendomi contro di te, premendoti contro la mia intimità con la tua, facendomi quasi male.
Era, adesso lo capisco bene, una perfetta simulazione del sesso, solo con i vestiti addosso.
Ci strofinavamo l'uno contro l'altra, dondolandoci, persi in un desiderio più grande di noi stessi. Ti spingesti contro di me con forza a più riprese, provocandomi un piacere che avevo sempre ignorato, profondo, che sembrava avere radici fin nello stomaco e mi mozzava il fiato.
"Ti prego, Bea, ti prego..." sussurrasti, la bocca contro il mio viso, dopo poco.
"Cosa?" Chiesi.
"Ti prego, lasciamelo fare."
"Cosa?" Domandai di nuovo. Mi ero quasi del tutto strappata dal mio stato di delirio. Probabilmente, se tu avessi agito, invece di parlare, quella sarebbe stata la notte della nostra prima volta.
"Lasciami fare l'amore con te." Mi chiedesti, con un lamento nella voce. Non volevo. Non potevo. Ne ero follemente spaventata. Sapevo che per le donne era doloroso e che si sanguinava e non sapevo cosa avrei dovuto fare, esattamente.
"No." Risposi recisa.
"Per favore."
"No. Non se ne discute. No."
Con un profondo sispiro di infelicità, rotolasti accanto a me.
"Ma perchè? Anche tu ne hai voglia!"
"Perchè no, Dario. No e basta."
"Ho qualche speranza di convincerti?"
"Zero. Neanche una."
"Mi dai almeno un motivo?"
"Non so cosa devo fare. E neanche tu lo sai. E poi..."
"E poi?"
"Ho troppa paura."
Ti appoggiasti sul gomito per guardarmi in faccia. Non c'era rabbia nella tua espressione, solo un'infinita pazienza, come di chi si è proposto un compito immane e sa di aver appena cominciato.
"Va bene. Otterrò ulteriori informazioni, così poi ne parliamo e sappiamo cosa dobbiamo fare. Anche se mi sembra una questione abbastanza facile."
"Anche andare in bici sembra facile. Ti siedi e pesti i pedali. Ma fra dirlo e farlo, c'è una bella differenza, no? E poi dove cinti di ottenerle, le informazioni?"
"Beh, sto per passare tre giorni con mio padre. Di qualcosa dovremo pir parlare. O non penserai che mi metta a discutere di fisica con lui?"
"Ma, a tuo padre, sei sicuro?" Annuisti. Avevi l'arua decisa di chi intende portare a termine ciò che si è prefisso, dovesse pure rimetterci la vita. Pensando al fatto che ciò che tieri prefisso mi riguardava molto da vicino, mi sentii rabbrividire di fronte a quell'espressione, inesorabile.
Come ogni volta che qualcosa mi turbava, fu da te che cercai rifugio, seppellendo il viso sul tuo petto.
"Dai, su, stai tranquilla. Ti ho mai fatto del male, io?"
Mi chiedesti piano. Dovetti ammettere che avevi ragione e poi mi rincantucciai aul tuo cuore, certa che non avrei mai preso sonno.

sabato 19 aprile 2014

Trentasette

Lenta e inesorabile, l'estate si consumò e arrivò il giorno che precedeva l'inizio della scuola. Tutto sembrava in fermento. La giornata trascorse veloce, fra la preparazione dei libri nuovi e di tutte le altre sciocchezze che sottendono ad un giorno importante e la sera arrivò prima che potessi rendermene conto. Ti avevo aiutato a mettere la copertina ai tuoi libri, che tu sfogliavi con religiosa ammirazione, indicandomi i capitoli che ti parevano più interessanti, e poi mi ero ritirata nella mia stanza per decidere quali vestiti avrei messo.
Li osservavo, i miei vestiti nuovi, stesi fianco a fianco in truppe ordinate sul copriletto lilla.
Erano molto diversi dagli abiti che avevo indossato fino a quel momento ed erano il segno tangibile del primo grande successo della mia indipendenza: dopo uno scontro frontale con la zia, avevo ottenuto di poterli scegliere di persona e di un gusto più moderno.
Ora potevo contare su alcune paia di jeans, due paia di coloratissimi pantaloni stretti e una notevole riserva di maglioncini girocollo e camicette variopinte. Mi sarei mimetizzata alla perfezione, evitando sgradevoli attenzioni. Nel corso della lunga discussione, durata ben tre giorni, che aveva portato a quel mirabolante risultato, ero perfino riuscita ad ottenere lo stesso per te. Certo, non era stata una battaglia senza vittime o compromessi; la vittima, mio malgrado, eri stato proprio tu, trascinato di viva forza nella nostra discussione. Stavi passando per il corridoio, diretto probabilmente in giardino, fuori della portata delle nostre urla, quando io ti avevo indicato alla zia, dalla mia stanza.
"Dico, guardalo!" Le avevo ingiunto "sembra uscito da un dagherrotipo ottocentesco, gli manca giusto il colletto di celluloide! Non puoi pretendere che andiamo in giro così! Ci prendono per i fondelli anche i professori! Credi che ci piaccia sentirci ridicoli?"
"Mio figlio non si sente ridicolo vestito come lo vesto io!" Aveva vivamente protestato tua madre "diglielo, Dario!" Ti aveva apostrofato in tono autoritario.
Sgranasti gli occhi, trovandoci entrambe di fronte a te, a braccia incrociate e labbra imbronciate, chiamato ad arbitro della lite. Sapevo quanto tu detestassi il fatto di non poter scegliere come vestire, ma non mi aspettavo che ti opponessi apertamente a tua madre.
"Veramente...ecco..."
"Visto?" Nitrii trionfante in faccia alla zia "gli fanno schifo anche a lui questi vestiti da piccolo lord!"
"Be', oddio, schifo..."
"Ecco! Ecco, sei contenta?" Replicò lesta lei "a lui piacciono,  come te lo deve dire?"
"Signore, ragazze, mamma...per favore!"
"E smettila di mettergli le parole in bocca! E lo vesti, e decidi come tagliargli i capelli, e decidi cosa dice...lascialo parlare!"
"Ah, va bene!" Urlò la zia, ormai fuori dalla grazia divina "parla, allora!" Ti invitò.
Ti guardasti attorno, in cerca di una via di fuga e lei ti fece un cenno con la mano, come a dirti di sbrigarti a darle ragione. Da parte mia, non lo nego,  ti fissavo sfidandoti a darmi torto. Prendesti un grosso respiro e addossasti le spalle al muro.
"Papà! Papà puoi venire? Subito? Per favore?" Gridasti.
Preso fra i due fuochi, avevi deciso di chiamare i rinforzi. Un visibile sollievo ti si dipinse sul viso quando la figura massiccia di tuo padre sbucò dalle scale, venendo verso di noi con l'abituale passo ciondolante.
"Cosa cazzo è sto casino?" Chiese irritato "sono di sotto e si sente un pollaio che non ci si crede!"
Ci indicasti con la mano aperta, in un gesto di esasperazione, come a dirgli 'veditela un po' tu!' E lui si rivolse a noi con un grugnito, invitandoci a spiegarci. La zia parlava ad una velocità incredibile e nel giro di un minuto aveva esposto tutta la discusione, riuscendo perfino a punteggiarla di qualche considerazione su quanto io fossi maleducata.
"Allora se il ragazzino, qua, non parla faccio io: Sissi, è troppo grande per farsi scegliere i vestiti dalla mamma. Li sceglie lui e tu li accompagni."
"Anche io." Rimarcai truce, guardando entrambi a labbra strette.
"Niente gonne corte." Sentenziò lo zio.
"Non le voglio. Voglio i pantaloni. Mi sono stufata di rendermi ridicola."
"Pantaloni va bene. Basta che vai in giro coperta e non vestita come una...poco vestita, insomma. Tutto chiaro? A posto? L'avete finita?"
Annuii, soddisfatta del risultato e anche la zia dovette annuire a malincuore. Zio Lucio caracollò nel suo studio al piano di sotto e tu ti dileguasti, lasciandoci sole nella mia stanza.
"Vorrei proprio sapere cosa ti prende." Sussurrò la zia con aria stanca. Mi pentii di essere stata tanto brusca con lei. Con la vittoria in tasca, ero di uno stato d'animo ben più magnanimo e, sapendo bene dove battere per arrivare al suo cuore, mi avvicinai con aria modesta.
"Non voglio che ci ridano dietro, zia, tutto qui. Tutti gli altri ragazzi saranno vestiti come va di moda adesso e non voglio che pensino che noi non possiamo permetterci neanche un paio di jeans di quelli che vanno."
Sui suoi tratti si disegnò un sorriso di comprensione e allungò la mano verso di me.
"Ma tesoro, perchè non me l'hai detto subito? Non ci avevo pensato, che adesso vanno di moda i capi firmati per i giovani. Hai anche ragione, a tuo modo, poverina!" Strinse la mia mano nella sua, elargendomi il perdono,  dopo quella spiegazione e rimanendo in attesa di sapere per quale motivo non le avessi spiegato fin dall'inizio la cosa in quei termini. Mi trovavo in difficoltà. La verità era che non ci avevo affatto pensato, presa com'ero dal tentativo di raggiungere il mio obiettivo.
"Sai, mi vergognavo un po', zia. Avevo paura che mi sgridassi perchè mi hai sempre insegnato a non badare alle apparenze." Era anche vero. Ripeteva spesso quella frase, salvo poi proibirmi di indossare i vestiti dell'anno precedente in pubblico, per il timore di quel che la gente avrebbe pensato. La mia affermazione fece comunque breccia, spendendo un'aria di angelica soddisfazione sulla persona snella e diritta della zia.
"È vero, è vero, ma capisco che alla tua età un pochettino di vanità venga anche fuori. Sono stata ragazza anche io. Li scegliamo assieme, dai."
Così, col giuramento solenne di non indossare minigonne, ottenni per entrambi un bottino di ragguardevoli dimensioni, la mia fetta del quale mi stava davanti, ora, attendendo che scegliessi cosa indossare in quel primo giorno di scuola.
Un sottile velo di lacrime mi appannò lo sguardo, sfumando i colori e le forme degli abiti in una visione da caleidoscopio. Sapevo che avrei dovuto concentrarmi sulla scelta, ma l'unico pensiero che girava e rigirava nella mia mente, con la monotonia di un mantra, era quello delle cinque, lunghissime ore che avrei passato lontano da te, fra sconosciuti senza volto, senza poter avere neppure la rassicurazione di saperti nello stesso edificio e dei, giorni, dei mesi, che mi fronteggiavano come una lucida parete verticale, tutti da passare in quel modo. Non ci saresti più stato tu nel banco accanto al mio, pronto a proteggermi da chiunque.  Non avrei più avuto il piccolo, caldo piacere di vederti chino sul libro accanto a me.
Una stretta di angoscia mi prese nel punto fra il cuore e lo stomaco e respirai a fondo, cercando di allentarla. Avrei voluto respingere quella debolezza, farmi di marmo, per non sentirla. Sapevo che era sciocco sentire tanta tristezza per uma cosa del genere, del tutto normale sotto ogni punto di vista, ma questi pensieri non mettevano radici nel mio cuore, spazzati via dalla corrente dell'emozione che mi sopraffaceva.
Non avevo intenzione di rivolgermi a te. Non volevo e non potevo scaricare sulle tue spalle, certo già gravate dalla loro parte di peso, il carico di ciò che provavo, così mi avvicinai alla finestra e posai la fronte calda sul vetro, lascinado libero sfogo alle lacrime, per poi poter fare buon viso, una volta sfogata, di fronte a te.
La porta si aprì ed ebbi un sussulto colpevole, come se fossi stata intenta a qualcosa di vergognoso.
"Si?" Chiesi, cercando di dare un tono normale alla mia voce.
"Girati pure, guarda che sto di merda anche io." Rispondesti tu, con tono soffocato.
Mi voltai. Avevi richiuso la porta e ti ci eri appoggiato, con le spalle contro il legno. Ti passavi le mani sulla faccia, nel tentativo di calmare il tumulto interiore. Quando le abbassasti, lessi nei tuoi occhi gli stessi pensieri che si agitavano nella mia mente e mi mossi verso di te. Volevo che ne parlassimo, consolandoci a vicenda con tutta la ragionevolezza che il caso richiedeva, ma nel frattempo dovevi esserti mosso anche tu, perchè ci ritrovammo, in un attimo, abbracciati stretti in mezzo alla stanza, piangendo come bambini persi in un temporale.
La mia testa ti arrivava alla spalla, a quell'epoca, e perfino così potevo sentire il tuo povero cuore batterti in tonfi da maglio contro le ossa. Mi stringevi tanto forte da farmi male, ma non volevo che smettessi. Ti strinsi più forte anche io e rimanemmo così, senza dire nulla, per un tempo insieme infinito e troppo breve. Era tanto consolante, poter affondare il viso nel tessuto sottile della tua camicia, respirare il tuo buon odore, sentire la tua carne e le tue ossa, solide, reali, contro la mia guancia e il mio braccio. Ti ascoltavo respirare e ascoltando mi calmai, lentamente. Anche tu, pian piano, ti calmasti, rimanendo allacciato a me, il viso posato sui miei capelli, le mani sulla mia schiena, il tuo corpo sottile fra le mie braccia.
"Ce la faremo." Ti dissi a bassa voce dopo un po'. Tu annuisti senza staccarti.
"Bea? Ti ricordi quando eravamo piccoli e ti ho detto che ti volevo sposare? Te lo ricordi?"
"Certo."
"Adesso non sono più piccolo." Con un morbido movimemto della spalla mi scostasti da te, quel tanto che ti permetteva di vedermi in faccia. Eri serio e pallido, le chiazze rosse del pianto in alto sugli zigomi e gli occhi lustri. "Bea, per favore, vuoi sposarmi? Appena finiamo la scuola?"
"Lo sai che noi forse non possiamo..."
Scrollasti il capo con impazienza.
"Hai capito cosa voglio dire. Non mi serve un certificato per sposarti. Basta che tu mi dica di si. Se lo vuoi davvero. Pensaci un momento, adesso lo sai cosa vuol dire. Io ci ho pensato e non vorrei nessun'altra, anche se fosse la regina di Saba. Ma devo sapere com'è per te."
Rimasi in silenzio per un momento, più che altro per farti felice. Nel mio cuore conoscevo la risposta da sempre. Per quante difficoltà ci ponesse la legge, quella morale o quella dei codici, per quanto disprezzo ci saremmo attirati, perfino dai nostri genitori, e lo sapevo, e per quanto mi rendessi conto che i tuoi scoppi d'ira non mi avrebbero resa la vita facile, non avevo alcun dubbio. Sentivo che eravamo stati creati a quello scopo, che sarebbe stato sbagliato per me chiunque altro. Mi provocava un brivido di disgusto, l'idea di immaginarmi con un altro, come fosse una cosa schifosa.
"Si, Dario. Appena avuto il diploma, andremo via assieme. E se possiamo sposarci, ti sposerò."
"Mi dispiace, non posso neanche regalarti un anello. Sarebbe un po' dura da spiegare ai nostri."
"Lo so. Non mi serve, comunque, tranquillo."
"Aspetta! Ho un'idea!" Ti illuminasti come un fuoco d'artificio e scappasti via, lasciando la porta aperta. Rimasi ferma e diritta sui fiori stinti del tappeto, con un mezzo sorriso che mio malgrado mi stendeva le labbra, nel vederti tornare tanto vivace, e tu tornasti in un lampo, le tue lunghe falcate irregolari che rumoreggiavano in corridoio ed entrasti dalla porta con aria solenne e divertita al tempo stesso.
"Te lo ricordi questo?" Avevi qualcosa nella mano e, quando la apristi, sul tuo palmo luccicava il piccolo drago dorato che ti avevo regalato per il natale di tanti anni prima. Annuii, contagiata dal tuo entusiasmo, e dopo una breve ricerca ritrovai il piccolo angelo che tu avevi scelto per me. Te lo mostrai e i due ciondoli luccicarono piano, uno accanto all'altro, sui palmi accostati delle nostre mani.
"Ce li rimetteremo. Sarà quasi come un anello, no? Così se mi manchi, almeno ho questo e tu lo stesso."
"Ma non avevi smesso di portarlo perché ti dava un'aria effemminata?" Ti domandai con un sorriso. Ti stringesti nelle spalle, mentre tentavi di allacciarti la catenina sottile dietro la nuca.
"E allora? Non penso che la ragazza che mi piace smetterà di parlarmi per questo...o no?"
Ti sfilai dalle mani la catenina e, girato il fermaglio verso di me, lo allacciai prima di girarmi per permetterti di fare lo stesso per me.
"Direi di no. Dopotutto, credo che continuerò a parlarti."
Mi girai verso di te e tu mi sistemasti il ciondolo nello scollo della camicetta, con attenzione, come compiendo un rito.
"Hai paura per domani?" Ti chiesi.
"Ho paura per i prossimi cinque anni." Sospirasti tu. "Vieni a scegliermi i vestiti? Io non so cosa fare. Sembro sempre e comunque un grosso scemo."
"Ma smettila! Non è vero! Sei alto, ma non grosso."
"Divertente. Davvero."
"Tu aiuti me? Neanche io so bene come vestirmi."
Quando tua madre salì per chiamarci a cena, ci trovò impegnati nella cernita dei vestiti, contornati da una solenne confusione e relativamente sereni.

Il giorno successivo, col cuore che mi batteva in gola, partii da casa sulla macchina di mio padre, con le sue parole che mi suonavano nelle orecchie senza mai assumere un significato, e mi ritrovai di fronte alla facciata dell'edificio cui sare dovuta tornare, giorno dopo giorno, negli anni a venire.
Una miriade di zaini e di vestiti colorati si stendevano fra me e la porta e tutti i proprietari di quegli accecanti accessori sembravano parlare contemporaneamente, creando una cacofonia caotica.
Mi feci strada fino alle vetrate che circondavano l'ingresso e attesi il suono della campanella. Giravo attorno gli occhi, cogliendo qui una risata, là un profilo, dall'altra parte ancora una mano che sventolava una sigaretta accesa. Mi appariva tutto confuso e spezzato e mi resi conto che non stavo respirando. Presi aria a grosse boccate, cercando di non avere l'aria troppo sperduta.
Finalmente la campanella suonò e una fiumana di corpi mi trascinò all'interno; naufragai nell'atrio luminoso, dove alcuni fogli da fotocopiatrice attaccati con il nastro adesivo portavano scritti il nome della mia classe di destinazione ed una freccia. Iniziai a seguire i cartelli raffazzonati, che mi parevano fin troppo distanti, e al secondo piano, sulla destra, trovai l'aula contrassegnata dal mio anno e sezione. Una decina di ragazzi e ragazze erano già seduti ai banchi e parlavano fra loro, presentandosi con un'elegante disinvoltura che invidiai.
Diretta dal desiderio di nascondermi il più possibile, scelsi un banco di fondo, attaccato alla parete di un giallo industriale e lì mi sedetti, disposi alcune cose sul piano liscio e, costretta infine ad alzare gli occhi, iniziai a giocherellare nervosa con il ciondolo che mi avevi messo la sera prima.
Osservai i miei nuovi compagni, che continuavano ad arrivare alla spicciolata. Alcuni avevano l'aria persa almemo quanto me e questo mi diede un po' di sicurezza. C'erano decisamente più ragazze che ragazzi ed alcune, in modo evidente, si conoscevano già fra di loro. Sentivo acutamente la tua mancanza e ti pensai, seduto in una qualche aula identica a quella, ad appena qualche strada di distanza, che cercavi di darti un tono mentre tutti quegli sconosciuti ti sedevano attorno. Ebbi una fitta di preoccupazione e strinsi più forte nella mano il ciondolo.
"Posso sedermi?" Chiese una ragazza, facendo seguire l'azione alla domanda senza aspettare risposta. La guardai.
Era una ragazza alta e gradevole, con una gran cascata di lisci capelli color caramello tagliati a frangetta sulla fronte. Mi studiò per un momento, mentre io studiavo lei, con aria franca ed aperta, per poi girarsi e disporre anche lei le sue cose sul banco.
Aveva appena finito quamdo entrò un'insegnante, una donna né giovane né vecchia, rossa di capelli e straordinariamente magra.
"Io sono la professoressa Guidi, la vostra insegnante di lettere. Quando entrerò in classe, voi vi alzerete e mi darete il buongiorno.  Per sedervi, aspetterete il mio permesso." Un silenzio attonito si era diffuso nella stanza al suono acuto e puntuale della sua voce. Si sentiva che era abituata a comandare. "So che probabilmente preferireste un atteggiamento più liberale, ma vi prego di ricordare che il mio compito, qui, è di trasmettervi il sapere e non di essere simpatica. Quindi pretenderò da voi rispetto e impegno, ma niente altro. Potete risparmiarvi le attestazioni di affetto per colleghi più sensibili di me a questo genere di cose." Detto questo, si sedette e iniziò a consultare il registro in silenzio.
"Principio sì giolivo ben conduce..." commentai a voce bassa. La forza dell'abitudine. Ero talmente abituata ad averti accanto e a parlare con te, ridere con te, di tutto ciò che accadeva che mi era scappato di bocca prima che mi rendessi conto che non eri lì. Un sommesso sbuffare dal naso, una sorta di risata subito soffocata, rispose al mio commento.
"Mi chiamo Federica, comunque." Mi sussurrò ancora sorridente la ragazza accanto a me. Tenendo un occhio alla professoressa, le strinsi la mano.
"Sono Beatrice, ma mi chiamano Bea."
Era la prima volta che iniziavo una nuova amicizia.