Cominciavi, allora, a diventare il mio amante, oltre che il mio amato, ed era dolcissimo e strano scoprire che tutti i minimi cambiamenti che avevamo subito e stavamo subendo nel corpo e nella mente erano fatti apposta per renderci ancor più indispensabili, più compatibili, l'uno con l'altra. Come l'incastro perfetto e finissimo degli ingranaggi di un orologio, ci completavamo, muovevamo e frenavamo a vicenda, creando insieme un qualcosa di raro e assoluto.
Ancora oggi, mutilata di metà di me stessa, fatico a funzionare, ad adattarmi alle mie stesse manchevolezze, vuoti destinati ad essere riempiti da te e che, con te lontano, restano solo dolorose lacune.
Ovunque tu sia, provi lo stesso anche tu? Ti giri, alle volte, con la mente distratta da qualche pensiero, sentendo un rumore, col mio nome già sulle labbra, pronto a chiamarmi e certo di vedermi apparire al tuo fianco, prima che cali gelida la consapevolezza che non sono più al mio posto? Sono io il fantasma che popola i tuoi angoli bui, il gradino mancante il cui appoggio cerchi invano, sentendo ogni volta un vuoto allo stomaco, così come tu sei per me?
Se così fosse, allora, forse, se potessimo tornare vicini, se mai ci ritrovassimo l'uno di fronte all'altra, potremmo di nuovo ritrovarci, riconoscerci, sotto le larghe falde degli anni, e, finalmente, riprendere a vivere.
Ricordo quando credevo di impazzire, la prima volta che abbiamo dovuto separare di un poco il corso delle nostre vite. Se mi avessero detto allora che un giorno avrei contato non in ore, ma in anni, il tempo trascorso senza di te, che un giorno, come ora, mi sarei chiesta se mi avresti riconosciuta, vedendomi, non ci avrei creduto mai. Avrei detto che una cosa simile mi avrebbe uccisa. Invece, purtroppo, noi umani siamo molto più resistenti di quanto crediamo. Ciò che distrugge il nostro cuore, che induce la nostra anima ad un grido straziato e continuo, togliendoci ogni desiderio di vivere, non uccide il nostro corpo. E la vita va avanti, il tempo non si ferma, le stagioni continuano a rincorrersi e la natura a dare il suo spettacolo, con fredda indifferenza. E rimangono le incombenze da sbrigare, le scadenze da rispettare; il nostro corpo continua a chiedere cibo e acqua, a vivere nonostante la sofferenza, a dormire nonostante tutto.
E le ore diventano giorni, i giorni si susseguono e ancora si vive. Contro la nostra stessa volontà, si vive.
Arrivò, quell'anno, l'ora dell'esame. Come già ci era successo tre anni prima, non eravamo preoccupati della prova in sè, dato che i nostri voti erano tali da garantirci un ottimo esito, ma dalle sue conseguenze. Stavolta erano conseguenze di ben altra entità. Se tre anni prima la nostra maggiore preoccupazione era stata quella di dover affrontare i nuovi compagni, ora si prospettava evidente l'imminenza di una brusca separazione.
Dovevamo scegliere la scuola superiore da frequentare e, dato che non ci eravamo mai preoccupati di nascondere le nostre naturali inclinazioni, complementari e quindi opposte, non avremmo potuto pretendere di essere interessati allo stesso istituto. La questione fu lungamente dibattuta fra noi, prima di parlarne con i nostri genitori. Eri tu, al solito, il più razionale, mentre io cercavo in ogni modo una soluzione che ci permettesse di continuare a stare vicini, come eravamo sempre stati.
"Bea, pensaci, davvero, come facciamo?"
"Non lo so, ma ci sarà pure un modo!"
"Ascolta, usa la testa: sono tre anni che non prendo in mano un libro di storia o di italiano, mi racconti a voce anche quello che imparo a memoria! Come faccio a venire con te? E tu, come fai a fare una scuola, qualsiasi scuola, dove danno importanza a roba tipo la matematica? Se non te lo ricordo io, ti confondi ancora 'esponenziale' con 'fattoriale'! Davvero, guarda che ti rovini la vita!"
"Non me ne frega niente! Cinque anni, Dario! Cinque anni! Non finiscono mai, cinque anni!"
"Allora cosa vuoi fare? Le abbiamo guardate tutte per dritto e per traverso: una via di mezzo, dove possiamo fare come adesso, non c'è."
"No, Dario. No." Piangevo. Quando arrivavi a mettermi alle corde, con la tua logica stringente, le fotocopie con le materie di studio della scuole in mano, sfogliare, sottolineate e riguardate cento volte, mi sembrava che fossi tu a non voler stare con me e mi veniva sempre da piangere.
"Amore mio, ti scongiuro, non fare così." Mi correvi accanto, sollecito, scostandomi le mani dal viso, tenendomi stretta sul tuo cuore, consolandomi com una bambina piccola, con mille carezze e rassicurazioni.
"Io non ci riesco a stare tanto tempo lontana da te! No, non voglio! Piuttosoto mi danno l'anima sui numeri per il resto della vita, ma così non ce la faccio!"
"Bea, amore, ti prego, ti supplico, calmati. Non fare così. Sono solo poche ore al giorno. Al pomeriggio siamo assieme, torno a casa subito, dritto filato, te lo giuro, ma calmati!"
Ti metteva in uno stato di profonda agitazione, il mio dolore, ti spaventava, ora lo capisco, perchè non mi avevi mai vista in quello stato. Potevo io dirti che le vere motivazioni del mio profondo turbamento nin riguardavano le ore passate lontani, ma tutt'altro? La necessità di avere rapporti di un qualche genere con qualcuno che nin fosse te era il primo motivo: non avevo idea di come interagissero fra loro i nostri coetanei, al di fuori di quel poco che avevo visto a scuola, e quel poco mi era incomprensibile. E poi, l'idea di te che facevi la stessa cosa. Se io potevo essere definita una persona chiusa, riservata, tu eri attivamente scostante e faticavi a tenere il controllo in qualunque situazione di conflitto, con la tua natura focosa e impulsiva, e mi terrorizzava il pensiero che saresti stato solo, fra persone che a poco a poco diventavano sempre più ostili. E poi, come avremmo fatto a stare insieme come ora, anche dopo la scuola? Io con i miei compiti e tu con i tuoi, ci saremmo trovati in due mondi diversi.
Tu eri buono con me, tenero, ma irremovibile. Non mi avresti permesso di faticare e sfigurare in un posto che non mi apparteneva. Quanto a te, scuotevi la testa sconsolato.
"Credimi, Bea, darei la mano destra per essere diverso, ma queste materie" e puntavi il dito su greco, storia, storia dell'arte "davvero, non le capisco. Non capisco come possa interessare a qualcuno di sapere cosa faceva qualcun altro, fra l'altro morto da secoli. Non mi entrano in testa. Mi dispiace."
Lentamente, gradualmente, senza rendermene conto, iniziai ad arrabbiarmi con te. Mi apparivi troppo freddo, troppo distaccato, rispetto ad un evento di quella portata. Se davvero ricambiavi ciò che provavo io, per quale motivo non stavi male quanto me?
Più mi arrabbiavo, più distante diventavo con te. Smisi di venire da te la notte e, quando eri tu ad entrare nel mio letto, mi giravo di spalle, rispondendoti a monosillabi. Cercasti tante volte di chiedermi ragione del mio comportamento, ma dovevi averne già un'idea, perchè desistevi senza grandi insistenze di fronte ai miei silenzi.
Giugno si avvicinava e noi eravamo più lontani di quanto lo fossimo mai stati.
Le notti erano calde e serene e le giornate fin troppo afose per la stagione. Per quanto mi lavassi, mi sentivo sempre appiccicosa e per quanto bevessi sentivo sempre sete, come capita quando l'umidità dell'aria raggiunge certi livelli, e così mi ritrovai, il venerdì prima del tuo compleanno, a dover fare una sortita notturna al bagno.
Per vecchia abitudine, usavo il bagno di casa vostra, dovendo solo attraversare il corridoio, invece di quello di casa mia, che si trovava più lontano. I nostri genitori erano usciti per una qualche cena ed eravamo soli, ognumo di noi due lo era, ciascuno nella propria stanza.
Uscita dal bagno, al buio, nel silenzio profondo della casa deserta, sentii un suono, un rumore che non seppi spiegarmi. Mi fermai, sulle punte dei piedi, concentrandomi tutta sull'udito. Veniva dalla tua stanza, da cui filtrava, sotto la porta, uma lama di luce. Per quanto fossi arrabbiata, una certa preoccupazione mi pervase. Cosa stava succedendo? Vergognandomi un poco, appoggiai l'orecchio alla tua porta. Sembrava che tu stessi soffocando, tossendo. Non potevo restare indifferente ed entrai, restando abbagliata per un momento. Ci misi qualche secondo per capire la scena che mi si presentava. Eri seduto al tavolino, con la testa sulle braccia incrociate. Tutto a torno a te, giacevano in mille piccoli pezzi le fotocopie che ci avevano distribuito il mese precedente a scuola, su cui erano illustrate le materie e i programmi di studio delle scuole superiori. Sembravano coriandoli di carnevale. Sul tuo tavolo, a circondarti, delle carte che sul momento non riconobbi, anche quelle stracciate e stroppicciate, in grossi mucchi.
Mi avvicinai in silenzio e tu non te ne accorgesti, finché arrivai alle tue spalle, in piedi sui minuzzoli di carta, e vidi che i mucchi di pagine stracciate che si affollavano sul tuo tavolo erano le pagine dei tuoi amatissimi libri, collezionati uno ad uno, libri di esperimenti casalinghi, libri sulla natura, libri sulla chimica elementare. Lì accanto giacevano le copertine vuote, straziate, sul pavimento. Li avevi distrutti, metodicamemte e senza pietà, ed ora stavi piangendo, piangevi come da bambino, come mi ricordavo di averti sentito piangere quando ancora non andavamo a scuola.
Posai una mano sulla tua spalla e tu tremasti di sorpresa, ma non alzasti la testa.
"Cos'hai fatto? Cosa è successo?" Ti domandai.
"Ce l'hai con me." Rispondesti con una voce tanto gonfia di pianto da essere appena comprensibile. Non potevo negarlo, era inutile dirti una bugia del genere, così mi limitai ad accarezzarti i capelli, sentendo la mia rabbia che si scioglieva rapidamente.
"Non mi vuoi più bene." Pigolasti con una voce piccola piccola.
Ti tirai leggermente per le spalle, per farti alzare, e tu ti voltasti e seppellisti la testa nelle pieghe della mia camicia da notte, premendomi la fronte bollente contro la pancia.
"Certo che ti voglio bene, tesoro, certo che te ne voglio."
"No, non è vero. Ce l'hai con me per colpa di...quello." Rispondesti accennando alla cieca, con la mano, alle carte sparpagliate tutto attorno a noi. Rimasi in silenzio un momento. Sembrava aver subito una brusca regressione, eri piccolo in quel momento, e nin volevo dire niente che ti potesse fare male. Non mi ero resa conto di quanto ti avessi fatto soffrire, allontanandoti, ma adesso lo vedevo con chiarezza. Un greve senso di colpa mi serrò lo stomaco.
"Ero arrabbiata, è vero. Mi sono arrabbiata perchè sembrava che non ti importasse di dover andare in due scuole diverse. Mi dispiace di essermi arranbiata con te, Dario. Scusami."
"Come fa a non importarmi?" Chiedesti, sempre con il viso nascosto contro di me "che non ti avrò vicina, che sarò solo, in mezzo a tutte quelle persone che non conosco, che tu vada in mezzo a tutta quella gente...come fa a non importarmi? Perchè pensi queste cose?"
"Scusa. Però davvero, sembravi sempre tanto tranquillo..."
"Ma se tu stavi male! Come facevo io a dirti queste cose, se stavi già tanto male? Io volevo essere forte. Volevo che tu avessi almeno me a consolarti, perchè stavi male!"
Capii. Nel mezzo della tua spiegazione sconnessa, mi apparve con lucida chiarezza il tuo sforzo di mantenere la calma, di essere la mia stampella, di non mostrare alcuna debolezza, alcun dubbio, di fronte al mio rifiuto ed al mio pianto. Così ti avevo ripagato, arrabbiandomi con te, allontanandoti, negandoti la mia presenza, il mio conforto, perfino la consolazione di parlare con me. Il senso di colpa si strinse parecchio, dandomi una lieve nausea.
"Va tutto bene, adesso, ci siamo spiegati, è tutto a posto. Vieni che ti porto a letto."
Ti lasciasti condurre per mano e ti sdraiasti senza protestare. Prima di spegnere la luce, raccolsi tutti i pezzetti delle fotocopie sparsi a terra e li gettai nel cestino, poi guardai, un po' spaventata, la massa di carta sul tavolino. Non sapevo cosa farne, se gettarla come cartaccia o tentare di salvarla come libro. Mi guardavi, dal letto, e mi dicesti:
"Buttali via. Non li voglio più. Non mi piacciono più."
"Ma sei sicuro?"
"È colpa di quelle stronzate lì, se adesso siamo in questa situazione. Non li voglio più vedere."
"Dario, non è colpa dei libri. Non è colpa di nessuno se siamo diversi, siamo solo fatti così. "
"Ma io non voglio."
"Neanche io vorrei. Ma anche se strappi in pezzi tutti i libri del mondo, questo non mi farà diventare brava in matematica, o te in grammatica. Non funziona così."
"E come funziona, allora?"
"Funziona che tu sei nravo in quel che io non capisco e viceversa e che tu sei forte dove io sono debole e viceversa. Perchè quando ci hamno fatti, hanno deciso che dovevamo stare assieme ed è inutile se sappiamo tutti e due le stesse cose."
"Io non sono forte per niente. In niente. Ha ragione mio padre, sono una pappamolle."
"Dario? Dario amore?"
"Si?"
"Cazzate."
Se alla tua pelle fosse stato possibile diventare più rossa di quanto l'aveva resa il tuo pianto, l'avrebbe fatto di certo. Le orecchie, comumque, ti avvamparono.
"Sei forte per tante, ma tante cose. Sei il mio eroe e sei stato bravissimo a far finta di non stare male per qiesta faccenda, tanto che neanche io me ne sono accorta. Ma per me sei forte lo stesso, anche se eviti di nascondermi le cose."
"Va bene."
"Quindi per favore, non farlo più. Mi sento meglio se so cosa ti passa per la testa."
"Va bene."
Alla fine spinsi tutte le pagine e le copertine, grossolanamente impilate, dentro un cassetto e mi sdraiai accanto a te, spegnendo la luce. Non c'era luna e il buio fu istantaneo, totale e riposante.
"Bea?"
"Dimmi."
"E se nella scuola nuova poi conosci qualcuno?"
"Parli di ragazzi?"
"Eh."
"Tranquillo, Dario, io ho te."
"Ma se ce ne fosse qualcuno meglio di me?"
"Non ne esistono, meglio di te."
Ti sentii sospirare, tranquillizzato. Mi abbracciasti, posando il mento sulla mia fronte.
"Comunque non ci avrebbero mai permesso di andare nella stessa scuola. Ci hai pensato?"
"Si. Ma vorrei tanto poterlo fare lo stesso."
"Anche io. Però magari due scuole vicine..."
"Dario?"
"Eh?"
"E se la incontri tu, un'altra ragazza?"
"Non me ne frega niente delle altre ragazze. Pensavo che lo sapessi."
"Era per sicurezza."
"Sei gelosa di me?"
"Si."
"Bene."
Abbasasti appena la testa, baciandomi sulla fronte e rimanemmo abnracciati in silenzio, finché il sonno ci prese.
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