Impiegai qualche minuto a riprendere il controllo di me stessa e tu rimanesti in silenzio, lasciandomi il tempo che mi occorreva. Quando iniziai a sentirmi meglio, mi domandasti:
"Posso finire di raccontarti? Guarda che non è andata come pensi tu."
"Ah, no? Avete giocato a briscola tutti assieme, allora?" Chiesi amareggiata.
"No, Bea, logico che no, ma se mi stai a sentire ti spiego. Te l'avevo detto di lasciarmi finire prima di arrabbiarti."
"Va bene, dimmi."
"Ecco, a me era salito un po' il panico. Le..signore? Signorine? Le donne che lavorano lì hanno salutato mio padre per nome, ci pensi? E io continuavo a pensare: 'no, è uno scherzo, non pretenderà mica che io...' insomma, hai capito. E invece pretendeva si. Se n'è preso da parte una e gli ha detto qualcosa a bassa voce e intanto che parlavano ce n'erano delle altre che mi sono venute tutte attorno e 'ma chi è questo bel maschietto? Tuo figlio? Che grande che è! Ma dai, è tutto te, che bell'omettino...' era imbarazzante, davvero. Mi era salito un nodo in gola che non riuscivo più a dire niente e papà dopo un po' mi ha consegnato alla ragazza con cui aveva parlato. 'Oh, mi raccomando' le ha detto 'guarda che è piccolino.' A me non ha detto niente. Mi ha voltato le spalle e mi ha piantato lì, è sparito in un'altra stanza. Avrei voluto sprofondare. La tipa mi ha preso e mi ha portato una una camera. Era alta come me, grande, Bea, non aveva addosso quasi niente...non riuscivo a guardarla, dappertutto dove mettevo gli occhi c'era della roba che non avrei dovuto guardare, potevo guardarla solo in faccia, ma mi vergognavo troppo."
Ti interrompesti, il viso di un rosso mattone, guardando a terra, senza riuscire a proseguire. Io sentivo delle vampate di odio e di rabbia, una dopo l'altra, come delle onde alte come una casa che mi si abbattevano sul cervello, squassandomelo fino alle fondamenta. Rimasi zitta, per lasciarti parlare. Dopotutto, pensavo, ne avevi bisogno di sfogarti, dopo una cosa del genere.
"Bea, se ti dico cos'è successo, non ridi? Non mi prendi in giro?"
"No." Risposi. Di più non riuscivo a dire.
"Mi è venuto da piangere. Siamo entrati lì e lei mi si è parata davanti e mi ha messo le mani sulle spalle e mi fa: 'allora? Cosa vuoi fare?' E io ho pensato a mio padre di là che si aspettava che io...e io non potevo, Bea, davvero, non potevo. Mi sono messo a piangere come un povero scemo e mi è uscito: 'voglio andare a casa!'. Non è che volessi proprio dirle così, ma cosa le potevo rispondere? Per fortuna lei non si è arabbiata. Anzi. Mi sa che le facevo pena. Mi ha detto: 'ho capito, stai calmo, non è successo niente, adesso ci sediamo e facciamo due chiacchiere.' E si è seduta davvero e si è accesa una sigaretta, tutta tranquilla. Allora mi sono calmato un po' anch'io. Mi ha chiesto se volevo fumare e le ho spiegato che ci avevo provato una volta sola, ma mi era venuto da vomitare; poi mi sono reso conto che non sono cose di cui si parla con una donna che si è appena conosciuta e le ho chiesto scusa. Le ho detto: 'scusi, signora.' E lei si è messa a ridere come se avessi fatto una battuta. Allora mi sono un po' confuso e ho detto: 'mi dispiace, è signorina?' E lei a momenti si strozza dal ridere. Quando si è calmata mi ha detto: 'Sandra, sono solo Sandra.' E poi mi ha chiesto quanti anni avevo. Quando le ho detto che ne ho fatto quattordici, ha fatto una smorfia strana con la bocca, come se avesse assaggiato qualcosa di amaro. 'E sei preoccupato che Lucio ti faccia passare un brutto quarto d'ora se viene a sapere che vuoi tornartene a casa?' Le ho detto che papà si sarebbe arrabbiato di sicuro. Allora mi ha promesso che ci pensava lei a parlargli e che io dovevo solo dire 'preferisco non parlarne' e basta e mi ha chiesto se avevo la ragazza."
"Anche lei?"
"Eh, si. E sai, Bea? Le ho raccontato tutto, tutto quanto tranne che siamo cugini. È stato bello, poter dire certe cose a qualcuno. Le ho detto che ti amo tantissimo e che voglio sposarti e portarti lontano, stare soli io e te. E lei mi ha chiesto se sei bella. E io finalmente l'ho potuto dire: sto con la ragazza più bella e più brava del creato, un angelo del cielo, e lei mi ama. A me. Non l'avevo mai potuto dire a nessuno, sai, anche se è l'unica cosa di cui sono davvero orgoglioso. Allora dopo le ho spiegato che ero finito lì perchè avevo fatto delle domande a mio padre e lei mi ha detto: 'va bene, allora, ti faccio da consulente professionale. Qual'è il problema?' E quando io gliel'ho spiegato lei ha tirato fuori delle foto...Bea, altro che la rivista che avevamo comprato noi! Si vedeva tutto! E mi ha spiegato come si fa. Tutto quanto. E poi mi ha detto: 'adesso se sei tranquillo torniamo di là. Ricordati, tu dì soltanto che non vuoi parlarne, intesi?' L'ho ringraziata tanto, le ho anche stretto la mano e lei si è messa a ridere di nuovo. E le ho chiesto cosa potevo fare per sdebitarmi."
"E lei che ti ha detto?"
"Mi ha detto: 'cresci, sposati la tua ragazza bravissima e bellissima, amala sempre come adesso e non tornare mai più in un posto del genere.'. Era proprio una ragazza simpatica, vero? E non so cos'ha detto a mio padre, ma lui era tutto contento e mi ha preso a pacche sulla schiena fino a stamattina."
"Spiegami una cosa."
"Dimmi."
"Davvero tu ti sei trovato davanti una donna bellissima, vestita di niente, che avrebbe fatto tutto quel che volevi tu e le hai parlato tutto il tempo di me?"
Ti stringesti nelle spalle.
"Mi avevi detto che non mi prendevi in giro." Brontolasti cupo. Saltai giù dal letto, mi inginocchiai accanto a te, ti abbracciai e ti riempii la faccia di baci. Non mi riusciva di smettere.
"Oh, va bene, ma questi per cosa sono? Credevo che fossi arrabbiata!" Dicesti ridendo, seppellito dai miei baci e dalle mie carezze. Ti strinsi con tutta la forza che avevo, in un abbraccio da orsa.
"Questi sono perchè sei il ragazzo più bravo e più bello e più forte del creato. E io ti amo."
Rimanesti un momento silenzioso e immobile, prima di ricambiare il mio abbraccio e posarmi un bacio sulla testa.
"Anche io ti amo." Mi rispondesti piano. "Allora non ce l'hai con me, no? Perché io non ho fatto niente."
"Lo so, ho capito. Stai zitto una buona volta e ti lasci strapazzare un pochino? Mi sei mancato tanto."
Hai obbedito e, docile e silenzioso, ti sei sottomesso ad ogni bacio, ad ogni carezza, ad ogni abbraccio che mi veniva il capriccio di farti. Non so quanto tempo sono andata avanti a quel modo, cercando di coprire ogni centimetro visibile della tua pelle con una qualche chicca d'amore, ma deve essere stato parecchio; dopo un po' tu ti sei steso, senza sottrarti a me, sul tappeto, appoggiando la testa sulle mie gambe come facevi da bambino e, dopo un poco ancora, mi sono accorta che ti eri addormentato, sfinito dal viaggio iniziato all'alba e dalle troppe emozioni degli ultimi giorni.
Ti guardavo dormire, passandoti le mani fra quei capelli tanto lisci e fini da sembrare eternamente umidi, registrando con una parte della mente, si potrebbe dire con la coda del cervello, piuttosto che con la coda dell'occhio, ogni tuo respiro e piccolo aggiustamento, mentre pensavo a ciò che tuo padre aveva fatto. A cosa ti aveva fatto, per amor di precisione.
Avevo letto, in uno dei libri di mio padre, che era un uso abbastanza comune fare quel che aveva fatto lui, durante il vemtennio fascista, ma zio Lucio aveva, vediamo, ventinove anni quando eri nato tu, quindi, ora che tu ne avevi quattordici, quarantatre anni. Decisamente troppo giovane per essere stato influenzato dalle usanze di quei tempi. Quindi la domanda rimaneva.
Con quale tipo di idee nella testa un padre, un padre di famiglia, normale e responsabile, fa una cosa del genere ad un figlio di quell'età? Era anche da considerare che lo zio, proprio un padre normale e responsabile non lo era. Sembrava ossessionato dall'idea di renderti forte, indipendente e, in un certo qual modo, cattivo. Non era la parola adatta, me ne rendevo conto, ma non avrei saputo quale altra usare. Voleva vederti reagire, sempre e comunque, in qualunque situazione, con una decisione e un'autorità che tu, di certo, non potevi ancora avere.
Poi c'era il fatto che tu avevi detto che quelle donne lo avevano salutato chiamandolo per nome. Il che, stando a quanto ne sapevo io, significava che lo zio era un frequentatore abituale di quel posto. Questo a cosa ci portava? Fino a che punto nella sua testa poteva essere normale frequentare una casa di prostitute, con una moglie a casa? Dare un bacio alla zia sulla porta prima di partire, come l'avevo visto fare giovedì mattina e poi, a sera, con quella stessa bocca baciare una donna a pagamento?
Ero immersa in questi misteri, per me profondi ed insondabili ancora ad oggi, quando tu hai aperto gli occhi, senza dare alcun segnale di risveglio, improvvisamente lucido dove un attimo prima eri completamente rilassato in un sonno profondo. Mi hai spaventata e ho avuto un sussulto, trovandomi da un momemto all'altro a guardare diritto nei tuoi occhi chiari.
Hai sorriso e mi hai accarezzato il viso, alzando la mano.
"Andiamo fuori un po', prima di pranzo?" Mi hai chiesto.
"Va bene."
Abbiamo preso le giacche e ci siamo avviati per le scale. Lo sguardo esaltato, malsano, che avevi negli occhi quel mattino, non c'era più, sostituito da un'espressione tranquilla, di chi è in pace con se stesso.
Uscimmo nell'aria umida di novembre e iniziammo a camminare, fianco a fianco, i nostri passi che diventavano rapidamente sincronici, adattandoci l'uno al ritmo dell'altra senza alcuna premeditazione, in un'abitudine lunga di quasi dieci anni.
Camminavi con le mani affondate nelle tasche dei jeans sotto il giubbino corto color amaranto, lo sguardo a terra, immerso nei tuoi pensieri, mentre io, accanto a te, lasciavo che l'aria grigia della tarda mattinata mi spazzasse via di dosso tutto quello che avevo pensato prima. Era sempre così, fra noi. Come le nostre gambe, anche le nostre teste sapevano sincronizzarsi allo stesso ritmo, senza bisogno di alcuno sforzo volontario, e noi nemmeno ce ne rendevamo conto.
Piegammo a sinistra, sulla strada grande, allontanandoci dall'abitato. Gli scheletri degli alberi alti che fiancheggiavano la strada vennero presto sostituiti dalle siepi, un po' inselvatichite dall'autunno, e poi solo dall'erba stenta del ciglio della strada. Finì l'asfalto e camminammo sulla strada bianca, calciando di tanto in tanto un sasso.
Una macchia di verde, un'accozzaglia di malerbe, ancora sfacciatamente rigogliose in barba alla stagione si profilò in fondo alla strada e d'improvviso mi resi conto che avevamo ripercorso, quasi passo a passo, la strada che avevo fatto io, due anni prima, quando ero scappata via da te, il giorno che a scuola avevamo saputo che era un problema serio, per noi, essere cugini.
"Oh, ma lo sai dove siamo?" Ti ho chiesto, fra lo stupito e il divertito.
Hai alzato gli occhi, riscuotendoti evidentemente da una profonda riflessione e ti sei guardato attorno, annuendo.
"Il giorno della lezione su Umberto Primo sono venuta qui, ti ricordi?"
Un sorriso acido ti sfiorò il volto.
"Una bella giornata rilassante, anche quella lì. Di quelle da incorniciare." Rispondesti in tono amaro, calciando i sassi della strada. "Vorrei sapere perchè per noialtri deve essere sempre tutto così fottutamente complicato."
Eri turbato, e molto, e, nonostante io non vedessi alcuna causa scatenante, pensavo che forse quel che avevi passato nei tre giorni con tuo padre avesse finito per farti arrabbiare, alla fin fine. Non avrei nemmeno potuto darti torto.
Mi voltasti le spalle, volgendo lo sguardo al campo oltre il ciglio della strada, che in quella stagione era un mare di zolle smosse senza un filo di verde.
"Perchè è tutto così difficile, sempre, per quanto uno tenti di fare le cose a modo, Bea? Lo sai, tu?" Voltasti appena lo sguardo da sopra la spalla, il sopracciglio inarcato, aspettando una risposta che non avevo. Scossi il capo.
"Beh, neanche io lo so, perciò siamo pari. Però so che io tento di fare le cose fatte bene. Di fare bene il mio lavoro, di essere ordinato, di essere educato e di non rompere i coglioni a nessuno. E cosa ne ottengo? Cosa? Di essere sempre trattato come...come un...boh. Un boh. Perchè a esser sinceri non lo so mica chi si meriterebbe di essere trattato così." Ti voltasti, guardandomi diritta in faccia.
"Lo so che adesso tu pensi che io stia dicendo solo di mio padre. Ma magari. Mio padre è un coglione, questo è un fatto, ma mi piacerebbe che fosse l'unico dei miei problemi. Mi hai chiesto tante volte cos'ho, è vero? Vuoi saperlo? Ho che sono stanco. Ho cambiato scuola, ho cambiato città e in capo a due settimane mi sono trovato punto e a capo, a essere quello che tutti prendono in giro, a essere quello che tanto è uno stronzo, quello che non parla con nessuno e via dicendo. Ma possibile che a nessuno gli venga in mente che magari non sono io che non parlo con nessuno, a nessuno che parla con me? Ti sembra logico? Cosa ho mai fatto di male? Che dove sbatto sbatto, qualcuno che mi tratta come fossi uno stronzo, un bastardo di quelli da non rivolgergli neanche la parola, lo trovo sempre? Eh? Sul serio, Bea, dimmelo. Sono così antipatico, io?"
"Dario, lo sai, per me sei simpatico. Io mi sono innamorata di te, perciò a me tanto male non sembri, ti pare?"
"Ah! L'altra parte divertente della cosa! Fra tutti quelli che ho attorno, sono l'unico che ha una ragazza sul serio, una ragazza talmente bella e in gamba che se lo sapessero si mangerebbero tutti il fegato e guarda un po': non posso dirlo a nessuno. Che meraviglia!"
Eri talmente tanto amareggiato, talmente deluso, che faticavo a trovare qualcosa da dirti. Dopotutto, i tuoi problemi nella nuova scuola erano proprio quelli che avevo previsto, né più né meno, e il vedere confermate le mie paure dell'estate mi scoraggiò profondamente.
"Senti, Dario..."
"Sto ascoltando."
"Lo sai che non posso risolverli, quei problemi, anche se lo fare con tutto il cuore. Ma il fatto che tu ti faccia condizionare da una ventina di ragazzini al punto da non dormirci la notte mi sembra ridicolo. Nin vogliono parlarti? Peggio per loro! A te che ti frega? Ti sono così simpatici?"
"Mi sento solo."
"Hai me."
"Mi sento stanco."
"Ti aiuto io."
"Mi sento debole."
"Ti difendo io."
Scuotesti la testa, con aria incredula.
"Hai dell'incredibile, lo sai? Lo sai che sono io che dovrei fare così con te?"
"Lo farai, quando ne avrò bisogno. Per adesso, ci penso io a te. Gli altri non potranno mai volerci bene, Dario. Io appartengo a te e tu a me e gli altri lo sentono, a un qualche livello, che non c'è spazio abbastanza per qualcun altro."
"Ma tu un'amica ce l'hai." Protestasti debolmente.
"Ma anche tu avrai degli amici, appena imparerai a non andare in giro con scritto in faccia tutto quel che pensi. Altrimenti tutti leggeranno sempre un bel cartello 'non mi serve nessuno' e, dato che invece alla maggior parte della gente serve qualcuno, ti scarteranno a priori."
"E tu da quand'è che fai dei ragionamenti così complessi, nanettina?"
"La minore distanza fra i miei polmoni e il mio cervello permette un'ossigenazione più efficiente. Tu, invece, stai evidentemente raggiungendo la morte dei neuroni, poveretti, tutti e tre." Ti risposi in tono compunto.
"Mi sa che hai anche ragione. " annuisti tu serio.
Ci riavviammo verso casa, chiacchierando del più e del meno. Avevi tante cose da raccontarmi, ora che non ti seccava più parlarmi della tua scuola e io avevo tante cose da chiederti. Fino a che non arrivammo vicini alla strada grande, ci tenemmo a braccetto, ma poi dovemmo smettere. Nessuno ci doveva vedere.
Nessun commento:
Posta un commento